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Pietro Ingrao: la nostra autentica «tradizione» (1982)

ingrao3Negli anni ’90, dopo aver liquidato frettolosamente il PCI e la “terza via” proposta da Berlinguer e Ingrao, il gruppo dirigente ex-comunista scelse la “terza via” sbagliata, quella di Blair e dell’assunzione del neoliberismo. In occasione del ravvicinato doppio anniversario (rivoluzione d’Ottobre e caduta muro di Berlino) ripropongo un vecchio articolo di Ingrao.

 

Le radici della «terza via». Nel solco dell’autentica tradizione del comunismo italiano

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Etienne Balibar: Per i resistenti di Kobané

Kobane1 (1)Mentre la situazione si evolve di ora in ora, sembra che possa essere evitato il peggio: una ripetizione di Varsavia, schiacciata dai nazisti sotto gli occhi dell’Armata Rossa in attesa di togliere le castagne dal fuoco. Gli americani hanno finito col coordinarsi con i combattenti a terra e persino la Turchia sembra essere stata costretta ad aprire quantomeno un uscio lungo la frontiera, permettendo ad alcuni rinforzi di arrivare. Speriamo che la città venga salvata, arrestando l’avanzata di Daesh. Nel poco spazio di cui dispongo, e in base alle informazioni che ho, vorrei  soffermarmi su due punti.

In primo luogo, a cavallo della frontiera turco-siriana si sviluppano forme di solidarietà, di autogestione e di autodeterminazione che conferiscono alla resistenza non solamente il significato di una lotta nazionalista, ma quello di una importante sperimentazione democratica. Questo rompe con le tradizioni del PKK (e del PYD) alle quali i  governi occidentali dedicano tuttora gran parte delle loro dichiarazioni. Continue reading Etienne Balibar: Per i resistenti di Kobané

Jack Kerouac: Agnello, non leone (1958)

Jack-Kerouac-Allen-GinsbergLa Beat Generation non è vandalismo. Come l’uomo che improvvisamente ha pensato alla parola “beat” per descrivere la nostra generazione, anche a me piacerebbe dire qualcosa a riguardo, prima che chiunque altro nel campo della letteratura inizi a pensare che significhi “teppista”, “violento”, “incurante”, “senza radici”. Come possono le persone essere “senza radici”? E “incurante” di cosa? Desideri? “Teppista” perché non è vestito elegante?

Beat non significa stanco, o esausto, quanto piuttosto beato, la parola italiana per Beatific: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, provando ad amare tutta la vita, provando a essere completamente sincero con tutti, praticando la pazienza, la gentilezza, coltivando la gioia del cuore. Come si può fare questo nel nostro folle mondo moderno di molteplicità e di milioni? Praticando un po’ di solitudine, facendo un giro da solo una volta ogni tanto, per fare entrare dentro di sé il più prezioso fra gli ori: le vibrazioni della sincerità.

Essere stizzito non significa essere beat. Tu puoi startene da solo, ma non per questo devi essere sgarbato. Essere beat non è una forma di vecchia e logorante puntigliosità. È piuttosto una forma di spontanea concordia. Che genere di cultura finirai per avere se tutti, con facce cupe, dicessero di continuo: “non credo che sia del tutto corretto”? Continue reading Jack Kerouac: Agnello, non leone (1958)

Alvaro Garcia Linera: Cinque suggerimenti dalla Bolivia per la Sinistra Europea

evo-morales-und-sein-stellvertreter-alvaro-garcia-linera-feiern-den-wahlsieg-in-la-pazEvo Morales ha stravinto per la terza volta le elezioni in Bolivia. Un notizia positiva, direi entusiasmante che mi spinge a consigliare a tanti compagni depressi di  uscire dal dibattito condominiale della sinistra italiana e prestare maggiore attenzione non solo alle esperienze della Sinistra Europea ma anche a quella del socialismo del XXI secolo latinamericano.

Segnalo l’intervento di Alvaro Garcia Linera, Vice Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, al IV Congresso del Partito della Sinistra Europea tenutosi a Madrid il 13-15 dicembre 2013 (per capirci il congresso che lanciò definitivamente la candidatura di Alexis Tsipras). Visto che i giornali italiani ne parlano pochissimo (ahimè Manifesto compreso) il Partito della Sinistra Europea è la formazione nata nel 2004 all’interno della quale si ritrovano Syriza, Rifondazione, Linke tedesca, Izquierda Unida spagnola, Front de gauche francese e complessivamente più di 30 partiti e organizzazioni del continente. Alvaro Garcia Linera (il tipo accanto a Morales nella foto) è non solo il vice di Evo ma un intellettuale militante e dirigente politico davvero interessante (nella raccolta “L’idea di comunismo” Bruno Bosteels dedica alcune pagine alle elaborazioni di questo marxista boliviano). Visto lo stato della sinistra radicale e dei movimenti italiani mi pare il caso di non lasciarsi sfuggire i suggerimenti che ci giungono dalla Bolivia.  Continue reading Alvaro Garcia Linera: Cinque suggerimenti dalla Bolivia per la Sinistra Europea

David Graeber: Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria?

Demonstrators-hold-flags--014Un articolo dell’antropologo e attivista americano David Graeber (molti suoi libri sono stati tradotti negli ultimi anni in italia)

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Nel bel mezzo della zona di guerra siriana un esperimento democratico sta venendo seriamente minacciato dall’Isis. Che il mondo intero ne sia all’oscuro è uno scandalo.

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Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di “non intervento” e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di “non intervento”, iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire:  non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea lo classificano ufficialmente come “organizzazione terroristica”. Nel frattempo, l’opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un’isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell’ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin,  ha adottato una visione di “municipalismo libertario”, invitando i curdi a formare libere comunità basate sull’autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali – che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un’economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico, acheter viagra en pharmacie.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt’altro che un’operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori – e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell’ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di “rivoluzione sociale”. Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava intervennero per combattere efficacemente e con successo nei territori dell’ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l’ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù – si, letteralmente ridurre in schiavitù – l’intera popolazione civile. Nel frattempo, l’armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall’effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c’è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l’ISIS? Se c’è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo – e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

Fonte: The Guardian

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/oct/08/why-world-ignoring-revolutionary-kurds-syria-isis

traduzione di Federico Vernarelli