Community

Already a member?
Login using Facebook:
Powered by Sociable!

Archivi

Susan George: Una breve storia del neoliberismo (1999)

Infinita tristezza per la morte a 92 anni di Susan George, fondatrice e presidente di Attac e del TransnationaI Institute, un’intellettuale con cui abbiamo condiviso la stagione del movimento altermondialista da Seattle a Genova, dai Forum sociali di Porto Alegre a quello di Firenze. “È il primo movimento di massa della storia che non chiede niente per sé,
vuole solo giustizia per il mondo intero”. Negli anni ’90, mentre le ex-sinistre si convertivano al neoliberismo che dominava il dibattito pubblico, è stata un punto di riferimento controcorrente assai prezioso per la mia generazione. Susan George per spiegare l’egemonia del neoliberismo citava il nostro amato
Antonio Gramsci. Dai tempi dell’opposizione al colonialismo in Algeria e della guerra del Vietnam non ha mai smesso di lottare per un altro mondo possibile. “Il compito dello scienziato sociale responsabile è innanzitutto quello di scoprire queste forze [di ricchezza, potere e controllo], di scriverne in modo chiaro, senza gergo… e infine… di prendere posizione a favore degli svantaggiati, degli emarginati, delle vittime dell’ingiustizia”. Per ricordarla vi propongo il suo intervento alla Conference on Economic Sovereignty in a Globalising World, Bangkok, 24-26 marzo 1999. 

Gli organizzatori della conferenza mi hanno chiesto di scrivere una breve storia del neoliberismo, che hanno intitolato “Vent’anni di economia dell’élite”. Mi dispiace dirvi che, per poterla spiegare, devo partire da ancora più indietro, circa 50 anni fa, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1945 o nel 1950, se aveste seriamente proposto una qualsiasi delle idee e delle politiche presenti nell’attuale kit di strumenti neoliberisti standard, sareste stati derisi o mandati in manicomio. Almeno nei paesi occidentali, a quel tempo, tutti erano keynesiani, socialdemocratici o socialdemocratici-cristiani o una qualche sfumatura di marxisti. L’idea che il mercato dovesse essere autorizzato a prendere importanti decisioni sociali e politiche; l’idea che lo Stato dovesse ridurre volontariamente il suo ruolo nell’economia, o che alle imprese dovesse essere data totale libertà, che i sindacati dovessero essere limitati e che ai cittadini venisse data molta meno protezione sociale anziché una maggiore: tali idee erano totalmente estranee allo spirito del tempo. Anche se qualcuno fosse stato effettivamente d’accordo con queste idee, avrebbe esitato a prendere una simile posizione in pubblico e avrebbe avuto difficoltà a trovare un pubblico.

Per quanto incredibile possa sembrare oggi, soprattutto ai più giovani, il FMI e la Banca Mondiale erano considerati istituzioni progressiste. A volte venivano chiamati i “gemelli di Keynes” perché erano frutto dell’ingegno di Keynes e di Harry Dexter White, uno dei più stretti consiglieri di Franklin Roosevelt. Quando queste istituzioni furono create a Bretton Woods nel 1944, il loro mandato era quello di contribuire a prevenire futuri conflitti erogando prestiti per la ricostruzione e lo sviluppo e appianando i problemi temporanei della bilancia dei pagamenti. Non avevano alcun controllo sulle decisioni economiche dei singoli governi, né il loro mandato includeva la facoltà di intervenire nella politica nazionale. Continue reading Susan George: Una breve storia del neoliberismo (1999)

Joseph Dana: La lunga ombra della “questione ebraica”

Mame loshn: Attendees at the first Yiddish Language Conference in Czernowitz, 1908.

Dopo l’Olocausto, Israele fu salutato come la soluzione a un dibattito essenzialmente antisemita. Ora, mentre un altro genocidio è in corso – a Gaza – gli ebrei si interrogano ancora una volta sulla questione. Vi propongo un articolo da The Nation di Joseph Dana, giornalista residente in Cisgiordania e redattore collaboratore della rivista di commenti online indipendente +972. Buona lettura!

Alla fine di agosto del 1908, circa 70 delegati si radunarono in una sala di Czernowitz, la capitale cosmopolita della Bucovina austriaca. Erano giunti da Varsavia, dalla Galizia e da città dell’Europa orientale per la Prima Conferenza sulla Lingua Yiddish. Erano presenti scrittori di spicco come I.L. PeretzSholem Aleichem avrebbe voluto partecipare, ma glielo impedì da una malattia. Per cinque giorni, discussero sulla natura delle lingue ebraiche e se quella menzionata nel titolo della conferenza – quella parlata dalle masse ebraiche dell’Europa orientale – fosse una lingua nazionale legittima o semplicemente un gergo corrotto dell’esilio.

Per Nathan Birnbaum, l’uomo che aveva organizzato l’incontro, non si trattava di una questione di mera importanza accademica; era una questione di significato esistenziale. Nato a Vienna nel 1864 da una famiglia assimilata, Birnbaum era cresciuto in una famiglia in gran parte laica, ma rifiutava l’idea che gli ebrei dovessero dissolversi nella cultura austro-tedesca circostante. Con il suo sguardo determinato e la folta barba che gli scendeva ben oltre la gola, all’epoca poteva essere facilmente scambiato per Theodor Herzl.

I due uomini, in effetti, erano stati alleati per un certo periodo. Quasi due decenni prima, nel 1890, Birnbaum aveva coniato il termine “sionismo” mentre dirigeva la prima rivista sionista “Selbst-Emanzipation” (Auto-Emancipazione), e in seguito era stato eletto segretario generale dell’Organizzazione Sionista al Primo Congresso Sionista di Basilea. In seguito, tuttavia, avrebbe abbandonato il movimento sionista e, al suo posto, avrebbe abbracciato una visione diversa per il futuro del popolo ebraico, una visione che divergeva radicalmente dal sionismo politico e che era stata il fulcro implicito del raduno di Czernowitz. Continue reading Joseph Dana: La lunga ombra della “questione ebraica”

Christian Laval: LA GUERRA TOTALE COME MODALITA’ DI GOVERNO NEOFASCISTA

Adbusters, 2016

L’autore di questo articolo, tradotto dal blog di Verso books, Christian Laval, professore emerito di Sociologia all’Università di Parigi Nanterre, è coautore di ‘La scelta della guerra civile‘, sull’escalation dell’ordine neoliberista attraverso la guerra totale dell’amministrazione Trump. 

Trump sta portando avanti un colpo di Stato prolungato davanti ai nostri occhi, contribuendo allo smantellamento delle istituzioni liberali e dello stato di diritto. Il presidente degli Stati Uniti lo sta facendo attraverso un processo continuo, fatto di abusi di potere e trasgressioni dell’ordine giuridico, il tutto in nome di un'”emergenza”, che di per sé corrisponde a una logica da guerra civile. Con le azioni dell’ICE, gli Stati Uniti sono, di fatto, entrati in un nuovo periodo di guerra civile aperta, consapevolmente condotta dal governo federale. Abbiamo evidenziato questi sviluppi nel nostro libro, “La scelta della guerra civile” . In effetti, gli ingredienti per questa guerra erano già arrivati ??con l’ascesa del neoliberismo. È impossibile comprendere il trumpismo se lo distacchiamo dal passato, come alcuni sono tentati di fare quando contrappongono il buon vecchio neoliberismo multilaterale, che presumibilmente rispettava l’ordine internazionale, a un nuovo, cattivo capitalismo nazionalista e imperialista che non lo fa.

Oggi, il neoliberismo sta conducendo a un nuovo tipo di fascismo, un neofascismo, che si pone in relazione al fascismo storico come il neoliberismo si poneva in relazione al liberalismo classico: ovvero, come una specie particolare di un genere comune. Questo neofascismo in azione offre una cupa conferma delle argomentazioni che abbiamo esposto nel nostro libro. Il neoliberismo, in quanto politica specifica del capitalismo dalla fine del XX secolo, è stato un’impresa politica pronta a utilizzare tutti i mezzi disponibili per trasformare la società nell’interesse del capitale, attraverso la coercizione statale. Il neofascismo non è, quindi, solo una forma di fascismo – un triste ritorno al passato più oscuro – ma anche una continuazione esacerbata di ciò che il neoliberismo intendeva fare in modi più indiretti, sottomettendo l’intera società alla logica degli interessi privati. Il primo ministro canadese Mark Carney potrà anche pronunciare il discorso più bello a Davos, ma non può farci dimenticare che la causa che ha difeso e continua a difendere non è così pura come vorrebbe farci credere. Continue reading Christian Laval: LA GUERRA TOTALE COME MODALITA’ DI GOVERNO NEOFASCISTA

AL FATAH – PALESTINA di Luigi Perelli, doc prodotto da PCI (1970)

Un’inchiesta cinematografica sul principale protagonista della resistenza palestinese: il movimento di liberazione della Palestina “Al Fatah”. Il documentario mostra la vita nei campi profughi; illustra l’organizzazione politica della resistenza nelle sue articolazioni più importanti come i sindacati, la milizia popolare, la stampa; informa sull’organizzazione civile, gli ospedali, le scuole; descrive
la preparazione della lotta armata nei campi di addestramento; segue un’azione militare nei territori occupati; ricostruisce la storia della battaglia di Karameh. Le immagini raccolte in Giordania e nella Cisgiordania occupata e le testimonianze dei dirigenti politici e militari – tra cui lo stesso Arafat e il segretario delle federazione di Al Fatah di Amman – e della gente del popolo offrono un quadro articolato dell’azione politica e militare di Al Fatah.

Ledda, Romano – commento
Perelli, Luigi (regista) – fotografia
Vanni, Luciano – organizzazione
Gelmetti, Vittorio – musica
Conversi, Cleofe – montaggio
Plantamura, Carol – cantante
Crociani, Raimondo – montaggio del suono

Personaggi e interpreti

Bandiera, Giorgio – voce
Cucciolla, Riccardo – voce
Del Sasso, Alessandra – voce
Donato, Gino – voce
Gherardi, Anna Maria – voce
Marchi, Maria – voce
Rienzi, Nico – voce
Satta Flores, Stefano – voce

Pirati contro il capitalismo: “L’Idra dalle molte teste” è una storia dal basso

A cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, la nave pirata era una sorta di “soviet mobile”, un consiglio operaio galleggiante. I pirati dimostrarono che un’organizzazione completamente diversa poteva essere applicata alle navi d’altura, un’impresa chiave nel capitalismo commerciale del XVII e XVIII secolo. In occasione dell’edizione polacca del libro The Many-Headed Hydra:The Hidden History of the Revolutionary Atlantic sul sito della rivista Krytyka Polityczna è stata pubblicata un’intervista di Jakub Majmurek agli storici Marcus Rediker e Peter Linebaugh. In italiano il libro è stato pubblicato da Feltrinelli con il titolo ‘I ribelli dell’Atlantico’ ed è ora disponibile in edizione economica. Una lettura avvincente e più attuale che mai in tempi di revascismo dell’America bianca e dell’imperialismo occidentale. Il grande storico Howard Zinn scrisse: “Questo è un libro meraviglioso. Linebaugh e Rediker hanno svolto uno straordinario lavoro di ricerca su episodi sepolti e scritti dimenticati per recuperare, con eloquenza e talento letterario, la storia perduta della resistenza alla conquista capitalista su entrambe le sponde dell’Atlantico.”  Buona lettura!

Jakub Majmurek: Il libro “L’Idra dalle Molte Teste” attraversa tre secoli di storia e tre continenti: dal processo di enclosure nell’Inghilterra dei Tudor alle rivoluzioni di fine XVIII e inizio XIX secolo. Qual è il filo conduttore che collega tutte le storie presentate? La storia del capitalismo? Le varie forme di resistenza emerse in opposizione a questo nuovo sistema? Una storia della prima modernità scritta dal basso?

Peter Linebaugh: Eravamo interessati a tutti gli argomenti che hai menzionato. Vorrei solo discutere sul termine “storia moderna”, perché si potrebbe facilmente dire che stiamo scrivendo di storia molto antica.

Continue reading Pirati contro il capitalismo: “L’Idra dalle molte teste” è una storia dal basso