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Naomi Klein: ‘The Zone of interest’ riguarda il pericolo di ignorare le atrocità, anche a Gaza

Se il coraggioso discorso di accettazione dell’Oscar di Jonathan Glazer vi ha messo a disagio, quello era il punto.
È una tradizione degli Oscar: un discorso politico serio squarcia la bolla del glamour e dell’autocompiacimento. Ne conseguono risposte contrastanti. Alcuni proclamano il discorso un esempio di artisti al loro meglio nel cambiamento culturale; altri un’usurpazione egoistica di una notte altrimenti celebrativa. Poi tutti vanno avanti.
Eppure ho il sospetto che l’impatto del discorso epocale di Jonathan Glazer agli Academy Awards di domenica scorsa sarà significativamente più duraturo, con il suo significato e la sua portata analizzati per molti anni a venire.
Glazer ha ritirato il premio per il miglior film internazionale per The Zone of Interest, ispirato alla vita reale di Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Il film segue l’idilliaca vita domestica di Höss con la moglie e i figli, che si svolge in una casa signorile con giardino immediatamente adiacente al campo di concentramento. Glazer ha descritto i suoi personaggi non come mostri ma come “orrori non pensanti, borghesi, ambiziosi e carrieristi”, persone che riescono a trasformare il male profondo in rumore di fondo.

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SIONISMO ÜBER ALLES

German Foreign Minister Joschka Fischer places a yarmulke, or Jewish skullcap, on his head as he enters the Yad Vashem Holocaust Memorial”s Hall of Rememberances June 3, 2001 in Jerusalem. (Photo by Isaac Harari/Getty Images)

L’establishment politico tedesco ha abbandonato la convinzione che l’Olocausto gli abbia conferito una responsabilità nei confronti dell’umanità e l’ha sostituita con una responsabilità solo nei confronti di Israele. Dalla storica rivista progressista americana Dissent Magazine ho tradotto un articolo che ben racconta la deriva filo-israeliana e più in generale guerrafondaia occidentale dei Verdi tedeschi, un partito originariamente ecopacifista, parallela alla loro omologazione nell’establishment.

di Hans Kundnani*
Nei cinque mesi trascorsi dal 7 ottobre, le persone di tutto il mondo hanno assistito con orrore alla Germania che ha utilizzato la memoria dell’Olocausto per mettere a tacere le critiche alla guerra di Israele a Gaza. La risposta del governo tedesco al conflitto stesso non è stata poi così diversa da quella degli Stati Uniti: entrambi hanno aumentato la fornitura di armi a Israele e hanno sostenuto Israele contro il Sud Africa presso la Corte internazionale di giustizia. Ma la Germania è andata molto oltre gli Stati Uniti nel perseguitare manifestanti, artisti e intellettuali che esprimevano simpatia e solidarietà con il popolo palestinese. La responsabilità di un genocidio del passato viene esercitata come una sorta di autorità morale.
L’invocazione dell’Olocausto per reprimere le critiche a Israele è ben lontana dalla Erinnerungskultur, o cultura della memoria, che un tempo molti osservatori internazionali celebravano come una forma esemplare di confronto con il passato. Persino la filosofa Susan Neiman, che cinque anni fa scrisse un libro in cui celebrava la cultura della memoria tedesca come modello per gli Stati Uniti, ora pensa che sia andata “in tilt”. Neiman parla di un “maccartismo filosemita” particolarmente tedesco – anche se, poiché spesso è stato diretto anche contro gli ebrei critici nei confronti di Israele, come la scrittrice del New Yorker Masha Gessen e l’artista Candice Breitz, potrebbe essere più corretto chiamarlo “maccartismo sionista”.

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Una dichiarazione degli ebrei americani che si oppongono alla lobby ebraica

Sul sito dello storico settimanale progressista statunitense The Nation è stata pubblicata il 20 marzo questa dichiarazione collettiva. 

Una dichiarazione degli ebrei americani che si oppongono all’AIPAC

“Sosterremo i candidati che si oppongono all’AIPAC e che sono sostenitori della pace e di una nuova, giusta politica statunitense nei confronti di Israele/Palestina”.

Per decenni, l’American Israel Public Affairs Committee (o AIPAC) è stata l’ala più potente della lobby israeliana negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa godeva del sostegno quasi totale dei politici di entrambi i principali partiti politici.

Negli ultimi anni, tuttavia, gli atteggiamenti all’interno del Partito Democratico nei confronti di Israele, Palestina e della stessa AIPAC hanno cominciato a cambiare radicalmente, minacciando il potere di lobbying dell’AIPAC. In risposta, l’AIPAC ha iniziato a intervenire in modo aggressivo nelle elezioni primarie democratiche, spendendo ingenti somme di denaro per sconfiggere i candidati politici che potrebbero opporsi alle politiche del governo israeliano. L’AIPAC si è recentemente vantata di essere “dollaro su dollaro, il maggior contribuente ai candidati alle elezioni di medio termine del 2022 ” e ha in programma di spendere ancora più soldi nel 2024.

Gran parte del potere e della legittimità dell’AIPAC derivano dall’idea che essa rappresenta ampiamente il punto di vista degli ebrei americani. Ma gli ebrei non sono mai stati un monolite e, sulla scia dell’incessante attacco israeliano a Gaza, sempre più ebrei americani si esprimono a favore di un diverso tipo di politica.

La seguente lettera aperta ne è un chiaro esempio. È stata firmata da eminenti ebrei americani di ogni ceto sociale , i quali hanno tutti deciso di ripudiare pubblicamente sia l’abbraccio incondizionato dell’AIPAC al governo israeliano sia i suoi tentativi di schiacciare il nascente movimento all’interno del Partito Democratico per un nuovo approccio verso Israele e Palestina. 

Di seguito il testo della lettera. Continue reading Una dichiarazione degli ebrei americani che si oppongono alla lobby ebraica

SWEEZY-HUBERMAN: QUANDO ISRAELE DIVISE MONTLY REVIEW (1967)

Il conflitto arabo-israeliano (fino a Arafat non si era affermata la “questione palestinese”) ha diviso per decenni la sinistra. Lo testimonia il numero che la principale rivista marxista e terzomondista statunitense Montly Review dedicò al commento della guerra del 1967. Quel numero dell’ottobre 1967 apriva con due editoriali dei due padri fondatori e una breve intro che ho tradotto e vi propongo.

IL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO
Questo mese, come in due occasioni precedenti nella storia di MONTHLY REVIEW (novembre 1952 e ottobre 1961), pubblichiamo due editoriali firmati sullo stesso argomento. Naturalmente abbiamo cercato di raggiungere un accordo su un’unica dichiarazione e talvolta ci siamo andati vicini, ma le differenze su questioni di rilievo alla fine si sono rivelate insormontabili. Naturalmente non ci sono differenze rispetto ai principi di base.
Avevamo previsto di pubblicare in questo numero anche articoli di partigiani della parte israeliana e di quella araba nel conflitto. A causa di una malattia uno degli autori non ha potuto rispettare la scadenza. Speriamo di poter pubblicare questi articoli in un numero successivo. – I redattori Continue reading SWEEZY-HUBERMAN: QUANDO ISRAELE DIVISE MONTLY REVIEW (1967)

Tamas Krausz: Il socialismo di Lenin – Dal punto di vista del futuro (2021)

Ho tradotto un lungo articolo dello storico ungherese Tamas Krausz, autore di Reconstructing Lenin: An Intellectual Biography che finalmente uscirà in italiano il prossimo 19 gennaio meritoriamente edita dalla casa editrice Donzelli.  Ho avuto occasione di incontrare Tamas Krausz nel 2017 alla Summer university della Sinistra Europea a Budapest nell’ambito della campagna per salvare l’Archivio Lukacs (poi purtroppo chiuso dal governo di Orban). La ricostruzione del pensiero di Lenin che propone Orban lo distanzia sia dal “socialismo di stato” di Stalin sia dalla mostrificazione totalitaria che ne hanno fatto gli anticomunisti. Nel centenario della morte di Lenin vi consiglio la lettura. (M.A.)

“Se leggiamo Lenin dalla prospettiva del futuro, non sono le strade e le piazze

a dover essere occupate, ma i luoghi di lavoro”.

introduzione

C’è una grande varietà di teorie e discussioni sulle opinioni di VI Lenin sul socialismo e sulla sua praxis rivoluzionaria, che spesso porta al caos e alle confusioni teoriche e intellettuali. Il presente lavoro cerca di chiarire alcune questioni controverse.1

La teoria del socialismo di Lenin deriva direttamente dalle opinioni di Marx ed Engels, e si manifesta nella sua famosa opera, Stato e rivoluzione.2 La teoria del socialismo di Marx ed Engels era così importante per Lenin che non vi rinunciò mai, nemmeno nel periodo del comunismo di guerra, quando per un breve periodo pensò che le misure del comunismo di guerra potessero accelerare il passaggio al socialismo.

È ovvio che i rivoluzionari, compreso Lenin, dovettero cambiare idea dopo la vittoria della rivoluzione, quando si trovarono di fronte una mutata e imprevista situazione politico-storica: dopo una sanguinosa guerra civile e l’intervento militare occidentale, l’Unione Sovietica era sola e doveva navigare in circostanze “oggettive” molto sfavorevoli.

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