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Antonio Labriola: La manifestazione del Primo Maggio (1891)

“Questo scritto del grande filosofo marxista Antonio Labriola (Cassino 1843 – Roma 1904) comparve in un «numero unico» pubblicato a Roma in occasione del 1 Maggio 1891 con il titolo La manifestazione del Primo Maggio e fu poi compreso negli Scritti vari di filosofia e politica (Bari. Laterza, 1906). E’ un documento di notevole interesse: in esso Labriola riprende contro le tendenze opportunistiche ed estremistiche, i motivi principali della sua azione in favore della manifestazione (svolta con numerose lettere e articoli), illustrandone il valore e l’importanza per il movimento operaio italiano allora agli albori”. Con queste parole L’Unità del 1 maggio 1965 presentava questo scritto del filosofo che svolse – anche grazie ai rapporti con Engels – un ruolo fondamentale per la penetrazione del socialismo marxista che lui chiamava “comunismo critico” in Italia. Emergono nel breve testo temi che poi saranno oggetto di dibattito fino ai giorni nostri. 

Era il 13 di gennaio dell’altr’anno ed io mandavo i miei auguri a un nuovo giornale socialista, sorto allora in Roma e poi in breve sparito, come accade dolorosamente assai spesso della povera stampa operaia d’italia. S’intitolava il Martello. Detto, fra il serio e lo scherzo, come ci fosse da battere (tale era l’intenzione del titolo) non solo sulla dura cervice dei borghesi spadroneggianti, ma anche su la intelligenza intiepidita di quegli operai, che sono incapaci del sentimento di classe, continuavo cosi:

« Che ne pensate voi della risoluzione presa a Parigi ultimamente in luglio, nel Congresso internazionale della festa da celebrarsi in tutto il mondo, il primo del prossimo maggia, nella forma di sciopero pacifico ed universale?

Oh! il gran significato di cotesta manifestazione di solidarietà internazionale dei lavoratori! E che segno precursore dell’avvenire!

Quando anche nessuno lo dica ad alta voce, mi par di leggere nei cuori di tutti: il salariato è forma di schiavitù: il salariato deve finire; il salariato finirà .

Erano tanto recenti i ricordi del Congresso di Parigi ed era cosi vivo in ogni parte del mondo civile il moto per le otto ore, da parere a me superfluo di entrare in altri commenti e che bastasse l’accenno, come il sottinteso di una parola d’ordine. Ma mi era ingannato!

Era infatti cosi scarsa in Italia la preparazione ad accogliere l’idea del  1 Maggio che mentre, nel quasi generale silenzio, il maggiore e più stimato organo del liberalismo nazionale non vedeva in quelle parole mie se non una mossa «da ciarlatani politici, i quali quando non c’è nulla da temere, bandiscono la fine del salariato». Gli stessi circoli operai rimasero per un pezzo incerti se avessero a mettersi per quella via, e discussero della cosa come se fosse affatto nuova, e perfino estranea agl’interessi loro.

La propaganda, resa già difficile dalla mancanza di giornali socialisti generalmente diffusi, incontrava non poca difficoltà in dubbi ed incertezze d’ogni maniera; e su queste e su quelli avevan presa le insinuazioni e le minacce degli organi scritti e parlanti del Governo.

Perché non tenersi invece alle cooperative — si diceva — che per vie pacifiche incontrano così facilmente la protezione e i sussidi dello Stato? Perchè pigliar di fronte il salario, anzi che girargli attorno, o non combatterlo piuttosto di straforo? Ma noi vogliamo la Borsa del lavoro e d’altro non vogliamo occuparci!

A questi discorsi d’indole assai tiepida, sussidiati sempre dal solito ritornello della inferiorità economica facevano strano contrasto i propositi focosi di convertire addirittura il Primo Maggio nell’inizio della rivoluzione proletaria.

Gl’improvvisatori del socialismo non si stancavano di ripetere, essere la questione delle otto ore una tesi insidiosa dei ritardatari della rivoluzione: figurarsi! cosa degna di quei reazionari che sono gli scolari di Carlo Marx, i seguaci di una dottrina antiquata e rancida!

S’intrecciava con questo moto del Primo Maggio l’agitazione dei disoccupati, ai quali serviva d’insegna la vecchia frase del diritto al lavoro.

Toccò a me l’ingrato ufficio di ricordare più volte, che la disoccupazione, e «non altrimenti che il salario minimo e il lavoro merce, conseguenza inevitabile del sistema di proprietà esplicatesi nel metodo capitalistico della produzione», e che il principio del diritto al lavoro «è privo d’ogni senso finché durano la concorrenza e lo stato borghese, e finché la socializzazione dei mezzi di produzione è di là da venire. Non si parte da quello cui bisogna arrivare».

E perchè combattere per il diritto al lavoro, se la manifestazione del Primo Maggio ha per insegna il diritto all’ozio secondo il motto dello spiritoso Lafargue? «Mentre dura il metodo capitalistico, mentre pochi sono i possessori dei mezzi di produzione, e Stato e Comune sono forme di governo borghese, gli operai, che senza lega, senza partito e senza disciplina gridano per il diritto al lavoro, mostrano ancara di più agli intraprenditori, che il mercato della merce uomo è vastissimo e che se la Europa non basta c’è da mandarne in Africa e nel Nuovo mondo dei proletari affamati».

E conchiudevo a un di presso così:

«Quella festa è un segnale e una promessa: quella festa è un patto e un augurio.

Non è più il tempo delle cospirazioni e delle sommosse.

Quella festa vuol dire solidarietà universale, ma pubblicamente, all’aperto: vuol dire l’effetto pratico e maturo della Internazionale di gloriosa memoria: vuol dire resistenza organizzata, ma di veri operai, non mescolati a caso ai radicalucci e ai piccoli borghesi, di veri operai non ingannati dai politicanti, non fuorviati dai mestatori, non confusi coi turbolenti senza scopo e coi figuranti di dimostrazioni: vuol dire, che chi conosce la via che  gli tocca di percorrere, ne sa anche le varie e successive stazioni.

Nella manifestazione per le otto ore c’è tutto un complesso di idee pratiche, di praticità attuale. riduzione delle ore. se universale e sistematica, limita i tristi effetti della concorrenza, diminuisce i disoccupati, restringe lo sfruttamento, e segna un piccolo passo sulla lunga e faticosa via della socializzazione del capitale». «Non mi dite voi dall’altra parte, che le rivoluzioni sono forze necessarie della storia, perchè la storia anzi, c’insegna, che per fare le rivoluzioni ci vuole la forza».

La propaganda, per quanto cinta da gravi difficoltà, e intralciata da molte parti, ebbe il suo effetto, e la manifestazione riuscì superiore alle aspettative di quelli, che, come me, n’erano stati iniziatori, è  diversa dai desideri e dal malaugurio degli avversari. Non fu certo di carattere spiccatamente ed esclusivamente operaio, né tale da mostrare, che il proletariato italiano fosse atto già a conquistare le otto ore con le sole sue proprie forze, il che era parso a me termine e obbiettivo finale di tutto il moto. L’impeto delle passioni politiche vi si mescolò non poco, e in alcune parti la manifestazione riuscì incerta, confusa, e di carattere variopinto.

La relazione che ne giunse all’estero, con meditato studio dei particolari, non fece alcuna parte, né di lode né di biasimo, alle singole persone, riferendo tutto alle condizioni generali del paese, alla immaturità del movimento operaio, all’arbitraria e violenta ingerenza del Governo, al fatale intreccio delle passioni politiche.

Ma fu merito singolare della parte più organizzata degli operai, se già l’anno scorso, in tanta confusione di criteri e di sentimenti, si potè mettere in evidenza il preciso nocciolo di una manifestazione proletaria schietta e pienamente consapevole.

Agli amici di Alessandria, in lode dell’opera loro e a titolo di augurio, mandavo allora, fra le altre, le seguenti parole che giova di ripetere anche quest’anno:

«Ciò che è proprio di conferenze e di libri non va messo in questo foglio, che mandiamo a compagni ed amici, in abito di festa, in segno di promessa.

« Tra i socialisti teorici. promettitori in idea di lontane lontanissime evoluzioni, e i frettolosi agitatori, capaci sempre di deliberare oggi una rivoluzione, che domani non viene, sta proprio nel mezzo la forza viva del Partito dei Lavoratori: esercito delle future rivendicazioni; ispirantesi ai principi del socialismo, ma esercito conscio del suo dovere, disciplinato e scaltrito dall’esperienza.

« Evviva il Partito Operaio, non più massa di proletariato riottoso e turbolento, non più plebe su cui specoli lo sfruttatore politico, ma forza consapevole del proprio destino.

«Il Primo Maggio darà la misura del suo valore in tutto il mondo. L’Italia non reggerà alla prova del confronto coi paesi più progrediti: ma giova pur di sapere a che ne siamo, e l’esperimento varrà di stimolo ai tiepidi, e di monito ai frementi».

Dopo un anno i dissensi e i malintesi sono spariti. I facili critici hanno ringoiati i loro sofismi. Bon c’è più bisogno di focosi apostoli e di polemisti insistenti. L’idea ha penetrato la coscienza degli operai, che in gran numero e risoluti si muovono spontaneamente in ogni parte d’Italia. Gl’iniziatori dell’altr’anno passano ora in seconda linea, e aspettano che questo moto maturi l’organizzazione del partito dei lavoratori.

Come nel saluto che inviai di recente al Comizio di Milano ripeto qui: «Operai, organizzatevi e conquistate i vostri diritti».

Né metterò in prima linea nemmeno quest’anno la domanda di una legge per le otto ore. Simili riforme non piovono dall’alto per beneplacito di ministri o di parlamentari.

Accamparle quando manca ancora il partito dei lavoratori addestrati alla tattica della lotta di classe, gli è come dare la stura alla ciarlataneria politica, e al dottrinarismo degl’ignoranti.

Oh! singolare qui prò quo di certi programmi politici che promettono la giornata legale di otto ore, come per convertire inavvedutamente in una dubbia e meschina garanzia di diritto privato un principio, che ha ragione e fondamento nell’ambito soltanto delle cause e degli effetti collettivi della produzione: qualcosa come il così detto interesse legale, che poco o nulla garantisce, e lascia allegramente prosperare l’usura!

I socialisti — e quelli in specie che, come me, non essendo proletari di pieno diritto, sian giunti a tale persuasione per via della cultura della mente — i socialisti non sono che i modesti ostetrici di un faticoso parto: non sono che gli intelligenti interpreti di una situazione storica.

Noi non siamo i condottieri, ma i maestri del partito dei lavoratori.

Noi ci confondiamo con la folla, non appena quella appaia educata dalla propaganda e scaltrita dalla propria esperienza.

Noi che siamo la vera democrazia, noi non ci facciamo il giorno della festa i tacchi più alti, perchè altri dica, vedendoci: ecco i nuovi padroni. Noi non siamo i candidati della gloria: e nulla invidiamo alle molte dozzine di Robespierre in caricatura, che da un secolo in qua attraversano vanagloriosi la malinconica storia del liberalismo, a schiena d’asino.

Noi che non speculiamo su l’amor di patria e del popolo, noi sicuri dell’avvenire, diciamo fiduciosi: il salariato è forma di schiavitù: il salariato deve finire: il salariato finirà.

Roma, 26 aprile 1891.

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