Community

Already a member?
Login using Facebook:
Powered by Sociable!

il mio profilo

Profilo Facebook di Maurizio Acerbo

Archivi

La mia libreria su Anobii

Come il colonialismo britannico ha ucciso 100 milioni di indiani in 40 anni

Tra il 1880 e il 1920, le politiche coloniali britanniche in India hanno causato più vittime di tutte le carestie nell’Unione Sovietica, nella Cina maoista e nella Corea del Nord messe insieme. Ce lo ricordano Dylan Sullivan e Jason Hickel. Gli errori e orrori dello stalinismo sono stati usati per cancellare dai cuori e dall’immaginario di miliardi di esseri umani il sogno di un’alternativa socialista/comunista al capitalismo. Il Libro Nero del comunismo, con le sue cifre gonfiate, è servito a un’operazione ideologica che ha trasformato il comunismo in un’idea criminale come ha sostenuto Francois Furet. Contemporaneamente nell’ultimo trentennio si è compiuta la quasi totale rimozione degli orrori che hanno caratterizzato la storia del capitalismo. I crimini dell’occidente imperialista e colonialista sono rimossi dalla consapevolezza collettiva. Pensare che negli anni ’70 era una consapevolezza popolare talmente diffusa e condivisa da tutti i partiti antifascisti che uno dei più popolari sceneggiati della RAI – Sandokan – celebrava la rivolta contro il colonialismo britannico. 

Gli ultimi anni hanno visto una rinascita della nostalgia per l’impero britannico. Libri di alto profilo come Empire: How Britain Made the Modern World di Niall Ferguson e The Last Imperialist di Bruce Gilley hanno affermato che il colonialismo britannico ha portato prosperità e sviluppo all’India e ad altre colonie. Due anni fa, un sondaggio YouGov ha rilevato che il 32% delle persone in Gran Bretagna è attivamente orgoglioso della storia coloniale della nazione.

Questa immagine rosea del colonialismo è drammaticamente in conflitto con la documentazione storica. Secondo una ricerca dello storico economico Robert C Allen, la povertà estrema in India aumentò sotto il dominio britannico, dal 23% nel 1810 a oltre il 50% a metà del XX secolo. I salari reali sono diminuiti durante il periodo coloniale britannico, raggiungendo il punto più basso nel XIX secolo, mentre le carestie divennero più frequenti e più mortali. Lungi dal giovare al popolo indiano, il colonialismo fu una tragedia umana con pochi paralleli nella storia documentata.

Gli esperti concordano sul fatto che il periodo dal 1880 al 1920 – l’apice del potere imperiale della Gran Bretagna – fu particolarmente devastante per l’India. I censimenti completi della popolazione effettuati dal regime coloniale a partire dal 1880 rivelano che il tasso di mortalità aumentò notevolmente durante questo periodo, da 37,2 morti per 1.000 persone negli anni 1880 a 44,2 negli anni ’10. L’aspettativa di vita scese da 26,7 anni a 21,9 anni.

In  un recente articolo sulla rivista World Development, abbiamo utilizzato i dati del censimento per stimare il numero di persone uccise dalle politiche imperiali britanniche durante questi quattro decenni brutali. Dati affidabili sui tassi di mortalità in India esistono solo dal 1880. Se usiamo questo come riferimento per la mortalità “normale”, troviamo che circa 50 milioni di morti in eccesso si sono verificate sotto l’egida del colonialismo britannico durante il periodo dal 1891 al 1920.Cinquanta milioni di morti sono una cifra sbalorditiva, eppure questa è una stima prudente. I dati sui salari reali indicano che nel 1880 il tenore di vita nell’India coloniale era già diminuito drasticamente rispetto ai livelli precedenti. Allen e altri studiosi sostengono che prima del colonialismo, il tenore di vita indiano potrebbe essere stato “alla pari con le parti in via di sviluppo dell’Europa occidentale”. Non sappiamo con certezza quale fosse il tasso di mortalità precoloniale dell’India, ma se assumiamo che fosse simile a quello dell’Inghilterra nel XVI e XVII secolo (27,18 morti per 1.000 persone), scopriamo che in India si sono verificati 165 milioni di morti in eccesso nel periodo dal 1881 al 1920.

Mentre il numero preciso di morti è sensibile alle ipotesi che facciamo sulla mortalità di base, è chiaro che circa 100 milioni di persone morirono prematuramente al culmine del colonialismo britannico. Questa è tra le più grandi crisi di mortalità indotte dalla politica nella storia umana. È più grande del numero combinato di morti avvenute durante tutte le carestie nell’Unione Sovietica, nella Cina maoista, nella Corea del Nord, nella Cambogia di Pol Pot e nell’Etiopia di Mengistu.

In che modo il dominio britannico ha causato questa tremenda perdita di vite umane? C’erano diversi meccanismi. Per prima cosa, la Gran Bretagna ha effettivamente distrutto il settore manifatturiero indiano. Prima della colonizzazione, l’India era uno dei maggiori produttori industriali del mondo, esportando tessuti di alta qualità in tutti gli angoli del globo. Il tessuto dozzinale prodotto in Inghilterra semplicemente non poteva competere. La situazione iniziò a cambiare, tuttavia, quando la British East India Company assunse il controllo del Bengala nel 1757.

Secondo lo storico Madhusree Mukerjee, il regime coloniale eliminò di fatto le tariffe indiane, consentendo alle merci britanniche di inondare il mercato interno, ma creò un sistema di tasse e dazi interni esorbitanti che impedivano agli indiani di vendere stoffa all’interno del proprio paese, figuriamoci di esportarla.

Questo regime commerciale ineguale schiacciò i produttori indiani e effettivamente deindustrializzò il paese. Come si vantò il presidente della East India and China Association davanti al parlamento inglese nel 1840: “Questa azienda è riuscita a trasformare l’India da un paese manifatturiero in un paese esportatore di prodotti grezzi”. I produttori inglesi ottennero un enorme vantaggio, mentre l’India fu ridotta alla povertà e la sua gente resa vulnerabile alla fame e alle malattie.

A peggiorare le cose, i colonizzatori britannici istituirono un sistema di saccheggio legale, noto ai contemporanei come “drenaggio della ricchezza”. La Gran Bretagna tassava la popolazione indiana e poi utilizzava le entrate per acquistare prodotti indiani – indaco, grano, cotone e oppio – ottenendo così questi beni gratuitamente. Questi beni venivano poi consumati all’interno della Gran Bretagna o riesportati all’estero, con le entrate intascate dallo stato britannico e utilizzate per finanziare lo sviluppo industriale della Gran Bretagna e delle sue colonie di coloni (settler colonies): Stati Uniti, Canada e Australia.

Questo sistema prosciugò l’India di beni per un valore di migliaia di miliardi di dollari in denaro di oggi. Gli inglesi furono impietosi nell’imporre il drenaggio, costringendo l’India a esportare cibo anche quando la siccità o le inondazioni minacciavano la sicurezza alimentare locale. Gli storici hanno stabilito che decine di milioni di indiani morirono di fame durante diverse considerevoli carestie indotte dalla politica alla fine del XIX secolo, poiché le loro risorse furono sottratte dalla Gran Bretagna e dalle sue colonie di coloni.

Gli amministratori coloniali erano pienamente consapevoli delle conseguenze delle loro politiche. Vedevano milioni di persone morire di fame eppure non cambiarono rotta. Continuarono a privare consapevolmente le persone delle risorse necessarie alla sopravvivenza. La straordinaria crisi di mortalità del tardo periodo vittoriano non fu casuale. Lo storico Mike Davis sostiene che le politiche imperiali britanniche “erano spesso l’esatto equivalente morale delle bombe sganciate da 18.000 piedi”.
La nostra ricerca rileva che le politiche di sfruttamento della Gran Bretagna siano associate a circa 100 milioni di morti in eccesso durante il periodo 1881-1920. Questo è un semplice caso di riparazione, con un forte precedente nel diritto internazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania ha firmato accordi di riparazione per risarcire le vittime dell’Olocausto e più recentemente ha accettato di risarcire la Namibia per i crimini coloniali perpetrati lì all’inizio del 1900. Sulla scia dell’apartheid, il Sudafrica ha pagato risarcimenti alle persone che erano state terrorizzate dal governo della minoranza bianca.
La storia non può essere cambiata e i crimini dell’impero britannico non possono essere cancellati. Ma le riparazioni possono aiutare ad affrontare l’eredità di privazione e ingiustizia che il colonialismo ha prodotto. È un passo fondamentale verso la giustizia e la riconciliazione.

Markus Rediker: Il radicalismo dal basso di Staughton Lynd

Dal settimanale The Nation ho tradotto il ricordo di Staughton Lynd scritto da Markus Rediker, uno dei miei storici preferito e co-autore con Peter Lineabaugh di “I ribelli dell’Atlantico” (Feltrinelli) e di una quindicina di libri tradotti in tutto il mondo, tra cui segnalo disponibili in italiano Benjamin Lay, il piantagrane,  Sulle tracce dei pirati. La storia affascinante della vita sui mari del ’700 (Piemme, 1996), Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria (Eleuthera, 2005) e La ribellione dell’Amistad. Un’odissea atlantica di schiavitù e libertà (Feltrinelli, 2013).

Quando Staughton Lynd, Tom Hayden e Herbert Aptheker si recarono ad Hanoi per dichiarare la pace con il popolo vietnamita nel 1965, si fermarono a Parigi per incontrare diversi funzionari del Vietnam del Nord. Dopo una lunga discussione, un uomo vietnamita piccolo e anziano prese da parte Staughton e gli disse: “Professor Lynd, deve capire che vinceremo questa guerra, che ci aiuti o meno. Per ogni soldato ucciso dall’esercito degli Stati Uniti, due si uniranno al Fronte di liberazione nazionale”. A Staughton piaceva raccontare questa storia di qualcuno che lo aveva buttato giù dal cavallo di suo salvatore e lo aveva rimesso al suo posto con solo due frasi. Staughton aggiungeva, ricordando la storia: “Questo è il tipo di pensatore dialettico che vorrei diventare”.

L’ultima riga era puro Staughton. Era sempre in divenire, sempre in cambiamento, sempre in cerca mentre i tempi e i movimenti dal basso cambiavano. Lavorando con la sua compagna Alice (Niles) Lynd, ha cercato incessantemente nuove fonti di combattimento e ispirazione. Continue reading Markus Rediker: Il radicalismo dal basso di Staughton Lynd

Staughton Lynd: Anarchismo, marxismo e Victor Serge

 Il vecchio Staughton Lynd è morto nel giorno dell’85° anniversario della morte di Victor Serge. Nel 2015 aveva dedicato a Serge un articolo su Counterpunch.

Una recensione di Anarchists Never Surrender: Essays, Polemics, and Correspondence on Anarchism, 1908-1938 , ed. e tradotto da Mitchell Abidor (Oakland, CA: PM Press, 2015)

Andrej Grubacic e io abbiamo suggerito l’importanza di sintetizzare due tradizioni radicali, l’anarchismo e il marxismo. (Wobblies and Zapatistas , pp. 11-12, 98-99).

Alla ricerca di sforzi in questa direzione negli Stati Uniti, abbiamo richiamato l’attenzione sull’“idea di Chicago” di due degli anarchici di Haymarket, Albert Parsons e August Spies. Parlando alla giuria e a un’aula gremita prima di essere condannato a morte, Parsons distinse due forme di socialismo: il socialismo di stato, che significava il controllo del governo su tutto, e l’anarchismo, una società egualitaria senza un’autorità di controllo. (James Green, Death in the Haymarket , p. 238.)

Vent’anni dopo, gli Industrial Workers of the World, o Wobblies, presentarono la loro ricca miscela di idee, pratiche e canzoni, tratte da queste due tradizioni.

Questo saggio presenta gli sforzi di una vita per sintetizzare anarchismo e marxismo da parte di un uomo che scriveva sotto il nome di “Victor Serge”.

Un nuovo libro

Victor Serge nacque a Bruxelles nel 1890. Il suo nome di battesimo era Victor Kibalchich; adottò “Serge” come pseudonimo. I suoi genitori avevano lasciato la Russia zarista dopo l’assassinio di Alessandro II nel 1881. Un lontano parente, NJ Kibalchich, un chimico, fece le bombe che uccisero lo zar e fu giustiziato. Così Serge condivise una connessione biologica con l’atto terroristico con Lenin, il cui fratello maggiore fu anche lui giustiziato.

Nel suo libro più noto, Memorie di un rivoluzionario, Serge ricordava: “Sulle pareti dei nostri umili e improvvisati alloggi c’erano sempre i ritratti di uomini che erano stati impiccati”. A parte tutte le differenze politiche, i martiri del movimento Volontà del Popolo stabilirono uno standard per la condotta altruistica a cui aspirarono i successivi rivoluzionari russi. In una storia del primo anno della rivoluzione russa, Serge avrebbe detto dei populisti e dei socialisti rivoluzionari della generazione precedente che “hanno dato centinaia di eroi e martiri alla causa della rivoluzione”.

Serge scrisse principalmente in francese. Una ventina dei suoi libri, divisi più o meno equamente tra narrativa e saggistica, sono stati tradotti in inglese. Ventisette scatole di documenti, per lo più inediti, sono custodite (improbabilmente) presso la biblioteca di libri rari Beinecke dell’Università di Yale.

Va tenuto presente che mentre viveva in Unione Sovietica dal 1919 al 1936 Serge scrisse in circostanze difficili. In previsione di interferenze da parte del governo sovietico, inviò gran parte dei suoi scritti agli editori francesi segmento per segmento. Una protesta internazionale lo fece rilasciare dalla reclusione e gli fu permesso di andare in esilio, ma la polizia segreta sovietica confiscò manoscritti che non furono mai recuperati. Inoltre, Serge doveva sempre valutare il contesto personale e politico di una particolare opera. Così, quando arrivò in Messico subito dopo l’assassinio di Trotsky e scrisse una biografia del Vecchio insieme alla vedova di Trotsky, comprensibilmente non incluse il fatto che aveva “rotto” con Trotsky alcuni anni prima.

Anarchists Never Surrender offre una preziosa documentazione degli inizi della carriera di Serge come anarchico. Inizialmente, a quanto pare, si considerava un “socialista”. Prevedibilmente disgustato dalla tiepida attività parlamentare dei socialdemocratici europei, divenne un anarchico di una varietà sempre più individualista. A questo primo punto della sua traiettoria, Serge pensava che i lavoratori fossero irrimediabilmente coinvolti in obiettivi materialistici immediati, quindi una rivoluzione che richiedesse partecipazione e sostegno di massa fosse impossibile.

A quanto pare, il giovane Serge tracciò un limite alle rapine in banca e alle sparatorie con la polizia. Tuttavia, i suoi amici intimi furono profondamente coinvolti e alla fine più di uno fu ghigliottinato. Ai loro processi Serge si rifiutò di fare la spia. Ricevette una condanna a cinque anni di reclusione come complice e descrisse in modo memorabile la sua esperienza nel suo primo libro, Men in Prison.

Uscito da dietro le sbarre, Serge scrive a un amico che non difende più “l’intransigenza settaria del passato” ed è pronto a lavorare con tutti coloro che sono “animati dallo stesso desiderio di una vita migliore. . . anche se le loro strade sono diverse dalle mie, e anche se danno nomi diversi non so quale sia in realtà il nostro obiettivo comune.” Nel gennaio 1919 trovò la sua strada verso l’Unione Sovietica ribelle. Lì tentò di dare un sostegno incondizionato a un governo comunista senza mai abbandonare una preoccupazione anarchica per proteggere quella che Rosa Luxemburg chiamava “la persona che la pensa diversamente” ( der Andersdenkender ).

Il primo grande tesoro di questo libro è un gruppo di messaggi che Serge scrisse agli anarchici francesi nel 1920-1921. Qui cerca di spiegare perché “si è iscritto al Partito comunista russo come anarchico, senza abdicare in alcun modo alle mie idee, se non per ciò che era utopico”. Questi documenti tentano di comunicare le sofferenze quasi indescrivibili a San Pietroburgo (poi Leningrado) durante la guerra civile. Un giovane studente ebreo di Kharkov descrisse concretamente a Serge una mezza dozzina di momenti in cui fu quasi ucciso dagli antisemiti, mentre ovunque si stabilirono i comunisti “i pogrom cessano”.

Serge ammette in questi messaggi che la rivoluzione russa “si è guadagnata molte critiche, ma non so chi si sia guadagnato il diritto di farle”. Vede chiaramente che il “più grande pericolo della dittatura è che tende a impiantarsi saldamente, che crea istituzioni permanenti che non vuole né abdicare né morire di morte naturale”. Ma la lotta contro la dittatura, Serge era convinto, doveva aspettare fino a quando la rivoluzione non fosse stata assicurata. Chiede un nuovo anarchismo che “sarà senza dubbio molto vicino al comunismo marxista”.

Molti anni dopo, ma con lo stesso spirito, Serge chiese al figlio di Trotsky, Leon Sedov, di rivolgere a suo padre un appello ai trotskisti della Quarta Internazionale per esplorare una “alleanza fraterna” con anarchici e sindacalisti spagnoli.

Anarchists Never Surrender termina con un saggio di Serge di 26 pagine sul “Pensiero anarchico”, su cui tornerò in conclusione. È un documento critico se vogliamo capire come Serge vedeva la possibile sintesi di marxismo e anarchismo.

Ricordi

Torniamo alle spiegazioni di Serge stesso, nelle sue Memorie, dell’impatto della rivoluzione russa sull’impressionabile giovane anarchico dell’Europa occidentale.

Serge è stato enormemente impressionato da Lenin. Era caratteristico dell’anarchico in Serge studiare da vicino la condotta, anche le caratteristiche fisiche, degli individui. Ecco cosa aveva da dire su Lenin:

Al Cremlino occupava ancora un piccolo appartamento costruito per un servitore di palazzo. Nell’ultimo inverno lui, come tutti, non aveva avuto il riscaldamento. Quando andò dal barbiere fece il suo turno, ritenendo sconveniente che qualcuno gli cedesse il passo. Una vecchia governante si prendeva cura delle sue stanze e faceva il suo rammendo.

Inoltre, secondo Serge, Lenin continuava a cercare modi per introdurre elementi democratici nella dittatura del proletariato. Nell’aprile 1917, prima della presa del potere statale in novembre, Lenin propose:

1. La fonte del potere non sta nel diritto. . . ma nell’iniziativa diretta delle masse popolari, iniziativa locale presa dal basso.

2. La polizia e l’esercito. . . sono sostituiti dall’armamento del popolo.

3. I funzionari sono sostituiti dal popolo stesso o sono, quantomeno, sotto il suo controllo; sono nominati per elezione e possono essere revocati dai loro elettori.

Lenin sostenne anche una forma sovietica di stampa libera, in base alla quale “qualsiasi gruppo con il sostegno di 10.000 voti potrebbe pubblicare il proprio organo a spese pubbliche”. Serge insisteva: “Lo so . . . nel maggio 1922, Lenin e Kamenev stavano valutando . . . consentendo la pubblicazione di un quotidiano apartitico a Mosca”.

Victor Serge era di grande valore per la vulnerabile giovane rivoluzione bolscevica perché conosceva francese, russo, tedesco, spagnolo e inglese. Ma la luna di miele cameratesca o lo stretto rapporto di lavoro tra Serge e il partito bolscevico durò meno di tre anni. In Anarchists Never Surrender sono inclusi anche frammenti riguardanti le differenze fondamentali tra Trotsky e Serge riguardo alla feroce repressione di una rivolta di operai e marinai nel 1921 alla base militare di Kronstadt, vicino a San Pietroburgo. Ricordo che quando ero molto più giovane mi fu detto che Trotsky aveva ordinato ai ribelli di arrendersi o avrebbe guidato l’Armata Rossa attraverso il ghiaccio e “li avrebbe abbattuti come fagiani”.

Per Serge, guardando indietro nel 1938, Kronstadt era solo la punta dell’iceberg. Un precedente “giorno nero anarchicimai” si verificò nel 1918, quando il Comitato Centrale del Partito Bolscevico decise di consentire alla Cheka (la polizia segreta) “di applicare la pena di morte sulla base di una procedura segreta , senza ascoltare il defunto che non poteva difendersi ” (corsivo nell’originale).

Quindi cosa è andato storto? Guardando indietro, Serge ha trovato l’errore nel dogmatismo, in una convinzione marxista della correttezza scientifica in tutto ciò che il Partito ha intrapreso. Serge scrisse nelle sue Memorie: “La teoria bolscevica è fondata su [una credenza nel] possesso della verità. Il totalitarismo è dentro di noi. Negli anni ’30, secondo uno dei suoi redattori, Serge iniziò a sottolineare la “selezione naturale di temperamenti autocratici” del bolscevismo, un’enfasi aspramente criticata da Trotsky.

All’inizio degli anni ’20, Serge inizialmente cercò di affrontare il suo crescente disagio servendo la rivoluzione all’estero come organizzatore clandestino. In questa veste assistette al fallimento del tentativo di rivoluzione del 1923 in Germania. Quel fallimento segnò il destino della rivoluzione russa: avrebbe dovuto trovare un modo per sopravvivere in un unico paese. Serge tornò in Unione Sovietica per entrare a far parte dell’opposizione trotskista.

Secondo le Memorie di Serge, Trotsky, in quanto comandante della vittoriosa Armata Rossa, avrebbe potuto risolvere il suo conflitto con Stalin prendendo il potere. Ma

Trotsky rifiutò deliberatamente il potere, per rispetto di una legge non scritta che proibiva qualsiasi ricorso all’ammutinamento militare all’interno di un regime socialista. . . . Raramente è stato reso più nettamente evidente che il fine, piuttosto che giustificare i mezzi, comanda i propri mezzi, e che per l’instaurazione di una democrazia socialista i vecchi mezzi della violenza armata sono inappropriati.

Eppure, alla fine, Serge ruppe con Trotsky. Lui ha fornito tre ragioni. In primo luogo, pensava che l’idea di istituire una Quarta Internazionale a metà degli anni ’30 fosse “abbastanza insensata”. In secondo luogo, era profondamente in disaccordo con l’approvazione di Trotsky della soppressione della ribellione di Kronstadt. E in terzo luogo, condannò anche il rifiuto di Trotsky di ammettere che l’istituzione della Cheka fu “un grave errore. . . incompatibile con qualsiasi filosofia socialista”. Serge riteneva che Trotsky esibisse “la schematizzazione sistematica del bolscevismo dei vecchi tempi”.

Serge credeva che la sua critica a Trotsky fosse condivisa da Lenin. Secondo Serge, Lenin scrisse al Comitato Centrale del Partito Bolscevico il 25 dicembre 1922, in un documento a volte indicato come “L’ultima volontà” di Lenin, che Trotsky era “attratto dalle soluzioni amministrative. Quello che intendeva indubbiamente era che Trotsky tendeva a risolvere i problemi con indicazioni dall’alto.

Per Serge, tutto si riduceva a quanto segue, scritto alla fine del 1932: “Voglio dire: l’uomo chiunque esso sia, fosse pure l’ultimo degli uomini. ‘Nemico di classe’, figlio o nipote di borghesi, me ne infischio, non bisogna mai dimenticare che un essere umano è un essere umano. ”.

Una teoria e uno stile di vita

Indagando ulteriormente, si conclude che il conflitto tra marxismo e anarchismo non è essenzialmente un conflitto tra due teorie, due schemi per comprendere i dilemmi presenti e per predire il futuro.

Senza dubbio il marxismo è un tale schema. Nonostante la tendenza ad aspettarsi che gli eventi si verifichino prima di quanto effettivamente si verifichino, il marxismo offre un’analisi solida delle tendenze di lungo periodo nelle economie capitaliste. La fuga degli investimenti nel settore manifatturiero dagli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80 verso società in cui i salari sono molto più bassi è l’ultima dimostrazione dell’essenziale accuratezza di questo motore di analisi.

L’anarchismo, tuttavia, non è una tale teoria, e gli anarchici travisano ciò che possono e dovrebbero contribuire presentando Bakunin e Kropotkin come rivali teorici di Marx.

L’anarchismo è un’affermazione di valori, di uno stile di vita. Serge, nelle sue memorie, scrive dei “primi sintomi di quella malattia morale che . . . doveva portare alla morte del bolscevismo”. Serge attacca ripetutamente la convinzione che il fine giustifichi i mezzi. In un libro intitolato Da Lenin a Stalin lo sostiene

i criteri morali hanno talvolta maggior valore dei giudizi basati su considerazioni politiche ed economiche. . . . Non è vero, cento volte falso che il fine giustifica i mezzi. . . . Ogni fine richiede i propri mezzi e un fine si ottiene solo con i mezzi appropriati.

Quindi «una sorta di intervento morale diventa nostro dovere». Serge è al suo meglio quando descrive la dimensione morale delle decisioni.

Alla fine degli anni ’20, dopo che Trotsky fu mandato in esilio e Serge fu espulso dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Serge (nelle parole di uno dei suoi redattori) decise di passare dall’agitazione a forme più permanenti di testimonianza politica e artistica.

Uno dei primi prodotti era una storia della rivoluzione russa nell’anno 1918. Serge non era ancora in Russia durante quell’anno e il libro ha una curiosa piattezza, una bidimensionalità quasi accademica. (Scrisse anche una storia del secondo anno della rivoluzione, quando Serge era presente e profondamente coinvolto. Ma questo fu uno dei manoscritti confiscati dalla polizia segreta ed è scomparso). In un’opera successiva intitolata Vent’anni dopo, Serge abbozzò i destini di un elenco infinito di persone che conosceva e cosa è successo loro. Cercò di giustificare il suo approccio come segue:

Sì, questa lotta dei rivoluzionari contro la macchina che macina tutto ha qualcosa di deprimente a pensarci bene. . . in astratto, senza vedere . . . i volti, senza conoscere bene la loro vita, senza la terra russa, i muri, le finestre. Vorrei cancellare questa impressione. Ognuno di questi uomini ha la sua vera grandezza. Non sono vinti, sono resistenti e spesso hanno anime vittoriose.

Il corpus del lavoro di Serge non è esente da contraddizioni. Nel libro tratto dalla sua esperienza in carcere, Serge condannava la pena di morte e la condanna all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale, ma giustificò la pena di morte quando “ne abbiamo bisogno”.

A differenza di molti riformatori carcerari negli Stati Uniti oggi, vide che anche le guardie sono imprigionate, in Francia a quel tempo dall’età di venticinque anni fino alla pensione a sessant’anni, e come gruppo non sono “né migliori né peggiori degli uomini che custodiscono”. Al momento del rilascio dopo aver scontato la sua condanna a cinque anni, Serge scrisse: “Volevamo essere rivoluzionari; eravamo solo ribelli. Dobbiamo diventare termiti, annoiarci ostinatamente, pazientemente, per tutta la vita. Alla fine, la diga crollerà”.

Inoltre, non è chiaro dove Serge sia arrivato a un’economia desiderabile. Nell’ultimo libro che ha scritto, il romanzo Unforgiving Years, D, un simpatico protagonista, dice: “L’economia pianificata, centralizzata, amministrata razionalmente è ancora superiore a qualsiasi altro modello. Grazie a ciò, siamo sopravvissuti in circostanze che avrebbero reso breve il lavoro di qualsiasi altro regime”.

Tuttavia, un decennio prima Serge aveva scritto nelle sue Memorie che nella Nuova politica economica dell’Unione Sovietica all’inizio e alla metà degli anni ’20,

la manifattura su piccola scala, il commercio su media scala e alcune industrie avrebbero potuto essere rianimate semplicemente facendo appello all’iniziativa dei produttori e dei consumatori. Liberando le cooperative strangolate dallo Stato, e invitando varie associazioni ad assumere la gestione di diversi rami dell’attività economica, si sarebbe potuto realizzare fin da subito un enorme grado di ripresa.

. . . In una parola, io sostenevo un “Comunismo delle associazioni” – in contrasto con il Comunismo della varietà di Stato. La competizione insita in un tale sistema e il disordine inevitabile in ogni inizio avrebbero causato meno inconvenienti della nostra centralizzazione rigidamente burocratica, con il suo disordine e la sua paralisi. Ho pensato al piano complessivo non come qualcosa di dettato dallo Stato dall’alto, ma piuttosto come risultato dell’armonizzazione, attraverso congressi e assemblee socializzate, di iniziative dal basso.

I romanzi finali

Si forma la forte impressione che Serge possa dire ciò che sente più pienamente nella finzione. E così il lettore si rivolge a Il caso del compagno Tulaev, scritto a Marsiglia, nella Repubblica Dominicana e in Messico nel 1940-1942, e Unforgiving Years. L’iscrizione alla fine di quest’ultimo è “Messico, 1947”, il luogo e l’anno della morte di Serge.

Il romanzo sul “compagno Tulayev” è stato ispirato dall’assassinio di un leader bolscevico, di nome Kirov, nel 1934. Alla fine del libro tre uomini vengono giustiziati per l’assassinio del compagno Tulayev. Tutti sono del tutto innocenti. Due sono presumibilmente tipici burocrati sovietici in ascesa, venali ma non omicidi. Il terzo deve essere una delle figure più attraenti della narrativa di Victor Serge. È Kiril Rublev, uno storico che, insieme all’altrettanto coraggiosa moglie Dora, spera di essere “presente nel momento in cui la storia ha bisogno di noi”.

C’è un’implacabile integrità in questo libro, un po’ come quella del professor Rublev. I lavoratori non ottengono un pass gratuito. Quattromila lavoratrici in una fabbrica chiedono la pena di morte per coloro che hanno ucciso il compagno Tulayev.

Due cose del libro spiccano per me. Ho incontrato per la prima volta Serge e questo romanzo settant’anni fa. L’unica cosa che ho ricordato nel tempo è stato il riflesso di un personaggio di nome Stefan Stern, assassinato da agenti sovietici in Spagna. Prima di scomparire verso la morte, Stern riflette:

Dopo di noi, se scompariremo senza aver avuto il tempo di portare a termine il nostro compito o semplicemente di testimoniare, la coscienza della classe operaia sarà oscurata per un periodo di tempo che nessuno può calcolare. . . . L’uomo finisce per concentrare in sé una certa chiarezza unica, una certa esperienza insostituibile.

Non ancora ventenne, ho letto questo brano con distacco. Adesso mi sembra molto più vicino.

Ancora più straordinario è il ritratto del romanzo di Stalin, noto nelle sue pagine come “il capo”. Un vecchio bolscevico dice a un altro: “Il capo è in un vicolo cieco da molto tempo. . . . Forse vede più lontano e meglio di tutti noi. . . . Credo che abbia indubbi limiti, ma non abbiamo nessun altro”. Sorprendentemente, un vecchio compagno di nome Kondratieff dice la stessa cosa direttamente al capo. Fissa un appuntamento con il capo per implorare la vita di Stern. Mentre i due uomini camminano per l’enorme ufficio del Capo al Cremlino, Kondratieff dice: “La storia ci ha giocato questo brutto scherzo, abbiamo solo te”. E sorprendentemente, il capo non invia Kondratieff nella cantina dove l’NKVD (successore della Cheka) sta giustiziando una generazione di leader bolscevichi. Kondratieff viene inviato a gestire l’estrazione dell’oro nell’estrema Siberia.

E dove, allora, si trova la speranza, per l’autore la cui clessidra è quasi senza sabbia? Il caso del compagno Tulayev si conclude con atti sconnessi di generosità individuale.

Xenia, figlia di un aparatchik, riesce ad andare a Parigi dove si crogiola nella pienezza borghese. In qualche modo, in un giornale che le capita, vede accanto all’annuncio di un evento sportivo una nota secondo cui tre uomini devono essere giustiziati per l’omicidio di Tulayev, incluso il professor Rublev, un tempo amico di famiglia. Sconvolta, va a trovare un noto compagno di viaggio francese. Telefona in Russia. Viene convinta a salire su un’auto, poi su un aereo, e l’ultima volta la vediamo in arresto, minacciosamente diretta verso una destinazione sconosciuta.

Nella steppa una fattoria collettiva chiamata “Strada verso il futuro” è ferma.

Ci sono già state due purghe. La carestia è alle porte. Non ci sono semi, né cavalli, né benzina. Mandano messaggi al centro regionale ma non arrivano aiuti. Kostia, un giovane comunista, e un agronomo di nome Kostiukin, hanno un’idea. L’intero villaggio camminerà fino al centro regionale a 34 miglia di distanza e cercherà aiuto attraverso questa azione diretta. Funziona! E lungo la strada Kostia tiene Maria tra le braccia e scopre che è una “credente”. In cosa? Non riesce a esprimerlo a parole.

Prima della sua esecuzione, il professor Rublev ha chiesto l’opportunità di prendersi qualche giorno per scrivere un memorandum. Lo fa e svanisce nei documenti legati alla sua morte. Miracolosamente, questi documenti finiscono nelle mani di uno dei massimi burocrati della polizia segreta, di nome Fleischman.

In primo luogo, Fleischman legge una lettera di un giovane che non firma il suo nome. La lettera afferma in modo convincente che l’autore, agendo da solo, ha ucciso Tulayev. Fleischman brucia la lettera.

Poi legge il memorandum di Rublev. Include le parole: “testimoniamo una vittoria che ha invaso troppo il futuro e ha chiesto troppo agli uomini”. Fleischman termina il memorandum con apprezzamento.

Poi esce dal suo ufficio per assistere all’evento sportivo citato sul giornale accanto all’avviso dell’esecuzione di Rublev e degli altri. Questa è la fine del libro.

Cinque anni dopo che Serge terminò Tulayev, terminò Unforgiving Years. In netto contrasto con l’editore che traduce e introduce l’opera, credo che il finale di questo romanzo sia melodrammatico, goffo e del tutto indegno del suo autore. (Esempio: D, il simpatico personaggio citato prima, finisce come proprietario di una “piantagione” messicana in cui, dice, “io lavoro i miei scagnozzi”.) Ma in una prima sezione, prima che il romanzo e Serge stesso sembrino lentamente andare a pezzi, Victor Serge offre alcuni incisivi richiami alla sintesi di anarchismo e marxismo a cui ha dedicato la sua vita.

All’inizio del libro, D riflette: “Quando tutto è stato detto e fatto, l’abbiamo fatto a noi stessi”. Più a lungo riflette:

Non mi resta altro da invocare se non la coscienza, e non so nemmeno cosa sia. Sento una protesta inefficace sollevarsi da una parte profonda e sconosciuta di me per sfidare l’opportunità distruttiva, il potere, l’intera realtà materiale, e in nome di cosa? Illuminazione interiore? Mi sto comportando quasi come un credente. Non posso fare altrimenti: parole di Lutero. Tranne che il visionario tedesco. . . ha continuato aggiungendo: “Dio mi aiuti!” Cosa verrà in mio aiuto ? (Enfasi aggiunta.)

Pensa anche a se stesso:

Non possiamo più fidarci di nessuno. Nessuno si fiderà di noi, mai più. Quel legame terribile, il più salutare dei legami umani, quegli invisibili fili d’oro, di luce e di sangue che uniscono uomini votati a un’impresa comune… quei legami, li abbiamo spezzati.

D e la sua collega Daria cercano di imprimere la loro angoscia nell’analisi economica.

Daria tiene una conferenza sul tema “La produzione porterà giustizia”. Ma è assillato dal dubbio, pensando:

Non si dovrebbe, occupandosi di tutti quei fortini e altiforni, avere un pensiero per l’uomo? Un pensiero per il povero diavolo di oggi. . . chi non può accontentarsi di affaticarsi sotto il giogo in attesa delle medicine e delle ferrovie di domani? Il fine giustifica i mezzi. Che truffa. Nessun fine può essere raggiunto se non con mezzi appropriati.

Daria dice: “I giorni dell’accumulazione primitiva sono alle nostre spalle”. D risponde:

“Non nel nostro paese. E i giorni della distruzione ci attendono”.

Alla fine Daria sembra aver accettato la prospettiva di D, dicendo:

“Sacha, sto per fare una domanda che potrebbe sembrare irrazionale o infantile, ma ascoltala comunque. Non abbiamo dimenticato l’uomo e l’anima? D risponde:

Il nostro errore imperdonabile è stato quello di credere che quella che chiamano anima – preferisco chiamarla coscienza – non fosse altro che una proiezione del vecchio egoismo superato.

C’è comunque un piccolo barlume ostinato, una luce incorruttibile che può, a volte, trasparire attraverso il granito di cui sono fatte le mura e le lapidi del carcere, una piccola luce impersonale che divampa dentro per illuminare, giudicare, smentire o condannare in toto. Non è proprietà di nessuno e nessuna macchina può misurarla; spesso vacilla incerta perché si sente sola.

. . . Abbiamo commesso il nostro errore mortale. . . quando abbiamo dimenticato che solo questa forma di coscienza può realizzare la riconciliazione dell’uomo con se stesso e con gli altri. . . . Ho approfondito la letteratura pertinente. . . . [La rivoluzione] avrebbe dovuto significare la liberazione di ciò che c’è di meglio nell’uomo, ma questo è andato in frantumi insieme a tutto il resto, temo. E siamo diventati prigionieri di una nuova prigione. . . . Sto uscendo.

Conclusione

“Pensiero anarchico”, in Anarchists Never Surrender , pp. 202-228, è la conclusione di Serge su come l’anarchismo e il marxismo potrebbero essere sintetizzati. È stato scritto alla fine degli anni ’30, quando aveva lasciato l’Unione Sovietica ma era rimasto pienamente al culmine delle sue capacità.

Serge accetta l’analisi economica marxista. Dice dell’anarchismo che era “l’ideologia dei piccoli artigiani” e che quando lo sviluppo industriale divenne più marcato nell’Europa meridionale “l’anarchismo cedette la sua preminenza nel movimento rivoluzionario al socialismo operaio marxista”.

D’altra parte, il movimento operaio della fine del XIX secolo e degli anni precedenti la prima guerra mondiale era

bloccato nel fango in una società capitalista in un periodo di espansione. Vaste organizzazioni sindacali e potenti partiti di massa, di cui la socialdemocrazia tedesca è il miglior esempio, entrarono in realtà a far parte di un regime che pretendevano di combattere. Il socialismo diventò borghese, anche nelle sue idee, che hanno deliberatamente soppresso le previsioni rivoluzionarie di Marx. Le aristocrazie operaie e le burocrazie politiche e sindacali danno il tono a rivendicazioni operaie che vengono attenuate o ridotte a un rivoluzionarismo puramente verbale. . . . Questo socialismo ha perso la sua anima rivoluzionaria. . . .

“La teoria dell’anarchismo comunista”, continuava Victor Serge, “procede meno dalla conoscenza, dallo spirito scientifico, che da un’aspirazione idealistica”. Ma per quanto riguarda “come questo deve essere realizzato, non c’è una parola di spiegazione”. Così all’inizio della rivoluzione russa “gli eventi hanno posto inesorabilmente l’unica questione capitale, quella per la quale gli anarchici non hanno risposta: quella del potere”. Serge dimostra ampiamente che quando la possibilità di un’insurrezione si presentò nell’autunno del 1917, “[uno] cercherebbe invano nell’abbondante letteratura anarchica del periodo un’unica proposta pratica”.

C’è una lunga discussione sul rivoluzionario ucraino Nestor Makhno (un argomento di cui so poco) in cui Serge sembra preoccuparsi di presentare entrambi i lati di una complessa controversia e di attribuire a ciascuno una parte di verità. Chi era responsabile dello strangolamento di questo “movimento contadino profondamente rivoluzionario?” chiede Serge. Risponde che non era questa o quella persona, non l’uno o l’altro gruppo; era “lo spirito di intolleranza che attanagliò sempre più il partito bolscevico dal 1919; . . . la dittatura dei dirigenti del partito, che già tende a sostituirsi a quella dei soviet e anche del partito». Chiunque fosse il responsabile, continua Serge, è stato “un errore enorme”. Tra anarchici e bolscevichi si era scavata una voragine che non sarebbe stato facile colmare. “La sintesi di marxismo e socialismo libertario, così necessaria e che poteva essere così fertile, è stata resa impossibile per un futuro indefinito”.

Victor Serge concludeva la sua valutazione straordinariamente imparziale citando il famoso ultimo messaggio di Vanzetti, e continuando:

Questa forza morale. . . non è sminuita dalla debolezza intrinseca dell’ideologia anarchica. Offre poco spazio alla critica dottrinale. Semplicemente lo è. Se, avendo imparato da tutto ciò che stiamo vivendo [,] il socialismo libertario che anima fosse abbastanza forte da assimilare le conquiste del socialismo scientifico, questa sintesi garantirebbe ai rivoluzionari un’efficacia incomparabile.

 

 

Katrina Vanden Heuvel: Come porre fine alla guerra in Ucraina? Sedetevi e parlate. È ora.

Dal sito della storica rivista progressista statunitense The Nation l’ultimo articolo della direttora Katrina Vanden Heuvel. E’ stato scritto e pubblicato prima dell’esplosione in Polonia.

Come porre fine alla guerra in Ucraina? Sedetevi e parlate. È ora.
Negoziare una soluzione diplomatica al conflitto è solo buon senso.

di Katrina Vanden Heuvel

Potrebbe essere il momento di dare una possibilità alla diplomazia nella guerra in Ucraina.

“Quando c’è un’opportunità per negoziare, quando la pace può essere raggiunta, cogli l’attimo”. L’autore di quella dichiarazione non era un attivista per la pace o un progressista sdolcinato.

Secondo quanto riferito, è stato il generale Mark A. Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff, a spingere l’amministrazione Biden a  fare pressioni sull’Ucraina a cercare una fine diplomatica della guerra.

Secondo le notizie, il punto di vista di Milley deve affrontare l’opposizione alla Casa Bianca. Quando le truppe russe si sono recentemente ritirate da Kherson, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan lo ha definito un “grande momento” per l’Ucraina e ha ribadito che l’amministrazione non avrebbe spinto per una fine diplomatica della guerra. “Se l’Ucraina scegliesse di smettere di combattere e di arrendersi, sarebbe la fine dell’Ucraina”, ha detto, equiparando stranamente la diplomazia alla resa.

Ma in realtà, esercitare la diplomazia è solo buon senso e ci sono segnali che la Casa Bianca potrebbe lentamente avvicinarsi a questa possibilità.

La Russia in effetti ha già perso la guerra. I sogni del presidente Vladimir Putin di annettere l’Ucraina sono infranti. La sua debolezza militare è stata esposta, la sua economia danneggiata, il suo paese isolato, il suo sostegno indebolito. Le sue truppe hanno subito perdite orrende; il loro morale è a pezzi, le loro munizioni scarseggiano.

Anche i progressi dell’Ucraina sul campo di battaglia hanno avuto un costo orribile. Milley stima che ciascuna parte abbia subito almeno 100.000 vittime. Totalmente dipendenti dagli aiuti occidentali, le forze ucraine sono anche a corto di soldati, armi, supporto aereo e artiglieria. Milioni di ucraini sono stati sfollati. La Russia ha devastato la rete elettrica ucraina. Kherson liberata, come gran parte del paese, affronta una “catastrofe umanitaria”. E mentre Putin mobilita più truppe, ci sono poche possibilità che la Russia possa essere sloggiata da gran parte dell’est di lingua russa, tanto meno dalla Crimea.

Nel frattempo, sebbene gli Stati Uniti e la NATO si siano schierati dalla parte dell’Ucraina, il sostegno continuo non è illimitato. Le sanzioni imposte alla Russia hanno contribuito a quella che sembra essere una crudele recessione in Europa.

Manifestazioni rabbiose in tutto il continente per l’aumento del costo della vita rivelano una crescente opposizione popolare. Qui in patria, il presidente Biden ha goduto di un sostegno bipartisan, ma l’aspirante presidente della Camera Kevin McCarthy (R-Calif.) ha fornito il classico tiro all’arco quando ha avvertito che non ci sarebbe stato alcun “assegno in bianco” per l’Ucraina se i repubblicani prendessero il sopravvento.

Quando i membri del Congressional Progressive Caucus hanno diffuso una lettera alla fine di ottobre sollecitando la diplomazia, il feroce contraccolpo ha spinto i membri nel panico a ritirarla dall’oggi al domani. In realtà, tuttavia, Milley e il caucus avevano ragione, come rivelano le manovre segrete dell’amministrazione.

Nonostante i disconoscimenti pubblici, la Casa Bianca ha provvisoriamente aperto la porta ai negoziati. Come il giornalista Aaron Maté ha accuratamente dettagliato, l’amministrazione ha orchestrato una serie di fughe di notizie: che le discussioni con i russi sull’uso delle armi nucleari avevano “abbassato la temperatura”, che la Casa Bianca stava incoraggiando i leader ucraini a “segnalare un’apertura” a negoziati, che Sullivan si era impegnato in una discussione riservata con gli aiutanti di Putin sull’Ucraina, e che stava “testando le acque” mentre era a Kiev su “come il conflitto può finire e se potrebbe avere una soluzione diplomatica”.

L’amministrazione è in punta di piedi sul filo del rasoio, poiché non vuole minare la resistenza ucraina, l’unità alleata o il sostegno interno. Eppure gli interessi dell’Occidente differiscono chiaramente da quelli degli ucraini. Sul campo di battaglia, l’unità della NATO è stata forgiata attorno a dei limiti: non schierare truppe sul terreno ed esercitare cautela su quali armi vanno all’Ucraina. Allo stesso modo, gli interessi divergono sui negoziati. Dato l’orrendo danno arrecato al suo paese, Zelenskyj troverà ripugnante il compromesso con i russi, e la cessione del territorio, anche tornando allo status quo ante, sarà difficile da digerire. La sua opzione migliore sarebbe trascinare gli Stati Uniti e la NATO nella guerra come combattenti attivi, ma nessuno dei due vuole andarci.

Con un costo stimato di 1 trilione di dollari per ricostruire l’Ucraina, l’imperativo di porre fine alla guerra è evidente e più voci stanno cautamente spingendo per una risoluzione diplomatica. In un recente articolo, l’ex ambasciatore delle Nazioni Unite Tom Pickering e George Beebe, direttore della grande strategia presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft (è stato anche consigliere speciale per la Russia dell’ex vicepresidente Dick Cheney), riconoscono gli ostacoli apparentemente insormontabili mentre discutono che la diplomazia è l’unico modo per porre fine alla guerra. A chi sostiene che non è il momento giusto, risponde che la diplomazia richiede tempo e la preparazione dovrebbe iniziare adesso. A coloro che sostengono che le questioni di confine sono insolubili, suggeriscono che la diplomazia potrebbe iniziare con questioni meno spinose: modi per ridurre le vittime civili, costruire la fiducia reciproca e gettare le basi per un eventuale cessate il fuoco.
L’invasione russa ha oltraggiato l’opinione pubblica mondiale, anche se gran parte del mondo ha scelto di non prendere posizione nella battaglia. Negli Stati Uniti, ha alimentato la febbre patriottica e ha reso la verità una delle prime vittime. Come ha mostrato la debacle del Caucus progressista, i bellicosi cercheranno di reprimere gli appelli alla pace o al negoziato. Ma la posta in gioco è troppo alta perché possiamo restare a guardare mentre la catastrofe si diffonde e i costi, e i rischi, continuano a crescere.

Katrina vanden Heuvel è direttrice editoriale ed editrice di The Nation, la principale fonte americana di politica e cultura progressista. È stata redattrice della rivista dal 1995 al 2019. Il marito Stephen F.Cohen, scomparso nel 2021, è stato uno dei più importanti storici dell’Urss e contrastò negli ultimi 15 anni la russofobia dei Democrats. Entrambi erano amici personali di Gorbaciov. 

 
 
 
 

 

Eric Hobsbawm: Storia e illusione. Su Furet (1996)

Nel 1996 il grande storico Eric Hobsbawm recensì sulla New Left Review “Il passato di un’illusione” di Francois Furet che è ormai un classico di quello che Enzo Traverso ha definito “il nuovo anticomunismo“. Anche se non ha citato lo storico francese, la lettera del ministro Valditara riecheggia le tesi di Furet. Buona lettura!
ERIC HOBSBAWM
HISTORY AND ILLUSION
I miei commenti sul libro di François Furet sono scettici. E’ quindi opportuno solo notare all’inizio che c’è molto in Le passé d’une illusion che ammiro, in particolare il primo capitolo brillante e ben scritto su la passion révolutionnaire, e molto con cui sono d’accordo, avendo scritto sullo stesso periodo da un punto di vista molto diverso, ma anche, come Furet, come “un nuovo arrivato nella storia del ventesimo secolo”. A mio avviso Le passé d’une illusion è per molti aspetti insoddisfacente come storia, ma è un’opera da criticare perché sia essa che il suo autore devono essere presi sul serio.
Potrebbe essere più semplice iniziare con i due aspetti dell’argomentazione di Furet che hanno suscitato maggiore interesse: il confronto tra fascismo e comunismo e il ruolo dell'”antifascismo” nella propaganda comunista.
Il primo di questi solleva pochi problemi, perché Furet è uno storico troppo bravo, e soprattutto uno storico delle idee, per soccombere alla tentazione dei cliché ideologici; lo testimonia la sua discussione sul “totalitarismo”. Di conseguenza, sebbene sia tentato di sottolineare un presunto terreno comune tra fascismo e comunismo, anche una ‘parentela non riconosciuta’ o ‘complicità antagonista’ (p. 230), e certamente il successo di ciascuno nello sfruttare l’esistenza dell’altro, le sue formulazioni sono anche qualificate e oblique per prestarsi ad argomenti agitativi. In ogni caso, come osserva Furet, il tema non è nuovo: “Il confronto tra Unione Sovietica e regimi fascisti. . . era un tema attuale nel periodo tra le due guerre”(p. 193). L’elemento comune sia nel fascismo che nel bolscevismo è stato, ovviamente, osservato a lungo, sia da uomini che ammiravano sia Mussolini / Hitler che Lenin / Stalin come Sorel e Bernard Shaw, o che li condannarono ugualmente come “dittatura” antiliberale o ‘tirannia’ come Elie Halévy, che ispira alcuni dei passaggi più interessanti di Furet. Le affinità ideologiche sono più difficili da trovare, perché sebbene si possano trovare affermazioni nell’estrema destra per un socialismo o bolscevismo non democratico – Furet ne cita diverse – nessuna espressione equivalente di simpatia o riconoscimento di indebitamento verso il fascismo può essere facilmente trovata da parte comunista. Il tentativo di scoprire un terreno comune tra le tradizioni ideologiche del marxismo e del fascismo – “tra socialismo e pensiero anti-liberale e persino anti-democratico” (p. 198) – non può avere successo, data la natura del patrimonio ideologico e politico della Seconda Internazionale, del cui guru teorico, Kautsky, Lenin fu, almeno fino a poco prima del 1914, un seguace ortodosso. Qualunque sia il caso della tradizione antipolitica bakuninista, la teoria di Kautsky era pienamente all’interno della “tradizione progressista” del diciannovesimo secolo. In breve, mentre le somiglianze tra i sistemi di Hitler e Stalin non possono essere negate, erano cresciute l’una verso l’altra da radici ideologiche fondamentalmente diverse e ampiamente separate. Erano scaturite funzionalmente e non ideologicamente. Lo stalinismo può essere “cattivo quanto” l’hitlerismo, e per coloro che hanno subito tutti i suoi orrori l’unica differenza potrebbe apparire la nazionalità del sovrano, ma Furet, in quanto illustre storico delle idee, sa che appartenevano a famiglie tassonomiche diverse anche se strutturalmente convergenti, come rondini e pipistrelli.
La questione dell'”antifascismo”, che costituisce il nucleo dell’argomentazione di Furet, richiede più discussioni, anche se non molto di più. Il suo argomento di base è quasi certamente corretto. Se il comunismo internazionale avesse continuato a invocare essenzialmente qualcosa come una replica della Rivoluzione d’Ottobre (‘Les soviets partout‘), sarebbe rimasta una forza minoritaria relativamente insignificante in Europa, un po’ come i movimenti trotskisti che hanno continuato a vedere il mondo nella prospettiva rivoluzionaria leninista dopo gli eventi del 1956 ha dato loro una certa portata politica. Possiamo lasciare da parte la questione se avrebbe avuto migliori possibilità nel Terzo Mondo. La lezione degli anni ’20 era chiara. Con alcune eccezioni – Germania, Francia, Finlandia, forse Cecoslovacchia – i partiti comunisti erano piccoli, marginali e politicamente insignificanti. La Grande Depressione beneficiò l’estrema destra e non la sinistra, e distrusse l’unico partito comunista europeo che aveva suscitato le speranze di Mosca: il Kpd. Al contrario, non appena il movimento comunista passò alla strategia dell”antifascismo’, il comunismo europeo iniziò la sua ascesa, che portò tutti i partiti comunisti del continente – tranne lo sfortunato tedesco – al punto più alto del loro sostegno pubblico e dell’influenza politica e, nell’Europa orientale, produsse una serie di regimi dominati dai partiti comunisti, alcuni dei quali erano basati su rivoluzioni interne (Jugoslavia, Albania) o – come hanno dimostrato le elezioni ceche relativamente libere – su un autentico sostegno di massa. Per la prima volta i partiti comunisti piuttosto che i partiti socialdemocratici potevano pretendere di essere i principali rappresentanti della classe operaia nazionale in Francia e in Italia.
La minaccia fascista
Che questo sia dovuto principalmente al passaggio del Comintern dalla linea “classe contro classe” all’antifascismo sembra chiaro. Eppure le spiegazioni di Furet sul perché la sinistra occidentale, e in particolare i suoi intellettuali, accettassero i comunisti come essenzialmente antifascisti, sono curiosamente irreali, perché trascurano la realtà della minaccia fascista che, tra il 1933 e il 1941, costrinse il capitalismo liberale e il comunismo a un’alleanza, che nessuna delle due parti avrebbe scelto, contro un nemico che li minacciava allo stesso modo. Inoltre, non c’era altro modo per sconfiggere questo nemico. I comunisti acquisirono prestigio e influenza per tre ragioni principali. Divennero i più coerenti paladini dell’unità antifascista, essendone, fino al 1934, i suoi più ostinati oppositori; erano, grazie alla natura del loro movimento, i suoi sostenitori più efficienti; e l’URSS era essenziale per ogni alleanza che sperasse di sconfiggere Hitler. La logica di questa situazione era così convincente che anche i due anni in cui Stalin invertì la politica antifascista non riuscirono a indebolirla. Dopo la parentesi del 1939-41, l’ascesa dell’influenza comunista continuò come se l’era Molotov-Ribbentrop non ci fosse stata. Infatti, grazie a Hitler, fu così irresistibile che lo stesso Stalin, come gli altri governi che avevano, dal 1933, tentato di negoziare un modus vivendi con la Germania – e chi no? – fu costretto a riconoscerlo, se non altro quando Hitler lo attaccò.
La realtà dell’aggressione e della minaccia alla democrazia erano evidenti negli anni ’30. Lo stesso vale per il fatto che provenisse esclusivamente dalla destra politica, la cui argomentazione che dovevano prevenire la rivoluzione marxista Furet giustamente respinge. Tra il 1919 e la fine della seconda guerra mondiale nessun governo fu rovesciato dalla sinistra e tutti i cambiamenti di regime antidemocratici, con colpi di stato, conquiste o altri mezzi, furono promossi da destra. Furet ha senza dubbio ragione nel sostenere che non tutta la destra era fascista e, del resto, che le differenze tra movimenti e regimi fascisti erano sostanziali. I comunisti senza dubbio hanno beneficiato e hanno continuato a beneficiare di tali confusioni. Eppure perché essi, o i non comunisti, avrebbero dovuto fare una sottile distinzione tra le ideologie di Franco, José Antonio e la gerarchia ecclesiastica spagnola, quando l’intera impresa nazionalista si considerava una crociata contro il 1789 e il 1917 (per non parlare di Martin Lutero e Voltaire ), rovesciava un governo legittimo eletto democraticamente, chiedeva e riceveva l’assistenza armata di Mussolini e Hitler, e quando Franco voleva davvero unirsi alla guerra dalla parte di Hitler? I pochi personaggi pubblici della destra che erano pronti a resistere a Hitler a tutti i costi e senza qualificazioni, erano membri altamente atipici della loro specie: Charles de Gaulle e Winston Churchill. Erano atipici anche nella loro disponibilità a subordinare il loro coerente anticomunismo alla necessità operativa di un’alleanza con Stalin e con i movimenti di resistenza comunisti.
Il nemico del mio nemico
In queste circostanze, sarebbe stato bizzarro trattare le forze fasciste e comuniste come ugualmente indesiderabili. Se scoppiasse la guerra tra Germania e Russia, gli americani chi preferirebbero vincesse? Quando fu posta questa domanda da un sondaggio dell’opinione pubblica all’inizio del 1939, l’83% optò per Stalin e solo il 17% per Hitler, anche se l’opinione pubblica degli Stati Uniti era anticomunista allora come adesso, era profondamente sospettosa dell’URSS (che gli USA aveva riconosciuto solo nel 1933), e sebbene il gruppo più illustre di intellettuali di sinistra nel paese fosse fortemente e apertamente anti-stalinista. Hitler, era ovvio per loro, costituiva un pericolo per altri paesi, probabilmente per il mondo; Stalin, per quanto terribile per la sua stessa gente, doveva essere sostenuto come nemico di Hitler. La tendenza a trascurare il lato oscuro dello stalinismo non era dovuta – tranne che tra molti comunisti, compagni di viaggio e simili – all’abdicazione auto-illusa della ragione critica, ma all’ipotesi razionale che il nemico del mio nemico fosse trattato al meglio come alleato. Il governo britannico avrebbe dovuto pubblicare la verità sul massacro di Stalin degli ufficiali polacchi a Katyn non appena la scoprì? (La domanda costituisce la base di un recente thriller eccezionalmente ben informato sulla seconda guerra mondiale, Enigma di Robert Harris). Possiamo sostenere che avrebbe dovuto farlo, seguendo la massima fiat justitia, ruat coelum, ma il governo britannico scelse di tacere al riguardo nel 1943, per motivi politici e non perché si facesse illusioni sulla Rivoluzione d’Ottobre. In effetti, a un certo punto Furet si avvicina a riconoscere il caso pragmatico di scegliere da che parte stare nel suo trattamento della guerra civile spagnola. L’influenza comunista crebbe, in particolare tra i moderati, perché finì per subordinare tutto alla vittoria su Franco (p. 300). George Orwell osservò che molte persone avevano più o meno onestamente l’opinione che non si dovesse parlare di ciò che stava accadendo in Spagna, o del ruolo svolto dal Partito Comunista, perché questo avrebbe rivolto l’opinione pubblica contro il governo spagnolo e così aiutato Franco.
Insomma, finché i comunisti si sono posti alla testa della lotta antifascista, in assenza di concorrenti effettivi di sinistra o di destra, non potevano che trarre vantaggio dalla situazione. Paradossalmente, in quanto partito che chiede la trasformazione economica, non riuscirono a utilizzare questo vantaggio. Poiché moderarono deliberatamente il loro discorso anticapitalista nell’interesse dell’unità antifascista, avevano molti concorrenti a sinistra pronti a denunciarli come traditori della rivoluzione e della lotta di classe. Poiché erano generalmente minoranze politiche, altri partiti potevano essere in una posizione migliore per beneficiare del drammatico spostamento a sinistra che in effetti, come Furet riconosce, era inseparabile dalla mobilitazione, e alla fine dalla guerra, contro il fascismo. In Gran Bretagna portò al trionfo del partito laburista, sebbene il suo programma del 1945 fosse estremamente radicale per gli standard degli anni ’90. “Ero tra quei giovani ufficiali dell’esercito che nel 1945 votarono laburisti”, scrive Lord Annan, mai per un momento tentato dal comunismo. “Non è che non ammirassi Churchill – per me era il salvatore del nostro paese – dubitavo che capisse di cosa aveva bisogno il paese dopo la guerra”.
Nel continente questo stato d’animo era più probabile che giovasse ai comunisti che ai socialdemocratici perché la natura stessa della lotta in tempo di guerra contro l’occupazione nemica metteva i socialdemocratici in una posizione di svantaggio rispetto ai comunisti. I partiti democratici di massa trovano quasi impossibile operare efficacemente quando sono privati ​​della legalità politica e dello strumentario delle attività pubbliche che è l’aria che respirano. I partiti socialisti erano quasi inevitabilmente sottorappresentati nei movimenti di resistenza, mentre – per le ragioni opposte – i comunisti erano in essi sproporzionatamente prominenti. Laddove i partiti socialdemocratici avevano una solida base di massa, potevano – come in Germania e in una certa misura in Austria – andare in letargo quando legalmente soppressi, solo per riemergere di nuovo, la loro base di massa in gran parte intatta, quando la legalità fosse ripristinata, emarginando la loro minoranza comunista. Non così dove la struttura era più allentata, e dove in effetti una nuova legalità e legittimità del dopoguerra doveva essere stabilita sulla base della resistenza – reale o presunta – in tempo di guerra, come in Francia o in Italia. (Non si può non notare con una certa sorpresa che non vi è alcuna discussione sui movimenti di resistenza in nessun paese europeo nel libro di Furet e, in effetti, a malapena qualche menzione della parola stessa.)
Vorrei ora passare a un altro aspetto del tema di Furet, il rapporto tra il fascino del comunismo e la tradizione della Rivoluzione francese. Che questo sia cruciale in Francia, dove la Rivoluzione faceva parte del tessuto della vita pubblica, è evidente. Tuttavia, fuori dalla Francia, la preoccupazione per gli eventi del 1789-93 apparteneva agli storici, alle culture esoteriche come quelle dei socialisti rivoluzionari e agli incubi della destra.
Certo, la Rivoluzione in termini generali faceva anche parte del patrimonio di quella piccola fascia di popolazione con un’istruzione secondaria o superiore, che la considerava un evento centrale nella storia del mondo.
Per i socialisti inizialmente era stato un punto di riferimento fondamentale, ma quando diventarono movimenti di massa passò in secondo piano. La Marsigliese lasciò il posto agli inni socialisti e, come osserva Furet, ‘né Jaurès né Kautsky si aspettavano più” la grande notte”‘ (p. 34). Nei paesi europei in cui era prevista una vera rivoluzione, la Francia rimase un costante precedente, modello e standard di confronto, come in Russia. E tuttavia, non dobbiamo interpretare erroneamente l’importanza che i riferimenti alla Rivoluzione francese hanno goduto dopo il 1917 nel discorso intra-marxista a favore, contro o all’interno della Rivoluzione russa. Per quasi tutti coloro che erano attratti dal comunismo al di fuori della Francia, giacobini e Termidoro erano irrilevanti o rilevanti solo perché facevano parte del discorso della rivoluzione russa. Fu, come Furet riconosce (p. 104), il fatto della rivoluzione russa e non il suo pedigree che spinse le menti degli uomini verso il comunismo. Per inciso, essa portò i rivoluzionari occidentali, fino a quel momento critici nei confronti del marxismo, che identificavano con moderazione pacifica, a riscoprirlo come un’ideologia della rivoluzione e, così facendo, a determinare il rapido declino dell’anarchismo e del sindacalismo rivoluzionario – tranne, per un po’, in Spagna. In breve, tra il 1917 e il 1989 la rivoluzione russa ha inghiottito o oscurato la rivoluzione francese nella maggior parte del mondo. Inoltre, in gran parte dell’Europa – Gran Bretagna, Germania, Scandinavia – dove le credenze marxiste o di qualsiasi altro tipo socialista erano rare tra gli intellettuali, e ancora più rare negli ambienti da cui proveniva la maggior parte di loro, anche la storia rivoluzionaria francese che formava parte della cultura socialista non era ben nota.
In Francia, ovviamente, le cose erano diverse. Qui il riferimento al 1789-93 era e rimase centrale nell’‘idée communiste’. Forse il suo ruolo è stato cruciale anche in Italia, ma il libro di Furet trascura inspiegabilmente l’unico altro paese dell’Europa occidentale che ha prodotto e – sotto un altro nome ancora mantiene – un partito comunista di massa.
La pura scelta del comunismo
Queste osservazioni sollevano dubbi più generali sul metodo di Furet per scrivere il suo “essai sur l’idée communiste”, cioè la storia, le idee e gli intellettuali del XX secolo. Anche se lasciamo da parte la questione di quanto la storia delle idee possa essere propriamente confinata a coloro che ne scrivono, dobbiamo chiederci fino a che punto le idee o gli intellettuali possono essere separati dai loro specifici contesti storici e dalle loro situazioni. Cercando di concentrarsi sul filocomunismo degli intellettuali, Furet ha cercato di eludere questo problema assumendo che gli intellettuali “vissero la rivoluzione comunista come una pura scelta, o meglio, se si preferisce, come una convinzione separata dalla loro esperienza sociale, negazione di se stessi. . .”(Pagg. 143-44).
Eppure questo non era palesemente il caso tipico nell’era della catastrofe per la società borghese liberale del diciannovesimo secolo che vide l’ascesa sia dell’URSS che del movimento comunista internazionale dal 1914 all’indomani della seconda guerra mondiale. Allora il senso di una civiltà nelle convulsioni di una crisi profonda, un mondo al di là del restauro o della riforma da vecchie procedure che erano visibilmente fallite, faceva parte dell’esperienza sociale degli intellettuali in molte parti d’Europa. Scegliere tra rovina e rivoluzione – per destra o sinistra – tra nessun futuro e un futuro, sembrava non una scelta astratta ma un riconoscimento di quanto fosse seria la situazione. Come riconosce Furet – forse più chiaramente nel caso della destra che della sinistra – una visione apocalittica della situazione tedesca nel 1931-33, come quella di Spengler, non era prima facie assurda (p. 233). In termini meno emotivi, l’ungherese che sarebbe diventato il capo esperto di economia del Comintern spiegò nel 1921 ciò che, tra le rovine del 1918-19, lo aveva condotto “nel campo dei bolscevichi”. Era la convinzione che “un ritorno al capitalismo pacifico sembra escluso”. “La lotta di classe finirebbe con la comune rovina delle classi contendenti se la ricostruzione rivoluzionaria di tutta la società non avrà successo”.
Eugene Varga si sbagliava ovviamente, come ora sappiamo. In effetti, la vera illusione del comunismo – e del capitalismo degli anni ’30 sull’URSS dei Piani quinquennali – era la convinzione che il capitalismo tra le due guerre fosse oltre la salvezza. Eppure, nel 1919, in vaste aree dell’Europa centrale, chi avrebbe scommesso molto sulla sopravvivenza a lungo termine del capitalismo? Ancora nel 1942 quell’opera molto mitteleuropea del grande economista austriaco Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy prevedeva il trionfo finale di un’economia socialista, sebbene – tipicamente – per ragioni esattamente opposte a quelle fornite dai marxisti, e senza entusiasmo.
Uno sguardo alla curva del sostegno intellettuale al comunismo nel periodo di cui si occupa Furet suggerisce che riflette una risposta pratica alle situazioni piuttosto che “una pura scelta”. (Le passé d’une illusion purtroppo non mostra alcun interesse per le domande “quanto?” E “quante?”, che molti storici trovano ancora rilevanti).
La Gran Bretagna può servire da esempio. La piccola banda di comunisti intellettuali post-1917 si ridusse rapidamente all’inizio degli anni ’20. I numeri aumentarono in modo significativo sotto l’impatto del cataclisma economico dopo il 1929, contro il quale il Partito laburista, allora al governo, si dimostrò impotente. Da qui la conversione dei Webbs, arci-profeti della graduale riforma, all’Urss del Piano e l’effettiva nascita del comunismo studentesco britannico nel 1930-31, ben prima dell’impatto di Hitler. Il comunismo universitario – di cui Philby, Burgess, Maclean e Blunt non erano tipici, nemmeno a Cambridge – crebbe nell’era antifascista, per quelle che sembravano ragioni di buon senso. Chi altro stava combattendo l’appeasement e aiutando la Spagna? La guerra portò a una certa erosione del comunismo intellettuale britannico, che accelerò dopo il 1947, sebbene l’anticomunismo della Guerra Fredda contribuì a mantenere molte reclute degli anni ’30 nel pc fino al 1956, dopodiché la maggior parte di loro lo lasciò. Dalla fine degli anni Quaranta in poi quasi nessun intellettuale britannico fu attratto dal PC, tranne alcuni dei nuovi studenti radicali dopo il 1968, delusi dal loro movimento. Nessun intellettuale, dentro o fuori il PC, era un appassionato entusiasta filo-sovietico. D’altra parte, la maggior parte degli ex comunisti intellettuali è rimasta nella sinistra politica. Gli ex comunisti appassionatamente anticomunisti, comuni in altri paesi, sono rari qui, forse perché il PC britannico ha evitato gli eccessi dell’ouvrierisme del PC francese – sebbene fosse un corpo molto proletario – e certamente le costrizione e le espulsioni dei suoi intellettuali. È una storia che contiene circa la stessa proporzione di speranza utopica e messianica, di illusione e disillusione, di sacrificio di sé e devozione, come qualsiasi altro corpo di intellettuali comunisti, ma si esiterebbe a descriverla come quella di una “credenza separata dalla loro esperienza sociale”.
Situazioni concrete
Ancora una volta è difficile trascurare il ruolo delle situazioni specifiche, così come le tradizioni politiche e culturali, dei paesi in cui i comunisti sono stati reclutati, o le comunità che si prestavano particolarmente facilmente a tale reclutamento, ad esempio, gli ebrei dell’Europa centrale e orientale e – quando il pericolo del fascismo divenne acuto – di tutte le parti d’Europa. Un esempio può servire. Uno dei migliori documenti del passaggio dal messianismo religioso ebraico al marxismo rivoluzionario è il libro di memorie di Julius Braunthal In Search of the Millenium (Londra 1945). Eppure il resoconto di questa vita illustra anche l’influenza determinante delle circostanze concrete. Poichè Braunthal, un socialdemocratico austriaco prima del 1914, rimase un socialdemocratico non comunista per tutta la vita, e quando la rivoluzione effettivamente travolse l’Austria nel 1918-19 sostenne il rifiuto del partito socialista austriaco, allora al potere effettivo, di seguire la via bolscevica. Lui, come la direzione del partito, lo fece per motivi di realismo, alla luce delle circostanze dell’Austria e, senza dubbio, anche alla luce del fallimento della Germania nella scelta del bolscevismo. Tuttavia la conseguenza fu che in Austria i comunisti rimasero politicamente insignificanti e gli intellettuali di sinistra (aiutati, senza dubbio, dalla posizione marxista teoricamente radicale del partito) non avrebbero considerato il comunismo un’opzione fino a dopo la guerra civile del 1934. Anche successivamente una parte importante rimase socialdemocratica anticomunista. In breve, per scopi storici le attrattive dell”idea comunista’, sia per i lavoratori che per gli intellettuali, non possono essere presentate se non come un insieme di probabilità determinate dalle scelte socialmente disponibili in circostanze che facevano sentire uomini e donne di dover fare tale scelta politica.
Quindi la probabilità che, negli anni ’30 e ’40, un giovane sindacalista attivo militante in una fabbrica britannica di ingegneria ed elettricità diventasse un membro o un simpatizzante del Partito Comunista era straordinariamente alta, per ragioni che non devono interessarci qui ma che hanno ben poco a che fare con l’URSS o anche con il fascismo. La probabilità che un intellettuale o uno studente britannico diventasse tale era sempre di gran lunga inferiore: Furet si sbagliò a credere che “la rivoluzione russa ebbe più successo nelle università che nelle fabbriche”, anche negli anni ’30. Era, tuttavia, leggermente più grande tra i figli e le figlie della classe media progressista liberale e/o genitori protestanti non anglicani (quaccheri, metodisti e così via) per i quali – come riconosce Furet – era un passo avanti dal liberalismo. I militanti di fabbrica britannici in mestieri qualificati sarebbero probabilmente stati inclini all’estrema sinistra dalla prima guerra mondiale in poi, ma il fatto che si unirono al Partito Comunista, a differenza di qualche altro gruppo – diciamo, sette marxiste dissidenti, come fecero alcuni giovani attivisti dopo il 1956 – fu a causa della situazione specifica della manodopera britannica durante questo periodo.
Si può, naturalmente, obiettare che una volta che l'”idea comunista” aveva attanagliato una persona, non importava quali fossero state le circostanze della sua conversione. Diventavano “bolscevichi duri come l’acciaio” e parte di quel fenomeno davvero straordinario, il movimento comunista internazionale diretto da Mosca. C’è qualcosa in questo. Furet ci ricorda giustamente la capacità di organismi relativamente piccoli di “quadri” di ricostituire un movimento dopo il suo crollo, come in Francia dopo il 1939-41. Il caso italiano è ancora più impressionante. Mai movimento di massa, i quadri del pc italiano nel 1943 erano costituiti da poche migliaia di persone, in gran parte rientrate dall’esilio o dal carcere, attorno alle quali si costituì in pochi anni un partito di milioni. Inoltre – il punto non è sottolineato da Furet – per questo l’esistenza di un “Vaticano” di Mosca era quasi certamente essenziale. A differenza dei gruppi dissidenti di marxisti rivoluzionari occidentali (trotskisti, maoisti e così via) che sono l’equivalente sociologico delle sette, che discutono e si dividono senza fine, i partiti comunisti, anche i più piccoli, si sono comportati sociologicamente come chiese universali. Mentre Mosca rimaneva ufficialmente solida, gli scismatici e gli eretici potevano essere espulsi, i leader sostituiti, persino i partiti sciolti, senza dividere i partiti o generare concorrenti effettivi al partito ufficiale esterno. E – qui bisogna essere d’accordo con Furet – Stalin era l’architetto essenziale di quella chiesa. Eppure, come si può anche raccontare la storia dei quadri e dei “veri credenti” in semplici termini in bianco e nero di un “ordine da Mosca”? Ci porterebbe troppo lontano nella storia dei partiti comunisti per discutere i dettagli del suo trattamento da parte di Furet – per esempio, la sua negazione (contrariamente ad alcune prove evidenti) che l’idea del Fronte Popolare (come distinto dal Fronte Unico) proveniva dalla Francia e non da Mosca. Dopo tutto, il suo libro non è una storia del comunismo.
Quello che invece non spiega è un fenomeno molto rilevante per la sua argomentazione: la straordinaria instabilità e il ricambio delle adesioni e del sostegno dei partiti. Non per niente gli intellettuali scherzano sul fatto che gli ex comunisti siano il più grande dei partiti. Il fenomeno, che è universale come le altre caratteristiche universali del comunismo notate da Furet, merita un’analisi più approfondita di quanto non riceva qui. Perché se “migliaia e migliaia di persone hanno subito questa esperienza indolore”, vale a dire unirsi e lasciare un movimento “senza traumi importanti, perché l’hanno sperimentato come farebbero con qualsiasi altro movimento politico” (p. 144), allora forse alcuni degli argomenti di Le passée d’une illusion hanno bisogno di modifiche.
Speranze e paure del comunismo
Il movimento comunista era infatti basato su un’illusione, o forse su una serie di illusioni, di cui il libro di Furet ne individua una. Dato il fallimento dell’impresa lanciata a Pietrogrado nell’ottobre 1917, non si può negare l’irrealizzabilità degli obiettivi che si proponeva di raggiungere con i mezzi ritenuti opportuni dai socialisti e nelle condizioni storiche in cui fu intrapresa. Al di fuori dell’URSS e (dopo il 1945) degli altri Stati in cui i partiti comunisti presero il potere e non lasciarono scelta ai loro cittadini, il fascino di questa impresa in Europa fu sempre limitato alle minoranze e, nel caso degli intellettuali, di solito a piccole minoranze, anche se in alcuni periodi di talento. L’unico periodo in cui il comunismo può essere considerato egemonico e solo in due o tre paesi è stato breve, diciamo dal 1943 all’inizio degli anni ’50. Questa, mi sembra, deve essere la base di ogni discussione sulla storia dell’influenza comunista in Occidente. Tuttavia, la speranza e la paura del comunismo erano reali e molto più grandi della forza effettiva dei movimenti comunisti. Sia la speranza che la paura appartengono in egual misura all'”illusione” del comunismo. C’è una strana, ma non insignificante asimmetria nel modo in cui Furet ne tratta, poiché impariamo poco dell”idea comunista’ ‘così come esisteva, non nella testa dei comunisti, ma di coloro per i quali, molto più che nel 1848, il comunismo era “lo spettro che infestava l’Europa”. Per loro era l’immagine di una forza dedita alla conquista del mondo, anzi, pronta a varcare le frontiere della libertà in qualsiasi momento, se non scoraggiata da armamenti nucleari pronti all’azione in pochi minuti. Una volta vittorioso ovunque si sarebbe diffuso inevitabilmente: “la teoria del domino”. Una volta stabilito ovunque, era irreversibile dalle forze interne, perché quella era l’essenza stessa del totalitarismo. (Al contrario, a volte è stato seriamente sostenuto che nessun regime comunista era mai o sarebbe mai potuto arrivare al potere con il voto democratico.) Nella politica nazionale, semplicemente allearsi con i comunisti era fatale, poiché per loro l’oggetto di qualsiasi alleanza era controllare e poi distruggere gli alleati. (Questa era una supposizione non inverosimile, ma il corollario che avrebbero inevitabilmente avuto successo era palesemente in contrasto con le prove). A livello internazionale, forse anche interno, si poteva resistere solo adottando i propri metodi spietati, anche a costo di sospendere le libertà politiche della democrazia liberale. E così via. Mentre queste convinzioni, più generalmente sostenute dagli ideologi che dai politici pratici che affrontarono i partiti comunisti di massa – de Gaulle, Mitterand, De Gasperi, Andreotti – erano rafforzate da un orrore del tutto legittimo e giustificabile di regimi come quello dell’URSS, non avevano rapporto visibile con l’effettivo pericolo del comunismo. In effetti, si potrebbe persino sostenere che gli eccessi dell’anticomunismo fossero inversamente correlati al grado di minaccia comunista. In Germania e negli Stati Uniti, le due democrazie che hanno limitato o abolito la legalità dei partiti comunisti, l’appeal politico dei partiti locali era trascurabile.
In breve, il mito e il contro-mito, l’illusione e la controillusione nelle guerre di religione (secolare) del XX secolo non possono essere separate dallo storico del nostro secolo più di quanto lo possano essere la Riforma protestante e le reazioni cattoliche ad essa dallo storico del XVI secolo.. Che Furet non riesca a farlo, getta seri dubbi sul suo progetto storico.
Un critico comprensivo, anche se non acritico, ha scritto: “Nonostante sia limitato a una dittatura e ad alcuni intellettuali. . . [questo libro] è la prima pugnalata alla storia del ventunesimo secolo del nostro tempo”. Secondo me questo è esattamente ciò che non è. È un libro di un intellettuale occidentale molto intelligente e non simpatetico verso il comunismo, che avrebbe potuto essere scritto in qualsiasi momento negli ultimi trent’anni o, a parte i riferimenti a opere successive, nell’ultimo mezzo secolo. Tuttavia, ogni storia dei nostri tempi che spera di sopravvivere nel prossimo secolo deve, dopo il 1989, che segna chiaramente la fine di un’intera era storica, iniziare cercando di fare un passo provvisorio lontano dai campi di battaglia ideologici e politici di quell’epoca. Chiunque abbia provato a farlo sa quanto sia enorme lo sforzo di intelletto e immaginazione che questo richiede, e quanto sono grandi gli ostacoli. Tuttavia, ora è diventato possibile provare e il tentativo deve essere fatto. Non ci richiede di abbandonare le nostre simpatie e convinzioni. Il notevole Una guerra civile (1991) di Claudio Pavone ha tentato di vedere la Resistenza italiana del 1943-45, non come la maggior parte degli ex resistenti e la legittimazione ufficiale della Repubblica italiana sono inclini a presentarla, come una semplice rivolta nazionalista contro gli stranieri e il fascismo, ma come conflitto tra due minoranze di italiani – una, è vero, molto più grande dell’altra – in cui la maggior parte degli italiani non è stata coinvolta fino all’ultimo, se non in alcune zone di montagna. Il suo lavoro non è in alcun modo inteso come una critica o un attacco alla Resistenza. Pavone era e rimane un antifascista e fedele alla Resistenza a cui ha preso parte. È semplicemente ora possibile per lui vedere le proprie scelte e impegni politici in una prospettiva storica.
Stranamente, Furet inizia ad avvicinarsi a una sorta di prospettiva storica nel suo trattamento del fascismo con cui non è mai stato associato. Questo è evidente nella sua trattazione del fascismo italiano, sebbene faccia troppe concessioni al tentativo di Nolte di scagionare i nazisti, che non deve essere confuso con lo sforzo necessario, per quanto possiamo indietreggiare da esso, per rimuovere la storia del nazismo dal regno della teologia morale e reinserirla nella storia tedesca e globale. Purtroppo, questo non è il caso del suo approccio alla storia del comunismo. Ciò che si critica non è la sua comprensibile opposizione al comunismo, anche se a volte lo porta a trasformare un’analisi del motivo per cui l’illusione del comunismo ha ottenuto una presa così potente in Europa in una semplice denuncia di ciò che il comunismo ha fatto alla Russia, che non è proprio la stessa cosa. È che scrive della storia del comunismo come avrebbe potuto fare se Stalin, o anche Breznev, avesse ancora presieduto i suoi destini. Il suo libro si legge come un prodotto tardivo dell’era della Guerra Fredda. Ma, per invertire e adattare una famosa frase di Marx: “Gli storici si sono preoccupati di cambiare il mondo. Il punto è interpretarlo”. Soprattutto quando è effettivamente cambiato.
E.J Hobsbawm
New Left Review, nov./dic. 1996