Negli anni ’60 e ’70 Phil Ochs è stato uno dei cantautori folk più impegnati nel movement contro la guerra in Vietnam. Come ricordava Abbie Hoffman: “Se c’era qualche possibilità di cantare per una causa in cui credeva, Phil Ochs era lì”.
Peter Dreier su Jacobin gli ha reso omaggio con un articolo dal titolo “Phil Ochs ha scritto la colonna sonora della New Left”: “Ochs non godette mai della popolarità ampia e duratura di Bob Dylan o Joan Baez, ma fu il più politicamente impegnato tra i cantautori folk emersi negli anni Sessanta. Come molti della sua generazione, Ochs credeva negli ideali appresi a scuola: uguaglianza, democrazia, giustizia e il ruolo dell’America nel promuovere la libertà nel mondo. Ma verso la fine dell’adolescenza, Ochs si unì ai suoi coetanei nel riconoscere le dure realtà dell’imperialismo americano, del razzismo radicato e della lotta di classe. Dedicò la sua breve vita alla musica e alla protesta radicale. (…) Nel 1982, gli amici di Ochs si servirono del Freedom of Information Act per ottenere il suo fascicolo dell’FBI. Avevano iniziato a sorvegliarlo già nel 1963. Il fascicolo era lungo quattrocento pagine.”
Quando morì suicida il 9 aprile 1976 un giornalista scrisse che quel giorno erano morti gli anni sessanta.
Purtroppo il bellissimo documentario che lo ricorda non è stato distribuito in Italia.
‘Wild Thing-you make my heart sing-you make everything groovy.’ Ci sono canzoni che ascolto da una vita e che fanno parte della mia vita, senza di loro sarebbe stata diversa. Una di queste è Wild Thing. L’aveva scritta Chip Taylor, songwriter americano fratello dell’attore Jon Voight (Un uomo da marciapiedi) e zio di Angelina Jolie. La versione classica è quella dei Troggs che nel 1966 ne fecero una hit della British Invasion, la prima cover di un gruppo britannico a finire al primo posto nelle classifiche nordamericane. Lester Bangs la considerava l’inno proto-punk per eccellenza, ma lo avevo pensato da ragazzino molti anni prima di leggere i suoi meravigliosi articoli. In realtà la prima versione fu quella di una band USA The Wilde Ones che la incise nel 1965 senza successo. Nel 1967 fu Jimi Hendrix a renderla eterna nella sua incendiaria performance al Monterey Pop Festival irrompendo con la sua chitarra nella californiana Summer of Love. Negli anni ’80 Siouxie la riscrisse con i suoi Creatures e gli X di Los Angeles ne fecero una versione punk. Jonathan Demme in piena era reaganiana la utilizzò nel suo Something Wild, Qualcosa di travolgente nell’edizione italiana, in versione reggae cantata da Sister Carol. Dal vivo l’hanno suonata in tanti, da Bruce Springsteen a Patti Smith. Chip Taylor se n’è andato il 23 marzo e lo ringrazio per aver donato all’umanità questa gemma beat. Buon ascolto!
Il capitalismo è nato dal colonialismo. Da allora, questa caratteristica storica, lungi dal scomparire, si è solo trasformata e diversificata nella forma. Possiamo dire che è un modo di organizzare le gerarchie globali, fondamentale per tutte le forme moderne di accumulazione economica delle imprese.
Nel corso di cinque secoli, il capitalismo europeo ha messo in atto molteplici forme di colonialismo, una più crudele dell’altra, nelle Americhe, in Africa e in Asia. Gli Stati Uniti, in soli due secoli, hanno concentrato tutte queste forme e ne hanno intensificato la natura sfruttatrice. Nel XIX secolo ha applicato i classici modelli europei di “colonialismo di sterminio” e “colonialismo dei coloni” alla maggior parte delle terre indigene del Nord America. Ha invocato il “destino manifesto” di un’America anglosassone per invadere e conquistare 2 milioni di chilometri quadrati di territorio messicano, che comprendono gli attuali stati della California, Utah, Nevada, Texas, New Mexico, Colorado, Kansas e altri.
Ma a differenza dei loro predecessori, gli Stati Uniti hanno utilizzato questi tipi di occupazione spaziale come mezzo per costruire l’unità territoriale dello Stato, non come espansione extraterritoriale del proprio dominio. L’usurpazione delle terre indigene e messicane ha portato al loro assorbimento come parte di uno Stato continentale protetto dagli oceani Atlantico e Pacifico.
Infinita tristezza per la morte a 92 anni di Susan George, fondatrice e presidente di Attac e del TransnationaI Institute, un’intellettuale con cui abbiamo condiviso la stagione del movimento altermondialista da Seattle a Genova, dai Forum sociali di Porto Alegre a quello di Firenze. “È il primo movimento di massa della storia che non chiede niente per sé,
vuole solo giustizia per il mondo intero”. Negli anni ’90, mentre le ex-sinistre si convertivano al neoliberismo che dominava il dibattito pubblico, è stata un punto di riferimento controcorrente assai prezioso per la mia generazione. Susan George per spiegare l’egemonia del neoliberismo citava il nostro amato Antonio Gramsci. Dai tempi dell’opposizione al colonialismo in Algeria e della guerra del Vietnam non ha mai smesso di lottare per un altro mondo possibile. “Il compito dello scienziato sociale responsabile è innanzitutto quello di scoprire queste forze [di ricchezza, potere e controllo], di scriverne in modo chiaro, senza gergo… e infine… di prendere posizione a favore degli svantaggiati, degli emarginati, delle vittime dell’ingiustizia”. Per ricordarla vi propongo il suo intervento alla Conference on Economic Sovereignty in a Globalising World, Bangkok, 24-26 marzo 1999.
Gli organizzatori della conferenza mi hanno chiesto di scrivere una breve storia del neoliberismo, che hanno intitolato “Vent’anni di economia dell’élite”. Mi dispiace dirvi che, per poterla spiegare, devo partire da ancora più indietro, circa 50 anni fa, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1945 o nel 1950, se aveste seriamente proposto una qualsiasi delle idee e delle politiche presenti nell’attuale kit di strumenti neoliberisti standard, sareste stati derisi o mandati in manicomio. Almeno nei paesi occidentali, a quel tempo, tutti erano keynesiani, socialdemocratici o socialdemocratici-cristiani o una qualche sfumatura di marxisti. L’idea che il mercato dovesse essere autorizzato a prendere importanti decisioni sociali e politiche; l’idea che lo Stato dovesse ridurre volontariamente il suo ruolo nell’economia, o che alle imprese dovesse essere data totale libertà, che i sindacati dovessero essere limitati e che ai cittadini venisse data molta meno protezione sociale anziché una maggiore: tali idee erano totalmente estranee allo spirito del tempo. Anche se qualcuno fosse stato effettivamente d’accordo con queste idee, avrebbe esitato a prendere una simile posizione in pubblico e avrebbe avuto difficoltà a trovare un pubblico.
Per quanto incredibile possa sembrare oggi, soprattutto ai più giovani, il FMI e la Banca Mondiale erano considerati istituzioni progressiste. A volte venivano chiamati i “gemelli di Keynes” perché erano frutto dell’ingegno di Keynes e di Harry Dexter White, uno dei più stretti consiglieri di Franklin Roosevelt. Quando queste istituzioni furono create a Bretton Woods nel 1944, il loro mandato era quello di contribuire a prevenire futuri conflitti erogando prestiti per la ricostruzione e lo sviluppo e appianando i problemi temporanei della bilancia dei pagamenti. Non avevano alcun controllo sulle decisioni economiche dei singoli governi, né il loro mandato includeva la facoltà di intervenire nella politica nazionale.Continue reading Susan George: Una breve storia del neoliberismo (1999)
Mame loshn: Attendees at the first Yiddish Language Conference in Czernowitz, 1908.
Dopo l’Olocausto, Israele fu salutato come la soluzione a un dibattito essenzialmente antisemita. Ora, mentre un altro genocidio è in corso – a Gaza – gli ebrei si interrogano ancora una volta sulla questione. Vi propongo un articolo da The Nation di Joseph Dana, giornalista residente in Cisgiordania e redattore collaboratore della rivista di commenti online indipendente +972. Buona lettura!
Alla fine di agosto del 1908, circa 70 delegati si radunarono in una sala di Czernowitz, la capitale cosmopolita della Bucovina austriaca. Erano giunti da Varsavia, dalla Galizia e da città dell’Europa orientale per la Prima Conferenza sulla Lingua Yiddish. Erano presenti scrittori di spicco come I.L. Peretz; Sholem Aleichem avrebbe voluto partecipare, ma glielo impedì da una malattia. Per cinque giorni, discussero sulla natura delle lingue ebraiche e se quella menzionata nel titolo della conferenza – quella parlata dalle masse ebraiche dell’Europa orientale – fosse una lingua nazionale legittima o semplicemente un gergo corrotto dell’esilio.
Per Nathan Birnbaum, l’uomo che aveva organizzato l’incontro, non si trattava di una questione di mera importanza accademica; era una questione di significato esistenziale. Nato a Vienna nel 1864 da una famiglia assimilata, Birnbaum era cresciuto in una famiglia in gran parte laica, ma rifiutava l’idea che gli ebrei dovessero dissolversi nella cultura austro-tedesca circostante. Con il suo sguardo determinato e la folta barba che gli scendeva ben oltre la gola, all’epoca poteva essere facilmente scambiato per Theodor Herzl.
I due uomini, in effetti, erano stati alleati per un certo periodo. Quasi due decenni prima, nel 1890, Birnbaum aveva coniato il termine “sionismo” mentre dirigeva la prima rivista sionista “Selbst-Emanzipation” (Auto-Emancipazione), e in seguito era stato eletto segretario generale dell’Organizzazione Sionista al Primo Congresso Sionista di Basilea. In seguito, tuttavia, avrebbe abbandonato il movimento sionista e, al suo posto, avrebbe abbracciato una visione diversa per il futuro del popolo ebraico, una visione che divergeva radicalmente dal sionismo politico e che era stata il fulcro implicito del raduno di Czernowitz.Continue reading Joseph Dana: La lunga ombra della “questione ebraica”