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La mia libreria su Anobii

Sai chi era Patrice Lumumba?

Buon compleanno Patrice Lumumba

di Sean Jacobs 

 

Patrice Lumumba fu primo ministro di un Congo appena diventato indipendente per soli sette mesi tra il 1960 e il 1961 prima di essere ucciso. Aveva trentasei anni.
Tuttavia la breve vita politica di Lumumba – come con figure come Thomas Sankara e Steve Biko, che hanno avuto vite altrettanto brevi – è ancora una pietra miliare per i dibattiti su ciò che è politicamente possibile nell’Africa postcoloniale, il ruolo dei leader carismatici e il destino della politica progressista altrove.
I dettagli della biografia di Lumumba sono stati continuamente memorizzati, tagliati e incollati: un ex impiegato delle poste nel Congo belga, si politicizzò dopo essersi unito a una sezione locale di un partito progressista belga. Al suo ritorno da un tour di studio in Belgio organizzato dal partito, le autorità presero atto del suo crescente coinvolgimento politico e lo arrestarono per appropriazione indebita di fondi dall’ufficio postale. Scontò dodici mesi di carcere. Continue reading Sai chi era Patrice Lumumba?

Kool Thing, 30 anni fa usciva Goo dei Sonic Youth.

30 anni fa usciva Goo dei Sonic Youth. Kim Gordon duettava con Chuck D dei Public Enemy in Kool Thing, sintesi estetica e militante di rock alternativo e hip hop, femminismo punk, anticapitalismo, coscienza nera, stile. Attualissima politicamente la domanda che Kim Gordon con voce sensuale sussurra a Chuck D:
“I just want to know, what are you gonna do for me?
I mean, are you gonna liberate us girls
From male white corporate oppression?”.
Liberazione dall’oppressione maschile bianca capitalistica. Pensare che il video ai superficiali poteva apparire più commerciale della produzione precedente della gioventù sonica. Era il primo disco dei Sonic Youth per una major ma questo non spinse la gioventù sonica a rinunciare alla propria attitudine. Kim sfidava l’immaginario sessuale maschile bianco rivolgendosi al nero Chuck come a uno strafigo liberatore alla faccia dei nipotini del Ku Klux Klan ma anche dei machisti neri. Oggi i commentatori osservano che tantissimi bianchi si uniscono alla rivolta degli afroamericani e la nuova onda femminista mondiale è molto kool. Ben scavato vecchia talpa! Gramsci scrisse che le rivoluzioni le preparano i libri. Non fece in tempo a prendere in considerazione i dischi. I Public Enemy avevano intitolato un loro potentissimo lp Fear of a black planet. Paura di un pianeta nero. In Kool Thing si parafrasava in fear of a female planet. Neri e donne, incubi del suprematismo maschio bianco. Il vecchio Allen Ginsberg così riassumeva con la sua lucidità politica che entusiasmò Pasolini l’ondata conservatrice e reazionaria che ha accompagnato il neoliberismo in un crescendo da Reagan fino a Trump: “Questa visione del mondo tollerante, da Beat generation o da <<anni `60>>, ha provocato in una destra intossicata una reazione di <<negazione>> (come si dice nel linguaggio di Alcolisti Anonimi) della realtà e ne ha rafforzato la codipendenza da leggi repressive, stato di polizia incipiente, uso della pena di morte a fini demagogici, demagogia sessuale, censura dell’arte, ira di televangelisti monoteisti fondamentalisti circa-fascisti, razzismo e omofobia. Questa controreazione sembra una conseguenza dell’aggravarsi del divario tra classi ricche e classi povere, della crescita di una vasta sottoclasse umiliata, dell’aumento di potere e lusso per i ricchi che controllano la politica e per i loro maggiordomi nei media. Prescrizione: più arte, meditazione, stili di vita di relativa penuria, evitare il consumo vistoso che sta portando a estinzione il pianeta”. Nel 1992 i Sonic Youth incideranno il manifesto antifa Youth against fascism.
Nella seconda metà degli anni ’80 i Sonic Youth e i Public Enemy erano per me quelli che nel rock e nel rap riprendevano e riattualizzavano in maniera creativa le controculture militanti dei sixties, erano dei remix originali non delle copie caricaturali. I Sonic Youth suonarono al commiato di Abbie Hoffman a Tompkins Square e rendevano omaggio a William Burroughs e Allen Ginsberg, i Public Enemy citavano apertamente le Pantere Nere. Avevo 24 anni quando uscì Goo, avevo cominciato l’anno con la pantera e l’università occupata e nei mesi precedenti avevamo occupato l’ex-università. 
Goo arrivò con l’iconica copertina e se ricordo bene fu Giulia per la prima volta a farmelo sentire. Kool Thing l’ho pompato per anni nelle dancehall del ritmo trusciante con Fight The Power e Don’T Believe The Hype. L’incontro con Chuck D era stato preceduto dalla delusione di Kim Gordon, rocker femminista che apprezzava la scena hip hop, nei confronti di LL Cool J che aveva intervistato per la rivista Spin e le aveva risposto che l’uomo deve avere il controllo della propria donna, non conosceva Iggy Pop e gli Stooges e gli piaceva Bon Jovi. Sono passati tanti anni e negli scorsi mesi sia Kim Gordon che Chuck D hanno sostenuto Bernie Sanders. Oggi dai loro profili Istagram Kim Gordon ha invitato a sostenere #BlackLivesMatter e Thurston Moore Greta e il movimento contro la catastrofe climatica. Fa piacere quando i vecchi amici non ti deludono. Kool Thing rimane un esempio di #ritmoeconsapevolezza, lo slogan che coniai quando riaprimmo Radio Città nel 1996. Pochi mesi prima dell’uscita del disco nel novembre ’99 c’era stata la rivolta di Seattle e Ken Loach la commentò dicendo che la militanza era tornata sexy. Come scrisse Foucault? Il fatto che il nemico sia abominevole non implica che i militanti debbano essere tristi. Kool Thing: la lotta è fica. Come hanno scritto i Sonic Youth stamattina su fb, Goo è stato pubblicato 30 anni fa ma la domanda rimane: “are you gonna liberate us girls from male white corporate oppression?”
  

Angela Davis: discorso ai portuali in sciopero di Oakland (19 giugno 2020)

Angela Davis ha partecipato il 19 giugno alla manifestazione al porto di Oakland in California dell’ILWU, il mitico sindacato dei portuali della Costa Occidentale che ha indetto uno sciopero di tutti i porti da Vancouver a San Diego per il Juneteenth, la giornata in cui si celebra la fine della schiavitù, in appoggio al movimento Black Lives Matter. Ho tradotto l’intervento di Angela Davis che ha ringraziato l’ILWU per la sua lunga storia e il presente impegno nella lotta contro il capitalismo razzista. Il sindacato diretto per decenni dal comunista Harry Bridges è anche entrato nella letteratura italiana, citato da Italo Calvino in Un’ottimista in America e più di recente da Valerio Evangelisti nel romanzo One Big Union. A Harry Bridges dedicarono una ballad Pete Seeger e Woody Guthrie. Fu iscritto all’ILWU anche Kerouac quando faceva il marinaio comunista e non a caso lo cita nei suoi blues. Angela Davis elenca i meriti di questo storico sindacato a cui aggiungerei di essere stato uno dei pochi a schierarsi negli anni ’60 contro la guerra del Vietnam. Lo slogan dell’ILWU 

Felice Juneteenth a tutti.

Siamo ancora sulla lunga strada verso la libertà.
Ogni volta che l’ILWU prende posizione, il mondo ne sente i riverberi. Un potente collettivo grazie alla International Longshore and warehouse Union.

Ricordiamo la vostra posizione contro l’internamento dei giapponesi-americani negli anni ’40, applaudiamo al fatto che siete stati schierati dalla parte di Martin Luther King e degli attivisti per i diritti civili negli anni ’60, sappiamo che avete radicalizzato la lotta contro l’apartheid sudafricano negli anni ’80. Vi ringraziamo per il sostegno a Mumia Abu-Jamal, per la solidarietà con il movimento anticapitalista Occupy e per il vostro clamoroso no allo stato razzista di Israele e per la vostra espressione di solidarietà con coloro che chiedono giustizia in Palestina.
L’altro giorno stavo pensando che se non avessi scelto di diventare un professore universitario, la mia successiva scelta sarebbe stata probabilmente quella di diventare un lavoratore portuale o un addetto al magazzino al fine di essere un membro dell’unione più radicale del paese, l’ILWU.
Grazie per tutti i contributi alle nostre lotte contro il razzismo e il capitalismo, contro il capitalismo razziale e soprattutto ora per aver parlato contro i brutali assassini razzisti di George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Rayshard Brooks e molti altri le cui vite sono state interrotte dalla strutturale violenza del razzismo. Grazie per aver chiuso i porti oggi, per il Juneteenth, il giorno in cui celebriamo la fine della schiavitù, il giorno in cui commemoriamo coloro che ci hanno offerto la speranza per il futuro e il giorno in cui rinnoviamo l’impegno nella lotta per la libertà. Grazie ILWU per aver chiuso i porti della costa occidentale oggi. Rappresentate la potenzialità e il potere del movimento operaio. Speriamo che questa azione influenzi gli altri sindacati a rialzarsi e dire no al razzismo e sì all’abolizione della polizia come la conosciamo sì a reinventare il significato di pubblica sicurezza.

 

Michael Heinrich: A proposito del film IL GIOVANE MARX

Del film “Il giovane Marx” mi ha entusiasmato la parte finale con Like a rolling stone di Bob Dylan (la mia canzone preferita di sempre) e il montaggio di immagini che raccontano più di 150 anni di contraddizioni del capitalismo e di comunismi. In quel minuto e quaranta secondi c’è ben riassunto che cos’è stato “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Su fb Riccardo Bellofiore ha segnalato una mini recensione di Michael Heinrich studioso e biografo di Marx che mi son tradotto con l’aiuto del dott.Google (le armi i proletari le hanno prese sempre dagli arsenali della borghesia, scriveva Tronti in Operai e capitale). Lo studioso precisa che il regista Raul Peck si è preso qualche libertà narrativa ma questo credo sia inevitabile nel fare cinema. D’altronde i film non possono sostituire i libri ma possono far venire la voglia di leggerli. Magari andando oltre quel capolavoro politico, teorico, storico e letterario che è Il Manifesto*. 
 
Questo è un film molto professionale realizzato da un regista di sinistra (Raul Peck), con attori piuttosto bravi. Copre il periodo tra il 1842, quando Marx era il caporedattore della Rheinische Zeitung e l’inizio del 1848, quando il “Manifesto comunista” era completato. Il film si concentra non solo sull’amicizia tra due giovani le cui teorie divennero in seguito enormemente influenti, Karl Marx e Frederick Engels; considera anche le relazioni di questi due uomini con le loro compagne, Jenny von Westphalen e Mary Burns, e il ruolo importante che queste donne hanno svolto. Rispetto ad alcune produzioni più vecchie dell’Unione Sovietica e della Germania dell’Est, questo film è molto meglio sotto tutti gli aspetti.
Tuttavia, “Il giovane Karl Marx” non è un documentario. I fatti grezzi sono corretti: che Marx ha curato un giornale a Colonia; che andò a Parigi, dove conobbe Proudhon e dove iniziò la sua amicizia con Engels; e che Marx ed Engels divennero influenti nella “Lega dei comunisti”.
Tuttavia, quasi tutti i dettagli sono puramente immaginari. Non sappiamo quando, dove e come Engels abbia incontrato Mary Burns. Neanche una singola foto di Mary è a nostra disposizione. La storia raccontata dal film – che Mary lavorava nella fabbrica in parte di proprietà del padre di Engels (a proposito: il padre non è mai stato un direttore della fabbrica in Inghilterra, ha sempre vissuto in Germania) – è solo una bella fiaba. Se si desidera produrre un film emozionante, è necessario utilizzare tali racconti fiabeschi e inserire dialoghi puramente immaginari per rendere le cose più intense. Non sto criticando questo metodo in quanto tale. Tuttavia, il modo in cui le cose si sono intensificate è stato francamente piuttosto discutibile sotto molti aspetti. Quando Marx appare per la prima volta nel film, discutendo con il comitato editoriale della Rheinische Zeitung e chiedendo una linea più radicale contro il governo prussiano, la polizia sta già aspettando fuori, bussando alla porta prima di arrestare finalmente l’intero comitato editoriale. Il problema non è che questo non è mai accaduto; il giornale fu censurato e infine chiuso dal governo, ma nessuno fu arrestato. Il problema è che questa prima scena presenta già il giovanissimo Marx come un combattente radicale contro le autorità prussiane, che reagiscono senza pietà. La storia vera non è così semplice, ma molto più interessante. La Rheinische Zeitung è stata fondata e finanziata dalla borghesia liberale della Renania, e poiché non era un giornale cattolico lo stato prussiano (protestante) aveva delle simpatie per esso. Nel 1842/43 Marx era un liberale, non un comunista. In quel momento non era un oppositore fondamentale dello stato prussiano; nei suoi articoli cercava di suggerire come lo stato prussiano – in quanto stato moderno e illuminato – dovesse agire. Solo dopo che la Rheinische Zeitung fu chiusa dalle autorità Marx iniziò a mettere in discussione la sua precedente posizione. Inoltre, le autorità prussiane in quel momento non erano così ostili a Marx come insinua il film: dopo aver chiuso la Rheinische Zeitung, contattarono Marx e gli offrirono un lavoro, un’offerta che Marx respinse. Per me, uno degli aspetti più affascinanti della personalità di Marx è questa volontà radicale di apprendere e cambiare i concetti precedenti alla luce di nuove intuizioni. Nel film questo aspetto è ridotto a una visione molto semplificata: il genio Marx, che era sempre sulla stessa strada corretta, che non ha mai dovuto superare alcune idee iniziali discutibili. Quando nel film Marx incontra Proudhon per la prima volta nel 1844, lo critica già con argomenti usati per la prima volta solo nel 1847 in “Miseria della filosofia”. Il film presenta Marx come superiore a Proudhon nella teoria sin dal loro primo incontro. Tuttavia, all’inizio del 1844, Marx ammirava Proudhon, perché in quel momento Proudhon era superiore a Marx nella sua conoscenza della teoria economica. Prima che Marx potesse criticare Proudhon, doveva imparare molto da lui. L’ignoranza del film sul reale sviluppo di Marx diventa molto chiara nella scena in cui Marx ed Engels si incontrano a Parigi nella casa di Arnold Ruge. A Marx non piace Engels e gli dice perché: perché quando si erano incontrati a Berlino nel salone di Bettina von Arnim, Engels parlava del comunismo come se lo avesse inventato. Dimentichiamo per un momento che Marx lasciò Berlino nell’aprile 1841 e Engels arrivò a Berlino solo nel settembre 1841, e di conseguenza che non abbiano mai avuto l’opportunità di incontrarsi a Berlino. Il punto importante è che nel 1841 il comunismo non era un problema né per Engels né per Marx. All’epoca non solo non erano comunisti; non avevano nemmeno discusso di teorie comuniste.Tuttavia, è un bel film e, come ho appreso da diverse discussioni, può ispirare le persone a conoscere meglio le vite e le opere di Marx ed Engels. Questa è già una virtù, che dovremmo apprezzare. Godetevi il film, ma non dimenticate che non è un documentario.

* Purtroppo i libri di Michael Heinrich non sono tradotti in italiano ma segnalo in rete Rileggendo Marx: nuovi testi e nuove prospettive.    A proposito della rivoluzione e della trasformazione sociale nel corso della sua vita Marx sviluppò la sua visione ben oltre il modello proposto nel 1848. Basta leggere il discorso tenuto a Amsterdam nel 1872 ai tempi della Prima Internazionale. Una bella biografia intellettuale  e politica della seconda parte della vita di Marx è quella uscita di recente di Marcello Musto. Nella nostra biblioteca on line trovate un bel pò di testi su Marx e non solo.

Pietro Ingrao: Il miracolo dei 7 fratelli

Il 25 aprile in tv Massimo Gramellini ha tenuto a farci sapere che “i fratelli Cervi non erano comunisti” senza essere smentito da una precisazione del suo ospite Veltroni. Pensare che in un editoriale domenicale sulla prima pagina dell’Unità nell’ottobre 1958 Pietro Ingrao consigliava a Fanfani di leggere il libro di papà Cervi per capire il radicamento del partito comunista in Italia. E’ noto che il PCI moltò si impegnò nel far conoscere la storia della famiglia Cervi. Si trattava di un lavoro politico culturale fondamentale perchè negli anni ’50 la memoria e il valore della Resistenza andavano difesi. Di recente sono state aperte anche polemiche storiche rispetto a una  presunta strumentalizzazione da parte del PCI (a tal proposito condivido il giudizio di Gianni Barbacetto) che era partita nel 1954 con un articolo di Italo Calvino sul quotidiano comunista che colpì profondamente Piero Calamandrei che dedicò ai sette fratelli un discorso bellissimo pubblicato nel suo libro “Uomini e città della Resistenza”. Ci sono stati anche tentativo di riscriverla la storia ribaltandola – i Cervi presentati come quelli che non volevano combattere mentre in realtà Aldo aveva criticato la prudenza organizzativa dei dirigenti emiliani. A Gramellini consiglierei anche il libro più recente di Adelmo, figlio del comunista Aldo Cervi, “Io che conosco il tuo cuore” scritto con Giovanni Zucca. Adelmo era stato invitato alla trasmissione di Gramellini ma poi all’ultimo momento gli hanno comunicato non c’era spazio. Gramellini dovrebbe chiedere due volte scusa e farsi raccontare la storia da chi la conosce. 

Ecco un libro da consigliare all’on. Fanfani. Non lo diciamo per malizia. Si tratta del racconto che il vecchio Cervi ha fatto della storia dei suoi figli. Molti fra i lettori dell Unità ricorderanno ancora la celebrazione che della vita e della morte dei Cervi fece Piero Calamandrei, in un discorso tenuto a Roma anni or sono. Non credo si tolga nulla a quella splendida rievocazione, se si dice che questo racconto di papà Cervi precisa ciò che in quel discorso veniva assunto nella luce lontana e misteriosa della leggenda. Ancora in questi giorni Gaetano Salvemini, nella prefazione ad un altro libro di ricordi sugli anni della Resistenza, ha parlato dei «miracoli» e delle sorprese di cui sarebbe capace il popolo italiano. Il libro di papà Cervi toglie il velo al «miracolo» dei sette fratelli. Continue reading Pietro Ingrao: Il miracolo dei 7 fratelli