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La mia libreria su Anobii

Terry Eagleton: In difesa di Marx

Oggi è il compleanno di Karla Marx pubblico la traduzione di un articolo di Eagleton – autore di un simpatico libro “Perchè Marx aveva ragione“. 

Elogiare Karl Marx potrebbe sembrare perverso come mettere una buona parola per lo strangolatore di Boston. Le idee di Marx non sono state forse responsabili del dispotismo, dell’omicidio di massa, dei campi di lavoro, della catastrofe economica e della perdita della libertà per milioni di uomini e donne? Uno dei suoi devoti discepoli non era un paranoico contadino georgiano di nome Stalin, e un altro un brutale dittatore cinese che potrebbe essersi macchiato del sangue di circa 30 milioni di persone?

La verità è che Marx non è stato responsabile della mostruosa oppressione del mondo comunista più di quanto Gesù lo sia stato per l’Inquisizione. Per prima cosa, Marx avrebbe disprezzato l’idea che il socialismo potesse mettere radici in società disperatamente impoverite e cronicamente arretrate come la Russia e la Cina. In tal caso, il risultato sarebbe semplicemente quello che definiva “scarsità generalizzata”, con il quale intendeva dire che ora tutti sarebbero deprivati, non solo i poveri. Significherebbe un riciclaggio “del vecchio business sporco” o, nella traduzione meno raffinata, “la stessa vecchia merda”. Il marxismo è una teoria di come le nazioni capitaliste opulente potrebbero usare le loro immense risorse per ottenere giustizia e prosperità per il loro popolo. Non è un programma in base al quale le nazioni prive di risorse materiali, una fiorente cultura civica, un’eredità democratica, una tecnologia ben sviluppata, illuminate tradizioni liberali e una forza lavoro qualificata e istruita potrebbero catapultarsi nell’età moderna. Continue reading Terry Eagleton: In difesa di Marx

Antonio Labriola: La manifestazione del Primo Maggio (1891)

“Questo scritto del grande filosofo marxista Antonio Labriola (Cassino 1843 – Roma 1904) comparve in un «numero unico» pubblicato a Roma in occasione del 1 Maggio 1891 con il titolo La manifestazione del Primo Maggio e fu poi compreso negli Scritti vari di filosofia e politica (Bari. Laterza, 1906). E’ un documento di notevole interesse: in esso Labriola riprende contro le tendenze opportunistiche ed estremistiche, i motivi principali della sua azione in favore della manifestazione (svolta con numerose lettere e articoli), illustrandone il valore e l’importanza per il movimento operaio italiano allora agli albori”. Con queste parole L’Unità del 1 maggio 1965 presentava questo scritto del filosofo che svolse – anche grazie ai rapporti con Engels – un ruolo fondamentale per la penetrazione del socialismo marxista che lui chiamava “comunismo critico” in Italia. Emergono nel breve testo temi che poi saranno oggetto di dibattito fino ai giorni nostri.  Continue reading Antonio Labriola: La manifestazione del Primo Maggio (1891)

Addio a Nelson Pereira dos Santos, la via brasiliana al cinema

Cinema. Morto a 89 anni a Rio il grande regista brasiliano figura chiave dell’immaginario latino americano. Nei suoi film la lettura della realtà sociale intrecciata con la letteratura e l’impegno politico

Nelle fotografie di gruppo, nei numerosi filmati d’epoca Nelson Pereira dos Santos è il composto signore spesso in giacca e cravatta seduto preferibilmente al centro o a capotavola, circondato dai più giovani e scanzonati registi del Cinema Novo pur con le loro serissime teorie cinematografiche. Era il più adulto tra loro, autorevole, a lui si guardava con rispetto. «Nelson è il papà e il papà del cinema Novo» diceva Glauber Rocha. Molti di loro sono ormai scomparsi da anni come Rocha, Saraceni, Leon Hirszman, Gustavo Dahl, Ruy Guerra ed ora non c’è più neanche Nelson Pereira dos Santos, scomparso sabato all’età di 89 anni (era nato a San Paolo nel 1928) per una complicazione polmonare.

Quando irruppe sulla scena internazionale il nuovo movimento di cinema brasiliano negli anni sessanta, Nelson che si può considerare di quel gruppo un precursore, aveva già iniziato da tempo le sue indagini e aperto la strada. Gli studi al Centro Sperimentale di Roma (dopo quelli di giurisprudenza) frequentato anche da numerosi altri registi del cinema latinoamericano gli avevano aperto gli scenari del neorealismo e fatto nascere l’ammirazione per Pasolini. «In un incontro internazionale a Parigi sulla libertà di espressione – ci raccontò – fui seduto accanto a Zavattini, quello fu il mio master in comunicazione».  Ma aveva già iniziato le sue prove di regia nel 1949 con il documentario Juventude, presentato a un congresso della gioventù comunista, realizza quindi la trilogia su Rio (Rio 40 Graus, Rio Zona Norte, Rio Zona Sul). Soprattutto Rio 40 gradi diventò un film di riferimento per il Cinema Novo, «un faro», una rivoluzione in fatto di produzione lo definì Rocha. Incappò anche nelle maglie della censura, perché non raccontava la realtà secondo i censori («A Rio ci sono 39 gradi, 60» sostenevano) e poi riabilitato. Il movimento proseguì come risposta alla grande industria cinematografica del paese, che produceva per lo più commedie (le chanchadas), l’Atlantida che guardava agli Usa o anche quella breve straordinaria esperienza dei nostri Adolfo Celi, Luciano Salce, Fabio Carpi che intervenivano su immaginari italiani ed europei.

Il cinema novo uscì dagli studi con camere a mano alla scoperta dello specifico brasiliano, raccontavano il sottosviluppo, mettevano a fuoco le sacche di povertà, i sogni più sepolti del paese. Nelson Pereira dos Santos già in due congressi sulla settima arte nel ’52 e ’53 aveva sostenuto la «via brasiliana al cinema» esplorata poi in grande varietà di stili, bel cinema e impegno militante da parte dei componenti del movimento. Anche Nelson ne prende parte in maniera attiva, gruppo compatto dove spesso ci si scambiava i ruoli, montando nel ’61 Barravento di Glauber Rocha o Pedreira di Hirschman e spostandosi da Rio al nordest all’avanscoperta di territori mai prima esplorati con Vidas Secas(1963) che apriva una finestra sulla letteratura del paese attraverso il racconto, quanto mai attuale, dell’esodo di una famiglia dalle zone di siccità verso una speranza di vita migliore.

Una rivoluzione nel cinema brasiliano  dove far emergere materiali volti, musica, ambientazioni, film memorabile e fondativo che fu presentato a Cannes nel ’64, basato sul romanzo omonimo di Graciliano Ramos del ’38, scrittore, uomo politico (poi detenuto durante la dittatura di Vargas accusato di aver favorito i comunisti)  che diede voce in varie sue opere ai poveri del sertao, agli indios dimenticati e a cui Nelson si riferì spesso anche in seguito (Insoñia, Memórias do cárcere).

Abbiamo incontrato più volte il regista, fin da quando quasi tutto il cinema novo al completo frequentava il festival di Pesaro, registi coinvolti da Bruno Torri che era andato a incontrarli in Brasile, o che già si trovavano in Italia in esilio per la dittatura. Tra l’altro ci raccontò che il termine «cinema novo» era nato per la passione delle riviste italiane del settore, tra cui «Cinema Nuovo» era una delle più autorevoli e per questo nell’ambiente erano conosciuti come «quelli del cinema novo».    Si vide a Pesaro tra l’altro il memorabile  Como era gostoso o meu francês  (1971) dall’ironico tono anticolonialista e antropofago, in cui tutta la riscoperta antropologica, lo studio sulla conquista e sullo sterminio degli indios prendeva forma. Accanto ai lungometraggi che illustravano la trasformazione urbana del paese, i film rurali e fantastici come quelli di Rocha o dai riferimenti letterari come quelli di Nelson Pereira dos Santos esprimevano veramente  nuovo cinema.

Ha continuato a veicolare letteratura latinoamericana, una complessa funzione culturale, anche con Jubiabá dell’86 dal romanzo di Jorge Amado, un altro autore che lo ha ispirato fin dalle prime opere, A terceira Margem do Rio(’94) da racconti di Joao Guimaraes Rosa presentato alla Berlinale. Regista dalla filmografia vastissima e dall’attività instancabile, quando lo incontrammo dieci anni fa stava scrivendo due sceneggiature una sulla guerra in Paraguay e su Oswald de Andrade, oltre che sui primi cento giorni del presidente Lula. Ha fondato il corso di cinema alla università Federal Fluminense  e svolto attività di professore, primo regista a entrare nell’accademia letteraria brasiliana.
Tra i suoi ultimi film  Antonio Carlos Jobim (2012) e l’ultimo A Luz do Tom(2013) documentario basato sul libro Antonio Carlos Jobim un homem iluminado di Helena Jobim, la bossa nova come altra invenzione parallela al cinema novo che batte con il ritmo degli anni sessanta, forse passata oggi di moda, marchio indelebile di un’epoca, la musica come forma di riscatto sociale come raccontava nel suo Rio Zona norte.  

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Chantal Mouffe: Il populismo di sinistra di Jeremy Corbyn

graffito a Londra mostra il ciclista Corbyn che travolge i Conservatori May e Johnson

Chantal Mouffe su Le Monde sostiene che Jeremy Corbyn rappresenta il successo del populismo di sinistra. Ovviamente il termine ha un’accezione positiva per la moglie di Laclau

 
Abbiamo ricevuto un’ulteriore conferma della crisi della socialdemocrazia europea. Dopo i fallimenti del PASOK in Grecia, del PvdA nei Paesi Bassi, del PSOE in Spagna, dello SPÖ in Austria, dell’SPD in Germania, e del PS in Francia, il PD italiano ha appena segnato il peggior risultato della sua storia. L’unica eccezione a questo disastroso paesaggio proviene dalla Gran Bretagna, dove sotto la guida di Jeremy Corbyn il Partito Laburista è in crescita. Con i suoi quasi 600.000 membri, il Partito Laburista è oggi il più grande partito della sinistra in Europa. Ma come ha fatto Corbyn, la cui elezione alla guida del partito nel 2015 ha sorpreso quasi tutti, a farla finita?
 

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Thomas Piketty: Il capitale in Russia

Vi propongo un interessante un articolo di Thomas Piketty sulle caratteristiche del capitalismo russo dopo il crollo dell’URSS. Lo studioso francese è diventato arcinoto per il suo bestseller “Il capitale nel Secolo XXI” con un’immensa quantità di dati sulla crescita delle disuguaglianze (per un punto di vista critico sul libro di Piketty rimando a un articolo di David Harvey). L’articolo risente della demonizzazione di Putin che domina l’informazione occidentale come giustamente denuncia lo storico americano Stephen F. Cohen in una conferenza che andrebbe tradotta in italiano.  E’ evidente per esempio che la rapidissima conversione al capitalismo selvaggio e la nascita di una cleptocrazia di oligarchi risale agli anni di Eltsin che godeva del totale appoggio degli americani. Però è sempre bene tenere a mente che la Russia è un paese capitalistico. 

Il prossimo mese Karl Marx compirà 200 anni. Cosa avrebbe pensato del triste stato in cui si trova oggi la Russia? Questo è un paese che non ha mai smesso di affermare di essere “marxista leninista” durante tutto il periodo sovietico. Senza dubbio lui avrebbe negato qualsiasi responsabilità per un regime apparso molto tempo dopo la sua morte. Marx era cresciuto in un mondo di oppressione basata sul censo e di sacralizzazione della proprietà privata, dove persino i proprietari di schiavi potevano essere profumatamente ricompensati se la loro proprietà veniva violata (per i “liberali” come Toqueville questa era una cosa normale). Sarebbe stato difficile per lui anticipare il successo della socialdemocrazia e dello stato sociale nel 20° secolo. Marx aveva 30 anni al tempo delle rivoluzioni del 1848 e morì nel 1883, l’anno della nascita di Keynes. Entrambi erano commentatori dei loro tempi; senza dubbio abbiamo sbagliato a prenderli per consumati teorici del futuro. Continue reading Thomas Piketty: Il capitale in Russia