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La mia libreria su Anobii

Almudena Grandes: comunismo e libertà

“Gli uomini senza idee non sono affatto uomini, gli uomini senza idee sono pupazzi, burattini o peggio, persone immorali, senza dignità, senza cuore”, così scriveva la scrittrice spagnola Almudena Grandes, purtroppo uccisa dal cancro a soli 61 anni. L’autrice de Le età di Lulù apparteneva alla generazione che era cresciuta nella dittaura franchista e che ha superato/rifiutato con grande vitalità e creatività la morale del clericofascismo: “la mia generazione viveva in un paese dove il peccato era peggio del crimine”. Ci lascia libri molto belli e tante testimonianze di impegno. Questa dimensione politica è sottolineata dai messaggi di cordoglio delle nostre compagne e dei nostri compagni del Partito Comunista Spagnolo, di Izquierda Unida e di Podemos. Non era certo un segreto che la scrittrice fosse una sostenitrice di Unidas Podemos, assai critica non solo verso la destra ma anche verso i socialiberisti di Felipe Gonzales. Nei suoi romanzi e nei suoi articoli difese la memoria antifascista del paese e in particolare il ruolo svolto dai comunisti. Presentando il suo romanzo Ines e l’allegria dichiarò che “i comunisti sono stati gli unici che non hanno smesso di lottare contro la dittatura. E’ vero che hanno fatto anche cose sbagliate, ma almeno le hanno fatte. La democrazia spagnola ha un grande debito di gratitudine verso i resistenti comunisti”.  Vi propongo un articolo dalla sua rubrica sul quotidiano El Pais di pochi mesi fa. Si intitolava Comunismo y libertad. Buona lettura!

C’è stato un tempo, lontano ma non remoto, in cui i termini comunismo e libertà erano sinonimi. È successo in Spagna, un paese che aveva lo stesso nome e occupava lo stesso territorio del paese in cui viviamo ora, ma era ovviamente diverso.

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Peter Linebaugh su Calibano e la strega di Silvia Federici

Due testi dello storico dei commons Peter Linebaugh, co-autore con Marcus Rediker di I ribelli dell’Atlantico uno dei mie libri preferiti, sull’importanza dell’ormai classico della storica femminista Silvia Federici Calibano e la strega. E’ una edizione riveduta e aggiornata de Il grande Calibano: storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati e che potete scaricare dalla biblioteca on line di Rifondazione. 

«Nell’era neoliberista del postmodernismo, il proletariato è cancellato dalle pagine della storia. Silvia Federici recupera la sua sostanza storica raccontando la sua storia dall’inizio, con le doglie della sua nascita. Questo è un libro di memoria, di un trauma bruciato nel corpo delle donne, che ha lasciato una cicatrice nella memoria dell’umanità tanto profonda e dolorosa quanto quelle provocate da carestie, massacri e schiavitù.

Federici mostra che la nascita del proletariato ha richiesto una guerra contro le donne, inaugurando un nuovo patto sessuale e una nuova era patriarcale: il patriarcato del salario. Saldamente radicate nella storia della persecuzione delle streghe e della disciplina del corpo, le sue argomentazioni spiegano perché la sottomissione delle donne sia stata cruciale per la formazione del proletariato mondiale quanto le recinzioni della terra, la conquista e la colonizzazione del ‘ Nuovo Mondo’ e la tratta degli schiavi.

Documentando gli orrori del terrore di stato contro le donne, Federici ha scritto un libro veramente dei nostri tempi. Né compromettente né condiscendente, Caliban and the Witch esprime un’immancabile generosità di spirito e la dignità di una studiosa planetaria. È sia un appassionato lavoro di recupero della memoria che un martello dell’agenda dell’umanità.” – Peter Linebaugh su Autonomedia.

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VICTOR SERGE: TRENT’ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE RUSSA (1947)

Questo articolo di Victor Serge – un’appassionata difesa della rivoluzione russa nonostante il successivo Terrore staliniano – fu pubblicato nel numero di luglio-agosto 1947 delle rivista sindacalista rivoluzionaria francese Révolution prolétarienne fondata da Pierre Monatte. Lo pubblico nella traduzione apparsa sul sito 1917. E’ finalmente a disposizione del lettore italiano nel libro La rivoluzione russa curato da David Bidussa che merita la massima diffusione. Victor Serge è stato forse il più importante autore antistalinista ma, al contrario di altri, non rinnegò mai la rivoluzione russa e il bolscevismo di cui fu militante e testimone diretto. Se non conoscete la biografia di Serge vi consiglio un bel ritratto che gli ha dedicato Tariq Ali sulla London Review Of Books che ho tradotto. Le sue Memorie di un rivoluzionario sono davvero un testo fondamentale per capire il Novecento (vi segnalo la bellissima recensione di Massimo Carlotto) e non mi stanco mai di consigliarle. Serge a mio parere è stato un rifondatore comunista antelitteram perchè, come attesta questo testo scritto poco prima della morte improvvisa, non si poneva il tema di restaurare un’ortodossia ma di rinnovare il socialismo alla luce dell’esperienza storica e delle grandi trasformazioni in atto. Serge non si limitò a denunciare il tradimento da parte di Stalin dei principi del bolscevismo in nome della fedeltà a Lenin e all’Ottobre come Trotskij. Serge finì con far arrabbiare lo stesso Trotskij, come racconta la sua biografa Susan Weissman in un articolo che ho tradotto. Quest’anno ricorre il centenario della rivolta di Kronstadt e proprio la riflessione che Serge scrisse su quei fatti tragici  fu una delle cause della rottura (leggi articolo). Mike Davis scrive che Serge è stato “il più grande scrittore operaio del Novecento”. Di sicuro è un testimone imprescindibile. Buona lettura!

Gli anni 1938-1939 segnano una nuova svolta decisiva. Grazie anche alle implacabili «epurazioni», la trasformazione delle istituzioni, come quella dei costumi e dei quadri di uno che si definisce ancora sovietico, pur non essendolo più affatto, si è conclusa. Un sistema perfettamente totalitario ne è il risultato, i cui dirigenti sono i padroni assoluti della vita sociale, economica, politica, spirituale del paese, mentre l’individuo e le masse non godono in realtà di nessun diritto. La condizione materiale di otto, forse nove decimi della popolazione si è stabilizzata ad un livello bassissimo. Il conflitto aperto con i contadini continua seppure in forme attenuate.  Continue reading VICTOR SERGE: TRENT’ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE RUSSA (1947)

Gramsci sull’URSS e altro nei Quaderni del carcere (appunti)

È difficile escludere che qualsiasi partito politico (dei gruppi dominanti, ma anche di gruppi subalterni) non adempia anche una funzione di polizia, cioè di tutela di un certo ordine politico e legale. Se questo fosse dimostrato tassativamente, la quistione dovrebbe essere posta in altri termini: e cioè, sui modi e gli indirizzi con cui una tale funzione viene esercitata. Il senso è repressivo o diffusivo, cioè è di carattere reazionario o progressivo? Il partito dato esercita la sua funzione di polizia per conservare un ordine esteriore, estrinseco, pastoia delle forze vive della storia, o la esercita nel senso che tende a portare il popolo a un nuovo livello di civiltà di cui l’ordine politico e legale è un’espressione programmatica? Infatti, una legge trova chi la infrange:

  1. tra gli elementi sociali reazionari che la legge ha spodestato;
  2. tra gli elementi progressivi che la legge comprime;
  3. tra gli elementi che non hanno raggiunto il livello di civiltà che la legge può rappresentare.

La funzione di polizia di un partito può dunque essere progressiva e regressiva: è progressiva quando essa tende a tenere nell’orbita della legalità le forze della reazione spodestate e a sollevare al livello della nuova legalità le masse arretrate. È regressiva quando tende a comprimere le forze vive della storia e a mantenere una legalità sorpassata, antistorica, divenuta estrinseca. Del resto il funzionamento del Partito dato fornisce criteri discriminanti: quando il partito è progressivo esso funziona «democraticamente» (nel senso di un centralismo democratico), quando il partito è regressivo esso funziona «burocraticamente» (nel senso di un centralismo burocratico). Il Partito in questo secondo caso è puro esecutore, non deliberante: esso allora è tecnicamente un organo di polizia e il suo nome di Partito politico è una pura metafora di carattere mitologico. Continue reading Gramsci sull’URSS e altro nei Quaderni del carcere (appunti)

Perché l’ambiente ha bisogno di una settimana lavorativa più corta

Il dibattito su come ci muoviamo verso modi di vita ecologicamente sostenibili è la discussione più pressante dei nostri tempi. La settimana lavorativa più corta ha un ruolo cruciale da svolgere. Vi propongo un estratto da  Overtime: Why We Need A Shorter Working Week  di Kyle Lewis e Will Stronge che citano ampiamente A Planet To Win, il manifesto del New Green radicale (sull’edizione italiana trovate la mia postfazione). Pensare che a noi di Rifondazione Comunista ci davano dei matti nel 1998 quando chiedevamo la legge per le 35 ore a parità di salario. 

Il dibattito su come noi come specie ci muoviamo verso modi di vita ecologicamente sostenibili (cioè, entro i nostri limiti planetari) è forse la discussione più pressante dei nostri tempi. La settimana lavorativa più corta ha un ruolo cruciale da svolgere. In una formulazione semplice: lavorare meno è sia necessario che desiderabile dal punto di vista ambientale.

Cambiare le metriche 

Con il crollo climatico già alle porte, la pressante necessità di cambiare rotta rispetto ai modelli capitalistici di crescita ha generato nuove discipline e approcci nel campo dell’economia. Uno di questi approcci è indicato come decrescita, un genere di ricerca e attivismo attivo da molti decenni, originariamente ispirato dall’ecologia politica di Gorz. 

Coloro che sostengono la decrescita definiscono il suo approccio come prima di tutto una critica della crescita. La crescita economica è insostenibile di per sé, perché è inseparabile dalle emissioni di gas serra e da altri impatti ambientali negativi. In contrasto con i resoconti che sottolineano la necessità di una “crescita verde” o “crescita socialista”, i sostenitori della decrescita chiedono la detronizzazione della crescita come obiettivo e, al suo posto, l’installazione di un’economia politica focalizzata sull’utilizzo di meno risorse naturali per organizzare la vita E lavoro. Piuttosto che promuovere un modello economico destinato all’austerità, alla scarsità e alla recessione (le conseguenze socio-economiche solitamente associate a economie piatte o non in crescita), i sostenitori della decrescita e della post-crescita sostengono metriche e obiettivi economici che promuovono modi di vita alternativi, basata su principi di condivisione, convivialità, cura e bene comune. Come principale economista ecologico Giorgos Kallis e i suoi colleghi riassumono: Continue reading Perché l’ambiente ha bisogno di una settimana lavorativa più corta