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Smascherati FBI e NYPD: confessione sul letto di morte getta nuova luce sull’assassinio di Malcolm X

Fidel Castro con Malcolm X a Harlem

Lo abbiamo sempre saputo che dietro l’assassinio di Malcolm X c’era il governo degli Stati Uniti e in particolare l’Fbi di Hoover. Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma. Malcolm X stava costruendo un progetto politico di unità degli afroamericani fortemente collegato con le lotte contro il colonialismo e l’imperialismo occidentale nel Terzo Mondo e una forte ispirazione anticapitalista e socialista. Come accadrà poi a Martin Luther King e alle Pantere Nere andava fermato. Un articolo dal sito della Montly review sulle nuove rivelazioni: 

Cinquantasei anni dopo l’assassinio di Malcolm X, nuovi dettagli dalla confessione sul letto di morte di un ex ufficiale del Dipartimento di Polizia di New York hanno ulteriormente coinvolto il NYPD e l’FBI nell’omicidio. Raymond Wood, l’ex funzionario del NYPD, ha chiesto che la lettera fosse pubblicizzata solo dopo la sua morte per timori di ritorsioni. Il cugino di Wood, Reggie Wood, ha letto il contenuto della lettera in una conferenza stampa tenutasi sabato a New York City. La famiglia di Malcolm X ha chiesto che le indagini sul suo omicidio vengano riaperte.

Malcolm X, un iconico rivoluzionario e combattente per la liberazione dei neri, è stato assassinato il 21 febbraio 1965, nella sala da ballo Audubon di Harlem. Tre uomini furono processati e condannati al carcere per il loro ruolo nell’omicidio, ma l’inchiesta ufficiale è sempre stata criticata per la sua incapacità di verificare il ruolo del governo. Continue reading Smascherati FBI e NYPD: confessione sul letto di morte getta nuova luce sull’assassinio di Malcolm X

Richard D. Wolff: Usa, Il falso dibattito su un salario minimo

Negli USA la rivendicazione dell’aumento del salario legale orario portata avanti da Bernie Sanders e dalle campagne sindacali dovrebbe essere approvata in base al programma concordato da Joe Biden. Ma ora è scatenata una campagna trasversale contro la misura. L’economista Wolff smonta gli argomenti dei neoliberisti e offre considerazioni utili anche a noi italiani che dobbiamo ancora conquistare una norma in vigore negli USA dai tempi del New Deal.

I difensori “conservatori” del capitalismo ancora una volta si oppongono all’aumento del salario minimo. Si sono battuti per non aumentarlo in passato tanto quanto cercarono di impedire il Fair Labor Standards Act (1938) che per la prima volta impose un salario minimo negli Stati Uniti. Il principale argomento utilizzato dagli oppositori è questo: introdurre o aumentare un salario minimo legale minaccia i piccoli datori di lavoro. Potrebbero crollare o licenziare i dipendenti; in ogni caso, si perdono i posti di lavoro. Quello che si presume conveniente è  che vi sia una contraddizione necessaria tra salari minimi e lavori nelle piccole imprese. Questa ipotesi consente agli oppositori di affermare che non fissare un salario minimo legale, come non aumentarlo, salva posti di lavoro. Il sistema quindi presenta ai lavoratori molto mal pagati questa scelta: salari bassi o nessun salario.  Continue reading Richard D. Wolff: Usa, Il falso dibattito su un salario minimo

Ursula Huws: Demercificazione nel ventunesimo secolo

La de-mercificazione è stata una caratteristica distintiva degli stati sociali che furono istituiti a metà del XX secolo per contrastare gli effetti distruttivi del capitalismo. Ma, dalla crisi della metà degli anni ’70, il neoliberismo ha messo in moto un processo di rimercificazione, riportando le utilities, i servizi pubblici e molti altri aspetti della vita ancora una volta sotto il diretto dominio capitalista. Ora che la pandemia ha consentito a tutti di vedere la falsità del mantra “non c’è alternativa al mercato”, è giunto il momento per una nuova ondata di demercificazione per il ventunesimo secolo?

Come ha osservato Marx, una caratteristica inesorabile del capitalismo è che deve continuare a crescere. Poiché il tasso di rendimento del capitale esistente diminuisce, deve impegnarsi in una corsa disperata e senza fiato per trovare nuove attività da cui trarre valore. La sua crescita è quindi alimentata da un costante saccheggio di risorse dal pianeta e la vita che esso sostiene che attualmente esula dal suo scopo. Dagli ingredienti genetici della flora della foresta pluviale alle forme di vita sconosciute nelle profondità dell’oceano, dalla performance musicale alla socialità stessa, se può essere appropriato per produrre una nuova merce, allora, usando la magia dell’ingegno umano e della forza lavoro, quella merce sarà prodotta e riprodotta. La mercificazione è quindi la forza trainante del capitalismo.

Ma, come ha anche notato Marx, questi processi mettono in moto nuove contraddizioni, innescando conflitti e crisi che richiedono l’intervento dello stato – se non per riportare l’equilibrio a quello che è, dopotutto, un sistema intrinsecamente instabile, almeno per consentire al capitalismo di sopravvivere. Negli anni tali interventi hanno assunto varie forme. Gli stati, ad esempio, hanno fatto rispettare le recinzioni dei beni comuni e dei diritti per estrarre il suolo, deviare e arginare i fiumi. Hanno fornito le infrastrutture di trasporto che consentono la circolazione delle merci e le infrastrutture legali per l’esecuzione dei contratti. Hanno cercato di rompere i monopoli quando questi sembrano minacciare la concorrenza. E hanno creato sistemi educativi per fornire alla loro popolazione le competenze di cui i capitalisti hanno bisogno. Continue reading Ursula Huws: Demercificazione nel ventunesimo secolo

Michael Lowy: Perchè l’ecosocialismo, una sintesi vitale per un futuro rossoverde

Michael Lowi è un filosofo e sociologo francobrasiliano trotzkista che leggo sempre con interesse. Consiglio su questo blog la sua recensione del bellissimo libro sulla melanconia di sinistra di Traverso. Questo intervento che ho tradotto mi  sembra che riassuma bene un approccio rossoverde che almeno dal 1980 ritengo imprescindibile. Lowi da qualche anno propone di usare l’espressione “ecosocialismo”. In realtà già prima si parlava di ecomarxismo, ecc. Al di là delle etichette mi sembra una buona sintesi. Aggiungo qualche breve annotazione rispetto a quelli che indica come precursori. Innanzitutto mi sembra che nel citare avere-essere sia da scostumati non rendere omaggio a Erich Fromm che scrisse un bellissimo libro con questo titolo negli anni ’70. Per quanto riguarda un ecologismo marxista comprendo che Lowi non conosca autori comunisti italiani come Giorgio Nebbia, Laura Conti, Dario Paccino, Virginio Bettini e tanti altri che furono all’avanguardia (basti pensare al convegno del Pci del 1971) nel proporre un approccio ecosocialista. Lo scrivo perchè nel nostro paese va si è un po’ troppo esterofili e mi è capitato di parlare con compagni che mi hanno venduto come nuove cose di cui leggevo e discutevo nei primi anni ’80. Probabilmente l’ecologia italiana non è tradotta in inglese ma sicuramente era in relazione con Berry Commoner che in Italia era di casa. Non a caso poi in anni più recenti è uscita l’edizione italiana della rivista Capitalismo, Natura, Socialismo. Sul versante dei movimenti ricordo che nel 1967 al congresso Dialettiche della Liberazione che si tenne a Londra nel 1967 Gregory Bateson e Allen Ginsberg parlarono di riscaldamento globale e ecologia. Per non citare Gary Snyder. La beat generation arrivò prima dei neomarxisti del ’68 all’ecologismo. Sui Verdi tedeschi e europei Lowi dice cose purtoppo tristemente vere. Ed è un peccato che il partito fondato da Rudi Dutschke e Joseph Beyus abbia perso la sua carica alternativa. La rifondazione comunista e il socialismo del XXI secolo non possono che essere rossoverdi. E questa non è per noi una novità. Buona lettura. 
 
 
La civiltà capitalista contemporanea è in crisi. L’accumulazione illimitata di capitale, la mercificazione di ogni cosa, lo sfruttamento spietato del lavoro e della natura e la conseguente concorrenza brutale minano le basi di un futuro sostenibile, mettendo così a rischio la sopravvivenza stessa della specie umana. La profonda minaccia sistemica che affrontiamo richiede un cambiamento profondo e sistemico: una grande transizione.

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Tariq Ali: il bolscevismo difettoso di Victor Serge

Città del Messico, 6 luglio 1946. Victor Serge aveva un anno da vivere. Aveva trascorso la mattinata, come accadeva a volte, con la vedova di Trotsky, Natalia Sedova. Avevano scritto insieme un libro di memorie di Trotsky; in esso Natalia ricorda il marito che camminava avanti e indietro nel suo studio a Coyoacán, impegnato in un’accesa conversazione immaginaria con vecchi bolscevichi morti, discutendo di Stalin e di come e perché erano stati sconfitti da lui. Serge notava che Sedova non stava bene:
Ciò che la consuma in realtà è un lutto immenso, infinitamente più grande di quello per Lev Davidovich, che non fa altro che sfinirla, il lutto per un’epoca e una folla innumerevole. E dato che sono senza dubbio l’unico che lo condivida veramente con lei, i nostri colloqui sono preziosi per noi e tuttavia evito di accennare agli innumerevoli morti. E comunque essi appaiono, la tomba di una generazione è sempre qui. Questa volta … abbiamo ricordato Osip Emilievich Mandelstam, morto in prigione.

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