
testo originale: https://www.stopwar.org.uk/article/brian-eno-this-is-about-who-believe-in-peace-vs-people-who-believe-in-war/
Socializzo anche una sua intervista su guerra in Ucraina:
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Brian Eno non è solo un grande artista ma anche un attivista di lungo corso. Ultimamente è diventato anche portavoce di Stop the War Coalition. Vi segnalo un suo intervento che merita massima diffusione sul massacro di #Gaza e l’atteggiamento di governi e media occidentali.
In quale universo morale viviamo quando un ministro del governo inglese può affrontare la crisi degli alloggi cercando di confiscare le tende in cui sono costretti a vivere i senzatetto?
In quale universo morale viviamo quando lo stesso ministro può descrivere una marcia destinata a salvare le vite di civili disarmati come una “marcia dell’odio”?
In quale universo morale viviamo quando giornalisti ebrei israeliani che chiedono un cessate il fuoco vengono cacciati dalle loro case da bande di coloni armati di fucile?
In quale universo morale viviamo quando una donna ebrea israeliana che protesta in Germania per l’annientamento di Gaza viene arrestata per antisemitismo?
In quale universo morale viviamo quando il nostro governo sostiene uno Stato che sgancia 20000 tonnellate di bombe per demolire ospedali, moschee, scuole, centrali elettriche, strade e convogli di aiuti e rende inabitabili cinquantamila edifici civili?
In quale universo morale viviamo quando Itamar ben-Gvir, il ministro israeliano della Sicurezza, dice alla polizia di sparare sui palestinesi che difendono le loro case dai coloni e dice ai palestinesi: “Siamo noi i padroni di casa qui, ricordatelo, io sono il vostro padrone di casa”.
In quale universo morale viviamo quando B’tselem, la più grande organizzazione israeliana per i diritti umani, viene liquidata come antisemita per aver detto che “la Striscia di Gaza è in preda a un disastro umanitario causato dall’uomo. Questo è il risultato diretto della politica ufficiale di Israele, che continua a determinare la vita quotidiana a Gaza. Israele potrebbe cambiare questa politica e migliorare significativamente la qualità della vita a Gaza. Potrebbe anche persistere nella sua politica insensibile e indifendibile che condanna i quasi due milioni di residenti della Striscia di Gaza a una vita di abietta povertà in condizioni quasi disumane”.
Non si tratta di ebrei contro il resto di noi: si tratta di persone, ebree e non, che credono nella pace contro persone che credono nella guerra.
testo originale: https://www.stopwar.org.uk/article/brian-eno-this-is-about-who-believe-in-peace-vs-people-who-believe-in-war/ Socializzo anche una sua intervista su guerra in Ucraina:
Le mie opinioni sul conflitto arabo-israeliano: Israele deve accettare l’esistenza di uno Stato palestinese (1972) Molti amici, soprattutto tra gli studenti, mi hanno chiesto di esprimere la mia opinione sulla situazione in Medio Oriente. Rispondo con questa dichiarazione. Questa è un’opinione personale basata sulle discussioni che ho avuto con molte persone, sia ebrei che arabi, in diverse parti del Paese, e su una lettura abbastanza approfondita di documenti e fonti secondarie. Sono pienamente consapevole dei suoi limiti e la offro come semplice contributo al dibattito. Credo che l’obiettivo storico dietro la fondazione dello Stato di Israele fosse quello di prevenire il riemergere di campi di concentramento, pogrom e altre forme di persecuzione e discriminazione. Sostengo pienamente questo obiettivo che, per me, è parte della lotta per la libertà e l’uguaglianza di tutte le minoranze etniche e nazionali nel mondo. Nell’attuale contesto internazionale, il perseguimento di tale obiettivo presuppone l’esistenza di uno Stato sovrano capace di accogliere e proteggere gli ebrei perseguitati o che vivono sotto minaccia di persecuzione. Se un tale Stato fosse esistito quando il regime nazista salì al potere, avrebbe impedito lo sterminio di milioni di ebrei. Se un tale Stato fosse stato aperto ad altre minoranze perseguitate, comprese le vittime di persecuzioni politiche, avrebbe salvato molte più vite. Alla luce di questi fatti, la nostra discussione deve basarsi sul riconoscimento di Israele come Stato sovrano e sulla considerazione delle condizioni in cui è stato fondato, vale a dire l’ingiustizia che è stata fatta alla popolazione araba indigena. La creazione dello Stato di Israele è stato un atto politico, reso possibile dalle grandi potenze perché rientrava nel perseguimento dei propri interessi. Durante il periodo di insediamento precedente alla fondazione dello Stato, e durante la fondazione stessa, i diritti e gli interessi della popolazione indigena non furono adeguatamente rispettati. La fondazione dello Stato ebraico ha comportato, fin dall’inizio, l’evacuazione del popolo palestinese, in parte con la forza, in parte sotto pressione (economica e non), in parte “volontariamente”. La popolazione araba rimasta in Israele si trovò ridotta allo status economico e sociale di cittadini di seconda classe, nonostante i diritti loro concessi. Le differenze nazionali, razziali e religiose sono diventate differenze di classe: la vecchia contraddizione è riemersa nella nuova società, aggravata dalla fusione di conflitti interni ed esterni. Sotto tutti questi aspetti, le origini dello Stato di Israele non sono fondamentalmente diverse da quelle di praticamente qualsiasi stato nella storia: fondazione attraverso la conquista, l’occupazione e la discriminazione. (L’approvazione delle Nazioni Unite non cambia la situazione: questa approvazione ha confermato di fatto la conquista.) Una volta accettato questo fatto compiuto e l’obiettivo storico fondamentale che lo Stato di Israele si è posto, si pone la questione se questo Stato, così come è costituito oggi e con la politica che attualmente conduce, sia in grado di raggiungere il suo obiettivo pur esistendo come una società progressista che mantiene relazioni normalmente pacifiche con i suoi vicini. Risponderò a questa domanda facendo riferimento ai confini di Israele nel 1948. Qualsiasi annessione, qualunque sia la sua forma, suggerirebbe già, a mio avviso, una risposta negativa. Significherebbe che Israele potrebbe garantire la propria sopravvivenza solo come fortezza militare in un vasto ambiente ostile, e che la sua cultura materiale e intellettuale si sottometterebbe alle crescenti richieste militari. La natura pericolosamente precaria ed effimera di tale soluzione è fin troppo evidente. Mentre una superpotenza (o i suoi satelliti) possono esistere in queste condizioni per un periodo prolungato, questa possibilità è esclusa per Israele a causa delle sue dimensioni geografiche e della politica degli armamenti delle superpotenze. Partendo dalla situazione attuale, il primo prerequisito per una soluzione è un trattato di pace con la Repubblica Araba Unita; un trattato che includa il riconoscimento dello Stato di Israele, il libero accesso al Canale di Suez e al Golfo di Akaba e una soluzione alla questione dei rifugiati. Credo che sia possibile negoziare un simile trattato adesso, e che la risposta dell’Egitto alla missione Jarring (15 febbraio 1971) fornisca una base accettabile per negoziati immediati. Soprattutto, l’Egitto chiede che Israele si impegni a ritirare le sue forze armate dal Sinai e dalla Striscia di Gaza. La creazione di una zona smilitarizzata, posta sotto la protezione di una forza delle Nazioni Unite, potrebbe scongiurare la possibilità di un devastante attacco arabo al quale, secondo alcuni, questo ritiro esporrebbe Israele. Il rischio corso non mi sembra maggiore del rischio permanente di guerra esistente nelle condizioni attuali. La potenza più forte può permettersi le maggiori concessioni – e sembra che Israele sia quella potenza. Lo status di Gerusalemme potrebbe rivelarsi l’ostacolo più serio ad un trattato di pace. Un sentimento religioso profondamente radicato, su cui giocano costantemente i loro leader, rende inaccettabile agli occhi degli arabi (e dei cristiani?) che Gerusalemme sia la capitale di uno Stato ebraico. Una soluzione alternativa potrebbe consistere nel porre la città una volta riunificata (Est e Ovest) sotto amministrazione e protezione internazionale. Nella sua risposta, l’Egitto chiede anche una “giusta soluzione del problema dei rifugiati in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite”. La formulazione di queste risoluzioni (compresa la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza) è soggetta a interpretazione e, in questo senso, deve essere essa stessa oggetto di negoziati. Vorrei menzionare solo due possibilità (o la loro combinazione), che sono state suggerite nelle discussioni che ho avuto con personalità ebraiche e arabe. 1. Ritorno in Israele dei palestinesi che sono stati sfollati e desiderano ritornare. Questa possibilità è limitata in anticipo nella misura in cui le terre arabe sono diventate terre ebraiche e le proprietà arabe sono proprietà ebraiche. Questo è un altro fatto storico sul quale non possiamo ritornare senza commettere un nuovo torto. Ciò potrebbe essere mitigato se questi palestinesi si stabilissero su terreni ancora disponibili e/o se venissero offerte loro strutture e risarcimenti adeguati. Questa soluzione è ufficialmente respinta sulla base (di per sé corretta) che un simile ritorno trasformerebbe rapidamente la maggioranza ebraica in una minoranza e, quindi, distruggerebbe lo scopo stesso della creazione dello Stato ebraico. Tuttavia, ritengo che proprio la politica volta a garantire una maggioranza permanente sia, di per sé, destinata al fallimento. La popolazione ebraica è condannata a rimanere una minoranza all’interno del vasto gruppo delle nazioni arabe, dalla quale non può separarsi indefinitamente senza ricadere nelle condizioni di un ghetto su scala più ampia. Israele, certamente, potrebbe mantenere una maggioranza ebraica attraverso una politica di immigrazione aggressiva, che, a sua volta, rafforzerebbe continuamente il nazionalismo arabo. Ma Israele non può esistere come Stato progressista se continua a vedere i suoi vicini come il Nemico, l’Erbfeind. Non è nell’esistenza di una maggioranza chiusa in se stessa, isolata e preda della paura che il popolo ebraico trovi una protezione duratura, ma solo nella convivenza tra ebrei e arabi come cittadini beneficiari degli stessi diritti e libertà. Questa coesistenza può solo risultare da un lungo processo di tentativi ed errori, ma ora esistono i prerequisiti per muovere i primi passi. Si scopre che il popolo palestinese vive da secoli in un territorio oggi parzialmente occupato e amministrato da Israele. Queste condizioni rendono Israele una potenza occupante (anche all’interno di Israele), e il Movimento di Liberazione della Palestina un movimento di liberazione nazionale – per quanto liberale possa essere la potenza occupante. 2. Le aspirazioni nazionali del popolo palestinese potrebbero essere soddisfatte dalla creazione di uno Stato nazionale palestinese accanto allo Stato di Israele. Spetterà al popolo palestinese decidere, attraverso un referendum sotto il controllo delle Nazioni Unite, se questo Stato dovrà essere un’entità indipendente o federato con Israele o Giordania. La soluzione ottimale sarebbe la coesistenza tra israeliani e palestinesi, ebrei e arabi, su un piano di parità all’interno di una federazione socialista di stati del Medio Oriente. Questa prospettiva resta utopica. Le possibilità discusse sopra rimangono soluzioni temporanee che si presentano qui e ora: rifiutarle completamente potrebbe causare danni irreparabili. Herbert Marcuse
Intervento a Berlino (1967) “Vorrei permettermi una breve digressione, apparentemente estranea al tema del dibattito attuale. Ho notato nei vostri interventi un fenomeno singolare, una sorta di blocco: una totale assenza di allusione al conflitto mediorientale. Al contrario, credo che sia più che legittimo integrare il problema del conflitto arabo-israeliano nel dibattito sull’attuale situazione dell’archeocapitalismo nel Terzo Mondo, a causa del suo impatto disastroso sulle diverse forze del progresso e in particolare della sinistra marxista. Soprattutto negli Stati Uniti, la sinistra emerse da questo conflitto più divisa che mai. Inoltre, ritengo non sia esagerato affermare che il conflitto in Medio Oriente abbia ulteriormente indebolito la già limitata opposizione alla guerra in Vietnam. Le ragioni di questo fenomeno sono evidenti: esiste infatti, all’interno delle forze progressiste, una tendenza molto forte e molto comprensibile ad identificarsi con Israele. D’altra parte, questa sinistra, e in particolare la sinistra marxista, non possono fingere di ignorare che il mondo arabo coincide in parte con il campo antimperialista. In queste condizioni, la solidarietà sentimentale e la solidarietà razionale appaiono oggettivamente distinte, addirittura dissociate. Detto questo dovete interpretare quanto vi dico come un parere personale che sottopongo al vostro giudizio piuttosto che come un’analisi oggettiva del problema. Dovete capire quanto mi sento solidale e mi identifico con Israele per ragioni personali, ma non solo per queste ragioni. Io stesso, che ho sempre affermato la piena legittimità dei sentimenti, delle concezioni morali e dei sentimenti nella politica e anche nella scienza, io che ho sempre sostenuto l’impossibilità di realizzare scienza e politica senza l’elemento umano, sono obbligato a vedere in questa solidarietà più che un semplice pregiudizio personale. Non posso dimenticare che per secoli gli ebrei furono perseguitati e oppressi e che non molto tempo fa sei milioni di loro furono sterminati. Questo è un fatto oggettivo. Gli ebrei hanno finalmente trovato una terra dove non devono più temere persecuzioni, persecuzioni e oppressione e mi identifico con l’obiettivo che hanno raggiunto. Sono felice di poter concordare, anche in questo caso, con Jean-Paul Sartre che ha affermato: «L’unica cosa che dobbiamo impedire a tutti i costi è una nuova guerra di sterminio contro Israele». Per risolvere il problema bisogna partire da questa premessa, ma ciò non implica l’accettazione totale delle tesi di Israele, né di quelle dei suoi nemici. Permettetemi di esprimere la mia opinione in modo più completo e chiaro: la fondazione di Israele come Stato autonomo può essere definita illegittima nella misura in cui è stata effettuata sulla base di un accordo internazionale, su un territorio straniero e senza tener conto della popolazione locale e del suo destino. Ma questa ingiustizia non può essere riparata da una seconda ingiustizia. Lo Stato di Israele esiste e deve trovare un terreno di incontro e di comprensione con il mondo ostile che lo circonda. Questa soluzione è l’unica possibile. Ammetto che alla prima ingiustizia se ne sono aggiunte altre da parte di Israele. Il trattamento riservato alla popolazione araba è stato quantomeno riprovevole, se non peggiore. La politica di Israele ha avuto aspetti razzisti e nazionalisti che noi ebrei avremmo dovuto essere i primi a condannare. È assolutamente inaccettabile che gli arabi in Israele siano trattati come cittadini di seconda classe, anche se esiste l’uguaglianza giuridica. Una terza ingiustizia (e si vede che non sto semplificando le cose) è il fatto che ritengo incontestabile che dalla creazione dello Stato la politica israeliana sia stata troppo servile e la politica estera americana troppo passiva (…). E questo atteggiamento ha facilitato l’identificazione di Israele con l’imperialismo, consentendo al contrario l’identificazione della causa araba con quella dell’antimperialismo. Ma anche qui non voglio semplificare le cose: il mondo arabo non costituisce un’unità. Sapete bene quanto me come è composto da stati e società sia progressisti che reazionari. Quando parliamo di sostegno all’imperialismo, dobbiamo sempre chiederci se quest’ultimo non sia meglio servito dalle continue forniture di petrolio provenienti dall’Arabia Saudita e dal Kuwait che dai voti di Israele all’ONU. In secondo luogo, dobbiamo tenere conto delle ripetute offerte di pace di Israele, offerte che i rappresentanti del mondo arabo hanno costantemente rifiutato. In terzo luogo, non possiamo perdere di vista le dichiarazioni precise, chiare e clamorose dei portavoce arabi che proclamano il loro desiderio di scatenare una guerra di sterminio contro Israele. Questo è un fatto che mi dispiace terribilmente e, purtroppo, basta fare qualche ricerca per averne la prova. È in tale contesto che la guerra preventiva (perché tale era infatti il carattere della guerra condotta contro Egitto, Giordania e Siria) può e deve essere compresa e giustificata. Attualmente il problema è: cosa si può fare per porre fine a un susseguirsi di conflitti così terribile? Purtroppo, da molto tempo il confronto tra Israele e gli Stati arabi si è evoluto in un confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, passando dalla sfera regionale a quella della diplomazia, pubblica e segreta, non per citare quello della concorrenza tra fornitori di armi da entrambe le parti. Come riportare il conflitto alla sua estensione originaria? Tutti noi dobbiamo cercare, per quanto possibile, di convincere i rappresentanti di Israele e dei paesi arabi a incontrarsi per discutere e, in definitiva, cercare di risolvere i loro problemi, che in realtà sono diversi da quelli delle grandi potenze. La soluzione ideale sarebbe che da queste discussioni emergesse un fronte comune, formato da Israele e dai suoi avversari arabi, contro l’attacco delle potenze imperialiste. Questo è un problema che è già maturo. Anche nei Paesi arabi, infatti – non dimentichiamolo – resta ancora da fare la rivoluzione sociale, rivoluzione che, forse, rappresenta un compito più urgente e imperativo della distruzione di Israele. ….. Su Herbert Marcuse su questo blog anche una lezione di Angela Davis e un dialogo sul comunismo democratico
![]() Il leader di Hamas Ismail Haniyeh e altri leader di Hamas guidano una preghiera prima di ospitare una cena di fine digiuno dell’Iftar Ramadan in Qatar con funzionari del Qatar e diplomatici internazionali, 13 aprile 2023 (Hamas.ps) Pubblico un articolo dello scomparso Samir Amin, economista egiziano marxista e antimperialista, pubblicato nel 2013. Visto che si parla tanto di Hamas credo che sia utile alla riflessione. Per approfondire consiglio il suo saggio Sconfiggere l’Islam politico e l’imperialismo e il suo classico sull’eurocentrismo che ben descrive la fase che stiamo vivendo e che riguarda l’Occidente come il mondo musulmano e in generale il capitalismo globale: “l’ideologia borghese, che in origine avanzava ambizioni universalistiche, vi ha rinunciato per sostituirvi il discorso postmodernista delle ‘specificità culturali’ irriducibili (e, in forma volgare, lo scontro inevitabile delle culture)” (la citazione è tratta da una recensione che consiglio). Rimango convinto che solo la rifondazione di un socialismo/comunismo del XXI secolo può contrastare questa deriva del capitalismo globale sempre più caratterizzato dalla guerra. A proposito di alternativa socialista/comunista vi segnalo una testimonianza di Samir Amin su Thomas Sankara e soprattutto un suo testo ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI che trovate nella biblioteca di Rifondazione. Su Hamas in Qatar ho scritto un articolo. Questo breve articolo, che è solo complementare rispetto a scritti più approfonditi dell’autore, non vuole essere né provocatore, né polemico. Intendo solo mettere i puntini sulle “i”. Ricordo quindi con brevi parole ciò che ho già scritto e ripetuto: io non discuto della possibilità teorica di “un islam politico moderno che sia democratico”, ma dei partiti che di fatto esistono e che si dicono islamisti. Non discuto nemmeno dell’islam come religione. Ho spesso scritto in arabo, in francese e in inglese, e con precisione, su cosa intendo per “islam politico reazionario”, riassumibile nella perifrasi che di tanto in tanto ricordo: “movimento sedicente islamico e di fatto politico reazionario e antidemocratico”. Continue reading Samir Amin: L’islam politico è solubile nella democrazia? (2013)
Nel dicembre 1987 scoppiò in Palestina una nuova Intifada, che scosse Israele e le élite del mondo arabo. Poche settimane dopo, il grande poeta siriano Nizar Qabbani scrisse”La trilogia dei figli delle pietre”, in cui denunciava la vecchia generazione di leader palestinesi oggi rappresentata dalla (No-)Autorità corrotta e collaborazionista della Palestina. È stato cantato e recitato in molti caffé palestinesi: I figli delle pietre hanno sparso i nostri fogli versato l’inchiostro sui nostri vestiti hanno deriso la banalità dei vecchi testi… O bambini di Gaza Non badate alle nostre trasmissioni Non ascoltateci Siamo il popolo del freddo calcolo dell’addizione, della sottrazione Fate le vostre guerre e lasciateci in pace Siamo morti e senza tomba Orfani senza occhi. Bambini di Gaza Non fate riferimento ai nostri scritti Non siate come noi. Siamo i vostri idoli Non adorateci. O folli di Gaza, Mille saluti ai folli L’era della ragione politica è tramontata da tempo Insegnateci la follia… Da allora, il popolo palestinese ha provato ogni metodo per raggiungere una qualche forma di autodeterminazione significativa. “Rinunciate alla violenza”, è stato detto loro. Lo hanno fatto, a parte qualche strana rappresaglia dopo un’atrocità israeliana. Tra i palestinesi in patria e nella diaspora c’è stato un massiccio sostegno al boicottaggio, al disinvestimento e alle sanzioni: un movimento pacifico per eccellenza, che iniziò a guadagnare terreno in tutto il mondo tra artisti, accademici, sindacati e occasionalmente governi. Gli Stati Uniti e la famiglia NATO hanno risposto cercando di criminalizzare il BDS in Europa e Nord America – sostenendo, con l’aiuto dei gruppi di lobby sionisti, che boicottare Israele era “antisemitaâ€. Ciò si è rivelato ampiamente efficace. In Gran Bretagna, il partito laburista di Keir Starmer ha vietato qualsiasi menzione di “apartheid israeliano†nella sua prossima conferenza nazionale. La sinistra laburista, temendo di essere espulsa, è rimasta in silenzio su questo tema. Uno stato di cose spiacevole. Nel frattempo, la maggior parte degli stati arabi si sono uniti alla Turchia e all’Egitto nel capitolare davanti a Washington. L’Arabia Saudita è attualmente in trattative, mediate dalla Casa Bianca, per riconoscere ufficialmente Israele. L’isolamento internazionale del popolo palestinese sembra destinato ad aumentare.  Per tutto questo tempo, l’IDF ha attaccato e ucciso palestinesi a piacimento, mentre i governi israeliani che si sono succeduti hanno lavorato per sabotare ogni speranza di statualità . Recentemente, una manciata di ex generali dell’IDF e agenti del Mossad ha ammesso che ciò che viene fatto in Palestina equivale a “crimini di guerra”. Ma hanno trovato il coraggio di dirlo solo dopo essere andati in pensione. Mentre erano ancora in servizio, hanno sostenuto pienamente i coloni fascisti nei territori occupati, restando in piedi mentre bruciavano case, distruggevano piantagioni di ulivi, versavano cemento nei pozzi, attaccavano i palestinesi e li cacciavano dalle loro case cantando “Morte agli arabi”. Lo stesso hanno fatto i leader occidentali, che hanno lasciato che tutto ciò si svolgesse senza fiatare. L’era della ragione politica era tramontata da tempo, come direbbe Qabbani. Poi, un giorno, la leadership eletta a Gaza inizia a reagire. Escono dalla loro prigione a cielo aperto e attraversano il confine meridionale di Israele, colpendo obiettivi militari e popolazioni di coloni. I palestinesi sono improvvisamente in cima alle prime pagine dei giornali internazionali. I giornalisti occidentali sono scioccati e inorriditi dal fatto che stiano resistendo. Ma perché non dovrebbero? Sanno meglio di chiunque altro che il governo di estrema destra israeliano si vendicherà ferocemente, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Ma nonostante ciò, non sono disposti a stare a guardare mentre Netanyahu e i criminali del suo gabinetto espellono o uccidono gradualmente la maggior parte del loro popolo. Sanno che gli elementi fascisti dello Stato israeliano non avrebbero alcuna remora a sancire l’omicidio di massa degli arabi. E sanno che bisogna opporsi con ogni mezzo. All’inizio di quest’anno, i palestinesi hanno assistito alle manifestazioni di Tel Aviv e hanno capito che coloro che marciavano per “difendere i diritti civili” non si preoccupavano dei diritti dei loro vicini occupati. Hanno deciso di prendere in mano la situazione. I palestinesi hanno il diritto di resistere all’aggressione continua a cui sono sottoposti? Assolutamente sì. Non c’è alcuna equivalenza morale, politica o militare tra le due parti. Israele è uno Stato nucleare, armato fino ai denti dagli Stati Uniti. La sua esistenza non è minacciata. Sono i palestinesi, le loro terre, le loro vite, a esserlo. La civiltà occidentale sembra disposta ad assistere al loro sterminio. Loro, invece, si stanno sollevando contro i colonizzatori.
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