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Isaac Deutscher: L’ebreo non ebreo. Spinoza, Heine, Marx, Rosa Luxemburg, Trotsky e Freud (1958)

Ho tradotto questo testo pubblicato sul numero di The American Socialist del settembre 1958 e che dava il titolo a una raccolta ora introvabile di Isaac Deutscher “L’ebreo non ebreo” che uscì nel 1968 in Gran Bretagna e in Italia nel 1969. Aggiungerei alle personalità  citate da Deutscher nell’articolo altre mie guide spirituali come Victor Serge, Allen Ginsberg, Abbie Hoffman, Noam Chomsky.

In grassetto la presentazione di The American Socialist e di seguito l’intervento di Isaac Deutscher: 

Il seguente articolo del biografo di Stalin e Trotsky, i cui scritti sulla Russia e l’Europa orientale appaiono regolarmente nei periodici di tutto il mondo, si basa su una conferenza tenuta a Londra lo scorso febbraio durante la Jewish Book Week al World Jewish Congress. Questo testo, riveduto e ampliato dall’autore, è apparso su Universities and Left Review e viene qui ristampato con il permesso dell’autore. Un riassunto della conferenza era già  apparso sul British Jewish Observer e sul Middle East Review.

Eccovi il testo di un grande storico che meriterebbe di essere riscoperto. Buona lettura!

RICORDO che quando da bambino leggevo il Midrash mi sono imbattuto in una storia e nella descrizione di una scena che hanno catturato la mia immaginazione. Era la storia di Rabbi Meir, il grande santo, saggio e pilastro dell’ortodossia mosaica e coautore della Mishna, che prese lezioni di teologia da un eretico Elisha ben Abiyuh, soprannominato Akher (Lo Straniero). Una volta di sabato, il rabbino Meir uscì in gita con il suo insegnante e, come al solito, si impegnarono in una discussione profonda. L’eretico cavalcava un asino e il rabbino Meir, poiché non poteva cavalcare di sabato, camminava al suo fianco e ascoltava così attentamente le parole di saggezza che uscivano dalle labbra dell’eretico, che non si accorse che lui e il suo maestro avevano raggiunto il confine rituale che gli ebrei non potevano attraversare di sabato. In quel momento il grande eretico si rivolse al suo discepolo e disse: “Guarda, siamo arrivati al confine – dobbiamo separarci ora: non devi accompagnarmi oltre – torna indietro!” Il rabbino Meir tornò nella comunità  ebraica mentre l’eretico cavalcava oltre i confini dell’ebraismo.

C’era abbastanza in questa scena per sconcertare un bambino ebreo ortodosso. Perché, mi chiedevo, il rabbino Meir prendeva lezioni dall’eretico? Perché gli ha mostrato tanto affetto? Perché lo ha difeso contro altri rabbini? Il mio cuore, a quanto pare, era con l’eretico. Chi era?

Ho chiesto. Sembrava essere nell’ebraismo eppure fuori di esso. Mostrò uno strano rispetto per l’ortodossia del suo allievo quando lo rimandò dagli ebrei nel santo sabato; ma lui stesso, trascurando il canone e il rituale, cavalcò oltre i confini. Quando avevo tredici o forse quattordici anni ho cominciato a scrivere un dramma su Akher e Rabbi Meir e ho cercato di saperne di più sul personaggio di Akher. Cosa lo ha spinto a trascendere il giudaismo? Era uno gnostico? Era l’aderente di qualche altra scuola di filosofia greca o romana? Non sono riuscito a trovare le risposte, e non sono riuscito ad andare oltre il primo atto del mio dramma.

L’eretico ebreo che trascende l’ebraismo appartiene a una tradizione ebraica. Potete, se volete, considerare Akher come un prototipo di quei grandi rivoluzionari del pensiero moderno di cui parlerò questa sera – potete farlo, se desiderate necessariamente collocarli all’interno di una qualsiasi tradizione ebraica. Andarono tutti oltre i confini dell’ebraismo. Tutti – Spinoza, Heine, Marx, Rosa Luxemburg, Trotsky e Freud – trovavano l’ebraismo troppo ristretto, troppo arcaico e troppo costrittivo. Tutti cercavano ideali e realizzazioni al di là  di esso, e rappresentano la somma e la sostanza di quanto c’è di più grande nel pensiero moderno, la somma e la sostanza dei più profondi sconvolgimenti che hanno avuto luogo in filosofia, sociologia, economia e politica nel ultimi tre secoli.

HANNO qualcosa in comune tra loro? Hanno forse impressionato così tanto il pensiero dell’umanità  a causa del loro speciale “genio ebraico”? Non credo nel genio esclusivo di nessuna razza. Eppure penso che per certi versi fossero davvero molto ebrei. Avevano in sé qualcosa della quintessenza della vita ebraica e dell’intelletto ebraico. Erano a priori eccezionali in quanto come ebrei dimoravano ai confini di varie civiltà, religioni e culture nazionali. Sono nati e cresciuti ai confini di varie epoche.

Le loro menti sono maturate là  dove le più diverse influenze culturali si sono incrociate e fecondate a vicenda. Vivevano ai margini o negli angoli e nelle fessure delle rispettive nazioni. Erano ciascuno nella società  eppure non in essa, di essa eppure non di essa. È stato questo che ha permesso loro di elevarsi col pensiero al di sopra delle loro società, delle loro nazioni, dei loro tempi e delle loro generazioni, e di proiettarsi mentalmente verso ampi nuovi orizzonti e lontano nel futuro.

Fu, credo, un biografo protestante inglese di Spinoza a dire che solo un ebreo poteva compiere quello sconvolgimento nella filosofia della sua epoca che Spinoza realizzò: un ebreo che non fosse vincolato dai dogmi delle chiese cristiane, cattolica e protestante, né da quelli della fede in cui era nato. Né Descartes né Leibnitz potevano liberarsi nella stessa misura dalle catene della tradizione scolastica medievale in filosofia.

Spinoza fu educato sotto le influenze della Spagna, dell’Olanda, della Germania, dell’Inghilterra e dell’Italia del Rinascimento: tutte le tendenze del pensiero umano che erano all’opera in quel momento plasmarono la sua mente. La sua nativa Olanda era alle prese con la rivoluzione borghese. I suoi antenati, prima che arrivassero nei Paesi Bassi, erano stati maranim ispano-portoghesi, cripto-ebrei, in fondo ebrei, esteriormente cristiani, come lo erano molti ebrei spagnoli ai quali l’Inquisizione aveva imposto il battesimo. Dopo che gli Spinoza giunsero nei Paesi Bassi, si rivelarono ebrei; ma, naturalmente, né loro né i loro stretti discendenti erano estranei al clima intellettuale del cristianesimo.

Lo stesso Spinoza, quando iniziò come pensatore indipendente e come iniziatore della moderna critica biblica, colse subito la contraddizione cardinale nel giudaismo, la contraddizione tra il Dio monoteista e universale e il contesto in cui quel Dio appare nella religione ebraica – come il Dio che si è attaccato a un solo popolo; la contraddizione tra il Dio universale e il suo “popolo eletto”. Sapete che cosa portò a Spinoza la realizzazione di questa contraddizione: l’esilio dalla comunità  ebraica e la scomunica. Doveva combattere contro il clero ebraico che, essendo stato anch’esso recentemente vittima dell’Inquisizione, era stato contagiato dallo spirito dell’Inquisizione. Poi dovette affrontare l’ostilità  del clero cattolico e dei preti calvinisti. Tutta la sua vita è stata una lotta per superare i limiti delle religioni e delle culture del suo tempo.

TRA gli ebrei di grande intelletto esposti all’irradiazione di varie religioni e culture alcuni erano così lacerati da influenze e pressioni contraddittorie che non riuscivano a trovare l’equilibrio spirituale e crollavano. Uno di questi fu Uriel Acosta, il più anziano e precursore di Spinoza. Molte volte si ribellò al giudaismo; e molte volte ritrattò. I rabbini lo scomunicarono ripetutamente; e ripetutamente si prostrò davanti a loro sul pavimento della Sinagoga di Amsterdam. Spinoza ebbe la grande felicità intellettuale di poter armonizzare le influenze contrastanti e di creare da esse una visione più alta del mondo e una filosofia integrata.

Quasi in ogni generazione, ogni volta che l’intellettuale ebreo, posto alla concatenazione di diverse culture, lotta con se stesso e con i problemi del suo tempo, troviamo qualcuno che, come Uriel Acosta, crolla sotto il peso, e qualcuno che, come Spinoza, fa di quel fardello le ali della sua grandezza. Heine era in un certo senso l’Uriel Acosta di un’epoca successiva. La sua relazione con Marx, nipote intellettuale di Spinoza, è paragonabile alla relazione di Uriel Acosta con Spinoza.

Heine era combattuto tra il cristianesimo e gli ebrei, e tra la Francia e la Germania. Nella sua nativa Renania si scontrarono le influenze della Rivoluzione francese e dell’Impero napoleonico con quelle dell’antico Sacro Romano Impero dei Kaiser tedeschi. Crebbe nell’orbita della filosofia classica tedesca e nell’orbita del repubblicanesimo francese; e vide Kant come un Robespierre e Fichte come un Napoleone nel regno dello spirito; e così li descrive in uno dei passaggi più profondi e commoventi di Zur Geschichte der Religion und Philosophie in Deutschland.  Negli ultimi anni entrò in contatto con il socialismo e il comunismo francese e tedesco e incontrò Marx con quell’apprensiva ammirazione e simpatia con cui Acosta aveva incontrato Spinoza.

Anche Marx crebbe in Renania. Avendo cessato di essere ebrei i suoi genitori, non lottò con l’eredità  ebraica come fece Heine. Tanto più intensa fu la sua opposizione all’arretratezza sociale e spirituale della Germania contemporanea. In esilio per gran parte della sua vita, il suo pensiero fu plasmato dalla filosofia tedesca, dal socialismo francese e dall’economia politica inglese. In nessun’altra mente contemporanea influenze così diverse si sono incontrate così fruttuosamente. Marx si elevò al al di sopra della filosofia tedesca, del socialismo francese e dell’economia politica inglese; assorbì ciò che c’era di meglio in ciascuna di queste tendenze e ne trascese i limiti.

Per avvicinarci al nostro tempo: Rosa Luxemburg, Trotsky e Freud, ognuno di loro si formò tra correnti storiche incrociate. Rosa Luxemburg è una miscela unica dei caratteri tedeschi, polacchi e russi e del temperamento ebraico; Trotsky fu allievo di un ginnasio russo-tedesco luterano nella cosmopolita Odessa, ai margini dell’impero greco-ortodosso degli zar e la mente di Freud maturò a Vienna nell’allontanamento dall’ebraismo e in opposizione al clericalismo cattolico della capitale asburgica. Tutti loro avevano questo in comune, che le stesse condizioni in cui vivevano e lavoravano non permettevano loro di riconciliarsi con idee che erano limitate a livello nazionale o religioso e li inducevano a lottare per una Weltanschauung universale.

L’etica di Spinoza non era più l’etica ebraica, ma l’etica dell’uomo in generale, proprio come il suo Dio non era più il Dio ebreo: il suo Dio, fuso con la natura, perse la sua identità  divina separata e distintiva. Eppure, in un certo senso, il Dio e l’etica di Spinoza erano ancora ebraici, solo che il suo era il monoteismo ebraico portato alla sua logica conclusione e il Dio universale ebraico pensato fino alla fine e una volta pensato fino in fondo, cessò di essere ebreo.

HEINE lottò con gli ebrei per tutta la vita il suo atteggiamento nei loro confronti era tipicamente ambivalente, pieno di amore-odio o odio-amore. Sotto questo aspetto era inferiore a Spinoza che, scomunicato dagli ebrei, non si fece cristiano. Heine non aveva la forza d’animo e il carattere di Spinoza e viveva in una società  che anche nei primi decenni del diciannovesimo secolo era ancora più arretrata di quanto lo fosse stata la società  olandese nel diciassettesimo. In un primo momento ripose le sue speranze in quella pseudo-emancipazione degli ebrei, l’ideale di cui Moses Mendelsohn aveva espresso con le parole: “Sii ebreo dentro casa e uomo fuori”. La timidezza di quell’ideale ebraico-tedesco era all’altezza del meschino liberalismo della borghesia gentile tedesca: il liberale tedesco era un “uomo libero” in casa sua e un allertreuester Untertane fuori. Questo non poteva soddisfare Heine a lungo. Abbandonò l’ebraismo e si arrese al cristianesimo per ottenere un “biglietto d’ingresso alla cultura europea”. In fondo non si rassegnò mai all’abbandono e alla conversione. Il suo rifiuto dell’ortodossia ebraica attraversa tutta la sua opera. Il suo Don Isaac dice al rabbino von Bacherach: “Non potrei essere uno di voi. Mi piace molto di più la tua cucina che la tua religione. No, non potrei essere uno di voi e sospetto che anche nel migliore dei tempi, sotto il dominio del tuo gentile Davide, nel migliore dei tuoi tempi, sarei scappato da te e sarei andato nei templi di Assiria e Babilonia che erano pieni dell’amore e del gioia della vita.” Eppure, era un ebreo focoso e risentito che aveva, dentro Un Edom, “gewaltig beschworen den tausendjährigen Schmerz”.

Marx, di circa vent’anni più giovane, superò il problema che tormentava Heine. Solo una volta si cimentò con esso, nel suo giovanile e famoso Zur Judenfrage. Questa fu la sua riflessione senza riserve sull’ebraismo. A causa di ciò, gli apologeti dell’ortodossia ebraica e del nazionalismo ebraico attaccarono duramente Marx definendolo un “antisemita”. Tuttavia, penso che Marx sia andato al nocciolo della questione quando affermò che l’ebraismo era sopravvissuto “non nonostante la storia, ma nella storia e attraverso la storia”, che doveva la sua sopravvivenza al ruolo distintivo che gli ebrei avevano svolto come agenti di un’economia monetaria in ambienti che vivevano in un’economia naturale, che l’ebraismo era essenzialmente un’epitome teorica delle relazioni di mercato e della fede del mercante e che l’Europa cristiana, mentre si sviluppava dal feudalesimo al capitalismo, divenne in un certo senso ebraica. Marx vedeva Cristo come “l’ebreo teorico”, l’ebreo come un “cristiano pratico” e, quindi, il cristiano borghese “pratico” come un “ebreo”. Poiché trattava l’ebraismo come il riflesso religioso del modo di pensare borghese, vedeva l’Europa borghese in via di assimilazione all’ebraismo. Il suo ideale non era l’uguaglianza tra ebrei e gentili in una società  capitalista “giudaizzata”, ma l’emancipazione di ebrei e non ebrei dallo stile di vita borghese, o, come disse provocatoriamente nel suo un po’ troppo paradossale idioma giovane hegeliano, nella “emancipazione della società  dall’ebraismo”. La sua idea era universale quanto quella di Spinoza, eppure era avanzata nel tempo di duecento anni: era l’idea del socialismo e della società  senza classi e senza stato.

Tra i molti discepoli e seguaci di Marx, quasi nessuno gli fu, nello spirito e nel temperamento, così vicino come Rosa Luxemburg e Leon Trotsky. La loro affinità  con lui si manifesta nella loro visione dialetticamente drammatica del mondo e delle sue lotte di classe e in quell’eccezionale concordia di pensiero, passione e immaginazione che conferisce al loro linguaggio e stile una peculiare chiarezza, densità  e ricchezza. (Bernard Shaw aveva probabilmente in mente queste qualità  quando parlava delle “doti letterarie tipicamente ebraiche” di Marx). Come Marx, Rosa Luxemburg e Trotsky si batterono, insieme ai loro compagni non ebrei, per le soluzioni universali ai problemi del loro tempo universale, contro quelle particolariste, e per quelle internazionaliste, contro le nazionaliste. Rosa Luxemburg cercò di trascendere la contraddizione tra il socialismo riformista tedesco e il marxismo rivoluzionario russo. Cercò di iniettare nel socialismo tedesco qualcosa dello slancio e idealismo rivoluzionario russo e polacco, qualcosa di quel “romanticismo rivoluzionario” che un grande realista come Lenin esaltava sfacciatamente e occasionalmente cercò di trapiantare lo spirito e la tradizione democratica dell’Europa occidentale nei movimenti clandestini socialisti dell’Europa orientale. Fallì nel suo scopo principale e pagò con la vita. Ma non solo lei ha pagato per questo. Nel suo assassinio la Germania degli Hohenzolleern celebrò l’ultimo trionfo e la Germania nazista il primo.

Trotsky, l’autore della Rivoluzione Permanente, aveva davanti a sé la visione di uno sconvolgimento globale che trasforma l’umanità. Leader, insieme a Lenin, della rivoluzione russa e fondatore dell’Armata Rossa, entrò in conflitto con lo Stato che aveva contribuito a creare quando quello Stato e i suoi dirigenti issarono la bandiera del socialismo in un solo paese. Non era per lui la limitazione della visione del socialismo ai confini di un paese.

Tutti questi grandi rivoluzionari furono estremamente vulnerabili. Erano, in quanto ebrei, senza radici, in un certo senso ma lo erano solo per certi aspetti, poiché avevano le radici più profonde nella tradizione intellettuale e nelle aspirazioni più nobili del loro tempo. Eppure, ogni volta che l’intolleranza religiosa o l’emozione nazionalista furono in ascesa, ogni volta che trionfarono l’ottusità  dogmatica e il fanatismo, loro furono le prime vittime. Furono scomunicati da rabbini ebrei, furono perseguitati dai sacerdoti cristiani, furono braccati dai gendarmi dei governanti assoluti e dalla soldateska, furono odiati dai filistei pseudodemocratici e furono espulsi dai loro stessi partiti. Quasi tutti furono esiliati dai loro paesi e gli scritti di tutti furono bruciati sul rogo una volta o l’altra. Il nome di Spinoza non poté essere menzionato per più di un secolo dopo la sua morte: persino Leibnitz, che era debitore a Spinoza di tanta parte del suo pensiero, non osò menzionarlo. Trotsky è ancora oggi sotto anatema in Russia. I nomi di Marx, Heine, Freud e Rosa Luxemburg sono stati recentemente proibiti in Germania. Ma la loro è la vittoria finale. Dopo un secolo durante il quale il nome di Spinoza fu coperto dall’oblio, gli eressero dei monumenti e lo riconobbero come il più grande fruttificatore della mente umana. Herder una volta disse di Goethe: “Vorrei che Goethe leggesse alcuni libri latini oltre all’Etica di Spinoza”. Goethe era davvero immerso nel pensiero di Spinoza e Heine lo descrive giustamente come “Spinoza che si è tolto il mantello delle sue formule geometrico-matematiche e si presenta davanti a noi un poeta lirico”. Lo stesso Heine ha trionfato su Hitler e Goebbels, anche gli altri rivoluzionari di questa linea sopravviveranno e prima o poi trionferanno su coloro che si sono prodigati per cancellarne la memoria.

Temo di aver parlato molto poco di Freud. Ma è molto ovvio perché appartenga alla stessa linea intellettuale. Nei suoi insegnamenti, quali che siano i loro meriti e demeriti, trascende i limiti delle precedenti scuole psicologiche. L’uomo che analizza non è un tedesco o un inglese, un russo o un ebreo: è l’uomo universale in cui il subconscio e il conscio lottano, l’uomo che fa parte della natura e della società, l’uomo i cui desideri e voglie, scrupoli e inibizioni, ansie e difficoltà  sono essenzialmente le stesse, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dalla nazione a cui appartiene. Dal loro punto di vista i nazisti avevano ragione quando accoppiarono il nome di Freud con quello di Marx e bruciarono i libri di entrambi.

Tutti questi pensatori e rivoluzionari hanno avuto alcuni principi filosofici in comune, anche se le loro filosofie variano naturalmente di secolo in secolo e di generazione in generazione. Sono tutti, da Spinoza a Freud, deterministi. Sostengono tutti che l’universo è governato da leggi inerenti ad esso e governato da Gesetzmassigkeiten. Non vedono la realtà  come un miscuglio di incidenti o la storia come un insieme di capricci e fisime dei governanti. Non c’è niente di fortuito, così ci dice Freud, nei nostri sogni, follie, o anche nei nostri lapsus. Le leggi dello sviluppo, dice Trotsky, si “rifrangono” attraverso gli accidenti e nel dire questo è molto vicino a Spinoza.

Sono tutti deterministi perché avendo osservato da vicino molte società  e studiato molti “modi di vita”, afferrano le regolarità  fondamentali della vita. Il loro modo di pensare è dialettico, perché, vivendo ai confini delle nazioni e delle religioni, vedono la società in uno stato di cambiamento. Concepiscono la realtà  come dinamica, non statica. Chi è rinchiuso in una società, in una nazione o in una religione, tende a immaginare che il proprio modo di vivere e il proprio modo di pensare abbiano una validità  assoluta e immutabile e che tutto ciò che contraddice i loro standard sia in qualche modo “innaturale”, inferiore o cattivo. Chi, invece, vive ai confini delle varie civiltà  comprende più chiaramente il grande movimento e la grande contraddittorietà  della natura e della società.

Tutti questi pensatori concordano sulla relatività  degli standard morali. Nessuno di loro crede nel bene assoluto o nel male assoluto. Tutti hanno osservato comunità  che aderiscono a diversi standard morali e diversi valori etici. Ciò che era buono per l’Inquisizione cattolica romana sotto la quale avevano vissuto i nonni di Spinoza, era cattivo per gli ebrei e ciò che era buono per i rabbini e gli anziani ebrei di Amsterdam era cattivo per Spinoza stesso. Heine e Marx sperimentarono in gioventù il tremendo scontro tra la morale della rivoluzione francese e quella della Germania feudale.

Quasi tutti questi pensatori hanno in comune un’altra grande idea filosofica: l’idea che la conoscenza, per essere reale, debba essere attiva. Ciò incidentalmente ha attinenza con le loro opinioni sull’etica, poiché se la conoscenza è inseparabile dall’azione della Praxis che è per sua natura relativa e autocontraddittoria, allora anche la moralità, la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, è inseparabile dalla Praxis ed è anche relativa e contraddittoria. Fu Spinoza a dire che “essere¨ è fare e sapere è fare. C’era solo un passo da questo all’affermazione di Marx che “finora i filosofi hanno interpretato il mondo d’ora in poi il compito è cambiarlo”.

Infine, tutti questi uomini, da Spinoza a Freud, credevano nella solidarietà  ultima degli uomini e questo era implicito nei loro atteggiamenti verso gli ebrei. Ora guardiamo indietro a questi credenti nell’umanità  attraverso la nebbia insanguinata dei nostri tempi. Li guardiamo indietro attraverso il fumo delle camere a gas, il fumo che nessun vento può davvero disperdere dai nostri occhi. Questi “ebrei non ebrei” erano essenzialmente ottimisti e il loro ottimismo ha raggiunto vette che non è facile raggiungere ai nostri tempi. Non immaginavano che sarebbe stato possibile per l’Europa “civilizzata” nel ventesimo secolo sprofondare in un abisso di barbarie in cui le sole parole “solidarietà degli uomini” sarebbero suonate come una beffa perversa alle orecchie degli ebrei.

Solo tra loro Heine ne ebbe l’intuitiva premonizione del poeta quando avvertì l’Europa di guardarsi dall’imminente assalto degli antichi dei germanici che emergevano “aus dem teutschem Urwalde”, e quando si lamentò che il destino dell’ebreo moderno è tragico al di là  di ogni espressione e comprensione, così tragico che “ridono di te quando ne parli, e questa è la più grande tragedia di tutte”.

Noi non troviamo questa premonizione in Spinoza o in Marx. Freud nella sua vecchiaia vacillò mentalmente sotto il colpo del nazismo. Per Trotsky fu uno shock che Stalin usasse contro di lui l’insinuazione antisemita. Da giovane Trotsky aveva, nei termini più categorici, ripudiato la richiesta di “autonomia culturale” ebraica che il Bund, il Partito Socialista Ebraico, aveva sollevato nel 1903. Lo aveva fatto in nome della solidarietà  tra ebrei e non ebrei nel campo socialista. Quasi un quarto di secolo dopo, mentre era impegnato in una lotta impari con Stalin e si recava nelle cellule del partito a Mosca per esporre le sue opinioni, lì fu accolto con feroci allusioni alla sua ebraicità  e persino con espliciti insulti antisemiti. Le allusioni e gli insulti provenivano da membri del partito che aveva, insieme a Lenin, guidato nella rivoluzione e nella guerra civile. Negli archivi di Trotsky ho trovato una lettera che scrisse su questo a Bukharin nel 1926. Descrisse le scene nell’organizzazione di Mosca e chiese: “È possibile…” – e potete sentire nelle parole e nelle sue sottolineature l’angoscia, lo stupore e l’orrore dell’uomo “È possibile che nel nostro partito, nelle cellule operaie, qui a Mosca, si usino impunemente insulti antisemiti? È possibile?” Con lo stesso stupore e la stessa angoscia pose la stessa domanda in una sessione del Politburo in cui i suoi compagni lo ignorarono e ridicolizzarono la questione. Dopo un altro quarto di secolo, e dopo Auschwitz, Majdenek e Belsen, la domanda di Trotsky dovette essere posta di nuovo quando ancora una volta, questa volta molto più apertamente e minacciosamente, Stalin ricorse all’insinuazione e all’insulto antisemita.

È un fatto indubbio che il massacro nazista di sei milioni di ebrei europei non abbia lasciato alcuna profonda impressione sulle nazioni europee. Non ha veramente scosso la loro coscienza. Le ha lasciate quasi fredde. Era allora giustificata la fede ottimistica nell’umanità  espressa dai grandi rivoluzionari ebrei? Possiamo ancora condividere la loro fede nel futuro della civiltà? Ammetto che se si cercasse di rispondere a queste domande da un punto di vista esclusivamente ebraico sarebbe difficile, forse impossibile, dare una risposta positiva. Quanto a me, non posso affrontare la questione da un punto di vista esclusivamente ebraico e la mia risposta è ¨Sì”, la loro fede era giustificata. Era giustificata in quanto, in ogni caso, la fede nella solidarietà  ultima dell’umanità  è essa stessa una delle condizioni necessarie per la conservazione dell’umanità  e per la pulizia della nostra civiltà  dalle fecce della barbarie che sono ancora presenti in essa e avvelenarlo.

Perché allora il destino degli ebrei europei ha lasciato le nazioni d’Europa, o il mondo gentile in generale, quasi freddo? Sfortunatamente, Marx aveva molto più ragione sul posto degli ebrei nella società  europea di quanto potessimo renderci conto qualche tempo fa. La maggior parte della tragedia ebraica è consistita in questo, che a seguito di un lungo sviluppo storico, le masse d’Europa si sono abituate a identificare l’ebreo principalmente con il commercio e il lavoro, il prestito e la produzione di denaro. Di questi l’ebreo era diventato il sinonimo e il simbolo per la mente popolare.

Consultate l’Oxford English Dictionary e guardate come dà  i significati accettati del termine “ebreo”: in primo luogo, è una “persona di razza ebraica”. “Ricco come un ebreo” dice il proverbio. Colloquialmente la parola è usata anche come verbo transitivo: to jew, ci dice l’Oxford Dictionary, significa “imbrogliare, esagerare”. Questa è l’immagine volgare dell’ebreo e il volgare pregiudizio contro di lui, fissato in molte lingue, non solo in inglese, e in molte opere d’arte, non solo nel Mercante di Venezia. Tuttavia, questa non è solo l’immagine volgare. Ricordate qual è stata l’occasione in cui Macaulay ha perorato e il modo in cui ha perorato l’uguaglianza politica tra ebrei e gentili e il diritto dell’ebreo a sedere alla Camera dei Comuni. L’occasione fu l’ammissione alla Casa di un Rothschild, il primo ebreo a sedere nella Camera, l’ebreo eletto membro della City di Londra. E l’argomentazione di Macaulay era questa: se permettiamo all’ebreo di gestire i nostri affari finanziari per noi, perché non dovremmo permettergli di sedere tra noi qui, in Parlamento, e avere voce in capitolo nella gestione di tutti i nostri affari pubblici? Questa era la voce del cristiano borghese che diede uno sguardo nuovo a Shylock e lo salutò come fratello.

SUGGERISCO che ciò che aveva consentito agli ebrei di sopravvivere come comunità  separata, il fatto di aver rappresentato l’economia di mercato in mezzo a persone che vivevano in un’economia naturale, che questo fatto e le sue memorie popolari sono stati anche responsabili, almeno in parte, della Schadenfreude o l’indifferenza con cui la popolazione europea ha assistito all’olocausto degli ebrei. È stata la sfortuna degli ebrei che, quando le nazioni d’Europa si sono rivoltate contro il capitalismo, lo hanno fatto solo molto superficialmente, almeno nella prima metà  di questo secolo. Non attaccarono il nucleo del capitalismo, non i suoi rapporti produttivi, non la sua organizzazione della proprietà  e del lavoro, ma i suoi aspetti esterni e le sue bardature in gran parte arcaiche che così spesso erano davvero ebraiche.

Se i popoli d’Europa fossero rimasti attaccati al capitalismo, non avrebbero speso la loro frustrazione e il loro furore contro l’ebreo, l’agente tradizionale e, soprattutto, primitivo dell’economia monetaria. Se invece si fossero sollevati seriamente contro il capitalismo, lo avrebbero rovesciato e non avrebbero trovato capri espiatori nei negozianti e nei venditori ambulanti ebrei. Fu perché i popoli si erano rivoltati contro il capitalismo solo in modo poco convinto e stupido che si rivoltarono contro gli ebrei. Bebel una volta disse che “l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”. Le masse europee sono state abbastanza socialiste da accettare il socialismo degli imbecilli, ma non abbastanza sagge da abbracciare il socialismo.

Questo è il punto cruciale della tragedia ebraica. Marx e Rosa Luxemburg immaginavano che l’umanità  sarebbe passata dal capitalismo al socialismo prima che fosse degenerata culturalmente rimanendo troppo a lungo sotto l’influenza e l’incantesimo del capitalismo. Avevano immaginato che l’umanità  sarebbe uscita dal capitalismo in una forma buona e civile. Questo non è successo. Il capitalismo in decomposizione ha superato i suoi giorni e ha trascinato moralmente verso il basso l’umanità e noi, gli ebrei, abbiamo pagato per questo e potremmo ancora dover pagare per questo. 

Tutto ciò ha spinto gli ebrei a vedere il proprio Stato come la via d’uscita. La maggior parte dei grandi rivoluzionari, di cui sto discutendo l’eredità, hanno visto la soluzione definitiva ai problemi del loro e del nostro tempo, non negli stati-nazione ma nella società  internazionale. In quanto ebrei, furono i pionieri naturali di questa idea, poiché chi era qualificato per predicare la società  internazionale degli eguali come lo erano gli ebrei liberi da ogni ortodossia e nazionalismo ebraico e non ebraico? Tuttavia, il decadimento dell’Europa borghese ha costretto gli ebrei ad abbracciare lo stato-nazione. Questo è il compimento paradossale della tragedia ebraica. È paradossale perché viviamo in un’epoca in cui lo stato-nazione sta rapidamente diventando un arcaismo, non solo lo stato-nazione di Israele, ma anche gli stati-nazione di Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e altri. Sono tutti anacronismi. Non lo vedi ancora? Non vedi che quando l’energia atomica riduce quotidianamente le dimensioni del globo, quando l’uomo inizia il suo viaggio interplanetario, quando uno sputnik sorvola il territorio di un grande stato-nazione in un minuto o in secondi, che in un momento simile la tecnologia rende lo stato-nazione ridicolo e sopravvissuto come lo erano i piccoli principati medievali nell’era della macchina a vapore?

ANCHE quei giovani stati-nazione che sono nati come risultato di una necessaria e progressiva lotta condotta dai popoli coloniali e semicoloniali per l’emancipazione – India, Birmania, Ghana e altri – non possono, a mio avviso, conservare il loro carattere progressista per molto tempo. Costituiscono una tappa necessaria nella storia di alcuni popoli; ma è una tappa che anche quei popoli dovranno superare per trovare inquadramenti più ampi alla loro esistenza. Nella nostra epoca ogni nuovo stato-nazione, subito dopo la sua costituzione, comincia a risentire del declino generale di questa forma di organizzazione politica; e questo si sta già  manifestando nella breve di India, Ghana e Israele. Il mondo ha costretto l’ebreo ad abbracciare lo stato-nazione e a farne il suo orgoglio e la sua speranza proprio in un momento in cui c’è poca o nessuna speranza in esso. Non puoi incolpare gli ebrei per questo; devi incolpare il mondo. Ma gli ebrei dovrebbero almeno essere consapevoli del paradosso e rendersi conto che il loro intenso entusiasmo per l’esperienza della “sovranità  nazionale” è storicamente tardivo. Non hanno beneficiato dei vantaggi dello stato-nazione in quei secoli in cui esso è stato mezzo di avanzamento dell’umanità  e grande fattore rivoluzionario e unificatore della storia. Se ne sono impossessati solo dopo che era diventato un fattore di disunione e di disgregazione sociale.

Auspico, quindi, che, insieme ad altre nazioni, gli ebrei prendano finalmente coscienza – o riconquistino la consapevolezza – dell’inadeguatezza dello Stato-nazione e ritrovino la via del ritorno al patrimonio morale e politico che il genio degli ebrei che sono andati oltre l’ebraismo ci ha lasciato: il messaggio dell’emancipazione umana universale.

Isaac Deutscher: opere

  • 1921 The Prophet Armed: Trotskij 1879-1921, [rif.]
    • Il profeta armato: Trotskij 1879-1921, Pgreco, Milano, 2011
  • 1949 Stalin, Longanesi, [rif.] [rif.1]
  • 1953 La Russia dopo Stalin, Mondadori, Milano, [rif.]
  • 1954 The Prophet Armed: Trotsky, 1879-1921, Oxford University Press, New York, [rif.]
    • Il profeta armato: Trotsky 1879-1921, Longanesi, Milano, 1965
  • 1955 Profilo dell’ex comunista, [rif.]
    • in: Eretici e rinnegati
  • 1959 The Prophet Unarmed: Trotsky, 1921-1929, Oxford University Press, New York, [rif.] [rif.1]
    • Il profeta disarmato: Leone Trotsky, 1921-1929, Longanesi, Milano, 1961
  • 1963 The Prophet Outcast: Trotsky, 1929-1940, Oxford University Press, New York, [rif.]
    • Il profeta esiliato: Trotsky, 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965
  • 1968 The Non-Jewish Jew and Other Essays, Oxford University Press, Oxford
    • L’ebreo non ebreo e altri saggi, Mondadori, Milano, 1969
  • 1968 Stalin, Harmondsworth, [rif.]
    • Stalin, Longanesi, Milano, 1983

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