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L’editoriale della storica rivista marxista statunitense Montly Review è dedicato a Trump. I redattori propongono una lettura di classe dell’alleanza tra neofascismo e neoliberismo che non riguarda solo gli States. La storia degli Stati Uniti non è identica a quella dell’Europa perchè il sistema bipartitico (e altre ragioni di natura sociale e culturale tra cui la “linea del colore”) ha impedito storicamente l’affermarsi di partiti socialisti e comunisti di massa. Però vi sono molte analogie con i processi che hanno portato alla crescita dell’estrema destra in Italia e in Europa. La conversione neoliberista e guerrafondaia del centrosinistra da noi è più recente e non può dirsi che configuri una tradizione come negli USA dove i due partiti che monopolizzano la rappresentanza sono sempre stati espressione del grande capitale. Anche da noi però si pone la questione della difficoltà di rispondere all’ultradestra con un fronte popolare antifascista – che, come segnalano i compagni della Montly Review, sarebbe la via più efficace per contrastare l’ultradestra – a causa delle posizioni neoliberiste e guerrafondaie dei principali partiti “socialisti” e centristi europei. Va anche detto che la sinistra di ispirazione socialista negli USA non ha e non ha mai avuto il peso che fortunatamente l’ha caratterizzata in Europa e quindi da decenni è costretta a lavorare su campagne e movimenti più che sul piano della rappresentanza. La campagna di Sanders ha rappresentato un’eccezione e il tentativo parzialmente riuscito di irrompere nello spazio politico. Lo stesso Bernie ha aperto una riflessione pubblica dopo vittoria di Trump. In Europa dovremmo evitare di finire definitivamente in una mutazione nordamericana della politica. E su questo i partiti comunisti e della sinistra radicale devono misurarsi. Buona lettura!
Nel gennaio 2025, Donald Trump entra alla Casa Bianca come presidente per la seconda volta. Le condizioni che hanno portato alla sua prima ascesa alla presidenza sono state affrontate nel libro del redattore di Monthly Review John Bellamy Foster, Trump in the White House (Monthly Review Press, 2017), scritto nei primi mesi dopo la vittoria elettorale di Trump nel novembre 2016. La tesi principale del libro era contenuta nel capitolo di apertura, “Neofascismo alla Casa Bianca”. In esso, Trump viene descritto come un miliardario reazionario convinto di poter agire con assoluta impunità e di essere diventato il fulcro di un movimento neofascista. In un periodo di crescente instabilità economica e imperiale, segnato dalla ripresa insolitamente lenta dalla crisi finanziaria del 2008, un potente segmento della classe dominante ha deciso di compiere il pericoloso passo di mobilitare la classe medio-bassa – definita dal sociologo C. Wright Mills la “retroguardia” del sistema capitalistico – facendo leva sulla sua ideologia in gran parte revanscista, razzista, reazionaria e misogina, con Trump come principale beneficiario di questa strategia complessiva.
La classe medio-bassa (composta da piccoli imprenditori, impiegati di basso livello, dirigenti di basso livello, alcuni operai relativamente privilegiati e popolazioni suburbane e rurali – in ogni caso, in maggioranza bianche) è stata duramente colpita dal neoliberismo ed era pronta a scagliarsi contro il governo, così come contro la classe medio-alta e la classe lavoratrice sottostante. La classe medio-bassa costituisce il nucleo di elettori del Partito Repubblicano, insieme a quelli di fede cristiana fondamentalista e a particolari regioni del Sud e dell’Ovest. Nonostante la classe lavoratrice rappresenti la maggioranza della popolazione e la più grande percentuale di elettori potenziali a livello nazionale, raramente ha molto da guadagnare in un’elezione capitalista. Di conseguenza, i suoi tassi di partecipazione elettorale sono quasi invariabilmente bassi e si riducono ulteriormente sotto il neoliberismo. Costituiscono quindi la maggior parte di quello che il politologo Walter Dean Burnham ha definito il “partito dei non votanti”, lasciando alla classe medio-bassa il ruolo di segmento strategico del corpo elettorale statunitense. Continue reading Neofascismo alla Casa Bianca. Montly review su Trump
Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel numero di giugno 1996 della Monthly Review. Si basa su un articolo precedentemente pubblicato nel numero del 28 dicembre 1995 del settimanale egiziano Al Ahram Weekly. In questo momento storico caratterizzato dalla “guerra mondiale a pezzi” la ripresa di un punto di vista e di un progetto socialista/comunista/democratico universalista è fondamentale. Leggo troppi confondere democrazia con capitalismo. Lo fanno gli imperialisti per rilegittimare la presunta “missione civilizzatrice dell’Occidente” con cui si è sempre giustificato il colonialismo, lo fanno anche troppi antimperialisti che specularmente son finiti per fare propria l’identificazione democrazia-capitalismo o a ritenere che l’universalismo socialista/comunista/democratico sia superato e che bisogna semplicemente difendere qualsiasi nemico transitorio (magari anche capitalista) dell’Occidente. Di Samir Amin su questo blog consiglio anche L’islam politico è solubile nella democrazia? (2013). Buona lettura!
Le ideologie dominanti sono per definizione conservatrici: per riprodursi, tutte le forme di organizzazione sociale devono percepirsi alla fine della storia. Tuttavia, il primo passo del pensiero scientifico consiste proprio nel cercare di andare oltre la visione che i sistemi sociali hanno di se stessi. Il discorso conservatore dominante acquisisce forza attraverso la pratica volgare di gettare insieme i “valori” che pretende governino il mondo moderno. In questo calderone vengono gettati principi di organizzazione politica (nozioni di legalità, di Stato, diritti umani, democrazia), valori sociali (libertà, uguaglianza, individualismo) e principi di organizzazione della vita economica (proprietà privata, “libero mercato”). Questa fusione porta poi alla falsa affermazione che questi valori costituiscano un tutto indivisibile, derivante dallo stesso processo logico. Da qui l’associazione del capitalismo con la democrazia, come se questo fosse un collegamento ovvio o necessario. Tuttavia, la storia mostra il contrario: i progressi democratici sono stati ottenuti attraverso la lotta e non sono il prodotto naturale e spontaneo dell’espansione capitalista. Continue reading Samir Amin: Imperialismo e Culturalismo si completano a vicenda (1996)

Vi propongo un articolo su Lenin scritto da Victor Serge. La nota introduttiva da LES CAHIERS DU MOUVEMENT OUVRIER / NUMÉRO 23 (aprile-maggio 2004):
Wilebaldo Solano, ultimo segretario del Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM), ci ha inviato il seguente articolo sulla personalità di Lenin, inviato da Victor Serge nel 1937 per La Batalla, il giornale del POUM. Ricordiamo un punto: Victor Serge, che nel 1938 aveva rotto con il bolscevismo e con Trotsky, e aveva condannato con forza la repressione della rivolta di Kronstadt nel 1921, scrisse in Trent’anni dopo la rivoluzione russa, scritto nel 1947, pochi mesi prima della sua morte: “Un autore americano, James Burnham, si è dilettato a sostenere che Stalin è il vero continuatore di Lenin. Il paradosso, spinto fino a questo grado di iperbole, non è privo di un certo richiamo stimolante per il pensiero pigro e ignorante… Va da sé che un parricida rimane il successore biologico di suo padre. Tuttavia, è anche chiaro che non si porta avanti un movimento massacrandolo, un’ideologia rinnegandola, una rivoluzione dei lavoratori con il più nero sfruttamento dei lavoratori, l’opera di Trotsky facendo assassinare Trotsky Trotsky e gettando i suoi libri nella spazzatura… O le parole continuazione, rottura, negazione, rifiuto, distruzione non avrebbero più alcun significato intelligibile, il che potrebbe, per inciso, andare bene agli intellettuali brillantemente oscurantisti”.
Continue reading Victor Serge: la vera personalità di Lenin (1937)
Questo articolo di Jean Bricmont e Normand Baillargeon è tratto dalla prefazione all’edizione francese di The Practice and Theory of Bolshevism di Bertrand Russell, pubblicata dalle Éditions du Croquant nel 2014. Tradotto dal francese da Diana Johnstone per il numero della rivista Montly Review del 2017 dedicato alla Rivoluzione d’Ottobre. Su questo blog segnalo anche: Bertrand Russell e Antonio Gramsci. Democrazia e rivoluzione (1920) e le mie note al suo Decalogo liberale (1951) che sono molto in sintonia con gli autori di questo articolo. Negli ultimi decenni l’intellettuale che più ha proseguito sulla strada di Bertrand Russell è stato sicuramente Noam Chomsky.
Continue reading Bertrand Russell e il socialismo che non c’è stato
J. Arch Getty è professore di storia presso l’Università della California a Los Angeles (UCLA) ed è considerato uno dei più autorevoli studiosi dell’Unione Sovietica e in particolare del terrore staliniano. Questa recensione di “Il passaggio di un’illusione” di Furet e del “Libro nero del comunismo”, pubblicata nel 2000 sulla rivista The Atlantic, rimane attualissima perchè queste opere hanno ispirato la narrazione anticomunista dominante. Purtroppo i libri di Getty in Italia non sono stati tradotti. Su questo blog ho tradotto altri saggi di J. Arch Getty: Holodomor, nuove fonti e antiche narrazioni (2018), Affamare l’Ucraina, sul libro di Robert Conquest (1987), e anche la Lettera aperta di studiosi ed esperti dell’Ucraina sulla cosiddetta “legge anti-comunista”. Sul nuovo anticomunismo trovate anche un saggio di Enzo Traverso e la recensione di Eric Hobsbawm del libro di Furet.
Insieme all’autocompiacimento e al sollievo, la caduta dell’Unione Sovietica ha stimolato un’ abbondanza di postmortem sul comunismo e sul suo posto nel ventesimo secolo. Anche se il comunismo nella sua forma classica potrebbe considerarsi estinto, a volte sembra che lo stiamo combattendo con la stessa ferocia con cui lo combattevamo quando ci minacciava.
Verso la fine della sua vita François Furet (1927-1997), uno dei migliori storici della Rivoluzione francese, ha rivolto il suo formidabile intelletto allo studio del comunismo. In Il passaggio di un’illusione: l’idea del comunismo nel ventesimo secolo, il suo ultimo libro, Furet presenta l’esperienza sovietica come un’illusione, che ha mantenuto un fascino e una fedeltà in Occidente ben oltre il momento in cui la sua essenza avrebbe dovuto essere chiara. Furet, come molti altri intellettuali francesi animati da un attivismo di sinistra e da una passione ideologica che risale alle rivoluzioni francesi del 1789, 1848 e 1871, si rivolse per un certo periodo al comunismo. Fu membro del Partito Comunista Francese dal 1949 al 1956. Sebbene il suo testo non sia in prima persona, fornisce una cronaca implicita della sua illusione e disillusione.
Si trattava di un’illusione per diversi motivi. In primo luogo, per Furet, il comunismo si basava su una visione filosofica lineare della storia come Ragione, in cui una fase superiore dello sviluppo storico – il socialismo – era scientificamente destinata a seguire il capitalismo liberale “borghese” (termine di Furet). Il Passaggio di un’illusione è brillante, e difficilmente si potrebbe trovare una scrittura della storia migliore del primo capitolo, che traccia le radici del pensiero politico moderno a partire dal XIX secolo. La ricerca liberale borghese dell’individualismo competitivo del XVIII e XIX secolo non piaceva a chi apprezzava l’uguaglianza sociale ed economica o a chi cercava un senso di comunità che trascendesse l’isolamento dell’individuo. Il conflitto tra diritti individuali e collettivi motiva ancora oggi la politica e Furet riteneva che questi limiti all’ideale borghese avrebbero fornito terreno fertile per il fascismo e il comunismo, entrambi dotati di un fascino egualitario e collettivista. Continue reading J. Arch Getty: Il futuro non ha funzionato (2000)
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