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Cornel West su Frantz Fanon, uno dei grandi intellettuali rivoluzionari del XX secolo

Il 6 dicembre ricorreva il sessantesimo anniversario della morte di Franz Fanon, negli anni ’60 punto di riferimento per tutti i movimenti antimperialisti e anticolonialisti.  Vi propongo l’omaggio di Cornel West, uno dei più importanti intellettuali militanti afroamericani viventi uscito in questi giorni sulla rivista Lithium. Su Jacobin trovate un articolo di Peter Hudis su “Fanon, il filosofo delle barricate”.
Frantz Fanon è il più grande intellettuale rivoluzionario della metà del XX secolo. È anche il più rilevante per il 21° secolo. Il suo genio teorico, l’arte letteraria e il coraggio politico sono innegabili. E la sua integrità personale, onestà totale e tenacia autocritica sono indiscutibili. Come la rivoluzione bebop di Charlie Parker nella musica moderna, le opere e le testimonianze di Frantz Fanon hanno sconvolto e frantumato i paradigmi prevalenti nella filosofia, nella cultura e nella politica moderne. Simile all’intelletto sonoro sovversivo di Nina Simone, Frantz Fanon ha reso inevitabile il confronto con le realtà storiche della decolonizzazione. In breve, è una figura imponente nel nostro tempo neoliberista e neocoloniale perché ha gettato una luce sul lato nascosto terrificante e terroristico dell’imperialismo europeo suprematista bianco, una luce che ci consente di tenere traccia di come ha raccolto ciò che ha seminato.

I dannati della terra (1961) fu l’ultimo testamento di Fanon, alla giovane età di 36 anni, della sua vocazione profetica. Questa chiamata era motivata da un profondo amore per i popoli colonizzati e fondata su un profondo amore per la verità delle loro azioni e sofferenze. Nei primi momenti di questo perenne libro classico, scrive, “la decolonizzazione, quindi, implica l’urgente necessità di sfidare a fondo la situazione coloniale. La sua definizione può, se vogliamo descriverla accuratamente, essere riassunta nelle note parole: “Gli ultimi saranno i primi”. La decolonizzazione ne è la verifica”. La sua allusione biblica a Gesù (Matteo 20,16) e la dichiarazione rivoluzionaria di una “lotta omicida e decisiva” tra il colonizzatore e il colonizzato, l’occupante e l’occupato, ci fanno confrontare con la nuda violenza e la cruda forza del potere asimmetrico del dominatore sul dominato.
Quando Fanon afferma, “il mondo coloniale è un mondo compartimentato”, ci costringe a riconoscere che il colonialismo è una guerra barbara sostenuta contro le popolazioni colonizzate sanzionate dai valori occidentali. “Ora avviene che quando un colonizzato sente un discorso sulla cultura occidentale, tira fuori la roncola [machete nell’edizione inglese] o per lo meno si accerta che gli è a portata di mano… Nel periodo di decolonizzazione, la massa colonizzata se ne infischia di quegli stessi valori, li insulta, li vomita a gola spiegata .”. L’accusa di Fanon al colonialismo europeo è più di un fantasioso rifiuto epistemico dell’eurocentrismo o un mero momento di opposizione nietzscheano contro una visione dialettica di liberazione.
Piuttosto, Fanon sta approfondendo, perfezionando e “allungando leggermente” l’analisi marxista sposando una critica inesorabile del capitalismo predatorio e dei suoi tentacoli imperiali con un’analisi guidata dall’Impero di una supremazia bianca simile alla guerra che permea anche le stesse anime dei soggetti coloniali così come come modella ogni sfera della società coloniale. Come un grande musicista jazz, Fanon mette in scena e incarna modalità di contrappunto che fondono creativamente la critica delle economie capitaliste di Karl Marx, la filosofia della guerra di Carl von Clausewitz (con l’aggiunta della guerriglia di Mao Zedong), le ricche nozioni di François Tosquelles (e in una certa misura di Jacques Lacan) della sociogenesi e della terapia dell’ambiente e, soprattutto, gli inimitabili esempi di Aimé Césaire (insegnante, mentore di Fanon e compagno di lotta per la libertà martinicano) e Jean-Paul Sartre.
 
Fanon è prima di tutto un rivoluzionario la cui abilità artistica nel linguaggio, nel discorso e nella prassi politica ci invita a resistere e rovesciare tutte le forme di dogma e dominio che soggiogano i popoli oppressi. (Si noti la sua “preghiera finale” in Pelle nera, maschere bianche[1952]: “O mio corpo, rendimi sempre un uomo che interroga!”). Questa intensa energia socratica – allineata con quella che chiama “autocritica africana” – produce un internazionalismo completo che passa attraverso una genuina coscienza nazionale. “Autoconsapevolezza non significa chiudere la porta alla comunicazione. La filosofia ci insegna al contrario che è la sua garanzia. La coscienza nazionale, che non è nazionalismo, è la sola in grado di darci una dimensione internazionale… È al centro della coscienza nazionale che si stabilisce e prospera la coscienza internazionale». L’internazionalismo rivoluzionario di Fanon, come quello di Karl Marx, CLR James, Rosa Luxemburg, Ella Baker, Albizu Campos, BR Ambedkar, Emma Goldman, o il suo compagno Ali Shariati, non ha mai ridotto la ricchezza intellettuale della storia europea solo ai feroci crimini europei contro l’umanità, specialmente contro i popoli del Terzo mondo. Fanon va anche oltre:
“Tutti gli elementi d’una soluzione ai grandi problemi dell’umanità sono, in momenti diversi, esistiti nel pensiero dell’Europa. Ma l’azione degli uomini europei non ha realizzato la missione che le spettava…
Si tratta, per il Terzo Mondo, di ricominciare una storia dell’uomo che tenga conto al tempo stesso delle tesi a volte
prodigiose sostenute dall’Europa, ma anche dei suoi crimini…
Inoltre, se vogliamo rispondere all’attesa degli europei, non bisogna rinviare loro un’immagine, anche ideale, della loro società o del loro pensiero per i quali essi stessi provano periodicamente disgusto.
Per l’Europa, per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di creare un uomo nuovo”.
 
Per Fanon, l’internazionalismo rivoluzionario – antimperialista, anticapitalista, anticolonialista, antipatriarcale e anti-suprematista bianco – produce un nuovo umanesimo che premia i bisogni psichici, sociali e politici dei poveri e dei lavoratori, una solisarietà e universalità dal basso.
“Le donne riceveranno un posto identico agli uomini non negli articoli della costituzione, ma nella vita quotidiana, in
fabbrica, a scuola, nelle assemblee.
Il governo nazionale, se vuole essere nazionale, deve governare attraverso il popolo e per il popolo, per i diseredati e attraverso i diseredati.
Nessun leader, quale che sia il suo valore, può sostituirsi alla volontà popolare ed il governo nazionale deve, prima di preoccuparsi di prestigio internazionale, ridar dignità ad ogni cittadino, arredare i cervelli, riempir gli occhi di cose umane, sviluppare un panorama umano perché abitato da uomini coscienti e sovrani.”
 
Eppure l’internazionalismo rivoluzionario e il nuovo umanesimo di Fanon furono traditi dalle nuove borghesie nazionali di ogni angolo del globo. Nel suo famoso e tuttora molto rilevante capitolo, “Disavventure della coscienza nazionale” (uno dei preferiti che ricordo nelle nostre intense discussioni con i compagni del Black Panther Party negli anni ’60 e ’70), Fanon giustamente predisse, la “lotta per la democrazia contro l’oppressione dell’uomo uscirà progressivamente dalla confusione neoliberale universalista per sfociare, a volte faticosamente, nella rivendicazione nazionale. Ora l’impreparazione delle élites, l’assenza di legame organico tra loro e le masse, la loro pigrizia e, diciamolo pure, la viltà al momento decisivo della lotta, saranno all’origine di disavventure tragiche “.
Nel nostro tempo – il nostro momento Obama e le sue conseguenze – questo tragico incidente neoliberista è diventato un contraccolpo fascista neoliberista. Big Money – Wall Street, Silicon Valley e Big Tech (oltre a Big Militarism), filtrati attraverso il Pentagono e il Dipartimento di Stato – è al posto di guida. La brutta supremazia bianca è il volto pubblico. E patriarcato, omofobia e transfobia si scatenano.
La frase più nota nell’opera canonica di Fanon è la prima riga di “Sulla cultura nazionale”: “Ogni generazione deve, in relativa opacità, scoprire la sua missione, adempierla o tradirla.” E’ doveroso dire, con certezza e forza, che le borghesie nazionali degli ultimi sessant’anni dall’uscita del libro di Fanon hanno davvero tradito la loro missione rivoluzionaria. Il loro “universalismo neoliberista” non può più nascondere e camuffare la loro capitolazione a Big Money, Big Militarism e al centrismo politico. Inoltre, i loro livelli di corruzione, mancanza di responsabilità, avidità, narcisismo e repressione di coloro che minacciano il loro potere hanno superato qualsiasi trasformazione fondamentale.
Il contesto algerino di Fanon ha portato alle sue formulazioni affascinanti, ma talvolta discutibili, sul potenziale rivoluzionario del sottoproletariato, dei contadini, o persino sull’effetto catartico della lotta armata per i colonizzati. Eppure le sue affermazioni cruciali sulla necessità di forti meccanismi di responsabilità per i leader, la necessità di un’educazione politica autocritica per i cittadini e le istituzioni civiche che si occupano di traumi e disturbi mentali sono inconfutabili. Come il suo maestro, Maurice Merleau-Ponty, Frantz Fanon è uno dei pochi grandi intellettuali rivoluzionari che hanno sempre connesso lo psichico e il politico, l’esistenziale e l’economico, lo spirituale e il sociale.
Nel nostro momento attuale di decadenza imperiale e decrepitezza capitalista (che sia negli Stati Uniti, in Cina o in Russia), compresa la nostra emergenza ecologica, l’escalation del neofascismo e la pervasiva xenofobia (contro musulmani, arabi, ebrei e persone LGBTQ+) così come la profonda supremazia bianca, lo spirito di Fanon è più manifesto nel mio contesto imperialista americano nelle ali rivoluzionarie internazionaliste del movimento Black Lives Matter e del movimento Palestinese Lives Matter schierato con gli sforzi di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Tuttavia, il compito della decolonizzazione completa e della democratizzazione globale con opzioni socialiste autentiche rimane incompiuto. Non tradiamo la nostra missione, così come Frantz Fanon non ha mai venduto la sua anima né ha tradito la sua vocazione profetica!
 

cartello con citazione di Franz Fanon in una protesta di Black Lives Matters

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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