Mi è riapparso su facebook questo post che avevo pubblicato il 25 giugno 2025. Non ricordo più l’articolo che mi aveva spinto a scriverlo ma i contenuti mi sembrano comunque interessanti. Continue reading GOLDA, MARCUSE E DEUTSCHER
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Mi è riapparso su facebook questo post che avevo pubblicato il 25 giugno 2025. Non ricordo più l’articolo che mi aveva spinto a scriverlo ma i contenuti mi sembrano comunque interessanti. GOLDA, MARCUSE E DEUTSCHER
(post lunghissimo per lettrici e lettori pazienti e curiosi)
“Non c’è un popolo palestinese […], Non è come se noi fossimo venuti a metterli alla porta e a prendere il loro paese. Essi non esistono“.
Golda Meir (1969)
Debbo dire che non condivido l’articolo di Marco Travaglio su Golda Meir. Stimo Marco ma debbo dire che mi sembra che abbia preso una cantonata dopo la visione del film Golda su Prime
Preciso, onde evitare equivoci da parte di lettori pigri che si fermano alle prime righe, che ovviamente questo post non mette assolutamente in discussione i meriti di Marco e de Il Fatto Quotidiano nel dare un’informazione controcorrente su quanto è accaduto e accade quotidianamente a Gaza e nell’ospitare le opinioni critiche nei confronti del riarmo e delle politiche guerrafondaie occidentali.
L’oppressione del popolo palestinese non è cominciata con Netanyahu e mi sembra che il giudizio di Marco sia eccessivamente apologetico nei confronti della leader socialista e del sionismo.
Non c’è dubbio che la fascistizzazione di Israele, di cui Netanyahu e i partiti di estrema destra religiosa suoi alleati sono attivi protagonisti, rappresenta un salto di qualità che giustamente inorridisce anche tanti sionisti e amici di Israele. Lo ha testimoniato l’intervento di Gad Lerner alla manifestazione del 7 giugno.
Solo commentatori in malafede possono negare che oggi al governo di Israele c’è l’estrema destra che ha assassinato Rabin.
E’ giusto sottolineare, come fa Marco, il prevalere in Israele con Netanyahu del revisionismo sionista di estrema destra.
Non mi pare però possibile dimenticare la lunga storia di oppressione del popolo palestinese di cui portano la responsabilità anche personalità socialiste e democratiche come la compagna Golda Meir.
Trovo inoltre davvero uno strafalcione definire Begin come “antitesi” di Netanyahu. Proprio Begin fu accusato di fascismo e terrore antipalestinese da Albert Einstein e da Anna Arendt nel 1948. Da quella storia viene Netanyahu. Era Begin che sostenne il piano che il governo israeliano sta realizzando: ““Eretz Israel sarà restituita al popolo d’Israele. Tutta intera e per sempre“.
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Su Sidecar, il blog della New Left Review, Lily Linch ha commentato il recente vertice di Ankara della NATO. Un articolo che merita attenzione. Segue la traduzione di un post del sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko. Il discorso di Volodymyr Zelenskyy al Forum dell’Industria della Difesa della NATO ad Ankara, all’inizio di questo mese, è stato un inno alla guerra con i droni. I droni, ha proclamato il presidente ucraino, hanno annunciato “cambiamenti rivoluzionari nella natura stessa della guerra”, significativi quanto la mitragliatrice nella Prima Guerra Mondiale o il carro armato moderno nella Seconda. La tecnologia “dirompente” dei droni ha permesso all’Ucraina di aumentare drasticamente il numero di vittime russe, di intercettare i droni russi Shahed e di colpire obiettivi lontani come la Siberia. Attacchi recenti sono riusciti a oscurare i cieli sopra Mosca e a colpire raffinerie di petrolio a 2.700 km di distanza, a Omsk. Il Paese si è trasformato in una “superpotenza dei droni”, secondo le parole dell’Atlantic Council. Prima del 2022, c’erano solo sette produttori nazionali di droni, oggi ce ne sono oltre 500. E ora, con la revoca delle restrizioni sulle esportazioni di droni, l’Ucraina presto li venderà al mondo. L’uomo maggiormente responsabile di aver posto i droni al centro dello sforzo bellico ucraino è stato il telegenico trentacinquenne, ora ex Ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov. Questo prodigio della tecnologia, tanto osannato, ha conquistato seguaci sia tra i liberali patriottici in patria che tra gli atlantisti in Occidente. Ha contribuito a promuovere l’Ucraina come una sorta di “nazione start-up”, una potenza industriale della difesa ad alta tecnologia forgiata in tempo di guerra. Poco più che trentenne, è stato nominato Ministro della Trasformazione Digitale, dove è stato responsabile dell’iniziativa “Stato nello smartphone”, che ha trasferito i servizi governativi su un’app finanziata dall’USAID chiamata Diiya. Sebbene amato dalle ONG liberali, Fedorov, sostenuto da Palantir, ha anche imparato a parlare il linguaggio del movimento MAGA; a gennaio, ha annunciato l’obiettivo del suo ministero di uccidere 50.000 russi al mese, spiegando che ciò avrebbe “reso il costo della guerra per la Russia insostenibile, imponendo così la pace con la forza”. Continue reading Lily Lynch: Costi della guerra (con un commento di Volodymyr Ishchenko) Richard Wolff è professore emerito di economia all’Università del Massachusetts Amherst e fondatore di Democracy at Work. In questa intervista con Glenn Diesen, ha parlato di come l’analisi di classe possa far luce sulle dimensioni economiche della guerra tra Russia e Ucraina, sul lungo declino del capitalismo europeo e su cosa riserva il futuro a un continente che sta esaurendo le opzioni. L’intervista è stata modificata e condensata. Glenn Diesen: La dimensione economica del conflitto tra NATO e Russia viene spesso sottovalutata. I governi occidentali hanno imposto sanzioni di vasta portata alla Russia, limitandone l’accesso ai mercati e ai sistemi bancari e persino sequestrando i fondi sovrani russi, rendendo la Russia probabilmente il paese più sanzionato al mondo. Eppure l’economia russa non solo è sopravvissuta, ma è cresciuta. Come si spiega questo fenomeno? Richard Wolff: Affronto questo tema attraverso la lente dell’analisi di classe. Ho un enorme rispetto per il contributo di John Mearsheimer alla comprensione della lotta tra le grandi potenze: la sua analisi è onesta, accurata ed esemplare. Ma per me, solleva un interrogativo fondamentale: perché determinate potenze globali si comportano in un certo modo, e quando lo fanno? Rispondere a questa domanda esclusivamente in termini di manovre strategiche tra gli attori in gioco tralascia tutte le pressioni sociali che agiscono su qualsiasi governo, spingendolo in una direzione o nell’altra. I governi non sono liberi di perseguire qualsiasi strategia desiderino, perché alcune strategie sono ostacolate dai loro stessi vincoli interni. Un’analisi corretta deve chiedersi: perché tutto questo accade? Vorrei rispondere concentrandomi sull’Europa, perché a mio giudizio – considerando la storia del capitalismo in Europa – l’attore principale in questo contesto è soprattutto l’Europa, e in secondo luogo la Russia. Sono ben consapevole che la Russia è stata invasa ripetutamente. Napoleone ci provò. La Prima Guerra Mondiale, poi Hitler con l’Operazione Barbarossa, ci provarono. Tutti ci provarono, e tutti furono sconfitti. La Russia reagì respingendo gli attacchi. Ecco dunque la mia tesi. I principali paesi europei – Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia – nel XVIII e XIX secolo erano enormi potenze coloniali. Si trattava di piccoli capitalismi nazionali che crebbero sviluppando vasti territori d’oltremare una volta esaurite le risorse interne. Si pensi al confronto tra i Paesi Bassi e l’Indonesia, o tra le Isole Britanniche e l’Impero Britannico. Il colonialismo fu ciò che sostenne la loro crescita capitalistica. Ma nel 1914 , avevano esaurito i territori. Chi conosce la storia ricorderà la Conferenza di Berlino del 1884 , dove le potenze europee si sedettero letteralmente attorno a un tavolo e si spartirono l’Africa. Dopo di che, non c’era più nessun altro posto dove espandersi. Continue reading Come il collasso economico europeo sta alimentando la guerra in Ucraina Un articolo di VINCENZO ACCATTATIS pubblicato sul quotidiano il manifesto nel 1995. L’ho riletto ieri, ritrovato per caso tra vecchi articoli ritagliati, e mi sembra una lettura da consigliare. Attualissima.IL PROCESSO penale vive sempre la tensione e deve saper trovare il suo equilibrio fra le due opposte esigenze, parimenti valide: il garantismo e l’esigenza di difesa sociale. Un magistrato deve essere garante di legalità, garante del “corretto procedere”; garante del fatto che, se repressione deve esserci, essa deve essere attuata sempre e solo secondo corrette regole giuridiche. Per quanto fortemente impegnati e motivati nella loro professionalità, i pubblici ministeri non devono mai dimenticare il loro dovere giuridico di “essere garantisti” perché i magistrati non garantisti non sono magistrati, tutt’al più possono essere buoni poliziotti. In altri termini, il garantismo è il limite assoluto ed invalicabile per ogni magistrato. Anche per i magistrati che fanno i pubblici ministeri. Per definizione, il magistrato non può essere sostanzialista. Ma molti magistrati continuano a non capire questa elementare verità. Continuano a divenire, mano a mano, grado a grado, se non vengono frenati e bloccati, sostanzialisti. Il potere politico ha cercato di bloccarli e di frenarli con le nuove norme sulla carcerazione cautelare. Ha fatto bene. Molti magistrati garantisti hanno giustamente lavorato per realizzare la riforma che politicamente, oltre che giuridicamente, è una buona riforma. Salvo avere ben chiaro e render ben chiaro ai cittadini (ecco la funzione che i giuristi di sinistra devono sempre svolgere) la vera ragione per la quale la riforma doveva essere approvata, la vera ragione per la quale è stata voluta dai garantisti ispirati da Hammamet, e la più o meno certa previsione che quando i potenti saranno “garantisticamente fuori” la classe politica di governo diventerà, di nuovo, non garantista ed incoraggerà il sostanzialismo dei pubblici ministeri contro la “criminalità comune” e la “criminalità organizzata” (ma organizzata è anche la criminalità dei tangentisti). Continue reading Vincenzo Accattatis: Garantismo e interessi di classe |
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