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La mia libreria su Anobii

Antonio Gramsci: Nazionalismo rivoluzionario? (1918)

Una pagina del giovane Gramsci che le suona ai nazionalisti che si atteggiano a rivoluzionari. 

La malafede degli innovatori popolareschi — scrive Maurizio Maraviglia nell’Idea nazionale — ha accreditato il preconcetto che il nazionalismo sia una dottrina conservatrice, la quale tende a mantenere e consolidare i privilegi di classe.
Il nazionalismo è invece essenzialmente rivoluzionario, anzi la sola vera dottrina rivoluzionaria, perché ha come punto di riferimento la nazione — nella sua unità politica, economica e spirituale —, mentre le altre dottrine non hanno punto di riferimento o ne hanno uno molto minore: la classe, il partito, la fazione, e magari le persone proprie degli stessi innovatori. Il nazionalismo è principio d’energia e come tale non rifugge dalle piú ardite innovazioni: un
economista nazionalista — Filippo Carli — si è fatto banditore del «partecipazionismo» e dell’«azionariato sociale», e la sua propaganda ha trovato larga eco nel campo nazionalista. 

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Milan Kundera: le due Primavere del 1968

Il Maggio ’68 a Parigi è stato un’esplosione inattesa. La Primavera di Praga, la conclusione di un lungo processo che aveva le sue radici nello shock del Terrore stalinista dei primi anni successivi al 1948. 

Il Maggio parigino, legato soprattutto all’iniziativa dei giovani, era impregnato di lirismo rivoluzionario. La Primavera di Praga trovava la sua ispirazione nello scetticismo post-rivoluzionario degli adulti. 

Il Maggio parigino era una gioiosa contestazione della cultura europea ritenuta noiosa, ufficiale, sclerotizzata. La Primavera di Praga era l’esaltazione di questa stessa cultura a lungo soffocata dall’idiozia ideologica, la difesa del cristianesimo come della miscredenza libertina e, naturalmente, dell’arte moderna (dico proprio: moderna, non post-moderna).  Continue reading Milan Kundera: le due Primavere del 1968

La patria nella lettera di un condannato a morte della Resistenza italiana

11 aprile 1944

Ai miei cari figli,

quando voi potrete forse leggere questo doloroso foglio, miei cari e amati figli, forse io non sarò più fra i vivi.

Questa mattina alle 7 mentre mi trovavo ancora a letto sentii chiamare il mio nome. Mi alzai subito. Una guardia aprì la porta della mia cella e mi disse di scendere che ero atteso sotto. Discesi, trovai un poliziotto che mi attendeva, mi prese su di una macchina e mi accompagnò al Tribunale di Guerra di Via Lucullo n. 16. Conoscevo già quella triste casa per aver avuto un altro processo il 29 febbraio scorso quando fui condannato a 15 anni di prigione. Ma questa condanna non soddisfece abbastanza il comando tedesco il quale mandò l’ordine di rifare il processo. Così il processo, se tale possiamo chiamarlo, ebbe luogo in dieci minuti e finì con la mia condanna alla fucilazione.

Il giorno stesso ho fatto la domanda di grazia, seppure con repulsione verso questo straniero oppressore. Tale suprema rinuncia alla mia fierezza offro in questo momento d’addio alla vostra povera mamma e a voi, miei cari disgraziati figli.

Amatevi l’un l’altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.

Siate umili e disdegnate l’orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.

Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.

Pietro Benedetti, antifascista, comunista, nato a Atessa (Chieti), trasferitosi a Roma negli anni ’30, di professione ebanista, fucilato il 29 aprile 1944 a Forte Bravetta. La biografia la trovate sul sito dell’ANPI.

Ringrazio la compagna Annachiara per averla letta prima di darmi la parola alla festa di Rifondazione di Spilamberto (Modena). 

Praga 1968: il dissenso di Gyorgy Lukacs

Pochi giorni dopo l’ingresso delle truppe dell’Urss e di altri 4 paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia il vecchio filosofo marxista inviava una lettera al partito ungherese per esprimere il suo dissenso rispetto all’invasione che poneva fine al nuovo corso di Dubcek.

Caro compagno Aczél,

Considero mio dovere comunista informarla che non posso essere d’accordo con la soluzione della questione ceca e in questo con la posizione del Comitato centrale del partito ungherese. Di conseguenza, devo ritirarmi dalla mia partecipazione alla vita pubblica ungherese degli ultimi tempi.

Spero che lo sviluppo ungherese non porti a una situazione tale che lo status dell’organizzazione marxista ungherese mi spingerà ancora una volta nella clausura intellettuale degli ultimi decenni.
Si prega di informare del contenuto di questa lettera il compagno Kádár.

Con saluti comunisti, György Lukács

[Budapest, 24 agosto 1968]

Alla tragedia segue sempre la farsa. Un tempo i carri armati, ora i troll. Lo scorso 21 agosto un centinaio di adepti del partito di Marco Rizzo ha celebrato il 50° ianniversario dell’invasione della Cecoslovacchia invadendo la pagina facebook di Rifondazione Comunista accusandoci di anticomunismoindignati per il nostro omaggio alla Primavera di praga e ai comunisti che cercarono di sviluppare una via nazionale diversa dal modello impostosi negli anni dello stalinismo, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Lo stesso Marco Rizzo con sprezzo del ridicolo ha guidato l’assalto e per darsi un tono colto ha brandito una citazione di Lukacs per difendere l’invasione della Cecoslovacchia del 1968 e darci degli anticomunisti.  Secondo il metro di Rizzo – noto per lo slogan “Rizzo pelato servo della Nato” – lo stesso Lukacs rientrerebbe nella schiera degli anticomunisti. E con lui Luigi Longo e tutto il gruppo dirigente del PCI che condannò 50 anni fa l’invasione. Va ricordato che nell’Ungheria di Orban che tanto piace al “filosofo” sostenitore del PC di Rizzo e di casa Pound Fusaro è stata abbattuta la statua di Lukacs a Budapest ed è stato chiuso il suo Archivio frequentato da studiosi di tutto il mondo. Ai giovani seguaci del partito di Rizzo consiglio la lettura di qualche opera di Lukacs nella nostra biblioteca.

La rivoluzione secondo Chagall

lA RIVOLUZIONE 1937

di LIONEL RICHARD*

Mosca, un mattino d’autunno del 1918, un uomo si presenta al commissariato del popolo per l’Istruzione pubblica. È sui trent’anni e tiene sotto il braccio un voluminoso pacchetto. Arriva da Vicebsk, spiega, una città della Bielorussia a cinquecento chilometri di distanza – a oltre dieci ore di treno – dalla nuova capitale. Il suo nome è Marc Chagall. È un pittore. Desidera parlare con il Commissario in persona, Anatolij  Lunačarskij. L’ha conosciuto a Parigi, prima del 1914. Ha intenzione di mostrargli una selezione dei suoi recenti lavori. Continue reading La rivoluzione secondo Chagall