
Vi propongo questo testo dal sito di Historical Materialism. Originariamente era stato pubblicato come prefazione alla raccolta in lingua spagnola del 2023 Berlinguer y Europa, o los orígenes del socialismo en libertad, edita da Icario Editorial. Balibar ne ha pubblicato una versione francese leggermente modificata sul sito web AOC (Analyse, Opinion, Critique).
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L’uscita, prima in Italia e poi in Francia, del film di Andrea Segre “Berlinguer: La grande ambizione” , e i dibattiti che ha suscitato, riportano la nostra attenzione sul progetto eurocomunista, di cui Berlinguer fu sia teorico che principale promotore. In concomitanza con questo evento, ripropongo qui – con alcune modifiche – le sezioni principali di una prefazione che ho scritto nel 2023 per una raccolta di scritti, corrispondenze e commenti, il cui fulcro documenta la collaborazione tra il segretario generale del Partito Comunista Italiano (PCI) e Altiero Spinelli, una delle figure di spicco del federalismo europeo. [1] Si tratta, a mio avviso, di completare al contempo l’interpretazione del progetto eurocomunista attraverso l’inclusione della sua dimensione propriamente europea (troppo spesso trascurata a favore della politica interna italiana e delle tensioni all’interno del “movimento comunista internazionale”, ma che, in assenza di questa dimensione, rimarrebbe incomprensibile), e di suggerire che questa storia, pur appartenendo a una congiuntura totalmente diversa, ci offre utili insegnamenti per orientarci nella fase critica che la cosiddetta “costruzione europea” si trova ad affrontare oggi.
Queste due prospettive sono reciproche. L’emergere di una nuova figura del comunismo di partito nel periodo della sua crisi finale, distinta sia dalle tendenze sovietiche che da quelle cinesi, e capace di aggirare le logiche dei “campi” geopolitici, è stato possibile solo grazie allo sviluppo della costruzione europea, almeno per alcuni dei suoi iniziatori. [2] D’altra parte, il superamento del regime di tecnocrazia “liberal-nazionalista” che governa l’Europa odierna e che provoca il blocco delle sue istituzioni politiche, paese dopo paese, è immaginabile solo nella misura in cui un progetto transnazionale di democrazia sociale, ecologica e partecipativa possa riacquistare sostanza e credibilità. [3] Che queste due prospettive siano profondamente aporetiche nel mondo di Trump, Xi Jinping e Putin, trasformando Emmanuel Macron in un mago geopolitico e Ursula von der Leyen nella “piccola telegrafista” del capitale finanziario, non dovrebbe impedirci di riflettere su di esse e di indagarne i sostenitori. Un ritorno critico alle argomentazioni del passato recente non sostituisce una soluzione, ma può costituire parte di una memoria politica vitale.
La pubblicazione (in spagnolo) di una raccolta di scritti in cui Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI dal 1972 fino alla sua morte nel 1984, analizza la situazione politica in Europa e discute le prospettive della costruzione europea, accompagnata da testimonianze personali e studi di approfondimento dello storico Alexander Höbel, [4] e conclusa con sostanziosi estratti di interventi di Altiero Spinelli sulla politica dei comunisti italiani nel periodo della loro alleanza elettorale con lui, rappresenta un’iniziativa quanto mai gradita. Vorrei cogliere questa occasione per riflettere su diversi problemi che, nonostante le enormi differenze nelle condizioni storiche, giustificano il nostro interesse per le iniziative e le linee di riflessione di quel periodo, ormai risalente a mezzo secolo fa, ma che i militanti della mia generazione ricordano ancora con grande vividamente.
Si potrebbe pensare che la finalità di una simile pubblicazione sia unicamente di natura storiografica o archivistica. Ma il conflitto tra Ucraina e Russia, che sta nuovamente gettando l’intero continente in una situazione di “guerra calda”, con tutte le sue conseguenze prevedibili e imprevedibili, ne ha messo in luce l’attualità, dimostrando che la “guerra civile europea” che ha attraversato tutto il secolo scorso continua a infuriare ancora oggi, al di là dei cessate il fuoco e degli aggiustamenti di confine, sebbene i suoi protagonisti – nazioni, classi, ideologie, regimi – si siano costantemente riconfigurati. Tutto sembra accadere come se lo scontro tra Est e Ovest, che tiene in ostaggio i popoli d’Europa, e in particolare quelli della sua regione “centrale” (Mitteleuropa), stesse raggiungendo livelli estremi: ciò che avevamo costantemente temuto durante la Guerra Fredda, ma che era stato ripetutamente scongiurato. Questo nuovo episodio, tuttavia, presenta un contenuto sociale e una posta in gioco politica nettamente diversi rispetto a quelli del passato. Non sarà quindi superfluo, in questa congiuntura critica, riesaminare nel presente quali fossero i termini dei dibattiti politici degli anni Settanta, e in particolare il modo in cui tali termini articolavano scelte antagonistiche di regime sociale e politico in ciascun paese, con opzioni aperte per la trasformazione dell’Europa in un sistema di nazioni e stati solidali – entrambe queste questioni essendo, ovviamente, dipendenti dagli “equilibri” del sistema mondiale sul cammino della globalizzazione. Questa storia racchiude insegnamenti che non sono ancora stati pienamente compresi.
Autocritica
Prima di addentrarmi in alcune speculazioni su questi temi, devo onestamente chiarire due punti che relativizzano o sovrastimano la portata della questione. Anch’io, negli anni in questione, ero comunista, essendo stato membro del Partito Comunista Francese dal 1961 al 1981, e ho sempre continuato a rivendicare quell'”idea”. Tuttavia, nonostante gli stretti legami che ho mantenuto con i compagni italiani di diverse generazioni e orientamenti, e l’importanza che ho sempre attribuito alla dimensione internazionale dell’impegno comunista, non ho avuto un’esperienza diretta della politica italiana e delle sue vicissitudini (alcune delle quali, come sappiamo, drammatiche). Questo potrebbe aver generato una comprensione distorta di cosa fosse il progetto “eurocomunista”, poiché l’ho conosciuto inizialmente nella versione formulata dal PCF, molto diversa da quella sostenuta dal PCI e teorizzata dal suo segretario generale: una versione alla francese profondamente ambivalente e persino segnata dalla doppiezza a livello dei suoi dirigenti (tornerò su questo punto più avanti). In effetti, la lettura o la rilettura contenuta nell’antologia mi ha portato a rettificare molti dei miei giudizi precedenti. A ciò si aggiunge il fatto che, nei dibattiti dell’epoca, mi trovavo nel campo degli avversari dell’eurocomunismo e, pertanto, tendevo a esagerare o a caricaturare le obiezioni ad esso, sebbene, in fondo, ne condividessi molte motivazioni e persino gli obiettivi. Questo era dovuto, in primo luogo, alla mia stretta collaborazione con Louis Althusser, il quale cercava di prendere le distanze sia dalle posizioni della dirigenza del PCF sia dalla “linea italiana” attraverso i suoi interventi sulla “dittatura del proletariato” e sulla “via pacifica al socialismo”, nei quali si può cogliere una confutazione indiretta, ma in realtà trasparente, dell’eurocomunismo. [5] Può anche essere ricondotto alla simpatia che nutrivo (come Althusser e altri, tra cui Fernando Claudin in Spagna, il “rivale” storico di Santiago Carrillo e importante storico del movimento comunista internazionale) per le posizioni sostenute dal gruppo “dissidente” Il Manifesto, che prese forma attorno a Rossana Rossanda e Lucio Magri, in particolare il loro tentativo di articolare una “critica di sinistra” del comunismo storico, attraversando la separazione tra il mondo sociale e quello capitalista, con una strategia essenzialmente “non parlamentare” per la presa del potere, invertendo, per così dire, le priorità tattiche dei partiti comunisti istituzionali.[6] Non rinnego in alcun modo le posizioni che ho sostenuto o difeso in quel periodo, ma sono portato a modificarne o a ribaltarne alcune, alla luce degli eventi storici che abbiamo vissuto da allora e delle mie riflessioni autocritiche su punti fondamentali. Questo non mi rende un “eurocomunista retrospettivo”, il che sarebbe privo di significato, ma mi ha portato a distinguere tra diverse modalità di critica e a rivalutare aspetti il ??cui significato non mi era chiaro all’epoca.
Voglio sottolineare in particolare lo spostamento che mi è apparso chiaro a proposito del modo in cui le dimensioni internazionali e nazionali del passaggio al socialismo (o, come direi oggi, “transizione socialista”: un processo aleatorio di trasformazione concepito nel presente piuttosto che come un “percorso” più o meno lineare che conduce per tappe a un modo di produzione futuro) si articolano. [7] I dibattiti degli anni Settanta sono venuti dopo le insurrezioni del 1968 (in particolare, la “Primavera di Praga” e la sua repressione). In Francia come in Italia (e in tutta Europa), queste insurrezioni si sono sviluppate sulla base di controversie relative alla natura e all’evoluzione dei regimi “socialisti realmente esistenti”, a cominciare dall’URSS post-rivoluzionaria. In gioco c’era sapere quali lezioni storiche e conseguenze pratiche si potessero trarre nel concepire un’alternativa al capitalismo. Le insurrezioni erano legate anche alle valutazioni e alle anticipazioni degli effetti della “distensione” tra Est (il blocco sovietico, al quale erano collegati, pur con serie divergenze, tutti i partiti comunisti ad eccezione del Partito Comunista Cinese) e Ovest (il campo dei regimi capitalistici “liberali”, interamente subordinati all’egemonia degli Stati Uniti), senza dimenticare l’incontrollabile esterno rappresentato dal Terzo Mondo non allineato, che all’epoca non chiamavamo ancora “Sud”. In questo insieme interdipendente proposto per la riflessione, due tipi di interrogativi persistono come scissione discorsiva: il primo, apparentemente più politico, riguardante i rapporti di forza e i giochi strategici tra i due schieramenti (con i loro punti di svolta, come la crisi dei missili di Cuba, gli alti e bassi del prestigio di ciascun avversario dopo la repressione delle rivolte di Berlino, Varsavia, Budapest e Praga, o, sul fronte opposto, i crimini di guerra di massa e la ritirata finale dalla guerra in Vietnam, i colpi di stato fomentati dalla CIA in America Latina, ecc.); il secondo, più teorico, riguardante in generale le modalità di presa del potere e del suo esercizio da parte della classe rivoluzionaria e dei suoi “alleati”, nella prospettiva di una transizione il cui senso era stato definito dai classici del marxismo e le cui modalità sarebbero dipese dallo “stadio” raggiunto dal capitalismo.
L’Europa, luogo di trasformazione politica
In queste condizioni, l’Europa, come “grande spazio” [grand espace] configurato dalla storia delle sue nazioni e dei suoi popoli, dalle sue divisioni interne e dall’effetto di contraccolpo dell’espansione coloniale sulla sua civiltà, appariva più come un quadro contingente che come una posta in gioco fondamentale. Questa impressione venne periodicamente scossa, naturalmente, da eventi che risuonarono da un capo all’altro del continente, come le insurrezioni popolari nello spazio del “socialismo realmente esistente” o la caduta delle dittature del bacino mediterraneo, ma fu sostenuta da una privilegiata cornice nazionale, come terreno di scontro tra le organizzazioni del movimento operaio e lo Stato, verso cui – paradossalmente forse – convergevano sia il modello di costruzione del “socialismo in un solo Paese” ereditato dallo stalinismo, sia la rivendicazione “policentrica” di percorsi nazionali verso il socialismo formulata da Togliatti nel suo “testamento” del 1964. [8] Eppure, qui, la catena significante assemblata dagli editori a partire dai discorsi di Berlinguer ci costringe a riconsiderare tutto da un punto di vista diverso, operando una vera conversione dello sguardo [une vraie conversion du regard]. Non solo il problema della formazione o costruzione europea – i suoi obiettivi, i suoi progressi e i suoi blocchi – diventa (o torna a essere) una posta in gioco significativa per la riflessione, capace di “fondere” le dimensioni strategiche o geopolitiche immediate e la prospettiva rivoluzionaria a lungo termine, ma diventa chiaro che l’Europa in quanto tale, nella sua propria materialità, storicità, e nelle sue potenzialità e impasse, è il vero luogo della trasformazione politica, di cui le configurazioni nazionali di potere e forze sociali sono solo elementi.
Allo stesso modo, il centro d’interesse della lettura è rovesciato: non si tratta tanto di sapere se l’Eurocomunismo avesse o meno una politica specificamente europea (negli anni in cui, come oggi sappiamo, era in corso uno spostamento delle basi e degli obiettivi della comunità europea e la caduta del “sistema sociale” avrebbe subito un’accelerazione dopo il 1989), quanto di sapere se abbia contribuito o meno a definire la rotta, o almeno se abbia tentato di farlo. Il significato stesso del termine “eurocomunismo”[9] si trasforma quindi: non l’idea di comunismo come viene proposta e cerca di essere attuata dai partiti comunisti radicati in Europa, con i loro militanti ed elettori che si trovano ad essere cittadini europei, ma l’idea di un comunismo per il quale la federazione europea costituirebbe uno dei suoi obiettivi intrinseci (da qui la convergenza con Spinelli) e che, a sua volta, farebbe della promozione del federalismo europeo una delle sue tendenze centrali. Tra un’“Europa” d’ora in poi unificata secondo una nuova formula istituzionale, postnazionale se non poststatale, e un “comunismo” riformato e rifondato, dobbiamo, di conseguenza, pensare a una coappartenenza, di cui l’eurocomunismo sarebbe il motore, o l’ipotesi, in ogni caso, il sintomo.
Ma qui emerge una difficoltà. In precedenza ho parlato delle posizioni di Berlinguer, poi dell’eurocomunismo in senso lato, e del loro rapporto con l’Europa come problema politico, ma questo è solo un modo per eludere la questione interpretativa che un lettore contemporaneo non mancherà di sollevare leggendo un’antologia i cui elementi sono testi pubblici, e persino discorsi: chi parla esattamente in questi testi, e soprattutto, chi li ha scritti? Si tratta di un singolo individuo, un leader che esplora ipotesi politiche e cerca di condividerle con compagni e controparti (come fecero a suo tempo Lenin, Trotsky e Rosa Luxemburg), o del mero portavoce di un’istituzione, persino di un apparato, che cerca di adattare le proprie tattiche a una congiuntura in continua evoluzione? La questione è al tempo stesso cruciale e scomoda.[10] È difficile negare che Berlinguer (che Tronti poco prima della sua scomparsa salutò come l’«ultima grande stirpe di politici della tradizione comunista italiana»)[11] si identificasse fortemente con il progetto dichiarato in questi testi ufficiali, di un «comunismo commisurato all’Europa», e che costituisse un originale rilancio della sua storia (persino della sua «tradizione» emancipatrice), e che in esso fosse coinvolta una soggettività sia personale che politica.[12] Lo stesso non si può certo dire di tutti i leader formatisi sul modello del Comintern. Tuttavia, va notato che il linguaggio che si incontra nei testi che ha lasciato appare spesso stereotipato, cauto, allusivo, lacunoso.[13] Ci si potrebbe chiedere perché ci sia questa continua discrepanza tra la fermezza d’intenti, leggibile tra le righe, e la rigidità nell’espressione, sorprendente anche se ricordiamo la langue de bois in cui si svolgevano i dibattiti sulle alternative interne al marxismo in quel periodo, alla quale nemmeno i migliori dei suoi rappresentanti sfuggirono.
Anziché invocare il machiavellismo dei manuali accademici, mi propongo di collegare la (a mio avviso molto reale) contraddizione tra forma e contenuto al fatto che il progetto di Berlinguer, nella posizione che occupa come erede di una storia traumatica, ossessionante, ma anche parzialmente repressa, non era semplicemente quello di presentare (o rappresentare) un’idea o una “linea” da dibattere, ma di portare con sé il “partito” nel suo insieme – il che non significa solo il PCI come organizzazione nazionale, con le sue diverse generazioni di militanti e la massa di simpatizzanti, ma anche quell’internazionale alternativa e ricostituita che i “comunisti europei” avrebbero formato, a partire da quelli di Francia e Spagna, in una sconcertante impresa tripartita, la cui dichiarazione diretta sarebbe apparsa o provocatoria o illusoria. Costruire un’“egemonia” politico-culturale alternativa in Italia, ravvivando gli orientamenti della resistenza antifascista e incarnando una nuova via al socialismo; elaborare in Europa e per l’Europa un “blocco storico” di sinistra e riformista, articolato ai movimenti di massa (in particolare, il sindacalismo della classe operaia), contro il suo apparato dirigente tecnocratico, liberale e conservatore; infine, e soprattutto, trasformare l’Europa in una forza geopolitica indipendente dai due blocchi della Guerra Fredda, capace di superare i conflitti interni.
È indubbio che a questo punto la convergenza limitata, al contempo reale e sempre conflittuale, assuma una connotazione estremamente chiarificatrice a livello istituzionale, in quanto questione di “stile”. Altiero Spinelli (Commissario europeo dal 1970 al 1975, ma anche ex comunista che mantenne i contatti con alcuni leader del PCI dopo la sua espulsione nel 1937 per divergenze con la strategia del Comintern) rappresenta certamente una politica diversa da quella comunista: tuttavia, il suo progetto “federale” si sovrapponeva all’eurocomunismo di Berlinger, nel quale egli vedeva, almeno per un certo periodo, una delle forze politiche capaci di modificare il processo di costruzione europea, per il quale auspicava un’azione congiunta a lungo termine con il leader del PCI. Non si trattò tanto di una fusione o di un’identificazione, in cui la differenza tra comunismo e federalismo si sarebbe dissolta, quanto piuttosto di un mero scambio di favori e di un reciproco vantaggio tattico. Questa alleanza, pur non escludendo apertamente secondi fini, era permeata da una fiducia e una speranza condivise, elementi che emergono con estrema chiarezza, persino nella polemica. Da qui il ruolo rivelatore che la “sintesi disgiuntiva” delle principali differenze stilistiche tra i discorsi di Berlinguer e Spinelli riveste nel mettere in luce i punti nodali problematici dell’ipotesi eurocomunista e nel sottolinearne la continua rilevanza. Vorrei illustrare schematicamente questo concetto in tre punti.
Rimodellare l’Europa per salvare l’Italia
Il primo punto riguarda ciò che potremmo definire, per usare la celebre espressione di Fredric Jameson, la scomparsa del mediatore europeo nella situazione di guerra indefinitamente rinviata (con diversi episodi di “escalation agli estremi”) che ha caratterizzato le relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo.[14] Questa dimensione, naturalmente, genera interessanti confronti con il momento presente, tenendo conto delle differenze. Tutti questi testi degli anni ’70, e la prospettiva stessa dell’eurocomunismo, si fondano sull’ipotesi che la Guerra Fredda, inquadrata da entrambe le parti come uno scontro tra due campi o addirittura due mondi, alimentata da una rivalità che si estendeva a tutto il pianeta e che era stata trascinata in una logica “sterminista” dalle armi nucleari, ma che era entrata in una fase di “distensione” dopo la risoluzione della crisi missilistica cubana del 1962, potesse condurre irreversibilmente non solo a una “coesistenza pacifica”, ma a un ordine internazionale che implicasse regole e interessi comuni.[15] Dal 1945, l’Europa era stata ostaggio del confronto tra i due blocchi, che aveva portato sia alla sua divisione (compresa la Germania, divisa in due stati violentemente ostili) sia alla sua subordinazione alle sovranità imperiali. Ora poteva sfuggire al doppio vincolo impostole come attore subordinato in un conflitto globale, cercando al contempo di inventare una forma politica autonoma per sé stessa e di superare gli antagonismi nazionali. In cambio, attraverso un “circolo virtuoso” che costituisce chiaramente la scommessa e la speranza condivise da Berlinguer e Spinelli, questa Europa – che sarebbe stata almeno in parte fondata su una struttura federale aperta – sarebbe stata essa stessa un fattore e un attore potente nella distensione.[16] Questa funzione di “terza forza” o terza parte sarebbe stata tanto più efficace se esercitata in alleanza con le forze progressiste del Terzo Mondo, alla ricerca di un “percorso di sviluppo” autonomo e, proprio per questo, teatro di violenti scontri tra diverse visioni del mondo e molteplici “proiezioni” imperiali. È evidente che, per Berlinguer, erede anche su questo punto di una tradizione comunista italiana di scambi con i movimenti anticolonialisti (in particolare, il FLN algerino) e al contempo vicino alle posizioni della federazione jugoslava e di Tito, questo punto di incontro che “decentrava” la prospettiva europea (o cercava di liberarla dal suo eurocentrismo) era una componente essenziale del progetto.
Inserisco qui una mia personale parentesi. Ancora una volta, emerge l’importanza di contestualizzare la nostra percezione della realtà storica tenendo conto delle differenze geografiche, anche se minime, come quelle che separano la situazione francese (dove mi trovavo) da quella italiana (dove l’eurocomunismo trovò la sua formulazione più avanzata con Berlinguer). Non che fossi insensibile alla dimensione tragica della politica italiana dell’epoca, che emergeva nel suo discorso (contemporaneo agli “anni di piombo” nella penisola), ma è chiaro che, da questa parte delle Alpi, non avvertivamo la stessa urgenza esistenziale che l’imperativo di uscire dalla Guerra Fredda e di liberare l’Europa da essa rappresentava per i comunisti italiani. Perché per loro in gioco non c’era solo il rischio nucleare o la risposta alla crisi economica, ma il modo in cui l’integrazione dell’apparato politico-militare americano aveva assoggettato e corrotto la politica della società italiana (non solo attraverso il “sostegno” fornito da Washington ai successivi governi di destra e di centrodestra a Roma, ma anche attraverso l’utilizzo clandestino della mafia, persino del Vaticano, e l’infiltrazione dei servizi segreti statunitensi in tutti gli ingranaggi dello Stato, in particolare nella polizia e nell’esercito). Da questo punto di vista, i comunisti spagnoli emersi dal franchismo o i comunisti greci che avevano vissuto la dittatura militare dovevano essere più ricettivi, ma la situazione italiana rimane unica. Aggiungiamo che, a causa dell’accordo di Yalta, l’URSS ha sempre segretamente applicato in Europa la direttiva del Dipartimento di Stato americano contro quello che Berlinguer avrebbe immaginato come il “compromesso storico”: nessuna partecipazione comunista nei governi dell’Occidente che garantiva in cambio la non ingerenza occidentale nelle rivoluzioni democratiche dell’Est (nel 1965, ’68 e poi nell’81), ma preparava anche il terreno per lo sviluppo del terrorismo e dell’antiterrorismo.[17] La ??mia impressione è, quindi, che Berlinguer non abbia mai voluto, attraverso l’eurocomunismo, solo fare (o rifare) l’Europa in un certo modo, ma salvare l’Italia, altro terreno di incontro con Spinelli, ispirato da Machiavelli. Questa preoccupazione e questo senso di urgenza vanno tenuti presenti quando si cerca di dispensare valutazioni sull’imperdonabile contesa tra il PCI e l’estrema sinistra “autonoma” italiana, al di là della questione del terrorismo.[18]
Superare lo scisma del socialismo europeo
Ciò mi porta al mio secondo punto: affinché l’Europa si sviluppi nella direzione di una costruzione sovranazionale, che coinvolga non solo gli stati rappresentati dai loro governi, ma anche i popoli che esprimono le loro rivendicazioni attraverso una rappresentanza federale “di secondo ordine” (raddoppiando il sistema costituzionale interno a ciascuno stato) e movimenti sociali che animano ciò che si potrebbe chiamare – demarcando e riorientando il concetto da Habermas – una “sfera pubblica popolare transnazionale”.[19] Berlinguer e Spinelli, senza dubbio, ripongono le loro speranze nell’emergere di una nuova alleanza socialista a livello europeo, che includa sia partiti socialdemocratici riorientati “a sinistra” (lasciandosi alle spalle i lunghi anni di alternanza o cooperazione con la Democrazia Cristiana in un quadro atlantista e riformista) sia partiti comunisti “di massa” emancipati dalla tutela sovietica. Essi credevano di vedere le premesse per questa alleanza nell’evoluzione dei socialdemocratici nordeuropei, su iniziativa di leader “neo-keynesiani” come Olof Palme e Willy Brandt, e in una certa tendenza all’interno dell’Internazionale Socialista (Bruno Kreisky), che si muoveva nella direzione di un riavvicinamento con il Terzomondismo e la “neutralità” europea.[20] Si formò così una grande alleanza, la cui condizione di possibilità risiedeva in una diagnosi condivisa della crisi del capitalismo liberale sotto l’egemonia statunitense (che poteva essere riassunta nel trittico: “fordismo” economico, il monopolio finanziario del dollaro e l’interventismo militare ai confini dell’Impero); il suo obiettivo strategico consisteva nell’opporsi al nascente neoliberismo (che approfittava della crisi per smantellare le politiche sociali e sbarazzarsi più ampiamente di quello che io chiamo lo “stato sociale nazionale”)[21] non attraverso una regressione o una restrizione ma una progressione ed espansione dei diritti sociali e della regolamentazione pubblica dell’economia (il che significa, in parole semplici: capitale). Il profondo senso morale (sostenuto, nei discorsi di Berlinguer, da frequenti riferimenti allo spirito della Resistenza antifascista) non era altro che l’idea di “superare” o vincere, attraverso uno sforzo comune, il grande “scisma” secolare all’interno del movimento operaio europeo tra l’idea di una riforma sociale basata sul compromesso parlamentare e sull’uso dello Stato, e quella della lotta di classe come forza motrice dello sviluppo sociale, cristallizzata dallo scontro del 1914 sulla “difesa nazionale” e dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, e poi reinscritta (e codificata) nel sistema dei “campi” dal rapporto di forze instauratosi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La formula tanto vituperata di Eduard Bernstein: «il movimento è tutto, il fine è nulla», deve essere accostata a quella di Marx: “Per noi il comunismo non è uno stato da creare né un’idea a cui la realtà deve adattarsi. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.[22]
Non va tuttavia ignorato – ed è questo il senso delle controversie sorte negli anni ’70 tra gli stessi marxisti e comunisti in merito a concetti come “partito di governo” e “terza via” tra parlamentarismo e dittatura proletaria – che un progetto del genere (per non parlare di un programma) sarebbe necessariamente apparso, per forza delle circostanze e delle abitudini di pensiero all’interno della tradizione marxista (almeno nella sua versione «codificata» leninista, anche tra intellettuali critici come noi), più come il culmine di un processo di socialdemocratizzazione del comunismo che come un movimento di radicalizzazione o di «gauchissement» della socialdemocrazia… E l’iscrizione del progetto nell’orizzonte del federalismo europeo di fatto non dissipò questa ambiguità, ma potrebbe aver contribuito ad intensificarla, intesa come il vincolo politico e istituzionale che la Comunità europea nella sua attuale forma tecnocratica e liberale rappresentava per tutti i cittadini d’Europa, specialmente per quelli appartenenti alle classi “subalterne”.
Su questo punto mi limiterò a tre osservazioni.
In primo luogo, il modo in cui le posizioni si cristallizzarono all’epoca fu seriamente oscurato dal fatto che i partiti comunisti (in Francia come in Italia) praticavano in larga misura (e con una certa efficacia) una politica riformista mascherata da linguaggio rivoluzionario (un linguaggio che, di fatto, era in parte cruciale per la mobilitazione di classe e per l’instaurazione di un rapporto di forze con lo Stato e i gruppi datoriali, ciò che, in linguaggio machiavellico, si potrebbe definire la “funzione tributaria” [fonction tribunitienne], ma che a volte aveva anche effetti di corruzione e demoralizzazione).[23] Di conseguenza, la rivendicazione “gramsciana” di una strategia di guerra di posizione potrebbe essere accolta o come una legittimazione del riformismo, adattando il linguaggio alla pratica effettiva, o come un tentativo di sfuggire all’ambiguità e ripensare la prospettiva rivoluzionaria… Ma come distinguere in anticipo tra le due interpretazioni ? Non sono le parole ad essere primarie qui, ma le azioni e l’equilibrio delle forze.
In secondo luogo, l’eurocomunismo – soprattutto nella presentazione di Berlinguer – portava chiaramente con sé lo spirito di una sovversione del confine tra le due “Europe”, sfidando la cortina di ferro ideologica, se non la differenza tra i regimi politici: la “Primavera di Praga”, innescata dal comunista Alexander Dub?ek e poi repressa dai carri armati russi, è una delle fonti di ispirazione per l’eurocomunismo che, a sua volta, i dissidenti dell’Europa orientale ritenevano potesse costituire un potenziale punto di appoggio per una riforma democratica del “socialismo realmente esistente”, la cui eco si può ancora ritrovare in Gorbaciov, in stretta connessione con la sua proposta di una “casa comune europea”.[24] In una prospettiva (pan)europea che sia anche democratica, questa visione di unificazione che coinvolge la grande Europa (cioè include la Russia) e attribuisce un ruolo primario alle iniziative dei cittadini, pur dovendo riconoscere che non ha avuto esito positivo di fronte agli “equilibri” geopolitici (e alla loro progressiva destabilizzazione), conserva tuttavia un significato di principio, proprio come idea di alternativa alla logica dei “campi”.[25]
Dalla terza via alla terza fase
Ma il punto più importante e, al tempo stesso, più ipotetico è il modo in cui Berlinguer cercò di spostare la questione della “terza via” (che rimanda a una storia più lunga nella storia dei dibattiti all’interno del movimento operaio)[26] sostituendola con una problematica della terza fase nella storia delle rivoluzioni del XX secolo, che il progetto eurocomunista avrebbe dovuto avviare, le prime due fasi essendo rispettivamente la fondazione dell’URSS dopo la Rivoluzione d’Ottobre e poi l’espansione del “campo socialista” nel dopoguerra. Questo spostamento era ovviamente una provocazione contro il Partito Comunista Sovietico e i suoi stati satelliti, lanciata loro in faccia durante la conferenza di Berlino del 1976, poiché i sovietici consideravano il proprio scenario per la presa e l’esercizio del potere insuperabile. [27] Ma questa provocazione implicava l’intera rappresentazione delle tendenze storiche attraverso il conflitto di lungo periodo di cui lo scontro tra i “campi” della Guerra Fredda è solo un episodio e, per certi aspetti, una mera maschera. La strategia del comunismo (Althusser) deve quindi scegliere tra ripetizione e innovazione.
Ma è anche qui che si annidano le maggiori ambiguità, che le caute orazioni di Berlinguer non contribuiscono a dissipare. Da un lato, l’idea della terza fase porta con sé sia ??un elemento di continuità che si traduce nella rivendicazione dell’eredità di ottobre [28] (o nell’insistenza sull’idea che nella Guerra Fredda il blocco sovietico rappresentasse in ultima istanza il campo della pace) sia elementi di rottura che sfidano l’idea di una forza rivoluzionaria organizzata che guida in modo esclusivo, incarnata in pratica dal partito unico di tipo leninista (da qui l’importanza critica della nozione di “pluralismo” impiegata da Berlinguer al XXV Congresso del PCUS, alla presenza di Breznev e Sokolov). [29] D’altra parte, i testi presentati da Marcelo Belotti colpiscono per il silenzio assordante che mantengono sulla scissione sino-sovietica e sulla politica maoista, che erano, tuttavia, l’ossessione dei comunisti di ogni genere in quel periodo, soprattutto perché la “Rivoluzione Culturale” si presentava anche come un’apertura e un’idea di una terza fase nella storia del comunismo (sfidando la grande narrativa eurocomunista offrendone un’altra in contrapposizione, ma dimostrando anche che la questione di questa rottura o rinnovamento era effettivamente all’ordine del giorno). Al momento della morte di Mao nel 1976 (sempre la stessa data cruciale), la sua eredità non era ancora definita. Il sostanziale silenzio di Berlinguer su questo punto potrebbe essere interpretato come un’indicazione del fatto che, pur nella sua divergenza con i sovietici, essi avessero sempre in comune il rifiuto dello stesso avversario, ma anche come sintomo dell’incertezza interna che permeava l’idea della terza fase, destinata a complicare la concezione della “convergenza” tra la rivoluzione europea e i movimenti antimperialisti, i quali avevano una propria idea di rivoluzione (e di “rivoluzione nella rivoluzione”).
Tuttavia, tutto ciò non minimizza, ma, al contrario, accentua, la rilevanza della questione che l’idea di una nuova fase rivoluzionaria solleva nel contesto europeo (una questione che, va detto, i testi “ufficiali” proposti da storici ed editori non ci permettono di esplorare a fondo): in che modo la rinascita, o addirittura l’esplosione, delle lotte operaie e di altri movimenti sociali intrinsecamente “anticapitalisti” nei paesi occidentali, che coinvolgono una nuova generazione di attivisti (quella che ha “fatto” il 1968 o lo ha continuato in ciascun paese, in modi diversi), e l’internazionalizzazione degli obiettivi e delle forme organizzative di queste lotte, possono essere considerate due facce della stessa medaglia? Occorre inoltre precisare che, su questo punto, né coloro che difendevano la “forma di partito” né coloro che la consideravano obsoleta o distorta (la maggior parte dei quali, all’epoca, erano oppositori dell’eurocomunismo, percependola come un mero strumento amministrativo e un “compromesso” con il sistema) hanno offerto una soluzione concreta a questo dilemma.
Genio del male
Concludiamo elencando, senza pretesa di esaustività, le contraddizioni interne al progetto che la lettura di questi testi ripubblicati oggi ci permette di individuare (con il vantaggio, sempre un po’ discutibile, dei progetti retrospettivi di “risultati” e “intenzioni”), e che potrebbero spiegare perché sia ??stato interrotto prematuramente.
Innanzitutto, c’è il fatto lampante che l’equilibrio globale delle forze e le tendenze di trasformazione del capitalismo non erano ciò in cui credeva Berlinguer (e su cui pensava di poter basare la sua posizione). La debacle del Vietnam aveva prodotto, su questo punto, un effetto illusorio, ampiamente condiviso da tutti i “movimenti antisistemici” del mondo, che interpretarono quel momento come l’inizio della fine per l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti, in linea con l’entusiasmo e le speranze che la lotta vietnamita aveva generato.[30] Eppure, proprio prima della fine di quella guerra, il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, architetto della controrivoluzione su scala globale, aveva attuato una controstrategia, formando specificamente un’alleanza con una metà del campo comunista contro l’altra (Pechino contro Mosca), che avrebbe determinato l’intera direzione del periodo successivo.[31] Lo stesso vale per la “crisi del dollaro (o shock Nixon)”, rafforzata dallo “shock petrolifero”, che portò alle decisioni del 1971 e del 1973 che posero fine al sistema di Bretton Woods, e che il Tesoro degli Stati Uniti sfruttò ricostruendo il dominio delle istituzioni finanziarie americane a condizioni più vantaggiose.[32] L’imperialismo non era agli sgoccioli; era in procinto di riorganizzarsi e riarmarsi.
In secondo luogo, c’è il fatto (a cui ho già accennato) che l’eurocomunismo era, paradossalmente, allo stesso tempo antagonista al modello sovietico e incapace di svincolarsi dalla totale solidarietà, e quindi dalla totale dipendenza, nei confronti dell’URSS e delle forze o organizzazioni militanti ad essa collegate. Le ragioni sono complesse, poiché includono non solo la presa di posizione contro la via cinese, ma anche la necessità di non offendere la sensibilità condivisa dei militanti, dando loro la sensazione di essere costretti a “cambiare campo” (un problema particolarmente acuto nel caso del movimento comunista francese, ma pressante anche in Italia). E, soprattutto, mi sembra, c’era la speranza di lavorare per una riunificazione dell’Europa (inclusa o meno l’URSS stessa) che si sarebbe realizzata non (come sarebbe poi accaduto dopo il 1989) attraverso la generalizzazione del capitalismo di mercato, ma attraverso la convergenza dei “riformisti” all’interno dei partiti comunisti occidentali e delle “democrazie popolari” (da qui la necessità di condividere un linguaggio comune con i loro leader). Ma la realtà, che rispecchiava l’offensiva americana in tutto il mondo e che in seguito sarebbe stata definita “neoliberismo”, fu la repressione dei riformisti comunisti, la ristalinizzazione del sistema sovietico nell’era “Brezhnev” e la sepoltura dello spirito di Helsinki in favore di una nuova corsa agli armamenti… Più che mai, “Europa” finì per significare solo la “piccola Europa” capitalista.
In terzo luogo, in un modo indubbiamente legato ai processi precedenti, la strategia di ricomposizione della sinistra (quella che potremmo definire l’ipotesi Brandt-Berlinguer-Spinelli) fallì o fu rapidamente indebolita. Anche in questo caso, naturalmente, le ragioni sono molteplici, tra cui le tattiche di dominio e le lotte di potere interne al processo elettorale e alla politica parlamentare, e persino i colpi di stato che eliminarono i leader socialisti “orientati all’unità” a favore di concorrenti “di destra” più vicini alla classe dirigente del nuovo capitalismo (come Helmut Schmidt, Bettino Craxi e Jacques Delors), che lo stesso Brandt sostenne come presidente dell’Internazionale Socialista fino alla sua morte. Ma la radice del problema risiede in due fenomeni che agiscono congiuntamente per destabilizzare le forme organizzative classiche dei conflitti sociali, su cui l’eurocomunismo si basava strettamente: la violenza del processo di decomposizione della classe operaia (e della “contro-società” che si era formata attorno ad essa, sotto l’effetto combinato dell’industrializzazione e della solidarietà di classe), generata dal nascente neoliberismo; e la crisi (dopo gli anni ’60) della forma di partito, o, più in generale, delle forme di organizzazione politica “democraticamente” centralizzate, che si rivelarono sempre più incapaci di ispirare e connettere le mobilitazioni di massa. In un momento in cui la strategia capitalistica per superare la crisi produceva nuove polarizzazioni che rivoluzionavano la divisione sociale del lavoro e i modelli di consumo, spostando le linee di divisione professionale e acuendo le contraddizioni della società nel suo complesso, la capacità di costruire una via d’uscita dal paralizzante dilemma del rifiuto e del compromesso, precedentemente obiettivo stesso dell’attività dei “partiti di classe”, sembrava diventare irraggiungibile, persino inconcepibile.
PCF, Partito della Nazione Eterna
In questo quadro molto negativo, dedicherò particolare attenzione anche all’evoluzione del Partito Comunista Francese e al suo conflitto latente, poi palese, con gli orientamenti e le formulazioni di Berlinguer. Questo punto è ben noto e ampiamente studiato oggi, ma l’enfasi è posta più spesso sull’esitazione del PCF a prendere veramente le distanze dall’URSS e sulle direzioni opposte in cui il PCF e il PCI si sono evoluti a questo riguardo, dalla repressione della Primavera di Praga all’invasione dell’Afghanistan e allo sciopero insurrezionale dei portuali polacchi (Solidarnosc), compresi i rispettivi atteggiamenti nei confronti dei “dissidenti” sovietici. Non sottovaluto questo punto, ma voglio richiamare l’attenzione su un altro aspetto del problema. A differenza di Berlinguer, il PCF non aveva mai sentito la minima tentazione “federalista europea” (con l’eccezione di alcuni leader con responsabilità limitate, come Jean Kanapa nei suoi ultimi anni, e di brillanti ma isolati intellettuali, come Jean Rony o Christine Buci-Glucksmann e i suoi colleghi della rivista Dialectiques ).[33] Di conseguenza, le “dichiarazioni congiunte” tra i due partiti (o i tre, compreso il PCE), frutto, come sappiamo, di difficili negoziati, sono caratterizzate anche da un linguaggio ambiguo, o dalla possibilità di tirare in due direzioni opposte. Credo però che vi sia un livello più profondo, che trascende i calcoli dell’apparato di partito: la riluttanza, se non addirittura l’ostilità, del PCF verso qualsiasi politica europea “federalista” (che include, in particolare, la sua opposizione all’idea di eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale, su cui si fondava l’alleanza tra Berlinguer e Spinelli) affonda le sue radici in un nazionalismo profondamente radicato (quello che oggi chiameremmo “sovranismo”), in cui si combinavano in modo disomogeneo le tracce del Fronte Popolare, vissuto come un ritorno alle radici della grande nazione rivoluzionaria, quelle della Resistenza e della competizione con il gollismo, le difficoltà nel ripudiare completamente il colonialismo (durante la guerra d’Algeria) e persino l’imitazione del modello sovietico di “socialismo in un solo paese”. Ma va anche collegato all’adozione spontanea di una strategia di resistenza al neocapitalismo, cristallizzata nella lotta contro lo smantellamento del modello statale “nazionalsociale” che, all’interno del quadro nazionale, garantiva i diritti conquistati dai lavoratori salariati dell’industria. I comunisti francesi furono tra i cofondatori di questo modello dopo il 1945 (e non mancano, ovviamente, equivalenti in altri paesi). È vero che questo modello, pur essendo entrato in crisi contemporaneamente alle sovranità nazionali stesse, è storicamente associato al periodo di maggiore efficacia politica del movimento operaio tradizionale. È possibile che la difesa delle sue conquiste, che proteggono la classe operaia dall’impoverimento ed elevano la stessa condizione al di sopra del proletariato in senso stretto, richieda non una feticizzazione del quadro nazionale, bensì un salto qualitativo verso uno spazio di rappresentanza, organizzazione e lotta più ampio (in pratica: europeo). Ma è certo che questo “salto”, con la duplice scommessa che implicava – un cambiamento di linguaggio e un cambiamento di prassi – richiedeva uno sforzo straordinario, sia a livello organizzativo che immaginativo. Il Partito Comunista Francese (PCF) si rifiutò di farlo, e il Partito Comunista Italiano (PCI) non ci riuscì. Ciò portò il primo a una subordinazione sempre più riluttante a una socialdemocrazia sempre più “liberale”, e il secondo all’impasse fatale del “compromesso storico”, di cui anche Berlinguer si assunse la responsabilità, in quello che a noi appare, a posteriori, come una disperata fuga in avant-garde. [34]
Un incontro imminente?
Questo mi riporta, in conclusione, a esprimere interrogativi piuttosto che certezze, e a offrire una riflessione finale sull’articolazione dell’idea di comunismo e dell’idea di federalismo, così come incarnate da Berlinguer e Spinelli, e che mi è sembrata costituire, come questione aperta, il filo conduttore dell’antologia che sto commentando. In termini filosofici, possiamo affermare che questi due termini rappresentano storicamente e concettualmente un’unità di opposti. Ciò potrebbe teoricamente innescare un processo “dialettico”, generando innovazione politica e teorica. Ma ciò richiederebbe non solo sforzi di elaborazione intellettuale, ripercorrendo le fonti classiche della definizione di queste categorie e traendo insegnamenti da molteplici esperienze che ne illustrano la plasticità, ma anche qualcosa di simile a un incontro tra i rispettivi sostenitori, andando oltre le figure individuali, anche quelle investite di responsabilità e capaci di farsi portavoce di aspirazioni collettive, coinvolgendo quindi “movimenti”, “attori” e “forze” storiche emergenti dagli eventi attuali, capaci, attraverso il loro stesso incontro, di controbilanciare le tendenze più conservatrici e distruttive del regime sociale dominante. Questo è ciò che in definitiva non è accaduto nel secolo scorso, sebbene il leader comunista italiano abbia avanzato l’idea ed esplorato le sue possibilità con gli strumenti e i partner a sua disposizione. Questo è ciò che l’attuale situazione in Europa potrebbe costringerci a riconsiderare e a rilanciare, forse con altri nomi e certamente con priorità diverse, sebbene non vi sia alcuna garanzia che il successo sarà più assicurato oggi o domani di quanto lo fosse ieri, perché gli ostacoli restano non meno formidabili. La stessa resistenza che un’idea del genere provoca, persino tra i più determinati oppositori della globalizzazione capitalista – ognuno dei cui termini, tuttavia, è una forma di negazione attiva (negazione dell’alienazione attraverso il sistema di proprietà e lavoro, negazione dell’alienazione attraverso l’esclusione e la reclusione nazionalista) – potrebbe allora paradossalmente apparire come un indicatore della verità che essa contiene. E, da questa prospettiva, i documenti compilati da Belotti e da altri come loro sarebbero senza dubbio di grande utilità.
Tradotto da Patrick King
[1] Membro della Resistenza italiana, ex comunista che rimase legato ad alcuni leader del PCI dopo la sua espulsione dal partito nel 1937, influenzò il federalismo europeo attraverso il Manifesto di Ventotene, scritto in esilio con Ernesto Rossi nel 1941, seguito dalla fondazione (nel 1943) del Movimento Federalista Europeo, Altiero Spinelli fu membro della Commissione europea incaricato della politica industriale e della ricerca dal 1970 al 1975. Membro dell’Assemblea parlamentare europea (1976-9), fu eletto come membro affiliato comunista del primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale nel 1979 e rieletto nel 1984. Come relatore del Comitato istituzionale, elaborò un progetto per un trattato dell’Unione europea, al quale la “Commissione Delors” si ispirò ma ne invertì le priorità, portando infine all’Atto unico europeo del 1986. Alla sua morte nel 1986, fu sepolto sull’isola di Ventotene, dove era stato “confinato” dal regime fascista. Cfr. Piero S. Graglia, Altiero Spinelli , Il Mulino, Bologna 2008.
[2] Carlos M. Herrera, “Forme politique et espace démocratique: d’un étatisme sans état et de son incertain dépassement”, in Une Europe politique? Ostacoli e possibili , ed. Ninon Grangé e Carlos M. Herrera (Parigi: Edizioni Kimé, 2021).
[3] Cfr. Etienne Balibar, “L’impossible possibilité de la fédération européenne: hier, aujourd’hui, demain”, Istituto per gli studi europei, l’Université Libre de Bruxelles, “Journée de l’Europe”, 8 maggio 2025 (pubblicato su AOC Media , 27 e 28 maggio 2025).
[4] Alexander Höbel, “Berlinguer y la politica internacional” e “Enrico Berlinguer, parlamentario europeo. El dialogo con Altiero Spinelli”, in Berlinguer y Europa . Dello stesso autore si veda “Il Pci e l’Urss attraverso i decennali della rivoluzione d’Ottobre (1927-1987)”, Memoria e Ricerca , 56/3, 2017.
[5] Si percepisce questa posizione leggendo, in particolare, la “conferenza di Barcellona” tenuta da Althusser il 6 luglio 1976, pochi giorni dopo la Conferenza dei “partiti comunisti e operai d’Europa”, a Berlino (Est), dove Berlinguer parlò il 30 giugno (vedi sotto). Ciò che mi colpisce oggi in questo testo è la combinazione della chiarezza (ma anche dell’estrema astrazione) della sua argomentazione a favore del concetto marxista-leninista di “dittatura di classe” e del carattere confuso [ caractère embrouillé ] delle osservazioni sul pensiero di Gramsci e sulla teorizzazione eurocomunista del “socialismo democratico”, ipotizzate come reciprocamente correlate. Vedi Louis Althusser, Les Vaches noires. Interview imaginaire , testo annotato e preparato da GM Goshgarian (Parigi: Presses Universitaires de France, 2016), 193-248. È importante notare che il libro di Santiago Carrillo, Eurocomunismo y Estado (pubblicato nel 1977), contiene diversi riferimenti alla teoria althusseriana degli “apparati ideologici di Stato”.
[6] Il principale riferimento su cui mi baso qui è il colloquio organizzato da Il Manifesto nel novembre 1977 a Venezia su “Potere e opposizione nelle società postrivoluzionarie” (pubblicato nel 1978 dalle Editions du Seuil). Nelle sue memorie pubblicate nel 2009, Lucio Magri (membro fondatore del gruppo de Il Manifesto, poi PDUP, che sarebbe rientrato nel PCI dopo la sua rinuncia al “compromesso storico” con i democratici cristiani) propone analisi della congiuntura internazionale e nazionale in cui si è formata l’impresa eurocomunista e delle ragioni del suo fallimento che trovo molto convincenti e che hanno influenzato la mia argomentazione in questo testo. Vedi Lucio Magri, Il Sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, (Milano: Il Saggiatore, 2009).
[7] Etienne Balibar, “Régulations, insurrections, utopies: pour un ‘socialisme’ du XXIème siècle”, in Histoire interminable. D’un siècle l’autre , Ecrits I (Parigi: Editions La Découverte, 2020).
[8] Il “memorandum” di Yalta redatto da Togliatti per presentare e stabilire la divergenza tra il Partito Comunista Sovietico (allora guidato da Krusciov) e le rispettive “linee” del PCI, noto anche come “testamento di Togliatti”, fu pubblicato dalla dirigenza del PCI in seguito alla morte del suo autore nel 1964. Vedi Le Monde , 5 settembre 1964 https://www.lemonde.fr/archives/article/1964/09/05/le-testament-politique-de-m-palmiro-togliatti_2128292_1819218.html .
[9] Proposta da Santiago Carrillo nel 1975 e ripresa a sua volta da Berlinguer: si vedano le analisi di Alexander Höbel e le dichiarazioni congiunte dei partiti comunisti italiano e spagnolo nella raccolta citata.
[10] La giustapposizione dei testi di Berlinguer con quelli di Spinelli acuisce il dilemma: se, come è ovvio, si esprime in modo calcolato a causa del proprio “progetto costitutivo” , Spinelli si rivolge tuttavia ai suoi interlocutori in veste individuale, anche quando discute della loro storia in parte condivisa, in parte divergente. Per ulteriori dettagli sulla distanza e sul temporaneo riavvicinamento tra il PCI e Altiero Spinelli, si veda Piero S. Graglia, nella raccolta citata, che fornisce dettagli sui “negoziati” e indica le reazioni piuttosto violente provocate da questo “raduno” all’interno della classe politica italiana, specialmente in Germania.
[11] Cfr. l’intervista a Mario Tronti: “ Il comunismo non c’è più ma mette ancora paura”, Il Riformista, 1 giugno 2022.
[12] Ancora Tronti: «L’Europe qui rassemble tradizione et révolution», in La politique au crépuscule (La politica al tramonto, Einaudi 1998); e “Kommunismus oder Europa”. Vedi anche la raccolta curata da Jamila Mascat: Le démon de la politique (Parigi: éditions Amsterdam, 2021).
[13] Il volume curato da Domenech e Belotti è composto, in parte, da studi storici e, in parte, da discorsi e articoli di Berlinguer (tra cui dichiarazioni congiunte con i leader dei partiti comunisti francese e spagnolo, e davanti al XXV Congresso del partito sovietico e alla riunione dei partiti comunisti europei nel 1976) e, infine, dagli articoli di Spinelli sulla sua alleanza con il PCI e sulla loro corrispondenza tra il 1977 e il 1984.
[14] Nel suo saggio “The Vanishing Mediator; or, Max Weber as Storyteller”, (Ideologies of Theory, (Londra: Verso, 2008)), Fredric Jameson ha utilizzato l’espressione “mediatore che scompare”. Ne sono stato influenzato in L’Europe, l’Amérique, la guerre (Parigi: La Découverte, 2003) per cercare di immaginare una politica europea che si contrapponesse alla logica delle guerre imperialiste in Medio Oriente.
[15] Seguendo l’espressione suggerita da Edward Palmer Thompson nel suo saggio “Note sull’estremismo, l’ultima fase della civiltà”, New Left Review , I/121, maggio/giugno 1980.
[16] Quello che si potrebbe definire l'”effetto Helsinki”, dal nome della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, il cui accordo finale fu firmato il 1° agosto 1975 da tutti gli stati europei, compresa l’URSS, più gli Stati Uniti, che creò immense speranze nella “società civile” da entrambe le parti del muro divisorio.
[17] Il fatto che l’URSS si schierasse a favore dello status quo in Europa e le pressioni esercitate in tal senso sui partiti comunisti furono riconosciute in un “rapporto segreto” di Jean Kanapa, capo della politica estera dell’Ufficio politico del PCF nel 1974. Lo stesso Kanapa spinse il PCF a riunirsi attorno a una strategia di deterrenza nucleare “indipendente” supportata dallo sviluppo di una forza di rottura francese, nel quadro dell’Unione della Sinistra con i socialisti. Vedi Frédéric Heurtebize, “Détente, eurocommunisme et dépassement des blocs durant la décennie 1970: les espoirs contrariés du Parti communiste français”, in Revue du Centre d’histoire de Sciences Po , 46 (2022). Potremmo paragonare questo sviluppo alla formulazione le cui gravi conseguenze “sfuggirono” a Berlinguer in un’intervista del 1979 al Corriere della Sera , secondo cui “il socialismo sarebbe più facile da realizzare nell’ambito del Trattato Atlantico che in quello di Varsavia”. Si veda anche Frédéric Heurtebize, Le péril rouge. Washington face à l’eurocommunisme (Parigi: PUF, 2014).
[18] Si veda la recente valutazione di Romaric Godin, che risponde su Mediapart a quella che considera una lettura “ingenua” della politica di Berlinguer come ostile alle rivolte operaie che vanno oltre i sindacati. Posso testimoniare che Antonio Negri, a differenza di Tronti, non ha mai “perdonato” Berlinguer per aver sostenuto la repressione dell’autonomia operaia da parte dell’apparato statale sotto gli auspici della “strategia della tensione”. [Nota di EB, 2025].
[19] Contrappunto alla “critica di sinistra” già portata avanti da Alexander Kluge e Oskar Negt in Öffentlichkeit und Erfahrung. Zur Organisationsanalyse von bürgerlicher und proletarischer Öffentlia localischkeit (Francoforte sul Meno: Suhrkamp, ??1972). È apparso in inglese come Public Sphere and Experience: Analysis of the Bourgeois and Proletarian Public Sphere , trans. Peter Labanyi, Jamie Owen Daniel e Assenka Oksiloff (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1993).
[20] Olof Palme, leader del Partito Socialdemocratico e allora Primo Ministro della Svezia, fu assassinato a Stoccolma il 28 febbraio 1986. Combatté contro la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale (il che, per lungo tempo, lo portò ad essere considerato un traditore nel suo paese). Willy Brandt divenne sindaco di Berlino (Ovest) e poi cancelliere della Germania Ovest dal 1969 al 1974, promotore dell’Ostpolitik che normalizzò le relazioni tra le due Germanie e cercò una fine negoziata della Guerra Fredda. Bruno Kreisky, organizzatore della resistenza contro il nazismo e allora leader del Partito Socialdemocratico Austriaco, fu cancelliere dal 1970 al 1983. In diverse vesti, la loro politica combinò la costituzionalizzazione dei diritti sociali, la distensione Est-Ovest e la ricerca di un accordo di sviluppo Nord-Sud. Cfr. Christine Buci-Glucksmann e Göran Therborn, Le défi social-démocrate (Parigi: Editions François Maspero, 1981).
[21] Etienne Balibar, “Communism and Citizenship: On Nicos Poulantzas”, in Equaliberty: Political Essays, trad. James Ingram (New York: Columbia UP, 2014).
[22] La famosa affermazione di Bernstein si trova nel libro del 1899, Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (tradotto come Socialismo evoluzionistico), che diede inizio alla “controversia revisionista”. L’affermazione di Marx figura nell’Ideologia tedesca del 1845 (pubblicata postuma nel 1932), scritta in collaborazione con Engels, Moses Hess e Joseph Weydemeyer (che oggi sappiamo non essere in realtà un libro incompiuto, ma una bozza di raccolta di articoli).
[23] Si veda il testo classico di Georges Lavau, A quoi sert le Parti communiste français? (Parigi, Fayard, 1981). Si noti che il riferimento di Lavau a Machiavelli proviene dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dove si trovano analisi degli effetti della lotta di classe nella Repubblica romana, mentre Gramsci ha ovviamente tratto ispirazione da Il Principe per la sua teorizzazione del partito come “nuovo principe”.
[24] Nel 1978, i dissidenti cechi Zden?k Mlynar e Ji?í Hájek, portavoce di Carta 77, videro nell’eurocomunismo la loro “carta migliore” nella lotta contro il regime (cfr. Heurtebize, op. cit.). Mikhaïl Gorbaciov usò l’espressione “casa comune europea” per la prima volta nel 1984 e poi più esplicitamente nel luglio 1989 (alla vigilia della sua caduta) in un discorso al Consiglio d’Europa, che lo aveva invitato per il suo 60° anniversario. Cfr. Marie-Pierre Rey, “ Gorbatchev et ‘la maison commune européenne,’ une révolution mentale et politique ?”.
[25] “Alternativa” è il termine che dà il titolo al manifesto di Rudolph Bahro. Bahro era il dissidente della Germania dell’Est imprigionato dopo la pubblicazione nel 1977 in Occidente di Die Alternative. Zur Kritik des real existierenden Sozialismus , pubblicato in inglese come The Alternative in Eastern Europe, trad. David Fernbach (Londra: New Left Books, 1978). Bahro fu liberato ed espulso nel 1979, diventando un leader dei “Verdi” e teorico dell’ecosocialismo radicale.
[26] Si pensi alla corrente “austro-marxista” (Max Adler, Otto Bauer) e al tentativo di fondare una “Seconda Internazionale due e mezzo” dopo il 1919, cercando di superare la scissione comunista-socialista successiva alla Rivoluzione d’Ottobre e alla svolta nazionalista della socialdemocrazia tedesca.
[27] Tenutasi a Berlino Est il 28 e 29 giugno 1976 dopo aspri negoziati, la “Conferenza dei partiti comunisti europei” avrebbe dovuto proporre una visione condivisa sulla sicurezza in Europa. Essa portò a una dichiarazione di disaccordo tra la tendenza sovietica e la tendenza eurocomunista. Il discorso di Berlinguer, “Che cos’è l’eurocomunismo?”, è presente nell’antologia Berlinguer y Europa , 209-218. Vedi anche Lilly Marcou, “Vers un nouveau schisme du mouvement communiste?”, Le Monde diplomatique , maggio 1977.
[28] Fino alla famosa (tardiva) dichiarazione: “La forza propulsiva derivante dalla Rivoluzione d’Ottobre è definitivamente esaurita” (15 dicembre 1981, dopo l’annuncio dello stato d’assedio in Polonia per reprimere lo sciopero dei portuali condotto da Solidarnosc).
[29] Cfr. il discorso di Berlinguer in Berlinguer y Europa , 219-224.
[30] Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins, Immanuel Wallerstein, Movimenti antisistemici (Londra: Verso, 1989).
[31] Magri ha ragione a sottolineare questo punto: “Kissinger, un genio del male”, una sezione del Sarto di Ulm , 311.
[32] Cfr. una bella analisi marxista in Suzanne de Brunhoff, “Les matières premières et le système monétaire international”, Revue Tiers Monde n. 66 (1976), https://www.persee.fr/doc/tiers_0040-7356_1976_num_17_66_2647 .
[33] Jean Rony, accademico autodidatta, era stato membro dei comitati editoriali delle riviste del PCF La Nouvelle Critique e France Nouvelle prima di essere espulso dal partito nel 1981 insieme ai membri di spicco del movimento “Pour l’union dans les luttes”. Vedi la sua biografia sul Dictionnaire Maîtron du Mouvement ouvrier online . Christine Buci-Glucksmann, amica intima di Nicos Poulantzas (che potrebbe essere considerata il teorico di un “eurocomunismo di sinistra” e cofondatrice della rivista Dialectiques nel 1973), aveva pubblicato Gramsci et l’État (Parigi: Fayard, 1975) – pubblicato in inglese con il titolo Gramsci and the State, trad. di David Fernbach (Atlantic Highlands, NJ: Humanities Press, 1980) – e curato il volume La Gauche, le pouvoir, le socialisme, un’opera collettiva dedicata a Poulantzas (Parigi: PUF, 1983).
[34] Il “compromesso storico” (tra i due partiti al potere nella vita elettorale italiana, il PCI e la Democrazia Cristiana), inteso a colmare il divario tra le masse comuniste e cattoliche per impedire il loro sostegno al fascismo, fu teorizzato da Berlinguer nei suoi articoli “riflessioni sull’Italia dopo gli eventi in Cile” (Rinascita , 28 settembre, 8 e 9 ottobre 1973). Perse ogni significato dopo l’assassinio di Aldo Moro (9 maggio 1978), che permise alla destra (Andreotti) di riprendere il controllo della Democrazia Cristiana. Berlinguer in seguito articolò un’(auto)critica mentre si impegnava con il PCI nel sostenere gli ultimi grandi scioperi degli “anni rossi” italiani (Fiat 1980) e nella campagna contro gli armamenti nucleari (la crisi Euromissili). Si vedano gli articoli di Alexander Höbel, op. cit.; e sulla “sequenza rossa”, si veda il monumentale archivio-narrativo curato da Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’orda d’oro (Milano: Feltrinelli, 1997), 171. Una traduzione inglese è stata recentemente pubblicata: The Golden Horde: Revolutionary Italy, 1960-1977, trad. Richard Braude, Londra, Seagull Books, 2021). Riferimento fornito da Andrea Cavazzini nel suo articolo “Education et émancipation dans la ‘séquence rouge’ italienne. Retour sur quelques expériences”, Contretemps , 1 febbraio 2023.








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