Lucio Lombardo Radice dedicò la sua raccolta di scritti ‘Socialismo e libertà’, pubblicata da Editori Riuniti nel 1968, “alla cara memoria di Palmiro Togliatti, maestro di passione rivoluzionaria, di coraggio intellettuale” e “alla lotta rivoluzionaria per la libertà, necessità di vita di un socialismo maturo di Alexandr Dubcek, di tutti i compagni cechi e slovacchi“.
Per una casualità della storia l’invasione della Cecoslovacchia avvenne proprio nella giornata dell’anniversario della morte, quattro anni prima, di Togliatti. In quelle settimane L’Unità e Rinascita puntellarono la posizione del partito di sostegno a Dubcek con gli articoli di e su Togliatti.
L’intervento militare deciso da Breznev era diretto contro il Partito Comunista di quel paese che aveva avviato un “nuovo corso” che suscitò un clima di entusiasmo e consenso in quella che fu definita la Primavera di Praga.
Riassunse con sarcasmo le motivazioni ufficiali dell’occupazione militare l’allora ministro degli esteri Ji?í Hájek:
“I capi degli Stati interventisti sostennero di voler difendere il paese aggredito dalla contro rivoluzione ma le loro truppe non trovarono alcuna controrivoluzione e alcun controrivoluzionario. Arrestarono e deportarono invece i massimi esponenti degli organismi costituzionali e il vertice del partito comunista. Uccisero alcune decine di cittadini inermi molti dei quali spirarono con il canto dell’Internazionale sulle labbra. Se proprio si vuole parlare di controrivoluzione nel ‘68 in Cecoslovacchia bisogna dire da un punto di vista fattuale e in base a un’analisi marxista che atto controrivoluzionario è da considerare l’invasione realizzata in spregio della volontà del governo, del parlamento, del popolo cecoslovacco con alla testa il partito comunista. La funzione dirigente di questo, peraltro, nella battaglia per la riforma e la democratizzazione era riconosciuta come mai era accaduto in precedenza, amplissimo era il sostegno popolare all’opposizione a ingerenze esterne. E ancora cosaltro è se non controrivoluzionario un intervento armato grazie al quale venne soffocato un processo che mirava a portare la società da un sistema di direzione dirigistico-burocratico a forme di democrazia superiore del socialismo? Dopo l’intervento con la costante pressione del vertice sovietico dell’epoca a Praga assunse il potere un gruppo di persone che fin dall’inizio erano d’accordo con gli interventisti o che agli stessi si unirono in seguito. Con la politica della «normalizzazione liquidarono tutte le conquiste della “Primavera di Praga”.
Dubcek e i suoi compagni furono fortemente sostenuti dal PCI e, a loro volta, erano stati fortemente influenzati dalle tesi di Togliatti e dei comunisti italiani sulle “vie nazionali al socialismo”, il nesso socialismo-democrazia, il memoriale di Yalta, ecc. (da leggere Milos Hajek).

Non fu certo casuale che la prima intervista a un giornale estero del neosegretario del Partito Comunista Cecoslovacco Alexander Dubcek fu rilasciata all’Unità.
Fu Giancarlo Pajetta a consigliare al segretario del partito Luigi Longo, il leggendario comandante Gallo delle Brigate Internazionali nella Guerra di Spagna e nella Resistenza italiana, di andare a Praga per esprimere pubblicamente il sostegno del partito italiano ai compagni cecoslovacchi. Longo gli rispose: “È giusto, è bene andare. Ma dobbiamo sapere fin d’ora che, una volta andati là ed espressa la nostra solidarietà, poi, qualunque cosa accada non potremo tornare indietro.” Solo nel 1988 è stato pubblicato il verbale dell’incontro tra Longo e Dubcek che disse al segretario del PCI: “Vogliamo più possibilità di democratizzare tutta l’attività dello Stato socialista. Vogliamo unità tra socialismo e democrazia: questo è quanto deve scaturire dal socialismo. (…) Se noi socialisti sappiamo trovare una via democratica al socialismo, le forze antagoniste non ne proverebbero certo piacere (…) Vogliamo contribuire sempre più allo sviluppo della democrazia socialista. Vogliamo essere all’avanguardia dello sviluppo democratico, alla testa del movimento reale che si manifesta nel paese, perché non possiamo lasciare che questo movimento cada in altre mani. (…) Non pretendiamo che le nostre soluzioni siano modelli per altri paesi. Si sono fatti errori in passato. Si diceva: il migliore modello è quello jugoslavo. I sovietici invece vantavano il loro. I cinesi dicono: questi europei non si comportano bene, devono essere rivoluzionari come noi. Non faccio polemiche. Dico solo che quando si presenta il proprio specifico come ricetta per gli altri, si viene meno proprio a quel che di specifico dobbiamo fare. Per noi, se possiamo contribuire al patrimonio comune con la soluzione dei nostri problemi specifici sarebbe già sufficiente. Nessuna soluzione può essere trapiantata in altri paesi. Il cappello va scelto a misura della testa.”.
Longo incoraggiò i compagni cecoslovacchi: “Crediamo che difficoltà e pericoli vengano anche dal ritardo con cui determinati problemi sono stati affrontati. Ma crediamo anche che la via scelta sia la sola che consenta di superarli, sia pure a costo di pagare un prezzo (…) Pensiamo che nessun modello possa avere validità universale. Lo diciamo anche per la vostra esperienza. Salutiamo ed apprezziamo la tendenza che avete scelto; ma si tratta pur sempre di un’esperienza che appartiene a voi. Questo vale, beninteso, anche per noi. Non possiamo però attirare e mobilitare certe forze con un’immagine del socialismo come quella che qui c’era. Occorre un’immagine più ricca, l’immagine di un socialismo giovane, dinamico, aperto alle esigenze nuove di libertà della cultura e di democrazia. Dobbiamo dare più vigore a questa immagine, che corrisponde del resto agli ideali di sempre del socialismo, se vogliamo conquistare i giovani”. Dubcek fece anche riferimento al memoriale di Yalta di Palmiro Togliatti.
Come scrisse dieci anni dopo Lucio Lombardo Radice, il Pci non si tirò indietro: dimostrò coi fatti che considerava come cose sue gli avvenimenti del “nuovo corso”. Il partito, i suoi giornali e case editrici, si impegnarono per far conoscere l’esperienza cecoslovacca a iscritti, militanti, opinione pubblica. Prima e dopo l’invasione furono pubblicati i testi dei comunisti cecoslovacchi: ‘Il nuovo corso in Cecoslovacchia’, ‘La via cecoslovacca al socialismo’ e il libro di Eduard Goldstucker ‘Libertà e socialismo’.
Il PCI fece pressioni su Mosca affinché non si rispondesse con un intervento armato al rinnovamento avviato in Cecoslovacchia. Cercò di far pesare il suo ruolo di principale partito comunista del mondo occidentale.
A metà luglio 1968 la direzione nazionale del PCI approvò un comunicato che affermava che
“il processo di rinnovamento democratico della società socialista cecoslovacca è tale da consolidare le basi socialiste, la lotta contro le manifestazioni e spinte antisocialiste sarà tanto più efficace quanto più andranno avanti la democrazia socialista, la partecipazione delle masse, la capacità del partito di essere alla testa del rinnovamento“.
Era una smentita della tesi della “controrivoluzione in atto” che circolava a Mosca e negli altri paesi del Patto di Varsavia. Insomma “un ammonimento a non intervenire dall’esterno”, come rivendicava 10 anni dopo Lucio lombardo Radice.
Guido Liguori, nel suo fondamentale ‘Berlinguer rivoluzionario’ (Carocci), ha scritto che:
“le idee del ‘nuovo corso’ erano molto vicine al comunismo democratico propugnato dal PCI (…) I comunisti italiani vedevano la possibilità che la loro impostazione politica prendesse piede in Europa, e all’interno del blocco comunista: il policentrismo poteva essere declinato anche come costruzione di una via democratica europea al socialismo. E fu SOPRATTUTTO per scongiurare tale orizzonte, per impedire che il tipo di comunismo che accumunava italiani e cecoslovacchi prendesse piede nei paesi dell’Europa orientale, che i carri armati sovietici invasero la Cecoslovacchia il 21 agosto 1968“.
Il 21 agosto “l’Ufficio politico del PCI sentì il dovere di esprimere subito il suo grave dissenso” nei confronti dell’intervento militare dell’Urss – a scrivere il comunicato fu Armando Cossutta – e “di riaffermare la propria solidarietà con l’azione di rinnovamento condotta dal partito comunista cecoslovacco.”
Il 23 agosto la direzione “ribadisce il grave dissenso e la sua riprovazione per l’intervento militare”. Unico in dissenso il vecchio Arturo Colombi.
Il 27 agosto Luigi Longo nel rapporto al Comitato Centrale dichiarava:
“Che cosa è avvenuto in Cecoslovacchia? E’ avvenuto che con un lungo ritardo – ben 12 anni dopo il XX Congresso del PCUS – è stata attuata dallo stesso partito comunista cecoslovacco una svolta nell’orientamento del partito e nella vita del paese. Tale svolta era ed è conforme a quel processo di rinnovamento che fu avviato al XX Congresso del PCUS. Essa era ed è corrispondente, tra l’altro a tutta la nostra concezione e elaborazione, leninista e gramsciana, all’ispirazione della linea del PCI, all’insegnamento lasciatoci dal compagno Togliatti e alle indicazioni del memoriale di Yalta“.
Il 28 agosto il PCI pubblicava una ‘Lettera dei comunisti italiani ai compagni cecoslovacchi’, in cui si invitavano i sovietici a correggere il tragico errore e in cui si faceva presente “il grande consenso del popolo cecoslovacco al consolidamento e allo sviluppo del sistema socialista per rafforzarne sempre di più il carattere umanista e democratico”.
Un anno dopo, nel giugno 1969, alla conferenza internazionale dei partiti comunisti e operai a Mosca il vicesegretario del PCI Enrico Berlinguer ribadirà la linea del policentrismo (nessun partito o stato guida) e la solidarietà a Dubcek. A questo si aggiungeva il rifiuto di firmare il documento conclusivo tranne il capitolo relativo alla lotta per la pace e contro l’imperialismo.
Oltre al PCI, anche il Partito Comunista Francese e quello spagnolo, condannarono l’invasione.
Nel PCI c’era chi pubblicamente chiese di andare oltre la condanna dell’invasione e di prendere atto che era necessaria l’aperta rottura con l’Urss. Lo scrisse nel 1969 Lucio Magri nell’editoriale ‘Praga è sola’ che apriva il primo numero della rivista il manifesto: “i comunisti italiani condannarono l’intervento sovietico senza aprire un fronte di discussione radicale con gli orientamenti dell’attuale gruppo dirigente dell’URSS e dei paesi del Patto di Varsavia”.
Lucio Magri giudicava positiva ma insufficiente la condanna del PCI. Chiedeva che si rompesse apertamente col PCUS: “l’assunzione di una presa di posizione netta di fronte alle scelte politiche dei gruppi dirigenti dell’URSS e degli altri paesi socialisti europei. Non è più possibile puntare su una loro autocorrezione; si è costretti a puntare sulla loro sconfitta e la loro sostituzione”.
Probabilmente nel PCI quelli che la pensavano come il gruppo del Manifesto erano più numerosi di quello che apparve. Ma a partire da Terracini, non condividevano che si organizzassero aree nel partito.
Di certo la linea del Manifesto non convinceva molti anche per il giudizio positivo sulla rivoluzione culturale cinese e una proposta neo consiliare che metteva in secondo piano il pluralismo e il parlamentarismo costituzionale che erano invece sentiti come propria conquista e innovazione dai dirigenti del PCI usciti dalla Resistenza. Per esempio Pietro Ingrao, esponente principale della sinistra del PCI e riferimento degli stessi promotori del Manifesto: “lasciatemi ricordare che la rivoluzione culturale cinese non è stata certo un’esplosione di spontaneità. Si è trattato là di una consapevole ed organizzata mobilitazione di forze che erano massicciamente presenti nel partito e nella società; e si è fatta agire fortemente anche la tradizione, sotto la forma molto corposa dell’armata rossa. E tutti quanti sappiamo che si è trattato di un rivolgimento sì; ma di un rivolgimento fortemente guidato dall’alto e concluso dall’alto.”
Nel testo di Magri va detto che era criticata l’impostazione dei marxisti-leninisti, maoisti, trotzkisti e operaisti prevalenti nei gruppi del post ’68 italiano e non solo. Magri critica apertamente “lo schema, caro a tanti estremisti di casa nostra, che identifica libertà di espressione e restaurazione del capitalismo (quasi che il socialismo senza censura e senza processi diventasse d’un rosso più sbiadito)”.
Il gruppo de il manifesto fu radiato, anche se in primo luogo per violazione del “centralismo democratico” che non prevedeva di organizzare frazioni. Era forte la preoccupazione della nascita di una frazione o di una scissione filo-sovietica.
Oggi sappiamo – dopo l’apertura degli archivi sovietici – che secondo i rapporti del KGB mentre nei gruppi dirigenti la condanna dell’invasione era quasi unanime, nella base del PCI era rimasta molto forte la simpatia verso l’Urss. Quindi è comprensibile la preoccupazione di evitare che un pezzo di gruppo dirigente capeggiasse una scissione sostenuta dall’Urss.
Il PCI non scelse la via della rottura con l’Urss e i paesi “socialisti”, ma di mantenere un rapporto dialettico.
In anni più recenti Magri, nel libro ‘Alla ricerca di un altro comunismo’, così riassunse la vicenda:
“Sulla questione cecoslovacca anche il PCI prese delle posizioni molto severe. Longo stesso era andato a incontrare Dubcek e Leonid Breznev difendendo con vigore la primavera praghese. Quando Gustav Husak e il gruppo dirigente sovietico fecero fuori Dubcek e con lui quello che può essere considerato il tentativo più serio di fare un nuovo socialismo, io scrissi ‘Praga è sola’ nella speranza di aprire una discussione sull’esperienza dei paesi del socialismo reale. Il PCI continuò a votare contro le risoluzioni di Mosca, che intendevano avallare la liquidazione di Dubcek, ma si negò a un vero dibattito sul ripensamento strategico che l’esito drammatico della primavera praghese avrebbe richiesto, finì così per accettare la normalizzazione autoritaria.“
Un giudizio più duro sul PCI lo espresse nel ventennale Rossana Rossanda in un articolo che è stato ripubblicato con un titolo piuttosto forzato.
Bisognerà attendere il 1981 per il famoso “strappo” di Berlinguer. Va detto che il sostegno ai comunisti della Primavera, ridotti al silenzio e espulsi dal partito cecoslovacco durante la “normalizzazione” fu costante come testimoniano articoli e libri pubblicati negli anni ’70.
Nel decennale della Primavera il PCI organizzò un convegno internazionale. Erano gli anni del cosiddetto eurocomunismo, “la prospettiva di un superamento tanto del modello sovietico quanto del modello socialdemocratico”. Il PSI fu più libero, avendo rotto nel 1956, di dare spazio a un esule come Jiri Pelikan che divenne un protagonista della scena politica italiana. Il Manifesto organizzò un importante convegno nel 1978 a Venezia sulle società post-rivoluzionarie dell’Europa orientale che segnò un punto alto di riflessione e anche di interlocuzione col dissenso marxista.

Credo vada rifiutata una rappresentazione di quella vicenda storica, che è diventata una vulgata raccontata da ex-estremisti pentiti passati dal marxismo-leninismo dogmatico e settario al liberalismo capitalistico, che racconta che la sinistra non fu dalla parte della Primavera di Praga. Se si può dire questo per il PCI nel 1956, l’errore non fu ripetuto nel 1968. Lo fece il Psiup e la scelta spinse a uscirne il vecchio Lelio Basso che definì l’invasione “una sconfitta del movimento operaio”.
I comunisti di Dubcek erano guardati con sufficienza dai giovani dei gruppi rivoluzionari del Sessantotto per ragioni storicamente comprensibili. Il tentativo cecoslovacco era più in sintonia con le strategie democratiche dei partiti storici della sinistra che loro contestavano come “integrazione”. La posizione più intelligente e avanzata fu quella di Rudi Dutschke, leader del ’68 tedesco, che si recò a Praga (uscì un libro che ebbe grande risonanza).
La rivista Quaderni piacentini riportò il documento sull’invasione della SDS tedesca, un articolo dei comunisti cinesi e un saggio di Guido D. Neri preceduti da una nota della redazione.
Scriveva Neri: “Tutti sentono che con la primavera cecoslovacca e con l’intervento sovietico un periodo si è chiuso definitivamente nella storia del socialismo europeo, e in modo incomparabilmente più decisivo che in qualsiasi situazione precedente. La giovane sinistra occidentale non dovrebbe lasciarsi sfuggire un’occasione quasi unica per riconsiderare il movimento socialista nel suo insieme.”
Nonostante l’apprezzamento per i consigli operai, prevaleva comunque un giudizio sospettoso sulle riforme volte a creare un mercato socialista e sulle rivendicazioni di libertà “borghesi” che in Europa Occidentale erano garantite ma viste ormai neutralizzate dalla manipolazione delle masse. Però non si può dire che ci fosse simpatia per i carri armati del Patto di Varsavia che era semmai presente a livello operaio e popolare (QP attribuivano a responsabilità di questa “diseducazione politica” al PCI).
La nota della redazione affermava che l’Urss e a Germania est facevano “riforme economiche antisocialiste” da anni “come e più dei cecoslovacchi”: “queste riforme economiche servono a conservare e a modernizzare il dominio antidemocratico di gruppi minoritari, non certo a favorire la democrazia. La democrazia (autodecisione dei lavoratori) oggi si può cercare solo muovendo in direzione opposta, verso una forma superiore di di socialismo (ogni riferimento alla democrazia borghese è fasullo, tanto più assurda l’associazione liberismo economico-democrazia)“. La dichiarazione di Fidel Castro veniva definita “equivoca” e spiegata come conseguenza dei rapporti di forza internazionali: “la logica dell’imperialismo a due (USA e URSS, ndt) ha purtroppo indotto i più deboli ad allinearsi dietro il forte, anche quando non si tratta di revisionisti ma di autentici rivoluzionari in lotta contro l’imperialismo (cubani e vietnamiti). Solo chi può fare a meno del forte, perchè è abbastanza forte materialmente (Cina) i può permettere di non cedere (…). Solo i dirigenti cinesi hanno denunciato il carattere imperialista dell’intervento sovietico e la connivenza USA-URSS”. La redazione però non mancava di porre la domanda a PC cinese: “Fino a che punto i comunisti cinesi sono disposti a riconoscere nelle forme di democratizzazione emerse dall’esperienza cecoslovacca (…) un valore di autentica «rivoluzione culturale»?
Mario Tronti sulla rivista operaista Contropiano: “Le nuove frontiere del modo di vita americano si erano da tempo impaludate nelle risaie del sud-est asiatico quando s’è pensato di celebrare i cinquant’anni di potere sovietico puntando i cannoni dell’armata rossa sui comunisti di Praga. A questo punto, chiedete ai giovani d’oggi che cosa sono per loro capitalismo e socialismo. Vi diranno: vecchie risposte a nuove domande” (Contropiano n.2/1968) “L’Unione Sovietica, se continua a rappresentare l’ideologia socialista di fronte all’opinione pubblica generica, non rappresenta certo più il punto di vista di classe per gli operai di tutto il mondo: la Piazza Rossa, per le forze rivoluzionarie della società moderna, è un faro spento.” (Contropiano N. 3/1968).
Dopo l’invasione e con la “normalizzazione” furono espulsi dal partito e emarginati in 400.000. Il 30 ottobre Giuliano Pajetta, fratello di Giancarlo, su ‘Unità, contestava la persecuzione dei comunisti della Primavera:
Siamo perplessi nell’udire accuse di questo genere rivolte a uomini come Smrkovsky che diresse l’insurrezione del 1945 a Praga, o a Pavel, ex combattente di Spagna, capo delle milizie operaie del febbraio 1948.
Centottantamila cecoslovacchi abbandonarono il paese, tra cui intellettuali e artisti di grandissimo rilievo come il regista Milos Forman e il suo professore Milan Kundera che ha reso tanti anni dopo un bellissimo omaggio al tentativo di costruire il “socialismo dal volto umano”:
“Ah, i cari anni Sessanta; allora amavo dire, cinicamente: il regime politico ideale è una dittatura in decomposizione; l’apparato oppressivo funziona in modo via via più difettoso, ma è sempre lì a stimolare lo spirito critico e beffardo. Nell’estate del 1967, irritati dall’audacia del congresso dell’Unione degli scrittori e convinti che la sfrontatezza avesse passato il segno, i padroni dello Stato hanno cercato di inasprire la loro politica. Ma lo spirito critico aveva già contagiato perfino il comitato centrale del Partito che, nel gennaio del 1968, ha deciso di farsi presiedere da uno sconosciuto: Alexander Dubcek. E’ cominciata la Primavera di Praga: gaio, il paese ha gioiosamente rifiutato lo stile di vita imposto dalla Russia; le frontiere dello Stato si sono aperte e tutte le organizzazioni sociali (sindacati, unioni, associazioni), destinate in origine a trasmettere al popolo la volontà del partito, sono diventate indipendenti e si sono trasformate negli inattesi strumenti di una inattesa democrazia. Nacque un sistema (senza alcun progetto preordinato, quasi per caso) che fu davvero senza precedenti: un’economia nazionalizzata al 100%, un’agricoltura nelle mani delle cooperative, nessuno troppo ricco, nessuno troppo povero, istruzione e sanità gratuite, ma anche: la fine del potere della polizia segreta, la fine delle persecuzioni politiche, la libertà di scrivere senza censure e, di conseguenza, il fiorire della letteratura, dell’arte, del pensiero, delle riviste. Ignoro quali fossero le prospettive future di quel sistema; nella situazione geopolitica di allora, di certo inesistenti; ma in un’altra situazione geopolitica? chi può saperlo… Ad ogni modo, il secondo durante il quale quel sistema è esistito, quel secondo è stato meraviglioso.”
Dieci anni dopo l’invasione, Lucio Lombardo Radice che dei comunisti cecoslovacchi fu amico prima, durante e dopo la Primavera, annoterà:
“i nemici del socialismo parlano di Praga 1968 come di un fallimento inevitabile, negano la possibilità di un socialismo democratico”.
Forse proprio per questo nel 1988 Alexander Dubcek dirà che agli americani l’intervento sovietico non dispiacque per nulla.
La Primavera di Dubcek rimane un punto di riferimento per chi in Europa e nel mondo vuole costruire un progetto socialista-comunista del XXI secolo. Non può non esserlo sicuramente per noi che continuiamo a dirci per la rifondazione comunista.
In Italia Rifondazione Comunista nacque nel 1989-1991 durante la lotta contro la liquidazione del Pci e del comunismo in generale. Alla base c’era la rivendicazione, in tutte le sue componenti, dell’originalità del comunismo italiano a partire da Gramsci, e dell’ispirazione democratica della ‘nuova sinistra’ rappresentata da Democrazia Proletaria, che aveva valorizzato i filoni di Rosa Luxemburg e del Lenin di ‘Stato e Rivoluzione’ ma anche il costituzionalismo più avanzato, e da chi veniva dalle esperienze del Pdup-Manifesto, della sinistra sindacale, del socialismo di sinistra. Di quella eredità sicuramente fa parte la Primavera di Praga e la creativa esperienza dei comunisti cecoslovacchi.

Luigi Longo e Alexander Dubcek, Praga 1968
Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.