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 Mosca, agosto 1935, membri del X Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista. Prima fila da sinistra: André Marty, Georgi Dimitrov, Togliatti, Wilhelm Florin e Wang Ming. Fila dietro, da sinistra: Michail Abramovi? Trilisser, Otto Wille Kuusinen, Klement Gottwald, Wilhelm Pieck e Dmitrij Manuil’skij
L’autore di questo articolo, pubblicato su sito latinoamericano di Jacobin, è un filosofo marxista francese della redazione collettiva della rivista Contretemps, autore di “L’Histoire et la question de la modernité chez Antonio Gramsci”. Trovate “Il corso sugli avversari. Le lezioni sul fascismo”, a cui fa riferimento l’articolo, nella biblioteca on line di Rifondazione.
Senza deviare dalla linea ufficiale, ma desideroso di renderla più complessa, o addirittura di sovvertirla, a metà degli anni Trenta il segretario generale del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, produsse quella che rimane la migliore analisi della comparsa in Italia del fenomeno del fascismo, un regime reazionario di massa.
Dal gennaio all’aprile 1935, Palmiro Togliatti (1893-1964), segretario generale del Partito Comunista d’Italia (PCI) in esilio a Mosca, tenne un corso alla Scuola Internazionale Leninista, un’università politica per militanti della Terza Internazionale (Comintern), sulla nascita e lo sviluppo del fascismo in Italia, e sulla strategia che il PCI avrebbe dovuto adottare. Continue reading Yohann Douet: Togliatti: lezioni per una strategia antifascista

LENIN spesso invocava gli esempi di Cromwell e Robespierre; e definiva il ruolo del bolscevico come quello di un “giacobino moderno che agisce a stretto contatto con la classe operaia, come suo agente rivoluzionario”. Tuttavia, a differenza dei leader giacobini e puritani, Lenin non era un moralista. Invocava Robespierre e Cromwell come uomini d’azione e maestri di strategia rivoluzionaria, non come ideologi. Ricordava che anche come leader delle rivoluzioni borghesi Robespierre e Cromwell erano in conflitto con la borghesia, che non capiva le esigenze nemmeno della società borghese; e che dovevano risvegliare le classi inferiori, la yeomanry, gli artigiani e la plebe urbana. Sia dall’esperienza puritana che da quella giacobina Lenin trasse anche la lezione che era nella natura di una rivoluzione andare oltre se stessa per assolvere il suo compito storico: i rivoluzionari dovevano, di regola, mirare a ciò che ai loro tempi era irraggiungibile, per assicurarsi ciò che era raggiungibile.
Continue reading Isaac Deutscher: L’ultimo dilemma di Lenin (aprile 1959)
Questo articolo di Noam Chomsky fu pubblicato su Spectre No.9 2001. Chomsky, che non è mai stato un sostenitore del bolscevismo e tantomeno dello stalinismo, smonta il Libro nero del comunismo, una scadente opera storica che ha però influenzato come poche altre il senso comune a livello internazionale. La cifra di 100 milioni di vittime del comunismo è entrata nell’immaginario collettivo. Sul nuovo anticomunismo consiglio su questo blog Enzo Traverso e J Arch Getty. Buona lettura.
Cominciamo con la nota litania dei mostri che abbiamo affrontato nel corso del secolo e infine ucciso, un rituale che almeno ha il merito di avere radici nella realtà. I loro terribili crimini sono registrati nel Libro nero del comunismo appena tradotto dallo studioso francese Stephane Courtois e altri, oggetto di recensioni scioccate al momento del passaggio al nuovo millennio. La più seria, almeno tra quelle che ho visto, è quella del filosofo politico Alan Ryan, illustre studioso accademico e commentatore socialdemocratico, nel primo numero dell’anno della New York Times Book Review (2 gennaio).
Il Libro nero rompe finalmente “il silenzio sugli orrori del comunismo”, scrive Ryan, “il silenzio di persone che sono semplicemente sconcertate dallo spettacolo di tanta sofferenza assolutamente futile, inutile e inspiegabile”. Le rivelazioni del libro saranno senza dubbio una sorpresa per coloro che sono riusciti in qualche modo a rimanere all’oscuro del flusso di aspre denunce e rivelazioni dettagliate degli “orrori del comunismo” che ho letto fin dall’infanzia, in particolare nella letteratura di sinistra degli ultimi 80 anni, per non parlare del flusso costante nei media e nelle riviste, nei film, nelle biblioteche traboccanti di libri che spaziano dalla narrativa all’erudizione, tutti incapaci di sollevare il velo del silenzio. Ma lasciamo da parte tutto questo. Continue reading Noam Chomsky: Contare i cadaveri. Sul Libro Nero del comunismo
L’editoriale della storica rivista marxista statunitense Montly Review è dedicato a Trump. I redattori propongono una lettura di classe dell’alleanza tra neofascismo e neoliberismo che non riguarda solo gli States. La storia degli Stati Uniti non è identica a quella dell’Europa perchè il sistema bipartitico (e altre ragioni di natura sociale e culturale tra cui la “linea del colore”) ha impedito storicamente l’affermarsi di partiti socialisti e comunisti di massa. Però vi sono molte analogie con i processi che hanno portato alla crescita dell’estrema destra in Italia e in Europa. La conversione neoliberista e guerrafondaia del centrosinistra da noi è più recente e non può dirsi che configuri una tradizione come negli USA dove i due partiti che monopolizzano la rappresentanza sono sempre stati espressione del grande capitale. Anche da noi però si pone la questione della difficoltà di rispondere all’ultradestra con un fronte popolare antifascista – che, come segnalano i compagni della Montly Review, sarebbe la via più efficace per contrastare l’ultradestra – a causa delle posizioni neoliberiste e guerrafondaie dei principali partiti “socialisti” e centristi europei. Va anche detto che la sinistra di ispirazione socialista negli USA non ha e non ha mai avuto il peso che fortunatamente l’ha caratterizzata in Europa e quindi da decenni è costretta a lavorare su campagne e movimenti più che sul piano della rappresentanza. La campagna di Sanders ha rappresentato un’eccezione e il tentativo parzialmente riuscito di irrompere nello spazio politico. Lo stesso Bernie ha aperto una riflessione pubblica dopo vittoria di Trump. In Europa dovremmo evitare di finire definitivamente in una mutazione nordamericana della politica. E su questo i partiti comunisti e della sinistra radicale devono misurarsi. Buona lettura!
Nel gennaio 2025, Donald Trump entra alla Casa Bianca come presidente per la seconda volta. Le condizioni che hanno portato alla sua prima ascesa alla presidenza sono state affrontate nel libro del redattore di Monthly Review John Bellamy Foster, Trump in the White House (Monthly Review Press, 2017), scritto nei primi mesi dopo la vittoria elettorale di Trump nel novembre 2016. La tesi principale del libro era contenuta nel capitolo di apertura, “Neofascismo alla Casa Bianca”. In esso, Trump viene descritto come un miliardario reazionario convinto di poter agire con assoluta impunità e di essere diventato il fulcro di un movimento neofascista. In un periodo di crescente instabilità economica e imperiale, segnato dalla ripresa insolitamente lenta dalla crisi finanziaria del 2008, un potente segmento della classe dominante ha deciso di compiere il pericoloso passo di mobilitare la classe medio-bassa – definita dal sociologo C. Wright Mills la “retroguardia” del sistema capitalistico – facendo leva sulla sua ideologia in gran parte revanscista, razzista, reazionaria e misogina, con Trump come principale beneficiario di questa strategia complessiva.
La classe medio-bassa (composta da piccoli imprenditori, impiegati di basso livello, dirigenti di basso livello, alcuni operai relativamente privilegiati e popolazioni suburbane e rurali – in ogni caso, in maggioranza bianche) è stata duramente colpita dal neoliberismo ed era pronta a scagliarsi contro il governo, così come contro la classe medio-alta e la classe lavoratrice sottostante. La classe medio-bassa costituisce il nucleo di elettori del Partito Repubblicano, insieme a quelli di fede cristiana fondamentalista e a particolari regioni del Sud e dell’Ovest. Nonostante la classe lavoratrice rappresenti la maggioranza della popolazione e la più grande percentuale di elettori potenziali a livello nazionale, raramente ha molto da guadagnare in un’elezione capitalista. Di conseguenza, i suoi tassi di partecipazione elettorale sono quasi invariabilmente bassi e si riducono ulteriormente sotto il neoliberismo. Costituiscono quindi la maggior parte di quello che il politologo Walter Dean Burnham ha definito il “partito dei non votanti”, lasciando alla classe medio-bassa il ruolo di segmento strategico del corpo elettorale statunitense. Continue reading Neofascismo alla Casa Bianca. Montly review su Trump
Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel numero di giugno 1996 della Monthly Review. Si basa su un articolo precedentemente pubblicato nel numero del 28 dicembre 1995 del settimanale egiziano Al Ahram Weekly. In questo momento storico caratterizzato dalla “guerra mondiale a pezzi” la ripresa di un punto di vista e di un progetto socialista/comunista/democratico universalista è fondamentale. Leggo troppi confondere democrazia con capitalismo. Lo fanno gli imperialisti per rilegittimare la presunta “missione civilizzatrice dell’Occidente” con cui si è sempre giustificato il colonialismo, lo fanno anche troppi antimperialisti che specularmente son finiti per fare propria l’identificazione democrazia-capitalismo o a ritenere che l’universalismo socialista/comunista/democratico sia superato e che bisogna semplicemente difendere qualsiasi nemico transitorio (magari anche capitalista) dell’Occidente. Di Samir Amin su questo blog consiglio anche L’islam politico è solubile nella democrazia? (2013). Buona lettura!
Le ideologie dominanti sono per definizione conservatrici: per riprodursi, tutte le forme di organizzazione sociale devono percepirsi alla fine della storia. Tuttavia, il primo passo del pensiero scientifico consiste proprio nel cercare di andare oltre la visione che i sistemi sociali hanno di se stessi. Il discorso conservatore dominante acquisisce forza attraverso la pratica volgare di gettare insieme i “valori” che pretende governino il mondo moderno. In questo calderone vengono gettati principi di organizzazione politica (nozioni di legalità, di Stato, diritti umani, democrazia), valori sociali (libertà, uguaglianza, individualismo) e principi di organizzazione della vita economica (proprietà privata, “libero mercato”). Questa fusione porta poi alla falsa affermazione che questi valori costituiscano un tutto indivisibile, derivante dallo stesso processo logico. Da qui l’associazione del capitalismo con la democrazia, come se questo fosse un collegamento ovvio o necessario. Tuttavia, la storia mostra il contrario: i progressi democratici sono stati ottenuti attraverso la lotta e non sono il prodotto naturale e spontaneo dell’espansione capitalista. Continue reading Samir Amin: Imperialismo e Culturalismo si completano a vicenda (1996)
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