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VIVE LA COMMUNE!

Muro dei Federati (Mur des Fédérés), Cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Vi furono fucilati 147 combattenti della Comune di Parigi il 28 maggio 1871

Pubblico sul blog un post lunghissimo che avevo dedicato alla Comune di Parigi. Buona lettura!

“I princìpi della Comune sono eterni e indistruttibili; si presenteranno ancora e ancora finché la classe lavoratrice non sarà liberata”

Karl Marx

La mattina del 18 marzo 1871, i cittadini di Parigi si svegliarono e trovarono le truppe governative francesi che tentavano di impossessarsi dei cannoni che avevano acquistato con una sottoscrizione popolare per difendere i quartieri operai durante la Guerra franco-prussiana. In risposta, i parigini si ribellarono, costringendo le truppe e i funzionari governativi a fuggire a Versailles.

“19 marzo. Il sole è diventato comunardo – scriveva Lefrançais –. Una brezza primaverile agita la bandiera rossa che sventola, gioiosa, sull’Hôtel de Ville, circondato di cannoni”.

Il Comitato centrale si stabilì all’Hôtel de Ville e si qualificò «nuovo governo della Repubblica»; con un proclama indisse le elezioni comunali per il successivo 22 marzo e stabilì i primi provvedimenti di urgenza: libertà di stampa, scarcerazione immediata di tutti i detenuti politici, abolizione dei Consigli di guerra (i tribunali militari), proroga di un mese delle scadenze dei pagamenti, divieto di sfratto.
Nei giorni successivi il popolo di Parigi elesse a suffragio universale il nuovo consiglio municipale, formato da radicali e rivoluzionari della classe operaia, fondando quella che divenne nota come la Comune di Parigi.

«Questo nome, che avrebbe dovuto poi risuonare tanto a lungo nella storia d’Europa e muovere tante passioni, si rifaceva alla vecchia espressione medioevale ‘Avec notre force commune’ e significava non l’amministrazione comunale, bensì la sua difesa da parte di tutti i cittadini. La Comune era un’associazione, un patto giurato, una congiura per la difesa delle libertà municipali; era, in poche parole, il municipio in armi» (G. Pistoso, La Comune di Parigi, Milano, Mondadori, 1978, pp. 14-15). Il riferimento, a cui si rifacevano gli insorti, era la Comune sorta durante la Grande rivoluzione, creata nel 1789 dopo la presa della Bastiglia e divenuta insurrezionale nel 1792. 
Per 72 giorni Parigi tornò a essere la capitale dello spirito rivoluzionario a livello mondiale, il luogo più avanzato di sperimentazione sociale del pianeta.

Il 12 aprile Karl Marx scrive all’amico Kugelman:

Ad ogni modo questa attuale insurrezione di Parigi – anche se sarà sopraffatta dai lupi, dai porci e dai volgari cani della vecchia società – è l’azione più gloriosa del nostro partito dopo l’insurrezione di giugno (riferimento al 1848). Si confrontino questi parigini che danno l’assalto al cielo con i mansueti schiavi delle divinità celesti del Sacro romano impero tedesco-prussiano con le sue postume mascherate, che puzzano di caserma, di chiesa, di piccola nobiltà rurale e soprattutto di filisteismo.

LA BANDIERA ROSSA

La Comune adottò la bandiera rossa, dichiarando che la bandiera della Comune era “la bandiera della Repubblica mondiale”.
La bandiera rossa era comparsa durante la Comune di Parigi nella grande Rivoluzione Francese come ricordava Jean Jaures.
La Comune invocava la Repubblica universale come federazione di comuni.

LA PIU’ GRANDE FESTA DEI TEMPI MODERNI

«La Comune fu una festa, la più grande del secolo e dei tempi moderni. Persino l’analisi più fredda vi trova l’impressione e la volontà degli insorti di divenire padroni della propria vita e della propria storia, non solo in quel che riguarda le decisioni politiche, ma a livello della quotidianità», scrive Henry Lefevre.

Secondo l’autore del libro che ispirò il Maggio 1968:

La Comune di Parigi può essere interpretata alla luce delle contraddizioni dello spazio e non soltanto a partire dalle contraddizioni del tempo storico […] Fu una risposta popolare alla strategia di Haussmann. Gli operai cacciati verso i quartieri e le comuni periferiche, si riappropriarono dello spazio da cui il bonapartismo e la strategia del potere politico li aveva esclusi. Tentarono di riprenderne possesso in una atmosfera di festa (guerriera ma radiosa)».
«La spontaneità vi giocò infatti un ruolo di prim’ordine, quello di una spontaneità gioiosa. Guerra civile, lotta per la vita o la morte, festa che che non si separarono che nel corso degli avvenimenti. Inoltre e soprattutto si trattò della prima rivoluzione urbana. Gli operai e il popolo parigino non si batterono soltanto nella città, ma per la città. Parigi non era soltanto teatro di storia, luogo passivo dell’azione. La lotta aveva per posta la Città e il suo centro, l’Hôtel-de-Ville. La Comune di Parigi non era soltanto un mezzo politico, uno strumento, ma più e meglio: il senso della lotta. Espropriati della loro città, cacciati dal centro da Haussmann, gli operai e il popolo ritornarono in forze, il 18 marzo 1871, e riconquistarono ciò che loro apparteneva. […] Giunsero con coraggio a porre, a partire dal centro della città riconquistato, i problemi del decentramento e della decentralizzazione. Questo tempo […] andava al di là del momento storico, verso il possibile attraverso l’impossibile. La Comune propose le prime forme di autogestione, forme che erano ad un tempo unità di produzione e unità territoriali (comuni urbane)».

LUSSO COMUNITARIO

“Lusso comunitario” era lo slogan del manifesto degli artisti e degli artigiani redatto durante la Comune mentre si organizzavano in federazione. Ha dato il titolo al bellissimo libro di Katrin Ross ‘Lusso comune‘.
Così si concludeva il Manifesto: «Lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale».

L’autore della frase, l’artista decorativo Eugène Pottier, ci è oggi più noto come autore di un altro testo, l’Internazionale, composto alla fine della Settimana di Sangue prima che il sangue dei massacri si fosse asciugato.

Ciò che lui e gli altri artisti intendevano per “lusso comunitario” era qualcosa come un programma di “bellezza pubblica”: la valorizzazione dei borghi e delle città, il diritto di ogni persona a vivere e lavorare in un ambiente gradevole.
Questa può sembrare una richiesta piccola, addirittura “decorativa”. Ma in realtà comporta non solo una completa riconfigurazione del nostro rapporto con l’arte, ma con il lavoro, le relazioni sociali, la natura e anche l’ambiente vissuto. Significa una mobilitazione totale delle due parole d’ordine della Comune: decentramento e partecipazione. Significa che arte e bellezza non dovevano essere privatizzate, ma pienamente integrate nella vita di tutti i giorni e non nascoste in salotti privati o centralizzate in un’oscena monumentalità nazionalistica.

Negli ultimi giorni della Comune fu tenuto un concerto al Palazzo delle Tuileries, dove avevano vissuto sia Napoleone I che Napoleone III. La Comune aprì il palazzo a circa 10.000 parigini comuni, che si accalcarono per usufruire di cibo e bevande gratuiti e per ascoltare alcuni dei più famosi musicisti dell’epoca. Un membro del governo della Comune commentò che la gente “sembrava dire: ‘Finalmente siamo a casa nostra, nel nostro palazzo! Abbiamo cacciato il tiranno e ora possiamo usare questo luogo come vogliamo’”.

PER LA REPUBBLICA MONDIALE

Nel mezzo della guerra franco tedesca i comunardi elessero dei lavoratori tedeschi immigrati nel consiglio dimostrando il loro spirito internazionalista e il loro rifiuto delle ideologie nazionaliste che la borghesia usava per le sue guerre.
L’ideale della Repubblica Universale che animò la Comune era nato durante la rivoluzione francese del 1789, ma la sua ripresa nel 1871 costituisce, allo stesso tempo, una rottura con quella eredità nella direzione di un internazionalismo operaio.
La Comune, come ricordò anni dopo la sua sconfitta uno dei suoi partecipanti, è stata prima di ogni cosa “un coraggioso atto di internazionalismo”, non solo per il gran numero di stranieri che vi partecipò, ma proprio perché fu un’insurrezione condotta sotto la bandiera della Repubblica Universale. La Comune non ambiva ad essere la capitale della Francia, a farsi Stato ma, nel momento in cui si apprestava a smantellare la burocrazia imperiale iniziando con esercito e polizia, volle rappresentare un collettivo autonomo all’interno di una federazione universale di popoli. L’internazionale futura umanità.

DEMOCRAZIA

In quell’evento sono riassunti tutti i principi democratici e libertari del socialismo e del comunismo.
Karl Marx è il pensatore che ci ha insegnato che nel modo di produzione capitalistico, intrinsecamente rivoluzionario, in continua trasformazione, tutto ciò che “è solido svanisce nell’aria”, come titola il capolavoro di Marshall Berman, marxista newyorkese che ci consigliava Primo Moroni per capire la modernità. Eppure Marx scriverà che quelli della Comune di Parigi erano “principi eterni” che “non possono essere distrutti; saranno sempre rimessi all’ordine del giorno, fin quando la classe lavoratrice non avrà ottenuto la sua liberazione».
Se i “principi” della Comune per Marx sono “eterni” è chiaro quanto sia mistificante il tentativo di identificare il comunismo sic et simpliciter con i caratteri autoritari che ha assunto in condizioni storiche particolari e drammatiche come quelle che si determinarono in Russia attraverso una guerra civile violentissima, l’invasione di eserciti stranieri, l’accerchiamento internazionale, le enormi condizioni di arretratezza e distruzione, fino alla degenerazione stalinista.

Engels spiegò tanti anni dopo che con l’espressione “dittatura del proletariato” lui e Marx intendevano quello che avevano sperimentato i parigini durante la Comune di Parigi.
Si rilegga cosa scriveva Friedrich Engels nel 1891:
“Il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso da un salutare terrore sentendo l’espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere come è questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa era la dittatura del proletariato.” (Introduzione a Karl Marx, La guerra civile in Francia).

Per dirla con CLR James, il grande marxista dei Caraibi autore de “I giacobini neri”: “La Comune di Parigi fu prima di tutto una democrazia”.
Per dirla con Toni Negri: “La Comune, lo dico spinozianamente, è come la sostanza da cui saltano fuori tutti i modi di essere comunisti.”

In quell’esperimento sembrava inverarsi concretamente il principio che Marx aveva scritto negli indirizzi inaugurali dell’Associazione Internazionale dei lavoratori nata a Londra nel 1864:
“l’emancipazione della classe lavoratrice sarà opera dei lavoratori stessi”.

Marx definì quell’esperimento di autogoverno popolare democratico, fondato sul suffragio universale, con i delegati eletti revocabili e con la retribuzione di un operaio specializzato (altro che casta!) e le misure che assunse nell’interesse delle classi popolari “la forma finalmente trovata” di un governo della classe lavoratrice.

LA PRIMA INTERNAZIONALE

Non a caso la Prima Internazionale fu accusata di aver organizzato la sollevazione parigina.
Come scrissero inorriditi i redattori dell’Inchiesta parlamentare sull’insurrezione del 18 marzo 1871:

«Il diritto uguale di tutti ai beni e alle gioie di questo mondo, la distruzione di ogni autorità, la negazione di ogni freno morale, ecco, se si scende alla radice delle cose, la ra­gion d’essere dell’insurrezione del 18 marzo e il pro­gramma della temibile associazione che le ha fornito un esercito».

In realtà gli internazionalisti si ritrovarono come i militanti di tutte le correnti rivoluzionarie e repubblicane a essere parte di un momento di grande partecipazione e creatività popolare in cui riemerse tutta la ricchezza della tradizione rivoluzionaria parigina.
Furono proprio le accuse della stampa borghese e reazionarie contro l’Internazionale che favorirono la popolarità di Marx. In una lettera a Sorge del 1874 Engels scrisse che la Comune «dal punto di vista intellettuale fu assolutamente figlia dell’Internazionale, seppure questa non avesse mosso un dito per farla, ed entro tali limiti l’Internazionale ne fu anche con piena ragione considerata responsabile», «grazie alla Comune, l’Internazionale era diventata una potenza morale in Europa».
La storica femminista socialista inglese Sheila Robtowan in un articolo per il 150° della Comune ha ricordato che nel 1871 la stampa mainstream inglese, come quella di tutto il continente, “descriveva i ribelli come criminali e mascalzoni, e le voci di atrocità abbondavano”. Ma i giornali ex-cartisti e repubblicani difendevano la Comune e parecchie migliaia di manifestanti marciarono da Clerkenwell Green a Hyde Park portando il berretto rosso della libertà e striscioni che dichiaravano “Lunga vita alla Repubblica universale, sociale e democratica“. Erano le stesse folle di lavoratori che si erano mobilitati con Marx a favore di Lincoln per fermare il governo inglese che voleva appoggiare gli stati schiavisti del sud nella guerra di secessione. Fu in quella Londra che il 30 maggio 1871 Karl Marx lesse il suo discorso alla seduta del 30 maggio 1871 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai, poi pubblicato col titolo “La guerra civile in Francia”, un testo da leggere e rileggere.
“La guerra civile in Francia” ebbe nel solo 1871 ben trenta edizioni, in undici lingue diverse. “Nessuno dei precedenti scritti di Marx aveva conosciuto altrettanta fortuna e diffusione”, sottolineava lo storico Ernesto Ragionieri.
Il ministro degli esteri francese Jules Favre scriveva il 7 giugno 1871:
La formidabile insurrezione, che il coraggio del nostro esercito ha appena sconfitto, ha tenuto il mondo intero in tali ansie e ingannandolo infamie così orribili che sento necessario elevarmi al di sopra dell’orrore che ispira per districare le cause che hanno reso possibile […] Accanto ai giacobini parodisti […] si devono collocare i leader di una società ormai tristemente famigerata chiamata “L’Internazionale”, la cui azione fu forse anche più potente di quella dei suoi complici, perché essa faceva affidamento sui numeri, sulla disciplina e sul cosmopolitismo.”

Marx descrive la composizione di classe della Comune con grande entusiasmo pari all’apprensione per la vita di tanti amici e compagni. La definisce “la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino dalla grande maggioranza della classe media parigina – artigiani, commercianti, negozianti – eccettuati soltanto i ricchi capitalisti (…) I grandi capitalisti sono fuggiti, ma i piccoli commercianti e gli artigiani sono andati con la classe operaia. L’entusiasmo del popolo e della Guardia Nazionale sono incredibili … I decreti sulle pigioni e sui crediti sono realmente due colpi maestri; senza di essi tre quarti dei piccoli commercianti e degli artigiani sarebbero falliti“.

I PROVVEDIMENTI DELLA COMUNE

Contro la Comune si schierò ovviamente la Chiesa. Il 2 aprile la Comune abroga il Concordato napoleonico del 1801. Ricordando che “il clero si è fatto complice dei crimini della monarchia contro la libertà”, si proclama la separazione dello Stato dalla Chiesa, la soppressione delle sovvenzioni alla chiesa e che i beni mobili o immobili appartenenti alle congregazioni religiose siano dichiarati “proprietà nazionale”. Il culto non viene proibito né disturbato. A Parigi c’erano 69 chiese cattoliche. Solo una dozzina vennero chiuse con l’accusa di attività controrivoluzionaria.
Il 16 aprile si dà mandato a una commissione d’inchiesta di individuare le fabbriche inattive e di assegnarle a cooperative di operai.
Il 27 aprile vengono soppresse per decreto le multe e le trattenute sui salari operai, in quanto “diminuzione mascherata dei salari”.
Il 19 maggio viene istituita l’istruzione obbligatoria, gratuita e impostata su basi scientifiche.
Il 21 maggio vengono raddoppiati gli stipendi dei maestri e a questi sono parificate le retribuzioni delle maestre. Inoltre è decretata la collettivizzazione dei teatri, la cessazione del “regime del loro sfruttamento tramite un direttore o una società”, sostituendolo con “il regime dell’associazione”.

PRIMA DELLA COMUNE

La Comune non nacque dal nulla. Così raccontava il formarsi della classe nel periodo che la precede lo storico Jean Bruhat:

«Dopo la repressione del “maledetto giugno” 1848 il movimento operaio era stato praticamente schiacciato e per qualche anno avrà mille difficolta a ricostituirsi. Ma questo periodo in Francia è al tempo stesso un periodo di grande sviluppo industriale che produce una crescita quantitativa del proletariato e questa massa proletaria, sempre più moderna, comincia a pesare in modo considerevole sulla vita politica del paese.
Ciò che è veramente importante è che in questo periodo, che grosso modo va dal 1850 al 1870, appaiono, si moltiplicano e si sviluppano rapidamente le prime organizzazioni operaie. (…) sono precisamente queste organizzazioni ad entrare in campo durante la Comune, e penso in particolare a due di queste organizzazioni i cui membri erano strettamente legati tra loro: le Camere operaie e i gruppi dell’Internazionale.
La legge del 1864 che la classe operaia aveva strappato, accordava agli operai il diritto di sciopero ma non il diritto di associazione. Ma le associazioni operaie si erano talmente moltiplicate che, nel 1868 il governo aveva dovuta se non legalizzarle almeno tollerarle. Allora in tutte le grandi citta operaie si costituiscono le Camere di Resistenza – o Camere operaie e sotto l’impulso di un uomo come Eugene Varlin — che avrà un ruolo capitale durante la Comune — assistiamo al tentativo di federare queste camere almeno sul piano locale.
Cosi a Parigi, nel novembre del 1869 Varlin crea la Camera federale della società operaia che raggruppa le Camere di resistenza di tutte le professioni: il che rappresenta nella storia del movimento operaio un enorme progresso rispetto all’antico corporativismo. Al tempo stesso, nel 1864, nasce la Prima Internazionale. La Sezione francese vede la luce un anno dopo e conosce un grande sviluppo a partire dal 1868 poiché gli “internazionali” prendono la direzione di tutti gli scioperi che esplodono nei centri industriali.
A Parigi si costituisce addirittura una Federazione delle sezioni parigine dell’Internazionale. Dunque, contrariamente a ciò che vien detto troppo spesso, se vi sono stati dei movimenti spontanei all’epoca della Comune — non si potrebbe del resto spiegare la Comune senza ammettere un sollevamento spontaneo del popolo di Parigi — non si può ignorare il fatto capitale che il popolo parigino aveva delle proprie organizzazioni e che furono queste organizzazioni ad inquadrare e dirigere le masse popolari e in particolare le masse operaie nei giorni della rivolta.
Vorrei inoltre fare un’altra osservazione. Tra l’élite operaia, attorno al 1864, l’ideologia dominante era ancora quella proudhoniana ma nella pratica delle lotte i militanti, poco a poco anche se non coscientemente, se ne distaccavano constatando che lo sciopero era uno strumento di lotta essenziale di cui bisognava servirsi tuttavia a certe condizioni e con discernimento. D’altro canto era diventato chiaro che non si poteva separare la lotta economica e sociale da quella politica poiché ad ogni sciopero la truppa interveniva contro gli operai e dunque la lotta contro il regime del Secondo Impero doveva diventare lotta per il rovesciamento del regime e del Secondo Impero.»
Eugene Varlin venne fucilato ancora trentaduenne il 24 maggio.

Uno storico italiano Innocenzo Cervelli cita come Marx avesse presentito nel formicolare della Parigi operaia e popolare il maturare della composizione politica comunarda:

In una lettera a Ludwig Kugelmann del 3 marzo 1869 Marx osservava: “in Francia ha luogo un movimento interessantissimo”, e il ricorso al superlativo non passa inosservato. Di che si trattava? “I parigini studiano seriamente il loro più recente passato rivoluzionario per prepararsi all’imminente nuova lotta rivoluzionaria”. Dunque era lo studio della storia – ovviamente di certa storia, al quale forse non dovevano risultare estranee anche ricorrenze ventennali tali da avvicinare quanti il 1848 e il 1851 li avevano consapevolmente vissuti e quanti erano stati allora appena adolescenti o giovanissimi – a lasciar presagire un esito rivoluzionario ritenuto, appunto, “imminente”. daInnocenzo Cervelli, Le origini della Comune di Parigi, Una cronaca (31 ottobre 1870-18 marzo 1871)

LA COSA PIU’ IMPORTANTE

Marx scrisse che la cosa più importante della Comune di Parigi non sta tanto negli ideali che aveva cercato di realizzare quanto nella sua “esistenza operante”. La Comune fu cioè un laboratorio ricco di sperimentazioni politiche improvvisate sul momento o concepite rielaborando scenari e idee provenienti dal passato sulla base delle necessità della lotta in corso e dei desideri emersi nelle assemblee popolari negli anni della fine dell’Impero.

LE DONNE COMUNARDE

Kristin Ross, per esempio, sostiene che la fondazione dell’Unione delle Donne ha rappresentato la convergenza delle teorie di Marx e Cernyševskij (autore del celebre romanzo Che fare?, fonte di ispirazione per i populisti russi e per Lenin). La sua principale animatrice fu infatti la russa Elisabeth Dmitrieff, che passò i tre mesi precedenti la Comune a Londra parlando quasi quotidianamente con Marx a proposito delle riflessioni dei populisti sulle organizzazioni rurali russe come l’obšcina, la comune agricola. L’Unione divenne l’organizzazione più grande e attiva della Comune progettando una riorganizzazione totale del lavoro femminile e la soppressione delle disuguaglianze economiche fondate sulla disparità di genere nel mentre partecipava ai combattimenti, direttamente o assistendo chi si batteva sulle barricate: 
«Qualsiasi diseguaglianza e qualsiasi antagonismo tra i sessi costituisce una delle basi del potere delle classi dominanti […] Uguaglianza dei salari, diritto al divorzio per le donne, diritto all’istruzione laica ed alla formazione professionale per le ragazze».

“Gli uomini”, affermò una di loro, “sono come monarchi ammorbiditi dall’eccesso di autorità… è ora che le donne sostituiscano gli uomini nella gestione degli affari pubblici”.
Proponendo di formare officine di cucito come comunità produttive libere, organismi che si sarebbero dovuti diffondere oltre i confini cittadini per creare una federazione internazionale di cooperative indipendenti, l’Unione delle Donne trasportò a Parigi lo spirito dell’obšcina russa, liberato da ogni contaminazione con lo sciovinismo slavofilo. Partecipò così a quella pratica corale di importazione di modelli, di idee, formule e slogan da terre e tempi lontani, tutti sottoposti a febbrile rielaborazione.

La giornalista e romanziera nota come André Léo (pseudonimo creato dai nomi dei suoi due figli), cofondatrice della Società per i Diritti delle Donne e autrice del suo manifesto più importante, divenne una delle voci radicali e militanti più eloquenti della Comune. Un percorso simile fu seguito da Louise Michel, la cosiddetta “Vergine Rossa” della Comune, che sostenne con fermezza un’azione aggressiva contro i Versaillais e minacciò personalmente di assassinare Thiers. Entrambe sostenevano che le donne dovessero prestare servizio come soldatesse, sebbene il Comitato di Salute Pubblica si rifiutasse di approvare tale posizione.

Il nuovo poteva essere modellato solo a partire dagli anacronismi sepolti nel presente, sostengono Kropotkin e Morris, esponenti di un filone di pensiero definibile come comunismo anarchico che, essendo elaborato proprio attraverso le riflessioni sulla Comune, presenta significativi punti di contatto con il contemporaneo sviluppo del pensiero di Marx, anch’esso profondamente influenzato dall’evento parigino del 1871. “Stare attenti alle energie del passato – commenta Ross – era una maniera per pensarsi rivolti verso il futuro” (Fabio Ciabatti, Il comunismo possibile della Comune di Parigi).

LA REPRESSIONE

Contro la Comune Bismark consentì la riorganizzazione dell’esercito francese sconfitto mentre il governo di Versailles aizzava la Francia profonda e il mondo contadino profondamente cattolico.
Nell’aprile 1871, diversi comunardi, come Benoit Malon, o la scrittrice femminista André Leo, avevano tentato anche loro di rinforzare i loro legami con la società contadina. Con un appello esemplare, stampato in più di 100.000 di copie (un’impresa per l’epoca), si rivolsero al popolo delle campagne, “fratello ti stanno ingannando, i nostri interessi sono gli stessi”. Rivendicavano: «La terra al contadino, lo strumento all’operaio, il lavoro per tutti», e denunciavano la distruzione dei beni comuni da parte della borghesia, la privatizzazione delle foreste, dei boschi o dei campi.

I 72 giorni della Comune di Parigi si conclusero nel sangue di un’orrenda strage. 30.000 comunardi furono sterminati dalle truppe della borghesia che aveva visto minacciato il suo ordine.
C’è un muro al cimitero di Père Lachaise a Parigi, noto come “Le Mur des Fédérés“. Fu là che gli ultimi combattenti della Comune di Parigi furono uccisi nel maggio 1871 dalle truppe di Versailles.

I giornali dell’alta borghesia e dei nobili invocavano il massacro:
“Neppure uno dei malfattori nelle cui mani e venuta a trovarsi Parigi durante due mesi sarà considerato uomo politico. Saranno trattati da briganti, quali essi sono, come degli spaventevoli mostri…”. (dal giornale Le Moniteur universel).
Il presidente Thiers aveva impartito una direttiva chiara: “Dopo la vittoria bisogna punire. Bisogna punire legalmente, ma in modo implacabile… L’espiazione sarà completa”.

Dal 21 al 28 maggio, le truppe di Versailles avevano già giustiziato senza processo circa 30 mila combattenti: dopo il massacro di massa, la repressione poteva mutare forma, assumere una veste legale e continuare. Secondo il rapporto del generale inquirente Appert relativamente all’esito dei processi contro i 36.309 prigionieri: 10.137 condanne, delle quali 93 alla pena di morte, 251 ai lavori forzati a vita o a tempo indeterminato, 1169 alla deportazione in fortezza, 3417 alia deportazione semplice (queste tre ultime condanne saranno scontate nei bagni penali della Nuova Caledonia, in mezzo ai delinquenti comuni. e molti insorti non torneranno mai più), 1247 alla reclusione, 1305 alla prigione per oltre un anno, 2054 alla prigione per meno di un anno; 55 ragazzi, infine, saranno inviati in case di correzione.
Quelli che finirono davanti ai tribunali affrontarono a testa alta le condanne a morte o alla deportazione.
Il blanquista Theophile Ferrè, condannato a morte il 2 settembre 1871 e giustiziato il 21 novembre, così concluse la sua autodifesa:
«Membro della Comune di Parigi sono nelle mani dei suoi vincitori; essi vogliono la mia testa: se la prendano. Non salverò mai la mia vita a costo di diventare un vigliacco. Ho vissuto da uomo libero da uomo libero intendo anche morire! Aggiungo una parola soltanto- la fortuna è capricciosa. Affido all’avvenire la mia memoria. E’ la mia vendetta».
Fra morti, prigionieri e fuggiaschi Parigi perse circa 100 mila abitanti: un quarto, quasi, della sua popolazione operaia maschile.
Non sfuggì alla repressione neanche il grande pittore Courbet che era stato nominato presidente della Federazione degli Artisti di Parigi dal 10 aprile 1871 e quindi aveva partecipato alle decisioni della Comune fino alla metà di maggio. Venne arrestato il 7 giugno, condannato il 31 agosto e chiuso in carcere. Ne uscirà, distrutto, nel marzo dell’anno successivo. E siccome era il più grande, il più conosciuto e riconosciuto, la vendetta fu brutale. Rifiuto delle sue opere al Salon del 1872, no dell’Esposizione internazionale di Vienna nel ’73. Accusato di aver deciso l’abbattimento della colonna Vendôme con la statua di Napoleone, gridando «Sbullonatela» subì il sequestro dei beni e la condanna a pagare la ricostruzione. Courbet morì in rovina in esilio in Svizzera dove si era rifugiato.
Il presidente Thiers, soddisfattissimo per il massacro, esclamò: “Ora il socialismo è finito per molto tempo“.

Uno dei sopravvissuti, Benoit Malon, invece scrisse che il sacrificio dei comunardi avvicinava «l’aurora del giorno in cui l’umanità, sbarazzatasi dai preti che inebetiscono, dai soldati che uccidono, dai capitalisti che derubano, si rallegrerà dello spettacolo di tutti i suoi figli uguali, solidali, lavoratori e liberi».

CELEBRARE LA COMUNE

Il grande artista comunista inglese William Morris scrisse invece che era “dovere permanente di tutti i socialisti celebrare la Comune“:

«È vero che non sono riusciti a conquistare la libertà materiale immediata del popolo, ma con la loro azione coraggiosa hanno accelerato e rafforzato le idee di libertà e hanno reso possibile la nostra speranza di oggi; e se oggi qualcuno dubita che essi lottassero per l’emancipazione del lavoro, i loro nemici di allora non avevano dubbi al riguardo. In loro non vedevano semplici oppositori politici, ma “nemici della società”, persone che non potevano vivere nello stesso mondo con loro, perché la base della loro idea di vita era diversa: cioè l’umanità, non la proprietà. Ecco perché la caduta del Comune venne celebrata con tali ecatombe sacrificate al dio borghese Mammona; da un tale disordine di sangue e di crudeltà da parte dei conquistatori, che letteralmente non ha eguali nei tempi moderni. Ed è per lo stesso motivo che li onoriamo come prima pietra del nuovo mondo che sarà».

Élisée Reclus, il geografo anarchico ne fu uno dei protagonisti, descrisse la Comune come “una nuova società in cui non ci sono padroni per nascita, titolo o ricchezza, e non ci sono schiavi per origine, casta o stipendio. Ovunque la parola ‘comune’ è stata intesa nel senso più ampio, come riferito a una nuova umanità, fatta di compagni liberi e uguali, dimentichi dell’esistenza di vecchie frontiere, che si aiutano vicendevolmente e pacificamente da un capo all’altro del mondo.
Non dovremmo mai dimenticare di rendere omaggio agli italiani che combatterono nelle fila della Comune. Tra le migliaia di comunardi arrestati vi furono centosessantotto italiani. Per la maggior parte garibaldini.

Nel 1969 Paolo Pietrangeli incise Dato che (Risoluzione dei comunardi) versione italiana della canzone del 1934 di Bertolt Brecht musicata da Hans Eissler (la traduzione era di Franco Fortini e Ruth Leiser):

Nel 1982 il poeta della beat generation Allen Ginsberg e il gruppo punk The Clash resero omaggio alla Comune con il brano Ghetto Defendant:

 

APPROFONDIMENTI:

UNA MOSTRA ON LINE SULLA COMUNE

Michael Lowy: La Comune di Parigi del 1871

Georges Haupt: La Comune sconfitta divenne per il movimento operaio un simbolo e una professione di fede

Marcello Musto: L’alternativa possibile della Comune di Parigi

Enzo Traverso: Spettri della Comune 

Ernesto Ragionieri: La Prima Internazionale

Benoit Malon: La terza disfatta del proletariato francese

Convegno di Rifondazione per il 150° della Comune di Parigi

(interventi di Maurizio Acerbo, Francesco Biagi, Chiara Fortebraccio Di Domenico, Dino Greco, Maria Grazia Meriggi, Marcello Musto, Luigi Ferrajoli, Paolo Ferrero, Franco Piperno, Marco Rovelli, Giovanni Russo Spena, Paola Varesi, dal Kurdistan Nilufer Koc)

 

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