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Pietro Ingrao: la nostra autentica «tradizione» (1982)

ingrao3Negli anni ’90, dopo aver liquidato frettolosamente il PCI e la “terza via” proposta da Berlinguer e Ingrao, il gruppo dirigente ex-comunista scelse la “terza via” sbagliata, quella di Blair e dell’assunzione del neoliberismo. In occasione del ravvicinato doppio anniversario (rivoluzione d’Ottobre e caduta muro di Berlino) ripropongo un vecchio articolo di Ingrao.

Le radici della «terza via». Nel solco dell’autentica tradizione del comunismo italiano


di Pietro Ingrao

E’ giusto mettere in forte rilievo le grandi novità contenute nella posizione assunta dal nostro partito di fronte ai fatti di Polonia. Se attenuassimo queste novità non diremmo la verità. Non armeremmo noi stessi. Non spingeremmo all’iniziativa sui terreni nuovi, su cui bisogna muoversi.

Ma davvero siamo di fronte a una svolta, che «rompe» con la tradizione del partito comunista italiano?

Intanto bisogna intendersi sul senso della parola «tradizione».

lo non credo che la tradizione di una organizzazione politica, che lotta per una trasformazione della società, possa essere vista come un cammino lineare. Ci sono momenti di forti accelerazioni delle novità, che si intrecciano ad arresti, ripiegamenti. Conta ciò che definisce il volto, la funzione storica, la novità e la originalità del partito.

Sarebbe sciocco nascondere quanto ha inciso nel partito comunista italiano il legame con l’Urss; quanto ha pesato nei sentimenti e nelle idee di tanti di noi, in tanti momenti di vita del partito, la figura stessa di un capo come Stalin. Tutto ciò è nei fatti. Ma io non credo affatto che la motivazione storica del nostro partito, la sua ragion d’essere, quindi la sua vera, profonda «tradizione», possa essere ridotta al suo legame con l’Urss, e con l’Urss come fu plasmata dal regime staliniano. Anzi, terrò seriamente che una simile riduzione della nostra storia non solo oscuri l’essenziale, ma finisca per aiutare la tesi di quei nostri avversari, che presentano i comunisti italiani come la «mano di Mosca»  , e indicano in tale legame la fonte della loro forza e della loro espansione. Oppure la tesi di altri che si rivolgono a noi per dire: è stato tutto un errore, dunque ricredetevi; rientrate nei ranghi; diventate simili agli altri partiti.

La storia stessa della III Internazionale non è riducibile – secondo me – solo a Stalin e al modello staliniano. È stata una storia drammatica, in cui si sono scontrate aspramente, in vari momenti e in diverse tappe, forze, orientamenti, tendenze che non erano affatto simili. Vinse Stalin, con armi terribili. Ma la storia non è solo storia dei vincitori. Ci sono uomini, gruppi, forze che in certi momenti sembrano distrutti; poi, dopo anni, le loro idee e esperienze ritornano, avanzano. Gramsci nel ’36 sembrava uno vinto, cancellato. Oggi parla anche a paesi lontanissimi dall’Italia.

E perché mai dovrei riconoscere oggi il patrimonio della Rivoluzione d’ottobre nel regime di Jaruzelski?

L’Ottobre ’17 si presentò con un altro volto: con il volto dei soviet, dei consigli di operai, di contadini, di soldati. Organismi che volevano essere prova e simbolo di un «potere diretto» delle classi sfruttate, che aboliva deleghe e mirava addirittura a una gestione diretta della produzione e dello Stato da parte delle masse. L’esatto contrario di un potere sovrapposto e imposto con la forza militare alla classe operaia. L’ottobre ’17 fu una rivoluzione armata: ma diede le armi alle masse; mise i generali sotto il controllo politico dei consigli degli operai e dei soldati.

Utopia? Stagione breve? Va bene. Ma questa fu l’immagine con cui la Rivoluzione d’ottobre parlò al mondo, scosse milioni di uomini, si propose a modello di un cambiamento generale. La speranza che accese non fu solo l’abolizione dello sfruttamento economico e l’avvio di una nuova uguaglianza, ma anche la partecipazione dei produttori alla direzione dello Stato e della economia.

Cosi essa fu intesa in Italia dalla avanguardia dell’«Ordine nuovo», che divenne il gruppo dirigente del Partito comunista italiano. «Fare come in Russia» fu per Gramsci cercare quale era, o poteva essere, il germe specifico di un movimento consiliare italiano, di uno Stato dei consigli. La motivazione della rivoluzione italiana egli la individuò nella capacità dell’operaio della grande fabbrica moderna di dirigere e riorganizzare la produzione, di elevarsi a questo ruolo, di stabilire in nome di questo compito un’alleanza con le forze decisive dell’intellettualità e con il mondo contadino e meridionale.

Abbiamo imparato dalle stesse pagine di Gramsci quali furono i limiti e gli errori del movimento torinese dei consigli. Ma la «tradizione» comunista italiana, i caratteri che motivarono la novità e l’originalità del comunismo italiano rispetto al partito socialista e al movimento operaio di allora, sbocciarono da quel ceppo. Da lì mosse la strategia che diede un respiro e una motivazione nazionale alla battaglia della classe operaia, che vide gli operai come protagonisti di una riorganizzazione produttiva, base di un nuovo blocco storico. Non per caso ogni riga del «Quaderni del carcere» toma su quei temi. Gramsci scrisse tra le mura di una prigione. I«Quaderni» furono pubblicati e letti solo dopo il crollo del fascismo. Ci furono anche momenti dolorosi di separazione e perfino di dissenso fra Gramsci in carcere e il partito comunista. E tuttavia, come mai negli anni difficilissimi tra il ’26 e il ‘36 – nelle aspre lotte che scossero l’Internazionale comunista e videro Stalin schiacciare gli oppositori  –  come mai il gruppo dirigente comunista italiano, pur separato dal suo capo, pure quando non resse alle pressioni di Stalin, tese sempre a spingere verso la ricostruzione di rapporti unitari con le forze socialiste, cercò e si pronunciò a favore di forme di potere operaio e popolare differenti dalla «dittatura del proletariato»? Come mai quando col VII congresso l’Internazionale comunista, liberandosi da pesanti settarismi, lanciò la grande strategia dei fronti popolari antifascisti, Togliatti fu tra i protagonisti della svolta? Ci deve essere una ragione che dette questo ruolo, questa identità al piccolo partito comunista italiano, stretto nella tormenta del fascismo, decimato dal suo disperato tentativo di mantenere una presenza nel Paese. Perché ci schieravamo in quel modo? Quali le ragioni di quell’orientamento?

C’era la lotta contro il fascismo. Certo: questo portava a riscoprire il valore della libertà di parola, di organizzazione, di voto. Ma il problema evocato era più vasto e difficile. La risposta fascista alla crisi del primo dopoguerra e alla catastrofe economica del ’29 non consisteva solo nella repressione delle libertà: procedeva a ristrutturazioni finanziarie e industriali, cambiava i rapporti fra Stato e economia, modificava la composizione delle classi e l’organizzazione delle masse. Dinanzi a questi mutamenti, quale doveva essere la strategia e la collocazione dei partiti operai? Questa domanda, che già s’era aperta al momento in cui era caduta l’ipotesi di una espansione della rivoluzione operaia dalla Russia arretrata all’Occidente avanzato, diventava stringente. Riguardava il destino, la collocazione dei partiti comunisti. La questione della pluralità delle vie al socialismo, delle vie nazionali esplose più tardi: nel secondo dopoguerra, e fu soffocata da Stalin in nome dell’incalzare della guerra fredda. Riemerse nel ’56, riconosciuta e legittimata al XX congresso del PCUS. Ma essa già si affacciava acutamente, nei fatti, agli inizi degli anni Trenta; e già in qualche modo emergeva dalla svolta che aveva dato vita alla politica dei fronti popolari. Il piccolo partito comunista italiano era sospinto dagli avvenimenti, ma anche dalla sua storia, dalla sua specifica «tradizione», a schierarsi così, a spingere in quella nuova direzione.

Perciò l’esperienza della guerra antifascista spagnola venne vissuta e intesa da Togliatti come il tentativo di costruire una democrazia, che tagliava le «radici» del fascismo. Ecco allora la battaglia per un regime che poggiasse sull’alleanza fra una pluralità di forze democratiche e contemporaneamente avesse la forza di intervenire nelle strutture, nelle basi sociali della reazione capitalistica.  Erano formulazioni caute; convivevano a volte con altre che sembravano indicare una strategia diversa; erano esposte ai colpi delle svolte brusche, delle smentite, delle repressioni staliniane. Ma è vero o no che ci fu un filo tra quella visione togliattiana della esperienza spagnola e la politica di unità antifascista e nazionale, che fu la nostra proposta quando scoppiò la tragedia della seconda guerra mondiale? Io credo di sì. È qui che riemerse un volto, una impronta, una storia originale del partito comunista italiano. E’ con questa politica, con questo volto, con questa battaglia che i comunisti italiani da piccola, sconfitta avanguardia si mutarono in un grande, moderno partito di massa. Dove sta la nostra «tradizione» se non in ciò che ci ha dato questa forza, che ha cambiato il ruolo e la collocazione del nostro Partito nella vita del Paese?

Anche per queste ragioni non solo non condivido, ma non comprendo le posizioni, che tendono a vedere come un «ammorbidimento», quasi come una debolezza, un infiacchimento, uno spostamento a destra, la strategia che collega democrazia e socialismo, sviluppo democratico e costruzione del socialismo. Avere legato profondamente, con la lotta e con la nostra strategia, l’avanzata al socialismo alla lotta per la libertà ha dato forza a noi, e alle masse lavoratrici. Ha rilanciato il ruolo della classe operaia nel Paese, dopo la terribile sconfitta subita nel ’22 dinanzi al fascismo. Ha fatto svolgere alla classe operaia italiana un ruolo attivo, che ha inciso nell’assetto dell’Italia e dell’Europa dopo il terremoto della seconda guerra mondiale. Ha fatto sorgere la «questione comunista»: la questione di un partito comunista, che si presentava in Occidente come forza fondante della Repubblica antifascista, protagonista e difensore della Costituzione repubblicana, presente in una trama di alleanze politiche democratiche, che il contrattacco conservatore non è riuscito a cancellare. Tutto ciò ha cambiato il discorso politico nel nostro Paese. Dare sviluppo coerente a questa nostra strategia – come abbiamo fatto di fronte ai i fatti polacchi – è l’esatto contrario di una rottura col nostro patrimonio: significa riallacciarsi alle fonti della nostra vera forza, della nostra fisionomia originale.

Anche il partito nuovo, promosso da Togliatti nel ’44, al suo ritorno dall’esilio, è collegato a questa politica, che salda la democrazia al socialismo. Non so dire se il partito nuovo fu uno «strappo». Certo esso rappresentò un cambiamento radicale rispetto al modello del partito staliniano. Esso indicava altro modo di intendere e di sviluppare l’esperienza politica e la coscienza di classe. Che significa il fatto che non abbiamo fatto più l’esame «ideologico» a chi chiedeva la tessera del nostro Partito? E l’abbiamo chiamato ad entrare, anche se non sapeva niente di marxismo? E abbiamo chiamato a lottare con noi il cattolico che condivideva il nostro programma politico? E anzi, spesso abbiamo sollecitato il giovane ancora acerbo, il lavoratore che era alle prime esperienze politiche, l’intellettuale che veniva da una formazione borghese a schierarsi, a militare, a combattere con noi? Significa un partito che vuole crescere con la gente, nelle masse, anche là dove la coscienza di classe è appena germinale, incerta. Significa che non c’è una avanguardia prestabilita, separata dalle masse, «eletta». Significa che una guida può e deve riformarsi continuamente nel vivo delle esperienze del popolo e della classe operaia. Significa infine invitare il partito a immergersi continuamente nel movimento della società e della vita politica: per definire con la società, con le sue forme politiche organizzate, con le culture attive in essa, gli obiettivi, le tappe del cambiamento. Non abbiamo fatto esami al militante, ma gli abbiamo chiesto molto di più che prendere una tessera: gli abbiamo domandato un impegno quotidiano di partecipazione e di lotta. Non solo il voto, non solo il consenso, ma la partecipazione. Così, soprattutto così, siamo diventati forti.

Ma allora la nostra autentica «tradizione» è radicata in un bisogno di democrazia: di democrazia di massa, di popolo che si organizza, di operai e di lavoratori che vogliono contare «sin da ora». Contro l’attesa. Contro la delega a chi sta in alto. Contro la lontananza e la separatezza del potere.

È stato difficile? Ci sono stati errori, contraddizioni, insufficienze? Sì. Ma la particolarità che reca con sé il nostro partito, la sua originalità, l’innovazione che esso introduce nel movimento operaio italiano e nella sua tradizione sta in questo bisogno di una democrazia di massa, come forma e base del cambiamento sociale. Si può discutere quanto c’è stato di utopico e di non realizzato nella nostra domanda di un rapporto fra la vita delle istituzioni rappresentative e la partecipazione delle masse. Si possono esaminare i limiti dei consigli di gestione, o le debolezze che ebbero i «comitati per la terra» nelle lotte degli anni ‘40 e ‘50. Si possono analizzare i ritardi che abbiamo avuto nel capire e nell’orientare i movimenti giovanili,  studenteschi, femminili, o le insufficienze nell’impegno a sostenere la nuova esperienza dei consigli di fabbrica della seconda metà degli anni Sessanta. Ma è un fatto che questo tessuto democratico, così travagliato e anche così ricco, è figlio di un’Italia in cui ha agito con questa sua impronta, con questa tensione ideale, con il suo bisogno di democrazia di massa, il Partito comunista italiano. Perciò Gramsci non è stato un intellettuale isolato, e nemmeno una parentesi nella vita del nostro partito e del nostro Paese.

Un cammino verso il socialismo, che gioca la carta di una presenza così larga e molteplice di forze attive, non può essere compiuto sotto una sola bandiera, dentro una unica organizzazione politica. Deve coinvolgere e riconoscere una pluralità di posizioni politiche, di culture, di matrici ideali. Richiede confronto, libertà, rischio nel creare e nell’innovare. Deve imparare a governare democraticamente i conflitti, non a soffocarli. Infine, e soprattutto, deve misurarsi con le questioni sconvolgenti poste dalle armi atomiche; e ha bisogno come il pane di lottare contro la guerra, di costruire le forme, i tempi, gli equilibri per un tempo di pace.

Qui noi dovevamo andare oltre le idee stesse di Gramsci. La società capitalistica in cui lottiamo è diventata ancora più complessa. Si sono ulteriormente articolate le forme della organizzazione produttiva e della vita sociale. Sono maturati bisogni di emancipazione da forze e luoghi diversi da quelli tradizionali in cui maturò nel passato la coscienza anticapitalistica. Nei grandi mutamenti che cominciarono con l’Ottobre ’17 e hanno segnato questo secolo, ci sono state rivoluzioni e conquiste sociali che non hanno avuto come protagonisti e come guida i partiti comunisti. Dovevamo far finta che non era vero e predicare che la «dottrina» vera sta nella nostra testa, anche là dove i comunisti sbagliano e la classe operaia non si riconosce in essi? Non c’è nessun decreto che garantisce che i comunisti saranno l’avanguardia della rivoluzione sociale e del progresso. Lo saranno, se sapranno esserlo. Anzi: lo saranno se sapranno capire e favorire anche il nuovo e la creatività che matura da altre fonti, da altre culture, da altre posizioni politiche. Perciò mi sembra profondamente giusto il nostro rifiuto di vedere il mondo spaccato in due campi monolitici. Una tale spaccatura indebolisce la nostra lotta, non la rafforza. Abbiamo visto dall’esperienza che lo sviluppo del conflitto di classe non semplifica la società, ma la complica, l’articola. Un progetto di cambiamento, un’avanzata verso il socialismo deve sapere ricomporre questa società articolata e frantumata. È la ricerca di oggi: la «terza via» da costruire.

Ma questa ricerca non cade dal cielo, non spunta ora; è il contrario di un arretramento dal socialismo; è cimentarsi con il tema del socialismo oggi. Non stiamo affatto a sacrificare un patrimonio. Lottiamo per farlo vivere. Sapendo bene, che questa è una sfida, è un cimento. Sì. Nessuno di noi oggi può più pensare: anche se noi non ce la facciamo, ci sono altri che ci pensano, che danno loro la risposta all’avversario, che ci coprono le spalle.

Noi combattemmo duramente, negli anni ‘40 e ‘50, contro lo «slogan» rozzo che diceva: «A da veni baffone?». Siamo diventati un grande partito anche perché sapemmo condurre una lotta contro quelle posizioni di attesa e di accodamento ad altri. Quello slogan allora era sbagliato: oggi è impensabile, insostenibile. Anche questo ci ricorda che il cimento della «terza via» in cui siamo impegnati è alto e duro. Perché mai un tale cimento sarebbe «meno rivoluzionario»?

Avremo paura di questo cimento, per non fare torto al «padre»? I n verità, io non do proprio che la storia del movimento operaio possa essere racchiusa nel ricorso all’immagine semplicistica del padre e del figlio. In ogni modo, guai quando il rapporto tra padre e figlio è di obbedienza e di imitazione. È la vita che s’arresta. È la prova di una infecondità del padre, o di una prepotenza che soffoca.

Discutiamone. Con rispetto reciproco. Senza paura del dissenso. Ma rispettare il dissenso (e io sono tra quelli che spesso l’ha invocato) significa discutere con chiarezza, a fondo. Non per mettere da pedanti i punti sugli «i». Ma per capire ciò che c’é da fare, che non è poco.

Pietro Ingrao

Articolo pubblicato su L’Unità domenica 24 gennaio 1982

già pubblicato con mia nota introduttiva su sito PRC: Dalla Rivoluzione del ’17 all’esaurimento della “spinta propulsiva”

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