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La mia libreria su Anobii

Milan Kundera: le due Primavere del 1968

Il Maggio ’68 a Parigi è stato un’esplosione inattesa. La Primavera di Praga, la conclusione di un lungo processo che aveva le sue radici nello shock del Terrore stalinista dei primi anni successivi al 1948. 

Il Maggio parigino, legato soprattutto all’iniziativa dei giovani, era impregnato di lirismo rivoluzionario. La Primavera di Praga trovava la sua ispirazione nello scetticismo post-rivoluzionario degli adulti. 

Il Maggio parigino era una gioiosa contestazione della cultura europea ritenuta noiosa, ufficiale, sclerotizzata. La Primavera di Praga era l’esaltazione di questa stessa cultura a lungo soffocata dall’idiozia ideologica, la difesa del cristianesimo come della miscredenza libertina e, naturalmente, dell’arte moderna (dico proprio: moderna, non post-moderna).  Continue reading Milan Kundera: le due Primavere del 1968

La patria nella lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana

11 aprile 1944

Ai miei cari figli,

quando voi potrete forse leggere questo doloroso foglio, miei cari e amati figli, forse io non sarò più fra i vivi.

Questa mattina alle 7 mentre mi trovavo ancora a letto sentii chiamare il mio nome. Mi alzai subito. Una guardia aprì la porta della mia cella e mi disse di scendere che ero atteso sotto. Discesi, trovai un poliziotto che mi attendeva, mi prese su di una macchina e mi accompagnò al Tribunale di Guerra di Via Lucullo n. 16. Conoscevo già quella triste casa per aver avuto un altro processo il 29 febbraio scorso quando fui condannato a 15 anni di prigione. Ma questa condanna non soddisfece abbastanza il comando tedesco il quale mandò l’ordine di rifare il processo. Così il processo, se tale possiamo chiamarlo, ebbe luogo in dieci minuti e finì con la mia condanna alla fucilazione.

Il giorno stesso ho fatto la domanda di grazia, seppure con repulsione verso questo straniero oppressore. Tale suprema rinuncia alla mia fierezza offro in questo momento d’addio alla vostra povera mamma e a voi, miei cari disgraziati figli.

Amatevi l’un l’altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.

Siate umili e disdegnate l’orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.

Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.

Pietro Benedetti, antifascista, comunista, nato a Atessa (Chieti), trasferitosi a Roma negli anni ’30, di professione ebanista, fucilato il 29 aprile 1944 a Forte Bravetta. La biografia la trovate sul sito dell’ANPI.

Ringrazio la compagna Annachiara per averla letta prima di darmi la parola alla festa di Rifondazione di Spilamberto (Modena). 

Praga 1968: il dissenso di Gyorgy Lukacs

Pochi giorni dopo l’ingresso delle truppe dell’Urss e di altri 4 paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia il vecchio filosofo marxista inviava una lettera al partito ungherese per esprimere il suo dissenso rispetto all’invasione che poneva fine al nuovo corso di Dubcek.

Caro compagno Aczél,

Considero mio dovere comunista informarla che non posso essere d’accordo con la soluzione della questione ceca e in questo con la posizione del Comitato centrale del partito ungherese. Di conseguenza, devo ritirarmi dalla mia partecipazione alla vita pubblica ungherese degli ultimi tempi.

Spero che lo sviluppo ungherese non porti a una situazione tale che lo status dell’organizzazione marxista ungherese mi spingerà ancora una volta nella clausura intellettuale degli ultimi decenni.
Si prega di informare del contenuto di questa lettera il compagno Kádár.

Con saluti comunisti, György Lukács

[Budapest, 24 agosto 1968]

Alla tragedia segue sempre la farsa. Un tempo i carri armati, ora i troll. Lo scorso 21 agosto un centinaio di adepti del partito di Marco Rizzo ha celebrato il 50° ianniversario dell’invasione della Cecoslovacchia invadendo la pagina facebook di Rifondazione Comunista accusandoci di anticomunismoindignati per il nostro omaggio alla Primavera di praga e ai comunisti che cercarono di sviluppare una via nazionale diversa dal modello impostosi negli anni dello stalinismo, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Lo stesso Marco Rizzo con sprezzo del ridicolo ha guidato l’assalto e per darsi un tono colto ha brandito una citazione di Lukacs per difendere l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 e darci degli anticomunisti.  Secondo il metro di Rizzo – noto per lo slogan “Rizzo pelato servo della Nato” – lo stesso Lukacs rientrerebbe nella schiera degli anticomunisti. E con lui Luigi Longo e tutto il gruppo dirigente del PCI che condannò 50 anni fa l’invasione. Va ricordato che nell’Ungheria di Orban che tanto piace al “filosofo” sostenitore del PC di Rizzo e di casa Pound Fusaro è stata abbattuta la statua di Lukacs a Budapest ed è stato chiuso il suo Archivio frequentato da studiosi di tutto il mondo. Ai giovani seguaci del partito di Rizzo consiglio la lettura di qualche opera di Lukacs nella nostra biblioteca.

La rivoluzione secondo Chagall

lA RIVOLUZIONE 1937

di LIONEL RICHARD*

Mosca, un mattino d’autunno del 1918, un uomo si presenta al commissariato del popolo per l’Istruzione pubblica. È sui trent’anni e tiene sotto il braccio un voluminoso pacchetto. Arriva da Vicebsk, spiega, una città della Bielorussia a cinquecento chilometri di distanza – a oltre dieci ore di treno – dalla nuova capitale. Il suo nome è Marc Chagall. È un pittore. Desidera parlare con il Commissario in persona, Anatolij  Lunačarskij. L’ha conosciuto a Parigi, prima del 1914. Ha intenzione di mostrargli una selezione dei suoi recenti lavori. Continue reading La rivoluzione secondo Chagall

Una lettera di Eugene V. Debs sull’immigrazione (1910)

Mentre traducevo questa lettera ho pensato a mio nonno che emigrò negli USA orfano a 13 anni nel 1900 e tornò socialista. Chissà se gli capitò di ascoltare un comizio di Eugene V. Debs? Inutile sottolineare che tra gli immigrati con cui Debs solidarizzava c’erano gli italiani che non erano considerati bianchi ed erano disprezzati più dei cinesi quando mio nonno arrivò negli States. 

Mio caro Brewer

Ho appena letto il rapporto di maggioranza della commissione per l’immigrazione. È assolutamente antisocialistico, reazionario e in verità oltraggioso, e spero che vi opporrete con tutta la vostra forza. La scusa per cui alcune razze devono essere escluse per opportunità tattiche sarebbe del tutto coerente in una convenzione borghese di egoisti, ma non dovrebbe avere spazio in un proletariato riunito sotto gli auspici di un movimento internazionale che invita i lavoratori oppressi e sfruttati di tutto il mondo a unirsi per la loro emancipazione. . . .

Lontano dalle “tattiche” che richiedono l’esclusione degli schiavi oppressi e sofferenti che cercano queste sponde con la speranza di migliorare la loro misera condizione e sono respinti sotto la crudele frusta della convenienza da parte di coloro che si definiscono socialisti in nome di un movimento il cui orgoglioso vanto è che si erge senza compromessi dalla parte degli oppressi e calpestati di tutta la terra. Questi poveri schiavi hanno il diritto di entrare qui quanto gli autori di questo rapporto che ora cercano di escluderli. L’unica differenza è che i secondi hanno avuto il vantaggio di un po’ di istruzione e non erano stati così crudelmente puniti e oppressi, ma in linea di principio non c’è differenza, il motivo di tutti è esattamente lo stesso, e se la convenzione che si incontra in nome del socialismo dovrebbe proprio discriminare, dovrebbe farlo a favore delle razze miserabili che hanno sopportato i fardelli più pesanti e sono più schiacciate sulla terra.

Su questa proposizione vitale prenderei la mia posizione contro il mondo e nessun argomento specioso di difensori sottili e sofisticati del sindacalismo della federazione civica, che non esita a sacrificare il principio per i numeri e mettere a repentaglio il successo finale per un guadagno immediato, potrebbe spingermi a voltare le spalle alle vittime oppresse, brutalizzate e disperate del vecchio mondo, che sono attirate su queste coste da un debole barlume di speranza che qui i loro schiaccianti fardelli possano essere alleggeriti, e qualche stella di promessa sorga nei loro cieli bui.

I presunti vantaggi che verrebbero al movimento socialista a causa di tale esclusione senza cuore verrebbero spazzati via mille volte dal sacrificio di un principio cardine del movimento socialista internazionale, perché la buona fede di un tale movimento potrebbe essere messa in dubbio dai lavoratori intelligenti se esso mettesse a verbale di sbarrare le sue porte contro le razze più bisognose di sollievo, e spegnendo la loro speranza, e lasciandoli nell’oscurità della disperazione nel momento stesso in cui le loro orecchie erano in sintonia con l’appello internazionale e il loro cuore stava cominciando pulsare in risposta alla solidarietà degli oppressi di tutte le terre e di tutti i climi sotto i cieli.

In questo atteggiamento non c’è nulla di stucchevole sentimentalismo, ma semplicemente una rigida aderenza ai principi fondamentali del movimento proletario internazionale. Se il socialismo, il socialismo internazionale rivoluzionario, non si pone fermamente, senza battere ciglio e senza compromessi dalla parte della classe lavoratrice e delle masse sfruttate e oppresse di tutte le terre, allora non ne rappresenta nessuna e la sua rivendicazione è una falsa pretesa e la sua professione un’illusione e una tranello.

Lascia che quelli che ci abbandonino lo facciano perché rifiutiamo di chiudere la porta internazionale davanti alle facce dei loro confratelli; non saremo i più deboli ma tutti i più forti per il loro cammino, poiché evidentemente non hanno una chiara concezione della solidarietà internazionale, mancano totalmente dello spirito rivoluzionario e non hanno un giusto ruolo nel movimento socialista finchè concepiscono tali aristocratiche nozioni della loro presunta superiorità.

Rimaniamo fedeli fermamente ai nostri principi rivoluzionari della classe lavoratrice e facciamo la nostra lotta apertamente e senza compromessi contro tutti i nostri nemici, senza adottare tattiche vigliacche e senza speranze false, e il nostro movimento ispirerà poi la fede, susciterà lo spirito e svilupperà la fibra che prevarranno contro il mondo.

Cordiali saluti, senza compromessi

Eugene V. Debs

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Eugene V. Debs è stato una delle più importanti figure del movimento operaio e socialista americano. Ferroviere, organizzatore sindacale, fondatore del partito socialista, un suo discorso aprì il congresso fondativo degli IWW. Fu ripetutamente candidato socialista alle elezioni presidenziali. Negli ultimi anni Bernie Sanders lo ha citato spesso come fonte di ispirazione e il giornalista John Nichols nel suo libro THE S Word lo ricorda come uno dei principali esponenti della dimenticata tradizione socialista americana.
Lo storico Eric Foner nella sua “Storia della libertà americana” ricorda che “Nessuno fu più importante nel diffondere il vangelo socialista, o nel legarlo agli ideali dell’eguaglianza, dell’autogoverno e della libertà, di Eugene V.Debs, che percorse in lungo e in largo il paese predicando che il capitalismo riduceva i lavoratori in schiavitù”. Howard Zinn nella sua “Storia popolare degli USA” traccia un breve ma bellissimo ritratto di Debs e ci ricorda che “era diventato socialista mentre si trovava in carcere per lo sciopero Pullman” dopo anni di lavoro sindacale.  Prima di diventare socialista (un bel manifesto è questa lettera del 1896 agli aderenti al sindacato dei ferrovieri), Debs non era stato solo un sindacalista ma anche un sostenitore del partito democratico e poi del partito populista. Interessante rileggere la sua dichiarazione di sostegno al partito del popolo dell’agosto del 1894: “I am Populist and am in favor of wiping both the old parties out so they will never come into power again. I have been a Democrat all my life and I am ashamed to admit it. I want every one of you to go to the polls and vote the Populist ticket. What we are trying to do is to make a job worth something. As it is there is little difference in financial condition between the men who have and those who have not jobs”. Negli anni ’80-90 aveva in parte condiviso la propensione anti-immigrati e razzista diffusissima tra i lavoratori bianchi di origine anglo-sassone come ci ricorda Nick Salvatore nella sua biografia di Debs (pag.105-106).

Da organizzatore della classe lavoratrice Debs si battè per l’apertura delle iscrizioni al suo sindacato anche ai lavoratori neri   e successivamente per i diritti dei lavoratori immigrati.  Pubblico la lettera con l’augurio che molti seguano l’esempio e il percorso di Debs.