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La rivoluzione secondo Chagall

lA RIVOLUZIONE 1937

di LIONEL RICHARD*

Mosca, un mattino d’autunno del 1918, un uomo si presenta al commissariato del popolo per l’Istruzione pubblica. È sui trent’anni e tiene sotto il braccio un voluminoso pacchetto. Arriva da Vicebsk, spiega, una città della Bielorussia a cinquecento chilometri di distanza – a oltre dieci ore di treno – dalla nuova capitale. Il suo nome è Marc Chagall. È un pittore. Desidera parlare con il Commissario in persona, Anatolij  Lunačarskij. L’ha conosciuto a Parigi, prima del 1914. Ha intenzione di mostrargli una selezione dei suoi recenti lavori.

Chagall appartiene a una famiglia di ebrei analfabeti e poveri. Primogenito di nove figli, è nato nel 1887 in un sobborgo di Vicebsk. Dopo aver preso lezioni di disegno, entra nella Scuola di Belle arti di San Pietroburgo, poi frequenta l’atelier di Léon Bakst, alla scuola di arte e disegno fondata da Elizaveta Zvantseva. Nel gennaio 1910, Bakst, decoratore dei Balletti russi, si reca a Parigi per mettere in scena un dramma lirico; grazie a una borsa di studio, Chagall lo segue. Nel soggiorno presso il quartiere degli artisti della Ruche, vicino a Montparnasse, frequenta tutta l’avanguardia dell’epoca, da Amedeo Modigliani a Pablo Picasso.

Nel giugno 1914, a Berlino per una mostra dei propri quadri alla galleria della rivista Der Sturm, decide di spingersi fino a Vicebsk. Qui, conta di sposare la figlia di ricchi gioiellieri, Bella Rosenfeld, di cui è innamorato da quando lei era appena adolescente. E, all’improvviso, la guerra. Dopo il matrimonio, avvenuto il 25 luglio 1915, gli è impossibile tornare in Francia. È tenuto segregato in un ufficio dell’esercito a Pietrogrado, come viene chiamata San Pietroburgo dal 1914 al 1924.

Quando i rivoluzionari prendono il controllo di Pietrogrado, è lì che vive con la moglie. Dipinge molti autoritratti, scene che rappresentano ebrei nelle attività quotidiane. Con risultati, a suo giudizio, insoddisfacenti. Nel marzo 1918, la coppia torna a Vicebsk. Chagall ambisce a immergersi a capo fitto nel lavoro, giorno e notte (1).

Ma è ragionevole credere che un pittore possa, in quei luoghi, vivere solo dei propri quadri? Questa ostinazione rischia di sfociare in un fallimento. A meno di non provare ad approfittare delle riforme che stanno riguardando l’insegnamento delle belle arti, lasciandosi coinvolgere, e promuovendo anche a Vicebsk le trasformazioni in corso a Mosca e a Pietrogrado.

Lunačarskij è la persona giusta con cui negoziare. Chagall è favorevole alle misure adottate dal governo di Lenin. Ma nel profondo del suo cuore continuano a risuonare l’eco secolare dei pogrom e le invettive antisemite. Come potrebbe non applaudire una Rivoluzione grazie alla quale gli ebrei hanno finalmente ottenuto il diritto di essere a pieno titolo cittadini russi?

L’interlocutore con cui si vuole mettere in contatto a Mosca ha la reputazione di un «uomo affabile e poco settario»(2). Di fronte alle opere che gli porta, Lunačarskij mostra il proprio entusiasmo. Viene prontamente promulgata l’ordinanza 3051: «Il compagno pittore Marc Chagall è nominato Commissario del popolo per le belle arti nella regione di Vicebsk. Tutte le forze rivoluzionarie, a seguito di questa decisione, sono chiamate a garantire il pieno appoggio al compagno Chagall».

Ed ecco che Chagall è proiettato a dirigere le celebrazioni per il primo anniversario della Rivoluzione. Presiede alla costruzione di sette archi di trionfo a Vicebsk. Dà l’ordine di incollare sui muri delle strade 450 immensi manifesti rivoluzionari. Ondeggiano al vento 350 drappi di tela, progettati su modelli da lui stesso disegnati. La gente a passeggio è assalita da cavalli rossi, mucche verdi, uccelli blu su nuvole bianche, cavalieri che sventolano bandiere rosse.

Sull’onda degli eventi, nel dicembre 1918, Chagall firma un proclama (3) in cui esorta tutti gli artisti figurativi a collaborare con lui. Annuncia la costituzione, all’interno di una villa di Vicebsk, precedentemente appartenuta a un banchiere, della prima scuola superiore di insegnamento artistico. Risponde agli stessi principi degli Atelier liberi di Mosca e Pietrogrado. Per accedervi non è richiesto il possesso di diplomi, ma il rispetto di un programma che incita a una «spontaneità» creatrice coerente rispetto alla vera vita del popolo.

In breve tempo si iscrivono molti studenti, quasi 500. Tra gli insegnanti, si trovano diversi sperimentatori d’avanguardia. Nell’estate 1919 si unisce un altro «avanguardista», Lazar (Eliezer) Lissitzky, architetto laureato a Darmstadt, in Germania, il quale viene selezionato dopo aver presentato una candidatura.

Vittima del numerus clausus che limitava il numero di ebrei nelle università russe, è obbligato, suo malgrado, a iscriversi in una università tedesca. Qui, ha scelto di farsi chiamare «El» e ottenuto la laurea in architettura nel 1915.

Lissitzky ammira la fantasia di cui sono colme le opere di Chagall. Ma è anche attratto dagli scritti di un pittore da lui distante, non figurativo, e con cui ha avviato una corrispondenza: Kazimir Malevič. Un leader, attorno a cui gravita un gruppo di accoliti. Malevič afferma la «supremazia», partendo da zero, da un nuovo tipo di pensiero che si traduce nell’annientamento di ogni raffigurazione a vantaggio di masse pittoriche, di «forme pure» e libere. Viva il suprematismo!

Nell’ottobre 1919, Lissitzky riceve l’incarico di recarsi a Mosca da Lunačarskij. La scuola di Vicebsk ha bisogno di materiali. Con l’approvazione di Chagall, contatta Malevič. Riesce a convincerlo ad accettare, a sua volta, un’offerta di lavoro a Vicebsk.

Chagall resta saldamente al comando della scuola che ha creato. Ma, molto presto, sorgono dei contrasti tra lui e Malevič. Il loro conflitto verte sul contenuto dell’insegnamento. Per Malevič, i rombi di cannone della Rivoluzione di Ottobre rappresentano l’occasione per sovvertire gli apprendimenti classici e «ripulire» i cervelli da tutti gli «accessori accademici» (4).

Chagall, attaccato alle tradizioni, finisce per abdicare (5). Il 17 novembre 1919, spedisce una lettera al «compagno» Osip Brik, responsabile del secondo atelier libero di Mosca, chiedendogli l’assegnazione di «un corso di pittura».

Si rende disponibile, così afferma, per servire la causa della Rivoluzione con le proprie «forze» e le proprie «competenze».

L’offerta cade nel vuoto. A Mosca trova solo un lavoro temporaneo come decoratore al Teatro nazionale ebraico, il Gosekt. Non fa più parte di quel rinnovamento che stravolge le arti. Non è più in sintonia con il movimento dominante di «produzione artistica».

Poco dopo, ridotto a insegnare disegno in un orfanotrofio, non vede altra possibilità che lasciare la Russia, finché è in tempo. Nel corso dell’estate 1922, con la moglie Bella e la figlia Ida, nata nel 1916, raggiunge Berlino, dove conta di organizzare una nuova mostra. Il 1° settembre 1923, la famiglia prende il treno per Parigi.

Fino alla morte, Chagall continua a ripetere: «Non sono emigrato per motivi politici, ma per motivi artistici…»

*Scrittore e storico, professore onorario all’università. Autore di Débris sur le rivage, Éditions Pétra, Parigi, 2018. Questo testo riprende in parte un contributo a un convegno internazionale «1917-2017: Espoirs, utopies et héritages de la Révolution russe» tenutosi a Bruxelles nel novembre 2017.

 (1) Lettera del 12 marzo 1918 a Nadezda Dobycina,che lavorava attivamente nell’amministrazione delle belle arti a Pietrogrado, citata in Alexandre Kamenski, «Marc Chagall: “Mit dem Herzen war ich immer hier…”», Kunst und Literatur, vol. 2, Berlino est, marzo-aprile 1988

(traduzione di un articolo comparso su Novy Mir, n° 1987-8, Mosca).

(2) André Pierre, Le Populaire, Parigi, 18 settembre 1921.

(3) L’ordinanza di Lunačarskij per la nomina di Chagall e l’annuncio pubblico di Chagall sono conservati negli archivi municipali di Vicebsk.

Cfr. Andrej Wosnessenski, «Ein Museum für Chagall!», Kunst und Literatur, vol. 5, settembreottobre 1989 (traduzione di un articolo comparso su Ogoniok, Mosca, 22 gennaior 1987).

(4) Izobrazitelnoïe, n° 1, Mosca, 1919, citato da Evgenij Kovtun, L’Avant-Garde russe dans les années 1920-1930, Parkstone-Aurora, Bournemouth (Regno unito), 1996.

(5) Cfr. Alexandra Schatskich, «Malewitsch in Witebsk», Kunst und Literatur, vol. 5, settembre-ottobre 1989 (traduzione di un contributo comparso su Iskousstvo, vol. 1988-11, Mosca).

Schatskich indica come fonti gli Archivi di Stato della letteratura e dell’arte a Mosca.

articolo pubblicato su Le monde Diplomatique edizione italiana, luglio /agosto 2018

[Avevo citato Chagall commissario del popolo in Zapatismo per turisti radicali ]

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