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Vi propongo questo testo dal sito di Historical Materialism. Originariamente era stato pubblicato come prefazione alla raccolta in lingua spagnola del 2023 Berlinguer y Europa, o los orígenes del socialismo en libertad, edita da Icario Editorial. Balibar ne ha pubblicato una versione francese leggermente modificata sul sito web AOC (Analyse, Opinion, Critique).
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L’uscita, prima in Italia e poi in Francia, del film di Andrea Segre “Berlinguer: La grande ambizione” , e i dibattiti che ha suscitato, riportano la nostra attenzione sul progetto eurocomunista, di cui Berlinguer fu sia teorico che principale promotore. In concomitanza con questo evento, ripropongo qui – con alcune modifiche – le sezioni principali di una prefazione che ho scritto nel 2023 per una raccolta di scritti, corrispondenze e commenti, il cui fulcro documenta la collaborazione tra il segretario generale del Partito Comunista Italiano (PCI) e Altiero Spinelli, una delle figure di spicco del federalismo europeo. [1] Si tratta, a mio avviso, di completare al contempo l’interpretazione del progetto eurocomunista attraverso l’inclusione della sua dimensione propriamente europea (troppo spesso trascurata a favore della politica interna italiana e delle tensioni all’interno del “movimento comunista internazionale”, ma che, in assenza di questa dimensione, rimarrebbe incomprensibile), e di suggerire che questa storia, pur appartenendo a una congiuntura totalmente diversa, ci offre utili insegnamenti per orientarci nella fase critica che la cosiddetta “costruzione europea” si trova ad affrontare oggi.
Queste due prospettive sono reciproche. L’emergere di una nuova figura del comunismo di partito nel periodo della sua crisi finale, distinta sia dalle tendenze sovietiche che da quelle cinesi, e capace di aggirare le logiche dei “campi” geopolitici, è stato possibile solo grazie allo sviluppo della costruzione europea, almeno per alcuni dei suoi iniziatori. [2] D’altra parte, il superamento del regime di tecnocrazia “liberal-nazionalista” che governa l’Europa odierna e che provoca il blocco delle sue istituzioni politiche, paese dopo paese, è immaginabile solo nella misura in cui un progetto transnazionale di democrazia sociale, ecologica e partecipativa possa riacquistare sostanza e credibilità. [3] Che queste due prospettive siano profondamente aporetiche nel mondo di Trump, Xi Jinping e Putin, trasformando Emmanuel Macron in un mago geopolitico e Ursula von der Leyen nella “piccola telegrafista” del capitale finanziario, non dovrebbe impedirci di riflettere su di esse e di indagarne i sostenitori. Un ritorno critico alle argomentazioni del passato recente non sostituisce una soluzione, ma può costituire parte di una memoria politica vitale. Continue reading Etienne Balibar: Berlinguer e Spinelli, l’Europa sognata dall’eurocomunismo italiano
Richard Wolff è professore emerito di economia all’Università del Massachusetts Amherst e fondatore di Democracy at Work. In questa intervista con Glenn Diesen, ha parlato di come l’analisi di classe possa far luce sulle dimensioni economiche della guerra tra Russia e Ucraina, sul lungo declino del capitalismo europeo e su cosa riserva il futuro a un continente che sta esaurendo le opzioni. L’intervista è stata modificata e condensata.
Glenn Diesen: La dimensione economica del conflitto tra NATO e Russia viene spesso sottovalutata. I governi occidentali hanno imposto sanzioni di vasta portata alla Russia, limitandone l’accesso ai mercati e ai sistemi bancari e persino sequestrando i fondi sovrani russi, rendendo la Russia probabilmente il paese più sanzionato al mondo. Eppure l’economia russa non solo è sopravvissuta, ma è cresciuta. Come si spiega questo fenomeno?
Richard Wolff: Affronto questo tema attraverso la lente dell’analisi di classe. Ho un enorme rispetto per il contributo di John Mearsheimer alla comprensione della lotta tra le grandi potenze: la sua analisi è onesta, accurata ed esemplare. Ma per me, solleva un interrogativo fondamentale: perché determinate potenze globali si comportano in un certo modo, e quando lo fanno? Rispondere a questa domanda esclusivamente in termini di manovre strategiche tra gli attori in gioco tralascia tutte le pressioni sociali che agiscono su qualsiasi governo, spingendolo in una direzione o nell’altra. I governi non sono liberi di perseguire qualsiasi strategia desiderino, perché alcune strategie sono ostacolate dai loro stessi vincoli interni. Un’analisi corretta deve chiedersi: perché tutto questo accade?
Vorrei rispondere concentrandomi sull’Europa, perché a mio giudizio – considerando la storia del capitalismo in Europa – l’attore principale in questo contesto è soprattutto l’Europa, e in secondo luogo la Russia. Sono ben consapevole che la Russia è stata invasa ripetutamente. Napoleone ci provò. La Prima Guerra Mondiale, poi Hitler con l’Operazione Barbarossa, ci provarono. Tutti ci provarono, e tutti furono sconfitti. La Russia reagì respingendo gli attacchi.
Ecco dunque la mia tesi. I principali paesi europei – Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia – nel XVIII e XIX secolo erano enormi potenze coloniali. Si trattava di piccoli capitalismi nazionali che crebbero sviluppando vasti territori d’oltremare una volta esaurite le risorse interne. Si pensi al confronto tra i Paesi Bassi e l’Indonesia, o tra le Isole Britanniche e l’Impero Britannico. Il colonialismo fu ciò che sostenne la loro crescita capitalistica. Ma nel 1914 , avevano esaurito i territori. Chi conosce la storia ricorderà la Conferenza di Berlino del 1884 , dove le potenze europee si sedettero letteralmente attorno a un tavolo e si spartirono l’Africa. Dopo di che, non c’era più nessun altro posto dove espandersi.
Continue reading Come il collasso economico europeo sta alimentando la guerra in Ucraina
Un articolo di VINCENZO ACCATTATIS pubblicato sul quotidiano il manifesto nel 1995. L’ho riletto ieri, ritrovato per caso tra vecchi articoli ritagliati, e mi sembra una lettura da consigliare. Attualissima.
IL PROCESSO penale vive sempre la tensione e deve saper trovare il suo equilibrio fra le due opposte esigenze, parimenti valide: il garantismo e l’esigenza di difesa sociale. Un magistrato deve essere garante di legalità, garante del “corretto procedere”; garante del fatto che, se repressione deve esserci, essa deve essere attuata sempre e solo secondo corrette regole giuridiche. Per quanto fortemente impegnati e motivati nella loro professionalità, i pubblici ministeri non devono mai dimenticare il loro dovere giuridico di “essere garantisti” perché i magistrati non garantisti non sono magistrati, tutt’al più possono essere buoni poliziotti. In altri termini, il garantismo è il limite assoluto ed invalicabile per ogni magistrato. Anche per i magistrati che fanno i pubblici ministeri. Per definizione, il magistrato non può essere sostanzialista. Ma molti magistrati continuano a non capire questa elementare verità. Continuano a divenire, mano a mano, grado a grado, se non vengono frenati e bloccati, sostanzialisti. Il potere politico ha cercato di bloccarli e di frenarli con le nuove norme sulla carcerazione cautelare. Ha fatto bene. Molti magistrati garantisti hanno giustamente lavorato per realizzare la riforma che politicamente, oltre che giuridicamente, è una buona riforma. Salvo avere ben chiaro e render ben chiaro ai cittadini (ecco la funzione che i giuristi di sinistra devono sempre svolgere) la vera ragione per la quale la riforma doveva essere approvata, la vera ragione per la quale è stata voluta dai garantisti ispirati da Hammamet, e la più o meno certa previsione che quando i potenti saranno “garantisticamente fuori” la classe politica di governo diventerà, di nuovo, non garantista ed incoraggerà il sostanzialismo dei pubblici ministeri contro la “criminalità comune” e la “criminalità organizzata” (ma organizzata è anche la criminalità dei tangentisti).
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Contrariamente alle interpretazioni che ritraggono Victor Serge come un rinnegato che abbracciò l’anticomunismo della Guerra Fredda, Claudio Albertani, Susan Weissman e Christian Dubucq ci ricordano che egli rimase fino alla fine un rivoluzionario socialista antistalinista, impegnato a salvare l’idea comunista dalla sua confisca burocratica. Vi propongo questo articolo dalla rivista comunista francese Contretemps che conferma quanto avevo sostenuto in un lungo post sulla pagina facebook dedicata a Victor Serge.
Scriviamo da tradizioni politiche e intellettuali diverse. Questa differenza non è insignificante. Ci impedisce, infatti, di confinare Victor Serge in un’interpretazione parziale e di giudicarlo da un tribunale retrospettivo in cui ogni momento della sua vita prefigura il suo presunto anticomunismo finale. Che si provenga dall’anarchismo, dal trotskismo, dal socialismo rivoluzionario o da altre correnti della sinistra critica, una cosa dovrebbe rimanere comune: il rifiuto di trasformare una vita segnata da lotte, sconfitte e resistenze in un processo alle intenzioni.
Eppure è proprio questo che Mitchell Abidor fa fin troppo spesso in Victor Serge: Unruly Revolutionary.
Il libro contiene materiale utile, a volte persino documenti importanti, e sarebbe assurdo negarlo. Il problema non è che sia severo con Serge. Ma il suo approccio interpretativo centrale ci appare profondamente viziato. Basandosi su mezze verità, psicologia poliziesca, omissioni e vere e proprie calunnie, Abidor getta dubbi sulla presunta mancanza di sincerità, ipocrisia o doppiezza di Serge. È in questo senso che parliamo di falsificazione: non perché tutto sia falso, ma perché un uso distorto di materiale reale produce un’immagine alterata di Victor Serge. La falsificazione non consiste sempre nell’inventare fatti; può consistere nel riorganizzarli in modo tale che non significhino più ciò che significavano nel loro contesto originale.
Il problema di Abidor non è solo politico, né tantomeno letterario: è anche personale. Dopo aver dedicato anni allo studio e alla traduzione delle opere di Serge, si sente ingannato, deluso, quasi tradito. Non crediamo che una buona biografia possa essere costruita sul risentimento. Si potrebbe pensare che quest’animosità derivi dall’adesione di Serge al Partito Bolscevico nel 1919, quando abbandonò l’anarchismo giovanile. Non è così.
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L’antropologo David Graeber è stato uno degli intellettuali attivisti più brillanti di questo secolo purtroppo scomparso prematuramente a soli 59 anni nel 2020. Anarchico, è stato impegnato nel movimento altermondialista, assai coinvolto dal movimento di liberazione curdo e tra i promotori di Occupy Wall Street. Fu lui a inventare l’autodenominazione di 99% ma non lo slogan completo, come raccontava in una nota autobiografica: «Oh, e visto che si tratta di una questione storicamente controversa: no, non sono stato io personalmente a inventare lo slogan “Noi siamo il 99%”. Ho suggerito per primo di chiamarci il 99%. Poi due indignados spagnoli e un anarchico greco hanno aggiunto il “noi” e in seguito un veterano di Food-Not Bombs ha inserito il “siamo” tra di loro. E dicono che non si possa creare qualcosa di valido con un comitato! Includerei i loro nomi, ma considerando il modo in cui l’intelligence della polizia ha preso di mira i primi organizzatori di Occupy Wall Street, forse è meglio di no.» Buona lettura di questo suo testo sul comunismo!
Il comunismo può essere suddiviso in due principali varianti, che chiamerò comunismo “mitico” e comunismo “quotidiano”. Potrebbero essere altrettanto facilmente definite versioni “ideale” e “empirica”, o persino “trascendente” e “immanente” del comunismo.
Il Comunismo Mitico (con la C maiuscola) è una teoria della storia, di una società senza classi che un tempo esisteva e che, si spera, un giorno ritornerà. È notoriamente messianico nella sua forma. Si basa anche su una certa nozione di totalità: un tempo esistevano tribù, un giorno esisteranno nazioni, organizzate interamente secondo principi comunisti: ovvero, dove la “società” – la totalità stessa – regola la produzione sociale e quindi non esisteranno disuguaglianze di proprietà.
Il comunismo quotidiano (con la c minuscola) può essere compreso solo per contrasto, rifiutando tali schemi totalizzanti ed esaminando la pratica quotidiana a ogni livello della vita umana per vedere dove il classico principio comunista “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” viene effettivamente applicato. Come aspettativa di mutuo aiuto, il comunismo in questo senso può essere visto come il fondamento di ogni socialità umana ovunque; come principio di cooperazione, emerge spontaneamente nei momenti di crisi; come solidarietà, è alla base di quasi tutte le relazioni di fiducia sociale. Il comunismo quotidiano, quindi, non è un organismo regolatore più ampio che coordina tutta l’attività economica all’interno di un’unica “società”, ma un principio che esiste e, in una certa misura, costituisce il fondamento necessario di qualsiasi società o relazione umana di qualsiasi tipo. Persino il capitalismo può essere visto come un sistema per gestire il comunismo (sebbene sia evidentemente, per molti aspetti, profondamente imperfetto). Analizziamo ciascuno di questi punti.
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