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J. Arch Getty: Holodomor, nuove fonti e antiche narrazioni (2018)

Il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelenskyy e la First Lady Olena Zelenska rendono omaggio alle vittime dell’Holodomor al memoriale in Piazza Mykhailivska a Kyiv.

Tempo fa ho letto su Il Foglio un articolo di Adriano Sofri, “In Ucraina le carestie di epoca staliniana sono un conto aperto”, che citava lo storico Andrea Graziosi: “dal 1987-88, la riscoperta e l’interpretazione della carestia hanno giocato in Ucraina un ruolo cruciale nello scontro“. Il riferimento in base al quale veniva assunta la narrazione dell’Holodomor era questo saggio di Graziosi del 2004. La storiografia internazionale però non è che condivida molto questa tesi. Ho tradotto un articolo dello storico statunitense Arch. J. Getty dal titolo “Nuove fonti e antiche narrazioni” pubblicato nel 2018 su Contemporary European History in cui contesta apertamente la tesi di Graziosi e degli storici nazionalisti ucraini sull’Holodomor. Getty sulla London Review Of Books aveva bocciato già nel 1987 il libro dello storico britannico Robert Conquest che per primo aveva dato “una certa credibilità accademica a una teoria che non è stata generalmente accettata da studiosi apartitici al di fuori dei circoli delle nazionalità esiliate. Nel clima politico conservatore di oggi, con il suo discorso sull'”impero del male”, sono sicuro che il libro sarà molto popolare”.   Insomma in pieno periodo reaganiano Conquest – storico della guerra fredda dall’attendibilità già ampiamente  contestata (si veda R.W.Davies sulla New Left Review) – riprendeva “la storia della carestia intenzionale(…) un articolo di fede per gli emigrati ucraini in Occidente sin dalla Guerra Fredda. Gran parte della descrizione di Conquest è tratta da pezzi d’epoca come The Golgoltha of the Ukraine (1953), The Black Deeds of the Kremlin (1953) e Communism the Enemy of Mankind(1955).” La recensione di Getty la trovate qui. La questione non è meramente storiografica perchè, come ha spiegato lo stesso Andrea Graziosi, l’Holomodor è diventato un elemento essenziale della memoria collettiva del nazionalismo ucraino e della costruzione del sentimento antirusso. L’uso politico della storia da parte del nazionalismo sponsorizzato dagli USA è pari a quella del putinismo dall’altro lato. Non a caso il PD ha presentato addirittura una proposta di legge per il riconoscimento dell’Holodomor come genocidio. Questa vicenda mi ricorda su scala molto più grande quella che ci ha riguardato sul confine orientale. Pubblicherò prossimamente anche la recensione molto critica della storica australiana Sheila Fitzpatrick sul libro della giornalista-storica Anne Applebaum “La grande carestia” (titolo originale Red famine), una forte sostenitrice dell’Ucraina. Sono antistalinista e antifascista da sempre e per questo credo che bisogna esercitare il massimo di vaglio critico possibile in un tempo di opposte propagande di guerra. Anche la storia è un campo di battaglia, come dimostra la vicenda del massacro di Katyn. Segnalo che Conquest e Applebaum sono stati tradotti in Italia da grandi case editrici e sponsorizzati dalla destra e dalla stampa, mentre di Getty e Fitzpatrick non mi risultano opere tradotte. Buona lettura.

La mia ricerca ha riguardato la repressione all’interno del Partito Comunista Sovietico, quindi la carestia ucraina è stata alla periferia dei miei interessi. Quindi ci arrivo un po’ come un outsider. Ma alcuni aspetti del dibattito sono spaventosamente familiari. Questi includono accuse selvagge di difendere Stalin e un consenso interpretativo che resiste alle anomalie delle nuove prove e, talvolta, della logica.

È stato a lungo un dogma della diaspora ucraina che i russi e poi i sovietici abbiano condotto una guerra contro gli ucraini per secoli. Eppure molti studiosi non legati ai centri o agli interessi ucraini avevano da tempo respinto l’idea di una deliberata politica sovietica di genocidio per fame. Moshe Lewin, uno dei massimi esperti di contadini e agricoltura, ha liquidato l’idea come una “merda”. Holodomor (uccidere per fame), termine coniato negli anni ’70 dalla diaspora ucraina, è diventato molto diffuso. Se non fosse stato per un nuovo stato ucraino con un risorgente nazionalismo in cerca di un passato utilizzabile, le affermazioni su un genocidio ucraino perpetrato intenzionalmente da Stalin potrebbero non essere così pressanti oggi. C’è un nuovo Istituto ucraino di memoria nazionale per sanificare la collaborazione in tempo di guerra e concentrare l’inimicizia nazionale sulla Russia, e gli studiosi che hanno rifiutato l’idea dell’Holodomor intenzionale rischiano accuse di essere ” negazionisti dell’Holodomor ” o peggio.

Ad esempio, Alexander Etkind fa la sorprendente affermazione che quando ho notato l’assenza di documenti che dimostrino l’intenzione di Stalin di affamare deliberatamente l’Ucraina, stavo dicendo che “non possiamo biasimarlo per questa catastrofe”. Certo che possiamo. Sia per ignoranza che per ideologia, Stalin è stato autore e procuratore di politiche di collettivizzazione che hanno provocato milioni di morti. Questo non è mai stato contestato da me o da nessun altro. Ma ovviamente una cattiva politica non è la stessa cosa del genocidio intenzionale di una nazione.

Non c’è dubbio che la carestia che ha devastato l’Ucraina e altre regioni sia stata in una certa misura provocata dall’uomo, ma resta controverso se sia stata intenzionale o meno. Era il risultato di una vera e propria carenza di grano (come ha mostrato Wheatcroft), dell’incomprensione da parte di Stalin del villaggio contadino (come ha mostrato Lewin), delle sue insaziabili richieste di grano, della sua riluttanza a fare marcia indietro, della sua ottusità ideologica o di un tentativo deliberato di strumentalizzare la fame per distruggere il nazionalismo ucraino?

Negli ultimi anni sono diventate disponibili diverse categorie di documenti d’archivio che possono far luce su tali questioni. Questi includono un numero limitato di fascicoli della polizia segreta (principalmente sul sistema del campo dei Gulag), parti dell’archivio personale di Stalin e le “cartelle speciali” del Politburo.

Sfortunatamente, non abbiamo ancora un unico documento che indichi direttamente le motivazioni e le intenzioni di Stalin a parte le sue richieste di grano. Eppure i nuovi documenti ci dicono alcune cose in modo circostanziale. Mostrano che dietro le quinte gli stalinisti si parlavano con lo stesso vocabolario e struttura concettuale che usavano nella propaganda pubblica. Si dicevano molte delle stesse cose che si dicevano alla base del partito e, in una certa misura, al pubblico. E non erano nemmeno timidi nello scrivere le cose, come quando hanno sparato a ostaggi innocenti, ucciso la maggior parte del loro stesso Comitato Centrale o ucciso 20.000 ufficiali polacchi nella foresta di Katyn. Ma per quanto ne so, per iscritto o parlando in privato non hanno mai menzionato la fame come un’arma o come qualcosa di diverso da un disastro o, perversamente, una cospirazione contro il regime.

Diverse classi di documenti appena rilasciati, tra cui l’archivio personale e la corrispondenza di Stalin, suggeriscono fortemente che lui credesse davvero che le difficoltà alimentari alla fine degli anni ’20, la resistenza alla collettivizzazione, la fuga dei contadini dalle regioni affamate e persino la stessa carestia fossero state causate dalla resistenza organizzata dei kulaki o dalla codardia e timidezza dei suoi agenti sul terreno. Per lui, questo non era solo un capro espiatorio per difendere una politica stupida, sebbene ce ne fosse anche in abbondanza. Sembra ci abbia creduto davvero. Le insidiose macchinazioni dei kulaki nemici hanno perseguitato per sempre l’immaginazione stalinista. Anche negli anni ’70 Molotov ha respinto le domande sull’innocenza delle persone arrestate suggerendo che forse erano stati davvero dei kulaki segreti e conniventi.

La questione di un presunto genocidio di Stalin, come è stata posta, deve essere una questione di intenzione. Rimango quindi perplesso dalla convinzione di Graziosi che sia ‘fuorviante’ chiedersi se la carestia sia il risultato di una cattiva gestione o di un consapevole piano genocida. Non è in effetti questa la domanda principale qui? Io capisco che il dibattito riguardi se questo sia stato o meno un genocidio intenzionale, e la questione dell’intento dovrebbe essere al centro di quella domanda.

Le nuove fonti a volte sollevano tante domande quante ne rispondono su questo elemento principale di un’indagine penale: il movente. Il nostro tentativo di voler individuare l’obiettivo di Stalin deve basarsi sul fare inferenze dagli eventi reali che conosciamo e dai documenti che abbiamo. Il caso dell’accusa per genocidio intenzionale deve essere particolarmente circostanziale, poiché non abbiamo documenti che provano la tesi e una serie di documenti che non la soddisfano.

Tra le nuove fonti, non sono state esplorate a fondo le cartelle speciali ( osobye papki ) del Politburo. Si tratta di file ultrasegreti in cui gli stalinisti mettono documenti ancora più delicati delle agende e delle decisioni solitamente top secret del Politburo. Erano schede per soli occhi del Politburo progettate per essere nascoste non solo ai paesi stranieri e alla popolazione sovietica e, come ho scritto altrove, ad altre parti della loro stessa burocrazia. Una mano non deve sapere cosa sta facendo l’altra.

È difficile lavorare con le cartelle speciali, il che spiega perché non sono state completamente estratte. Questa massa di documenti del Politburo è organizzata cronologicamente, non è indicizzata e ha solo inventari generali non informativi. Le cartelle hanno contenuti contrastanti: gli ordini sulla preparazione del processo farsa del 1936 a Zinoviev e Kamenev si trovano accanto a un documento sui sussidi per il grano. Le linee guida per la distribuzione dei bollettini meteorologici sono seguite nella pagina successiva da un ordine di arresto degli ufficiali polacchi già detenuti in preparazione alla loro fucilazione. A causa di questo caos, gli studiosi alla ricerca di decisioni ultra-segrete su un particolare argomento sono obbligati a sfogliare noiosamente centinaia di file spessi nella speranza di trovare qualcosa di rilevante. Non tutti gli studiosi, me compreso, hanno avuto abbastanza tempo per farlo completamente. Ma, come suggerisce Fitzpatrick, fare affidamento sulla raccolta di documenti pubblicata da qualcun altro (i cui principi di selezione sono spesso poco chiari, se non sospetti) non è la stessa cosa della ricerca d’archivio sistematica.

Guardando ciò che suggeriscono queste nuove fonti, sembra che alcune cose non si adattino alla narrativa dell’Holodomor riguardo alle intenzioni di Stalin. Nelle cartelle speciali troviamo, ad esempio, ordini segreti di Stalin durante la carestia di ridurre le esportazioni di grano, di ridurre le estrazioni di grano o di restituire il grano da seme ai villaggi. Presumibilmente Stalin riteneva che queste cose dovessero essere ultra-segrete per non disturbare la faccia del suo partito: non bisogna mollare. Esitare potrebbe innescare una ritirata diffusa. Se alcune province scoprissero che sta aiutando altre, l’immagine di una politica implacabile si indebolirebbe. Possiamo sospettare da alcune ricerche recenti che tali misure palliative siano state troppo poco e troppo tardive, ma anche così sembrerebbero controproducenti per un genocidio intenzionale.

Sappiamo che uno dei motivi per cui Stalin lanciò la dekulakizzazione e poi la collettivizzazione aveva a che fare con la crisi del grano alla fine degli anni ’20. Se il principale sostegno sociale dei bolscevichi, gli operai urbani, avesse sofferto la fame, il regime avrebbe potuto cadere. Se l’esercito fosse stato affamato, il paese poteva crollare. Si sospetta che Stalin stesse destreggiandosi tra il dar da mangiare ai contadini, dar da mangiare all’esercito, dar da mangiare ai lavoratori e alimentare le esportazioni estere per pagare l’industrializzazione. Fino a quando non sfrutteremo appieno tutti gli ordini di cartelle speciali non possiamo conoscere esattamente il suo calcolo. Abbiamo visto tutti questi documenti?

Le cartelle speciali fanno luce anche su un’altra preoccupazione, quella militare. All’inizio degli anni ’30 il Politburo trascorse più del solito tempo a studiare segretamente e a preoccuparsi di avere abbastanza soldati per l’Armata Rossa. L’età della leva all’epoca era di ventuno anni (che presto sarebbe stata ridotta a diciotto), quindi gli uomini sovietici ammissibili alla leva nel 1935 sarebbero stati quelli nati nel 1914, il primo anno della prima guerra mondiale. Durante quella guerra, 12 milioni di uomini furono mobilitati per combattere e ovviamente non stavano facendo figli. E sebbene i nostri dati demografici per la guerra e la guerra civile del 1918-1921 siano incompleti, è ovvio che la perdita di circa 8 milioni di persone a causa di guerre, guerre civili, malattie e fame (soprattutto in Ucraina) non solo ha ulteriormente danneggiato il tasso di natalità ma colpisce anche neonati e bambini particolarmente duramente. A partire dal 1930 il Politburo era preoccupato per i risultati demografici di questa catastrofe del 1914-1921. Erano ansiosi di sapere quanti giovani uomini sarebbero stati disponibili per il servizio militare in vari anni negli anni ’30 e hanno ripetutamente chiesto rapporti dettagliati sulla questione. Data questa preoccupazione, non è chiaro il motivo per cui Stalin avrebbe voluto far morire di fame così tanti potenziali soldati in quel preciso momento. L’Ucraina affamata deliberatamente non si adatta facilmente alla preoccupazione di mantenere l’esercito.

Stalin era anche preoccupato per una minaccia polacca all’Ucraina. Disse notoriamente al suo luogotenente Lazar Kaganovich che se non fossero stati attenti, “potremmo perdere l’Ucraina”. Dietro questo sentimento forse allarmistico, però, c’era una valida preoccupazione. Per secoli gli invasori avevano attraversato la pianura, e più recentemente polacchi e tedeschi lo avevano fatto durante la guerra civile. Come poi accadde, sarebbero tornati da quella parte nel 1941. Questo lungo confine piatto era difficile da sigillare e negli anni ’30 sarebbero stati numerosi i tentativi falliti della polizia di chiudere questa frontiera relativamente porosa. A un certo punto Stalin incaricò il suo emergente esperto di sicurezza Nikolai Ezhov di farsi carico dello sforzo.

Come al solito, Stalin reagiva in modo esagerato a una minaccia percepita. Era preoccupato per le manovre dei servizi segreti polacchi per indebolire il potere sovietico in Ucraina. Le vecchie organizzazioni polacche (“Pilsudskisti” e “Organizzazione militare polacca” tra le altre) rimasero nel suo pensiero come vere minacce e ripetutamente spinse la polizia politica a indagare su qualsiasi segno di macchinazioni politiche polacche in Ucraina. I polacchi furono deportati dalle regioni di confine, epurati dalle fabbriche e giustiziati in gran numero nelle “operazioni nazionali” di massa del 1937-1938. Dato quella che immaginava essere una minaccia nemica appena oltre il confine, affamare deliberatamente l’Ucraina per distruggere il tessuto sociale ed economico lungo un ampio confine aperto non si adatta facilmente alla ben documentata preoccupazione di Stalin per la sicurezza su quella frontiera.

Nuovi documenti mettono in discussione anche l’articolo di fede ucraino secondo cui Stalin ha cercato di distruggere il nazionalismo ucraino con una carestia intenzionale. Stalin, in quanto esperto del partito in politica delle nazionalità, comprese il pericolo che il nazionalismo rappresentava per la visione comunista e uccise o imprigionò un numero enorme di politici separatisti di molte nazionalità sia all’interno che all’esterno del partito. Non sappiamo quanti nazionalisti ucraini furono giustiziati rispetto a quelli di altre repubbliche, ma, statisticamente parlando, molte altre nazionalità erano più a rischio di essere recluse nel Gulag rispetto agli ucraini. I documenti del Gulag della polizia segreta mostrano che gli ucraini erano statisticamente sottorappresentati nel Gulag in proporzione alla loro popolazione. Bielorussi, uzbeki, georgiani, armeni, polacchi, ebrei e soprattutto russi avevano statisticamente più probabilità di finire prigionieri nel gulag rispetto agli ucraini.

Molti studiosi sostengono che il nazionalismo è “immaginato” da un’intellighenzia e adottato da gruppi politicamente attivi che poi parlano a nome della nazione, di solito senza chiederlo. Nelle parti costitutive dell’Unione Sovietica, inclusa in particolare l’Ucraina, il nazionalismo era il progetto di un’intellighenzia nata nel diciannovesimo secolo, che divenne attiva nella rivoluzione russa e che alla fine fu percepita dai bolscevichi come separatista e spietatamente schiacciata.

Ma non è affatto chiaro che i contadini, in Ucraina o altrove, tendessero ad essere in gran numero nazionalisti. I contadini tradizionalmente si identificano più in termini di località, lingua e religione che di cittadinanza o appartenenza nazionale, categorie che naturalmente noi intellettuali comprendiamo. Se, come molti sostengono, il nazionalismo è una comunità immaginaria basata sull’Illuminismo, la stampa e l’industrializzazione, è difficile immaginare che i contadini ucraini (e quelli nelle regioni affamate del Kazakistan, del Caucaso settentrionale e del Volga) lo immaginino, o Stalin pensi che lo abbiano fatto e si senta minacciato da loro su questo fronte. Dal mio punto di vista ha senso separare le politiche che hanno perseguitato gli intellettuali nazionalisti da quelle che hanno portato alla fame dei contadini in Ucraina e altrove. La guerra contro i contadini e il suo stile di vita non è la stessa cosa della guerra contro il “nazionalismo borghese”, il termine usato dagli stalinisti di cui ci si sta occupando in questa sede.

Qui Graziosi cade in una fallacia riduzionista che, come disse tempo fa uno dei miei maestri, significa dire “tutto questo non è altro che quello”. Per lui «ogni analisi dovrebbe partire dalla compenetrazione» del sociale e del nazionale, essendo «evidente» la connessione tra i due. Punto di partenza? Tale compenetrazione, se esiste, dovrebbe più propriamente essere parte di una conclusione piuttosto che un punto di partenza “evidente” a priori. In realtà, nè come punto di partenza né conclusione, confondiamo i due ambiti in altri campi della storia perché in molte situazioni storiche, e nella vita reale, è evidente che classe e nazionalismo si intersecano in molti modi.

L’associazione non esaminata e storicamente unica di Graziosi di queste due diverse categorie non ha alcuno scopo se non quello di rafforzare la tesi secondo cui Stalin intendeva sterminare gli ucraini o il nazionalismo ucraino. Come osserva Etkind, abbiamo documenti di Stalin che parlano della distruzione dei nemici di classe. Ma la retorica di Stalin sul distruggere (non, badate bene, uccidere) i nemici di classe non significa che stesse parlando di uccidere le nazioni. Solo attraverso una facile fusione di classe e nazione possiamo affermare che Stalin intendeva uccidere le nazioni.

Molti dei nuovi documenti sovietici non si adattano a una narrativa di genocidio intenzionale. Finché non sfrutteremo appieno tutti i nuovi materiali, tale conclusione sembra prematura, poco convincente e polemica, nonostante la fiducia con cui i suoi partigiani hanno affermato una tesi vaga e circostanziale, spesso a sostegno di un progetto nazionale ucraino.

Sono sorpreso che i miei colleghi continuino a trascinare il povero Lemkin nella questione. Scriveva circa settantacinque anni fa senza accedere a una frazione della documentazione che abbiamo oggi. Di fronte a una massa di documenti sulla repressione stalinista, sicuramente possiamo fare di meglio che preoccuparci delle sue osservazioni, o delle definizioni delle Nazioni Unite o di Norimberga se è per questo. Le loro definizioni erano importanti ai loro tempi, ma cercare di incastrare una massa di nuove prove che abbiamo appena iniziato a sfruttare nelle loro categorie mi sembra un esercizio strano e infruttuoso. Da allora il mondo e la sua storia selvaggia sono diventati più complicati; c’è tragicamente un numero e una varietà maggiori di mass deaths in molti luoghi.

Sono d’accordo con molti dei miei colleghi qui presenti sul fatto che è necessario svolgere un lavoro più comparativo confrontando la carestia in Ucraina con quelle altrove nell’Unione Sovietica. Oltre a ciò, potrebbero essere compiuti ulteriori sforzi per inserire la carestia ucraina in quadri comparativi più ampi con le carestie al di fuori dell’Unione Sovietica. Come li hanno affrontati altri regimi autoritari e democratici? Quali scelte hanno fatto riguardo alla distribuzione del cibo scarso? Che ruolo gioca l’isolamento delle regioni colpite e l’arresto delle migrazioni affamate verso le città nella gestione della carestia o nella cattiva gestione? In che misura tali misure erano nefaste o pragmatiche?

Ad esempio, cosa dobbiamo pensare della gestione britannica della carestia del Bengala del 1943 in cui oltre 4 milioni di bengalesi morirono di fame? Mentre i bengalesi morivano di fame, la Gran Bretagna continuò a esportare grano dall’India e proibì le importazioni di grano dall’Australia, dirottandole invece verso i soldati britannici e verso i depositi nel Mediterraneo in preparazione per le azioni militari britanniche nei Balcani. Possiamo giudicare Winston Churchill, l’autore di queste politiche, come l’autore di un genocidio intenzionale, nella misura in cui incolpava gli indiani per la loro stessa fame perché si riproducevano “come conigli?” Viene da chiedersi come abbia fatto quadrare il suo razzismo imperiale con la sua visione del genocidio come “un crimine senza nome“.

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