L’autore di questo articolo, Theodor Bergmann, ha attraversato la storia della sinistra e del movimento tedesco dalla repubblica di Weimar fino al nuovo millennio quando aderì novantenne alla Linke. Come racconta Mario Kessler su Historical Materialism, il comunista democratico tedesco Bergmann era un “ebreo non ebreo” come i due grandi eretici a cui rendeva omaggio in questo articolo.
«Chi vuole raggiungere la sorgente, deve nuotare controcorrente». Questo proverbio giapponese potrebbe essere interpretato come simbolo della vita e della morte di due marxisti e rivoluzionari non dogmatici. Queste due figure non si inseriscono nel quadro della storiografia borghese contemporanea, che equipara stalinismo e comunismo e attribuisce a Marx e al marxismo la responsabilità di tutti gli errori e i crimini commessi in nome del comunismo. Mi sembra che gli eretici all’interno di un grande movimento, che esprimono il proprio pensiero senza timore, siano molto più importanti e utili dei yes-men, che si limitano ad applaudire i governanti del momento. Esistono molte analogie tra questi due eretici del comunismo qui analizzati: una linea di tradizione di solidarietà critica va da Rosa Luxemburg a Isaac Deutscher e prosegue anche oltre. C’è, tuttavia, almeno una chiara differenza. Quando si parlerà di Isaac Deutscher nella seconda parte di questo saggio, non bisogna dimenticare Tamara Deutscher.
Principali elementi del pensiero della Luxemburg
Luxemburg si colloca tra i grandi teorici creativi del marxismo. Elaborò idee che corrispondevano ai problemi strategici e tattici concreti del movimento socialista. Per lei, il marxismo non era un sistema chiuso, bensì uno strumento di analisi, un mezzo per il pensiero indipendente e una filosofia di vita aperta, che non può fornire risposte preconfezionate e ricette valide per ogni tempo e luogo. Il suo principio era:
Il marxismo è una filosofia rivoluzionaria vivente, che deve tendere costantemente a nuove acquisizioni e che, soprattutto, detesta l’immobilità delle forme statiche; una filosofia che dimostra nel modo più convincente la propria forza vitale nello scontro delle armi dell’autocritica e nelle tempeste della storia. [1]
Tra le sue opere riguardanti la strategia del movimento operaio tedesco, le seguenti sembrano essere particolarmente rilevanti e stimolanti.
Contro il riformismo, per il comunismo democratico
Fin dall’inizio della sua attività nel Partito Socialdemocratico Tedesco, si batté contro il revisionismo che permeava ogni ambito del movimento. Si oppose all’ingresso dei socialisti nei governi borghesi e al loro voto sul bilancio statale, criticò qualsiasi sopravvalutazione dell’importanza delle riforme e dei successi nelle lotte sindacali e sostenne lo sciopero di massa.
Nonostante il suo combattivo spirito polemico nei congressi del partito e dell’Internazionale socialista, nelle assemblee di massa, durante le campagne elettorali e nelle lettere a Clara Zetkin, Luxemburg comprese con grande lucidità che il riformismo stava guadagnando terreno nei sindacati e nel partito, e che modificare semplicemente le risoluzioni congressuali serviva a ben poco.
Si batté per leggi elettorali democratiche, ma al tempo stesso confutò la sopravvalutazione da parte dei suoi compagni dell’importanza dell’attività parlamentare, perché riconosceva che questi compagni venivano integrati nello Stato borghese. Luxemburg non vedeva alcuna contraddizione tra il lavoro in parlamento e la lotta di classe al di fuori di esso; i due aspetti si completavano a vicenda. Contro l’inerzia dell’apparato, faceva affidamento sullo spirito combattivo della classe operaia, la cui spontaneità aveva potuto osservare durante la rivoluzione russa del 1905.
Per Luxemburg, il compito strategico dei comunisti era quello di conquistare la maggioranza della classe operaia, ancora influenzata dal riformismo che dominava sia l’ideologia che l’organizzazione. La conquista di questa maggioranza era il presupposto decisivo per la vittoria della rivoluzione in Germania. Il compito a lungo termine di persuasione doveva essere portato avanti attraverso le campagne elettorali e la partecipazione alle elezioni, la lotta quotidiana dei sindacati, la lotta per le riforme e l’educazione politica. Luxemburg dedicò gran parte della propria attività alla formazione, perché riteneva che essa aiutasse i lavoratori a comprendere meglio la loro esperienza quotidiana nella lotta di classe. L’educazione dei lavoratori e la lotta di classe erano, per lei, i principali fattori destinati a condurli infine a una sfida rivoluzionaria ai limiti imposti dallo Stato capitalistico.
Coerente internazionalismo
Gli studi economici, la comprensione teorica e le esperienze personali portarono Luxemburg a diventare un’internazionalista coerente, nonché la più risoluta avversaria del militarismo e dell’imperialismo tedeschi.
Molto prima del 1914, denunciò pubblicamente gli armamenti, gli obiettivi espansionistici e gli abusi dell’apparato militare prussiano-tedesco. Divenne così una figura di primo piano nella lotta contro la guerra e contro i suoi fautori, soprattutto quelli presenti nel suo stesso partito.
Conoscendo intimamente i dirigenti del partito e dei sindacati, la loro decisione, nel luglio del 1914, di schierarsi a favore della guerra non avrebbe dovuto sorprenderla. Ma non si aspettava una sconfessione così rapida e aperta delle sacre risoluzioni per le quali avevano votato ai congressi delle Internazionali Socialiste di Stoccarda nel 1907 e di Basilea nel 1912, e un disprezzo del tutto antidemocratico della volontà degli iscritti. La sua reazione iniziale è nota: shock, profonda depressione e pensieri di suicidio.
Il divario tra le due principali correnti all’interno dell’SPD si approfondì ulteriormente con gli eventi dell’agosto 1914. La separazione teorica e politica doveva prima o poi essere seguita da una scissione all’interno dell’organizzazione. Ben presto il vecchio spirito combattivo riprese il sopravvento. Luxemburg divenne la leader teorica e il motore della corrente marxista, e di conseguenza anche il principale bersaglio della persecuzione statale. Sebbene fosse in prigione per gran parte dei quattro anni della Prima Guerra Mondiale, riuscì – soprattutto grazie al sostegno di Mathilde Jacob – a contribuire in modo sostanziale alla formazione e al rafforzamento della sinistra marxista.
Solidarietà critica con la Rivoluzione d’Ottobre
Nell’ottobre del 1917, quando i bolscevichi presero il potere, Luxemburg era ancora in prigione. La sua chiara posizione può essere riassunta come segue:
1: Simpatia ed entusiasmo per la rivoluzione vittoriosa, che ha segnato la fine del massacro a livello internazionale.
2: Preoccupazione per gli effetti dell’isolamento sullo sviluppo interno della Russia, in particolare per quanto riguarda la democrazia socialista.
3: Solidarietà con la classe operaia russa, il cui isolamento doveva essere superato dalla rivoluzione tedesca. Un appello ai lavoratori tedeschi affinché liberassero la rivoluzione russa dall’accerchiamento capitalista.
4: Critiche alla dirigenza dell’SPD per la sua politica contro i dissidenti del partito e per il continuo sostegno all’imperialismo tedesco, responsabile dell’isolamento della Russia.
Luxemburg criticò i principi organizzativi dei bolscevichi, pur comprendendo come fossero nati dalla necessità di lavorare in clandestinità, dalle persecuzioni dell’Okhrana e dall’analfabetismo del giovane proletariato industriale. Analizzò il pericolo per la democrazia proletaria sia nel partito bolscevico che nello Stato sovietico. Respinse i metodi bolscevichi in quanto inadatti al movimento operaio, forte della sua esperienza democratica e della sua struttura nelle società industriali altamente sviluppate. In diverse occasioni, delineò il suo modello di spontaneità e iniziativa dal basso della classe operaia. Nonostante tutte le sue critiche, tuttavia, dichiarò in modo chiaro e inequivocabile la sua solidarietà con la Rivoluzione russa. Le ultime parole del suo opuscolo sulla rivoluzione, scritto in prigione, sono:
Questo [aver messo in atto la rivoluzione] è l’elemento essenziale e duraturo della politica bolscevica. In questo senso, il loro immortale merito storico consiste nell’aver marciato alla testa del proletariato internazionale alla conquista del potere politico e nell’aver posto concretamente il problema della realizzazione del socialismo, nonché nell’aver fatto compiere passi da gigante alla resa dei conti tra capitale e lavoro in tutto il mondo. In Russia, il problema poteva solo essere posto. Non poteva essere risolto in Russia. E in questo senso il futuro appartiene ovunque al «bolscevismo». [2]
Gli anticomunisti, così pronti a citare Luxemburg, non riportano mai queste frasi. Per Luxemburg, solidarietà e critica sono indissolubilmente legate. Aveva compreso che sarebbe stato dannoso per i rivoluzionari, sia all’interno che all’esterno della repubblica sovietica, astenersi dal criticare e mettere in guardia ogni qualvolta si profilassero sviluppi negativi, poiché ciò avrebbe implicato rinunciare alla propria sovranità, mostrare sottomissione e quindi ripudiare l’attività rivoluzionaria indipendente, il che non è certo prova di una vera amicizia.
L’opuscolo sulla Rivoluzione Russa è tra le opere che suscitarono forti controversie all’interno del movimento comunista. Fu utilizzato nelle lotte intestine e per lungo tempo rimase nascosto nel Partito Comunista Tedesco. Fu pubblicato ufficialmente per la prima volta nel 1974, ben 56 anni dopo la sua stesura! Oggi sappiamo che la maggior parte dei principali compagni di sinistra dell’epoca condivideva i dubbi di Luxemburg, ma esitarono a pubblicarlo per non alimentare la propaganda capitalista. La controversia relativa a questo opuscolo non può essere trattata in questa sede, così come non possono esserlo le sue opere di economia, sebbene queste siano strettamente legate alle sue posizioni strategiche.
Una breve libertà
La rivoluzione del novembre 1918 liberò Luxemburg dalla prigione. Ma le restavano solo poche settimane, che dedicò interamente alla ricostruzione della sinistra marxista. Tra le posizioni che assunse in quel periodo, è opportuno menzionare le seguenti. Alla conferenza di fondazione del Partito Comunista Tedesco, esortò gli impazienti delegati rivoluzionari a partecipare alle elezioni per l’Assemblea Nazionale Tedesca, ma il suo consiglio fu respinto. Sottolineò la necessità di conquistare la maggioranza della classe operaia tedesca al comunismo prima della rivoluzione. Si oppose alla fondazione di una nuova Internazionale rivoluzionaria in quel momento, perché prevedeva uno squilibrio tra i partiti affiliati e un’inevitabile predominanza dei compagni russi.
L’ebrea
Rosa Luxemburg non ha mai rinnegato le sue origini in una famiglia di razionalisti ebrei nella città di Zamosc, nella Polonia sud-orientale. Ma la questione ebraica si trovava ai margini dei suoi interessi e delle sue preoccupazioni. Come quasi tutti i marxisti del suo tempo, pensava che il socialismo avrebbe risolto tutti i problemi nazionali, e quindi risolto la questione ebraica e posto fine all’onnipresente persecuzione degli ebrei. Tutti i popoli oppressi e perseguitati sulla terra, indipendentemente dalla loro nazionalità, le stavano ugualmente a cuore. [3]
Quando si considera l’eredità di Luxemburg, è doveroso menzionare la cerchia dei suoi amici politici: Leo Jogiches, Paul Levi, Clara Zetkin, Franz ed Eva Mehring, Moritz, August e Bertha Thalheimer, Hermann e Kate Duncker, Wilhelm Pieck e Friedrich Westmeyer, solo per citarne alcuni.
Isaac Deutscher – L’outsider
Isaac Deutscher, il secondo eretico che analizzeremo qui, ebbe il coraggio e la forza di essere un outsider. Era un comunista (sebbene perlopiù senza tessera), un marxista non dogmatico, un ammiratore critico di Lev Trotskij, evitato da coloro che gli avevano giurato eterna fedeltà, un ebreo non ebreo, un individuo antipatriottico. Gli stalinisti lo chiamavano agente occidentale, i trotskisti apologeta dello stalinismo. Era uno storico che pubblicò diverse opere di grande valore duraturo, uno scrittore politico, un giornalista che commentava l’attualità e che a volte sbagliava. Dieci anni dopo la morte di Stalin, dichiarò in un atto di autocritica:
Confesso onestamente di aver sbagliato su un punto: 10 anni fa mi aspettavo che oggi ci sarebbe stata più libertà politica… Mi aspettavo che in questo momento in Russia sarebbe stato possibile un dibattito politico aperto. [4]
In certi momenti di stallo del movimento socialista, il rivoluzionario si ritirava nella torre di guardia, per poi riunirsi alla lotta non appena il movimento riprendeva vigore e il suo contributo era necessario.
La sua condizione ci ricorda l’aneddoto ironico di Albert Einstein. Quando gli fu chiesto della sua nazionalità, Einstein rispose che c’erano due alternative. Se la sua teoria si fosse rivelata corretta, i tedeschi lo avrebbero considerato tedesco, gli americani americano e i francesi cosmopolita, appartenente a tutti loro. Se, invece, le sue teorie si fossero rivelate errate, i tedeschi lo avrebbero chiamato ebreo, i francesi tedesco e gli americani comunista.
La formazione di un antistalinista
Già in gioventù, Deutscher aveva abbandonato l’atmosfera pia della casa dei suoi genitori ebrei ortodossi e si era unito al movimento socialista. A 20 anni, entrò a far parte del Partito Comunista Polacco. Curò una rivista socialista in yiddish e collaborò alla stampa comunista. Nel 1931-32, all’interno del partito emerse un’opposizione contro gli slogan del “socialfascismo”, del “fronte unito dal basso”, ecc., e la situazione interna al partito portò alimentò la richiesta di autodeterminazione per il partito polacco e a un atteggiamento critico nei confronti del regime sia nell’Internazionale Comunista che nel Partito Comunista Sovietico. [5] Pertanto, i problemi erano simili a quelli del Partito Comunista Tedesco, che spinse molti membri all’opposizione contro la svolta internazionale verso una strategia di estrema sinistra. Nel 1932, Deutscher fu espulso dal partito perché riconobbe la gravità della minaccia fascista. La ragione addotta per la sua espulsione fu che “esagerò il pericolo nazista e diffuse il panico tra le fila comuniste”. [6]
Nell’aprile del 1939 lasciò la Polonia e andò in Inghilterra come corrispondente per un giornale polacco. Allo scoppio della guerra, non esitò a criticare la politica estera e gli obiettivi bellici di Stalin da una posizione socialista:
La sua condotta non era più riprovevole di quella di qualsiasi altro dirigente di una grande potenza deciso a mantenere o conquistare basi strategiche. Appariva tuttavia più odiosa, perché contrastava nettamente con i principi che egli stesso professava e perché ricorreva a espedienti così rozzi per nascondere tale contraddizione. [7]
Deutscher condannò inoltre Stalin per la sua impreparazione nel 1941, quando i fascisti invasero l’URSS. Stalin aveva ignorato tutti gli avvertimenti sull’imminente attacco tedesco. Tuttavia, riconobbe anche la differenza tra la strategia di Stalin dopo la guerra e quella delle potenze capitaliste:
È vero, questa fu una rivoluzione portata a forza di baionette, una rivoluzione compiuta con mezzi barbari in un’atmosfera di bizzarra mescolanza di socialismo e metodi asiatici. Ma una rivoluzione portata a forza di baionette e condotta con mezzi barbari è pur sempre una rivoluzione... [8]
Dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda
Dopo la fine della guerra, viaggiò più volte con la moglie Tamara attraverso il continente devastato dal conflitto. Nei suoi resoconti di testimone oculare, fornì un’analisi marxista dei problemi che affliggevano l’Europa del dopoguerra. Si rallegrò della sconfitta del fascismo tedesco, ma rimase critico riguardo agli effetti di questa vittoria e ai metodi dei vincitori. Da un lato, considerava positivamente l’espansione della Russia come una rivoluzione, ma dall’altro la condannava come un’occupazione che calpestava brutalmente il diritto all’autodeterminazione dei proletari dei paesi occupati, offendendo e intensificando così i loro sentimenti nazionali. Era altrettanto critico nei confronti degli Alleati capitalisti, che promuovevano la restaurazione del capitalismo. Come internazionalista, protestò contro l’espulsione e il reinsediamento di contadini e operai tedeschi: «Senza dubbio i tedeschi meritavano una punizione, ma non con questo tipo di tortura. Se i polacchi e i cechi vogliono essere tenuti in maggiore considerazione per la loro civiltà rispetto ai nazisti, devono immediatamente porre fine alle espulsioni». [9]
Quando Churchill diede inizio alla Guerra Fredda con il suo discorso a Fulton, nel Missouri, il 5 marzo 1946, Deutscher si ritirò dal giornalismo, poiché sentiva che la sua libertà di scrittore socialista sarebbe stata fortemente limitata dalle principali riviste borghesi e voleva evitare di essere corrotto. Iniziò invece la sua grande ricerca storica. Con il senno di poi, scrisse nel 1965 a proposito della Guerra Fredda:
Si è spesso detto che in guerra la verità è la prima vittima. Nella Guerra Fredda, la verità senza la quale gli uomini non possono condurre un’esistenza significativa e fruttuosa è la vittima principale e totale, come mai prima d’ora. E le armi progettate per schiacciare e ridurre in cenere la mente umana sono potenti quanto qualsiasi arma progettata per la distruzione fisica. E sotto un altro aspetto decisivo, la Guerra Fredda ci ha già dato un assaggio della guerra nucleare in piena regola: le sue conseguenze non possono essere confinate al territorio nemico; colpiscono le nostre terre, colpiscono persino principalmente le nostre terre e la nostra gente, contaminano il tessuto morale, distruggono e distorcono i processi di pensiero delle masse popolari nei nostri paesi, in tutti i paesi impegnati nella Guerra Fredda. [10]
Anche l’eretico marxista visse nel suo tempo e fu influenzato nel suo lavoro dalle tendenze dominanti – lo Zeitgeist – in un senso o nell’altro. Nell’introduzione alla seconda edizione della sua biografia di Stalin, scrisse:
Quando iniziai a pianificare l’opera, il pubblico e la stampa in questo paese [la Gran Bretagna] non si erano ancora del tutto ripresi dall’adulazione di Stalin durante la guerra; mentre stavo apportando gli ultimi ritocchi, il ponte aereo per Berlino era in pieno svolgimento e Stalin era il cattivo della Guerra Fredda. Questi violenti cambiamenti nel clima politico non influenzarono, credo, il mio trattamento di Stalin. Non sono mai stato un devoto del culto di Stalin e la Guerra Fredda non era la mia guerra. [11]
Nella postfazione all’edizione del 1966 di Stalin, Deutscher confessò che, se avesse dovuto riscrivere il libro, avrebbe posto un’enfasi diversa. Nel complesso, la postfazione del 1966 si rivelò meno conciliante e più aspra nelle sue critiche a Stalin.
La trilogia di Trotsky
Dopo il suo libro su Stalin e un lungo saggio, “La Russia dopo Stalin”, in cui esprimeva la speranza di una riforma politica dopo la morte di Stalin, iniziò a scrivere una biografia di Trotsky. A tal fine, progettò di visitare gli archivi di Trotsky ad Harvard e l’archivio delle pubblicazioni russe prerivoluzionarie presso la Hoover Institution di Stanford. Sorsero due difficoltà. I “trotskisti” lo consideravano un nemico del loro Trotsky e un apologeta di Stalin. Cercarono di persuadere Natalia Sedova, la vedova di Trotsky, a impedirgli di lavorare negli archivi. Deutscher riuscì a ottenere il permesso della Sedova. In seguito, tra i due si instaurò un rapporto di intesa e amicizia. Il secondo ostacolo fu posto dalle autorità statunitensi, che all’epoca erano nel pieno dell’isteria anticomunista del maccartismo. I ricercatori comunisti erano malvisti e agli ex membri dei partiti comunisti veniva chiesto di professare per iscritto il loro anticomunismo e di abiurare il marxismo. Deutscher non voleva farlo. Alla fine, formulò questa dichiarazione:
È vero… che all’età di 19 anni non potevo sapere nulla degli aspetti più brutti del Partito Comunista. Ma non voglio invocare questa circostanza… Non mi pento di essermi iscritto al Partito Comunista, né voglio dare la minima impressione di pentimento, perché ho agito così per sincera convinzione. Credo ancora che l’esperienza della mia affiliazione al Partito Comunista sia stata nel complesso preziosa per il mio sviluppo intellettuale e per il mio lavoro futuro. Una delle ragioni della mia forte opposizione al Partito Comunista è stata il disgusto per la pratica delle ritrattazioni nelle sue fila. Questo disgusto è rimasto molto forte in me e si applica a ogni tipo di ritrattazione, da chiunque e per qualsiasi motivo essa sia richiesta. [12]
La biografia di Trotsky divenne un’opera monumentale in tre volumi. La tragedia umana del vero Trotsky fu presentata come un dramma in tre atti: il profeta armato, il profeta disarmato, il profeta emarginato, per un totale di circa 1500 pagine. Sia dal punto di vista scientifico che stilistico, rimane un capolavoro. Deutscher ammirava il grande rivoluzionario, l’organizzatore dell’Armata Rossa, il vincitore della guerra civile, lo scrittore eccezionale. Allo stesso tempo, Deutscher mantenne una sufficiente distanza storica e accademica dal suo eroe, per descrivere criticamente gli errori e le debolezze umane di Trotsky. Dopo il brutale e criminale assassinio per mano di un sicario stalinista, e dopo la vittoria dell’Armata Rossa sul fascismo, che Stalin rivendicò per sé, Deutscher riscoprì Trotsky per una nuova generazione. Lo salvò dal passato e dall’oblio. Deutscher scrisse della sua trilogia su Trotsky:
Il mio resoconto del ruolo di Trotsky nella rivoluzione russa sarà una sorpresa per alcuni. Per quasi 30 anni le potenti macchine di propaganda dello stalinismo lavorarono furiosamente per cancellare il nome di Trotsky dagli annali della rivoluzione, o per lasciarlo lì solo come sinonimo di traditore incallito. Per l’attuale generazione sovietica, e non solo per essa, la storia della vita di Trotsky è già come un’antica tomba egizia che si sa contenere il corpo di un grande uomo e la registrazione, incisa in oro, delle sue gesta; ma tombaroli e ghoul l’hanno saccheggiata e lasciata così vuota e desolata che non si trova traccia della registrazione che un tempo conteneva. L’opera dei tombaroli, in questo caso, è stata così persistente da aver influenzato profondamente le opinioni persino di storici e studiosi occidentali indipendenti. [13]
L’Unione Sovietica dopo Stalin
Più volte Deutscher si occupò del futuro dell’URSS e delle prospettive del suo sviluppo dopo la morte di Stalin. La sua posizione generale era ottimistica. Considerava lo stalinismo e i suoi metodi storicamente obsoleti, inadeguati per l’Unione Sovietica matura. Nel 1949, dichiarò che lo stato di polizia era un anacronismo, perché era diventato un ostacolo all’ulteriore sviluppo, e che per l’era post-staliniana il compito più importante era la separazione della rivoluzione dallo stato di polizia. Tuttavia, quando dopo la morte di Stalin la destalinizzazione divenne finalmente all’ordine del giorno, Deutscher inizialmente non fece una netta distinzione tra i seguaci di Stalin e i riformisti. Vedeva in Kruscev un uomo che “senza dubbio guidò i veri seguaci di Stalin nel loro attacco a Malenkov”, e continuò:
Ogni passo nell’ascesa di Krusciov è stato accompagnato da un tentativo di galvanizzare il culto di Stalin e di ripristinare i metodi politici di Stalin. Persino la sua ascesa sembra una deliberata ripetizione dell’ascesa al potere di Stalin dagli oscuri recessi interni del segretariato generale del partito. [14]
Il giudizio di Deutscher su Kruscev, scritto un anno prima del ventesimo congresso del Partito Comunista Sovietico e del “Discorso Segreto” di Kruscev, appare errato e ingiusto, ed è stato invalidato dagli sviluppi successivi.
La rinascita socialista
Deutscher era spesso combattuto tra il desiderio di un’analisi scientifica dei grandi problemi del movimento rivoluzionario e la tentazione di unirsi alle sue lotte e di offrire il suo contributo personale al suo rinnovamento. Pertanto, sostenne la nuova rivista socialista, la New Left Review, partecipò al tribunale di Bertrand Russell contro l’intervento statunitense in Vietnam e appoggiò il movimento studentesco quando questo iniziò negli Stati Uniti nel 1965-66. Ciò significò che la sua biografia di Lenin era destinata a rimanere solo un frammento. Il suo ottimismo di fondo riguardo al movimento socialista e alla missione incompiuta del proletariato lo spinse più volte a unirsi alla lotta. Riconosceva gli effetti deleteri dell’era staliniana sulla teoria e sulla pratica del movimento socialista, ma era sicuro del compito dei marxisti:
I marxisti in Occidente non devono rassegnarsi ad aspettare in fondo alla fila l’adempimento di una promessa storica. Devono lavorare per la riabilitazione della loro scuola di pensiero e per elevare il livello di coscienza socialista nel movimento operaio. [15]
Durante il suo ciclo di conferenze negli Stati Uniti all’inizio del 1966, in una lezione rivolta a studenti radicali a Berkeley, criticò gli slogan sovietici di una transizione pacifica dal capitalismo al socialismo e di “coesistenza pacifica”. Quest’ultima poteva essere valida per i partiti comunisti al potere, ma non per la lotta di classe nei paesi capitalisti. Esortò gli studenti a non ignorare il gigante dormiente del movimento operaio americano, se miravano ad ampliarne la base. L’unità con questo gigante era necessaria affinché il movimento potesse raggiungere il successo.
Ma quando dico di andare alla classe operaia, non intendo che dobbiate rivolgervi ai burocrati dei vostri sindacati… che fanno parte dell’establishment capitalista-imperialista… Andate piuttosto dal giovane operaio, che non è corrotto, che dà per scontato il mondo dell’elettronica e dei televisori, e che sente con certezza che, nonostante tutto, è una creatura oppressa, alienata e sfruttata. Rivolgetevi al giovane operaio, fate appello a lui, portategli il socialismo! [16]
Con questa affermazione contraddisse il marxista Herbert Marcuse, molto popolare tra gli studenti radicali statunitensi dell’epoca, il quale sosteneva che la classe operaia avesse perso la sua missione storica e si fosse trasformata in borghesia.
In questa conferenza, Deutscher discusse anche la natura dell’Unione Sovietica. Non credeva che lì fosse emerso l’«uomo nuovo socialista» e che questi dominasse la scena sociale. Per Deutscher, l’Unione Sovietica non era una società socialista, bensì una società in transizione:
Sebbene negli ultimi anni le condizioni siano state notevolmente attenuate, la povertà, la disuguaglianza, la mancanza di libertà politica e intellettuale e il terrore burocratico sono ancora presenti… Di conseguenza, l’Unione Sovietica è ancora oggi una società di transizione, che si trova in una sorta di via di mezzo tra capitalismo e socialismo, combinando caratteristiche dell’uno e dell’altro, e mostrando segni anche della sua più primitiva eredità pre-capitalista. [17]
Riflessioni finali sulla destalinizzazione
Nel 1967, l’ultimo anno della sua vita, tenne una serie di lezioni a Cambridge, pubblicate postume con il titolo “La rivoluzione incompiuta”. In queste sei lezioni, Deutscher analizzò la Rivoluzione russa e le sue conseguenze, esprimendo la speranza che la destalinizzazione avrebbe portato alla democrazia socialista e avrebbe così completato il grande processo di trasformazione iniziato nel 1917. Criticò inoltre apertamente e radicalmente le carenze dello sviluppo sovietico. E intravedeva un futuro socialista:
Il socialismo deve ancora compiere alcuni atti rivoluzionari decisivi, tanto in Occidente quanto in Oriente, e in nessun luogo la storia giungerà a una conclusione definitiva. L’Oriente è stato il primo a dare attuazione al grande principio di una nuova organizzazione sociale, un principio concepito originariamente in Occidente. Cinquant’anni di storia sovietica ci mostrano gli straordinari progressi compiuti da una nazione arretrata applicando quel principio, persino nelle condizioni più avverse. Già soltanto per questo, quegli anni indicano gli orizzonti illimitati che la società occidentale potrebbe aprire a sé stessa e al mondo, se soltanto riuscisse a liberarsi dai propri feticci conservatori. [18]
A quel punto, Deutscher era più scettico riguardo alle prospettive di destalinizzazione. Fino ad allora era stata solo parziale, anzi, quasi un fallimento. L’Europa orientale era ancora stalinista. Il burocrate continuava a governare: «L’edificio ideologico dello stalinismo è stato fatto saltare in aria, ma, con le sue fondamenta frantumate, il tetto spazzato via e le mura carbonizzate e sul punto di crollare, la struttura è ancora in piedi e il popolo è costretto a viverci dentro». [19] Poco tempo dopo questa analisi, eccezionale sia per contenuto che per stile, Deutscher morì improvvisamente il 19 agosto 1967 durante un viaggio in Italia.
Luxemburg e Deutscher
Ho cercato di delineare il pensiero di Rosa Luxemburg e Isaac Deutscher. Come vediamo oggi la posizione di questi due outsider, comunisti ebrei, eretici al di fuori di ogni schieramento? Riassumerò il loro pensiero in sei punti.
Innanzitutto, non c’è dubbio che Deutscher sia stato il più importante marxista occidentale del periodo successivo al 1945, così come Luxemburg fu una delle più importanti dopo l’inizio del secolo fino alla sua morte nel 1919. Per entrambi, il marxismo non era una bibbia, un canone o un libro di ricette per la lotta di classe; era piuttosto un eccellente e autorevole strumento di analisi che poteva aiutare a comprendere la situazione reale e a elaborare le strategie appropriate per la lotta di classe. Deutscher scrisse del suo marxismo:
Il marxismo è diventato parte della mia esistenza… Naturalmente, sono un marxista. I critici, che dicono che non sono in grado di imparare, sono per lo più persone che un tempo furono ben istruite da Stalin e poi divennero anticomunisti. Io non sono stato istruito da Stalin, da Kruscev, né da Mao Zedong, e certamente non dall’anticomunismo occidentale. Per me il marxismo non è una teoria infallibile – una cosa del genere non può esistere. Ma come concezione del mondo e come metodo di pensiero, non credo che il marxismo sia in alcun modo antiquato o superato. [20]
Come abbiamo visto, Luxemburg definiva la sua posizione in modo simile.
In secondo luogo, il peccato principale di Deutscher agli occhi dei veri custodi del pensiero di Lev Trotskij fu quello di aver cercato di dissuadere Trotskij dal fondare la Quarta Internazionale. Deutscher capì che non esistevano i presupposti per la sua creazione, e aveva ragione. Non credeva in una rinascita del trotskismo ortodosso.
Scrivendo ad Alfred Rosmer nel maggio del 1954, affermò:
È estremamente difficile “credere” in una rinascita di un movimento operaio rivoluzionario sulla base del trotskismo, o dei primi quattro congressi del Comintern più le successive aggiunte di Trotsky. Nonostante ciò, penso che per metodo e spirito io sia molto più vicino a Trotsky della maggior parte dei suoi seguaci dichiarati. [21]
La posizione di Luxemburg può essere definita in modo simile. Una volta che Stalin scoprì la minaccia del “luxemburghismo”, la sua posizione all’interno dei partiti stalinisti declinò rapidamente. Sebbene Stalin fosse definito dai suoi sottoposti “il Lenin dei nostri tempi”, non c’è dubbio che, nonostante tutte le controversie, Lenin vedesse Luxemburg come “un’aquila”, e che lei fosse intellettualmente molto più vicina a Lenin di quanto lo fosse mai stato Stalin.
In terzo luogo, Deutscher operò una netta distinzione tra gli eretici del comunismo e i rinnegati del comunismo stesso. I rinnegati erano stati in gran parte seguaci acritici, entusiasti, quasi fanatici, del “comunismo realmente esistente”, ovvero dello stalinismo o del maoismo. Erano del tutto impreparati alla realtà della società sovietica o cinese, ne rimasero delusi e divennero anticomunisti.
Il rinnegato:
… è uno stalinista al contrario. Continua a vedere il mondo in bianco e nero, ma ora i colori sono distribuiti in modo diverso. Da comunista non vedeva alcuna differenza tra fascisti e socialdemocratici. Da anticomunista non vede alcuna differenza tra nazismo e comunismo. Una volta accettò la pretesa di infallibilità del partito, ora crede di essere infallibile lui stesso. Dopo essere stato catturato dalla “più grande illusione”, ora è ossessionato dalla più grande disillusione del nostro tempo. [22]
Al contrario, l’eretico rimane un marxista e un rivoluzionario, e cerca di imparare dagli inevitabili errori, dagli sbagli inevitabili e dai crimini imperdonabili. La sua critica è aperta, anche a costo della minaccia di scomunica. Deutscher consigliava vivamente agli eretici di non unirsi al campo anticomunista, ma piuttosto di ritirarsi per un certo periodo:
Sembra che l’unico atteggiamento dignitoso che l’intellettuale ex-comunista possa assumere sia quello di ergersi au-dessus de la mêlée. Non può unirsi al campo stalinista o alla Santa Alleanza anti-stalinista senza fare violenza alla parte migliore di sé. Quindi resti fuori da qualsiasi campo. [23]
In quarto luogo, Deutscher osservò la divisione del comunismo in correnti differenti, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale. Sul piano nazionale si distinguevano le correnti di destra, quelle di estrema sinistra, i conciliatori e altre tendenze. Sul piano internazionale si contrapponevano il campo sovietico e quello cinese, mentre alcuni Stati più piccoli — Jugoslavia, Cuba, Vietnam e Romania — e i rispettivi partiti occupavano posizioni intermedie.
Deutscher interpretava questo fenomeno come storicamente necessario e razionale: un passo che allontanava il movimento dal semplice monolitismo staliniano e lo conduceva verso un pluralismo marxista, caratterizzato da vivacità e varietà. Scrisse:
«Chiunque comprenda il corso dello sviluppo storico deve riconoscere che la recrudescenza delle scissioni è naturale e inevitabile. È un segno di vitalità, non di malattia. Corrisponde al ritmo naturale della storia». [24]
L’inizio di un dibattito libero e onesto, senza tabù e anatemi, era per lui l’unico modo per creare una nuova unità del comunismo a un livello superiore. Deutscher consigliò ai marxisti occidentali di mantenere le distanze e l’indipendenza dai campi litigiosi del comunismo:
Noi comunisti e socialisti in Occidente dovremmo considerare nostro compito non identificarci né con i russi né con i cinesi; è chiaro che le posizioni effettive di entrambe le parti non possono piacere a chiunque sia cresciuto nella scuola di pensiero marxista e abbia a cuore gli interessi del socialismo nelle società capitaliste sviluppate. Dovremmo mantenere una posizione indipendente. [25]
Deutscher sperava che in Cina fosse in atto un processo di de-maoizzazione, analogo alla destalinizzazione:
«Senza dubbio, un giorno la Cina si libererà di queste rozze forme di ideologia ritualistica, come sta facendo l’URSS».[26]
Credeva che prima o poi la logica oggettiva della situazione avrebbe spinto l’URSS e la Cina verso un fronte unito. Sul primo punto, Deutscher aveva ragione; sul secondo, la leadership dei partiti comunisti cinese e sovietico arrivò troppo tardi.
In quinto luogo, Deutscher rimase un internazionalista rivoluzionario, proprio come Rosa Luxemburg. Sebbene sostenesse la lotta di liberazione delle nazioni coloniali, mantenne la propria posizione poiché vedeva forze nazionaliste attive all’interno dei movimenti di liberazione. Spiegò il suo atteggiamento nei confronti della lotta per l’indipendenza algerina:
Non sono sicuro che sia giusto che un marxista francese si identifichi pienamente, senza alcuna riserva, con la politica dell’FLN. Naturalmente, è dovere di ogni marxista francese e di tutti i progressisti difendere il diritto all’autodeterminazione degli algerini. Ma anche su questo tema non possiamo agire senza criteri di classe. Prima di offrire un sostegno incondizionato all’FLN, bisogna chiedersi: qual è il carattere di classe dell’FLN? … Pertanto, è anche dovere di un marxista mantenere la propria posizione in un fronte unito (con l’FLN) e mantenere una posizione critica nei confronti dei suoi alleati, in questo caso gli alleati nazionalisti. [27]
Nella controversia con Lenin sulla questione nazionale, Luxemburg assunse una posizione simile, dando priorità alle questioni di classe rispetto a quelle nazionali e chiedendo di conoscere il carattere di classe di un movimento per l’indipendenza nazionale.
In sesto luogo, essendo comunisti ebrei, Deutscher e Luxemburg si trovarono ad affrontare la questione ebraica. Qui riscontriamo una notevole differenza tra loro. Nel febbraio del 1917, Luxemburg scrisse a Mathilde Wurm, una delle sue migliori amiche:
Che cosa vuoi dalle particolari sofferenze ebraiche? Per me sono ugualmente vicine le povere vittime delle piantagioni di gomma nel Putumayo, i neri in Africa, con i cui corpi gli europei giocano a palla… Non ho un posto speciale nel mio cuore per il ghetto: mi sento a casa in tutto il mondo, dove ci sono nuvole, uccelli e lacrime umane. [28]
Deutscher dovette definire il proprio atteggiamento nei confronti della questione ebraica all’interno del movimento operaio e la propria posizione nel conflitto mediorientale. Si considerava un “ebreo non ebreo” – questo è il titolo di un saggio scritto nel 1958. In questo modo professava le proprie origini, pur ritenendosi un internazionalista. Tuttavia, non si sottraeva alla questione ebraica. Anche Luxemburg avrebbe potuto essere definita un'”ebrea non ebrea”.
Ma due importanti sviluppi, di contenuto e impatto completamente diversi sul nostro secolo di estremismi, successivi alla morte di Luxemburg, costrinsero Deutscher a definire ripetutamente il proprio atteggiamento sulla questione. Il primo fu lo sterminio pianificato, sistematico e meccanizzato di sei milioni di ebrei in molti paesi europei da parte del fascismo tedesco. Il secondo fu l’antisemitismo staliniano. I socialisti avevano in precedenza accettato l’assioma che il socialismo avrebbe risolto tutti i problemi nazionali, compresa la questione ebraica. Ma la crudele brutalità ci ha impartito una lezione amara. Deutscher riconobbe quindi il diritto storico del popolo ebraico al proprio stato, ma rimase critico nei confronti delle politiche del governo israeliano.
Il 19 settembre 1953 scrisse a David Astor:
“Milioni di ebrei assassinati danno allo stato di Israele un titolo (giustificazione) convincente, sebbene solo negativo”. [29]
E il 15 febbraio 1958 scrisse a Jon Kimche:
“Come ho sottolineato esplicitamente, nessuno ha il diritto di biasimare gli ebrei per la fondazione del loro stato, Israele è il prodotto delle camere a gas di Hitler”. [30]
Cercava un nuovo atteggiamento nei confronti del sionismo:
Naturalmente, ho ripudiato il mio antisionismo molto tempo fa, che si basava sulla mia fiducia nel movimento operaio europeo, o, più in generale, sulla mia fiducia nella società e nella civiltà europea, perché questa società e questa civiltà hanno smentito tale fiducia. Se negli anni ’20 e ’30 avessi invitato gli ebrei europei ad andare in Palestina invece di oppormi al sionismo, avrei potuto contribuire a salvare alcune vite umane che in seguito furono annientate nelle camere a gas di Hitler. Per i resti dell’ebraismo europeo – davvero solo per loro? – lo Stato ebraico è diventato una necessità storica. Inoltre, è una realtà viva… Tuttavia, oggi non sono un sionista. [31]
Deutscher aveva un altro punto di vista sulla questione ebraica. Era orgoglioso del contributo di ebrei illustri alla cultura umana e al movimento socialista. Si chiedeva perché così tanti ebrei avessero dimostrato qualità così eccezionali e perché così tanti fossero diventati rivoluzionari. Rifiutava l’idea di un particolare “genio ebraico”, ma riteneva che, vivendo ai margini delle loro società – gli antisemiti li consideravano estranei nocivi e cercavano di emarginarli – fossero stati in grado di elevarsi con il loro pensiero al di sopra della società, della nazione, del tempo e della generazione, aprendo nuovi orizzonti e spingendosi intellettualmente molto avanti nel futuro. A proposito dei pensatori ebrei radicali, disse:
Tutti questi pensatori e rivoluzionari hanno avuto in comune certi principi filosofici… Infine, tutti questi uomini, da Spinoza a Freud, credevano nell’ultima solidarietà dell’uomo… Questi “ebrei non ebrei” erano essenzialmente ottimisti; e il loro ottimismo raggiunse vette che non è facile raggiungere ai nostri tempi. Non immaginavano che sarebbe stato possibile per l’Europa “civilizzata” del ventesimo secolo sprofondare in una tale barbarie che le semplici parole “solidarietà dell’uomo” sarebbero suonate come una perversa beffa alle orecchie degli ebrei. [32]
La differenza tra i nostri due eretici ebrei deriva dalle diverse epoche in cui vissero e operarono. L’antisemitismo era presente durante l’ascesa del capitalismo, ma si nutriva anche la speranza di una lenta assimilazione e integrazione di persone di diversa origine e credo. Il fascismo tedesco, tuttavia, portò l’antisemitismo a un nuovo livello, o, per meglio dire, lo trascinò fino agli abissi più profondi della barbarie. Una delle prime vittime di questa barbarie fu Rosa Luxemburg.
Non c’è dubbio che sia Luxemburg che Deutscher abbiano commesso degli errori nelle loro analisi quotidiane degli eventi. Ciò è inevitabile quando si scrive un gran numero di articoli su eventi recenti in una situazione in cui le informazioni di base sono scarse. Luxemburg e Deutscher appartengono a quella schiera di marxisti e rivoluzionari che, pur essendo critici verso se stessi, riconoscevano i propri errori e cercavano di correggerli il prima possibile.
I compagni di Deutscher
Alcuni degli errori di Deutscher sono stati menzionati in precedenza. Sembra più importante spendere qualche parola su due persone molto vicine a Deutscher. La cerchia di amici e compagni della Luxemburg è nota grazie alla ricerca storica e alla sua corrispondenza, pubblicata in sei volumi.
Quando Heinrich Brandler volle tornare in Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, fu costretto a rimanere per due anni a Londra. Conobbe Isaac e Tamara Deutscher, e tra loro si sviluppò un intenso scambio di opinioni e una profonda amicizia, che si concluse con la morte dei due uomini nel 1967. Sebbene dopo il 1949 vivessero lontani, Brandler ad Amburgo e Deutscher a Londra, la loro corrispondenza, pubblicata da Hermann Weber con il titolo Comunisti Indipendenti, è un commovente documento di vicinanza intellettuale e personale. [33]
Tamara Deutscher ricordò in seguito le loro lunghe discussioni fino a tarda notte e come tra i due uomini si fosse sviluppato un cordiale legame di reciproco rispetto, ammirazione e affetto. Entrambi erano personalità di spicco. Nonostante le diverse origini politiche, nacque una profonda affinità. Ognuno correggeva gli errori dell’altro. Cercavano insieme di interpretare sia gli eventi attuali che gli sviluppi storici.
Tamara Deutscher, come già accennato, era una personalità socialista a pieno titolo. Ebbi il privilegio di incontrarla a Londra insieme a Gretel Bergmann. Ammirai la sua ospitalità e la sua abilità culinaria, e partecipai con lei a vivaci discussioni sul passato, il presente e il futuro del movimento socialista.
La nostra ultima visita risale al 10 ottobre 1987, più di 11 anni fa. Ero stato a Mosca nel maggio del 1987 e avevo incontrato la vedova e la figlia di Nikolai Bukharin, entrambe riabilitate. Con ottimismo, dissi a Tamara che probabilmente Mikhail Gorbaciov avrebbe riabilitato ufficialmente Bukharin nel suo discorso per commemorare il settantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Tamara rimase scettica e non si lasciò convincere dal mio entusiasmo. Voleva vederlo nero su bianco prima di crederci. La mia profezia si rivelò errata per soli tre mesi. Nel febbraio del 1988, Bukharin fu riabilitato da Gorbaciov.
La volontà di lottare
Infine, occorre spendere qualche parola sul dilemma di tutti i rivoluzionari, condiviso dai due eretici comunisti Rosa Luxemburg e Isaac Deutscher. I rivoluzionari non sono soltanto analisti distaccati: sono anche uomini e donne d’azione. Vogliono comprendere e spiegare il mondo, ma desiderano anche trasformarlo. Questo genera tensioni e un problema serio. L’impazienza rivoluzionaria può offuscare la lucidità dell’analisi; gli orizzonti temporali si restringono e si finisce per sperare in una rivoluzione imminente. È quello che accadde prima delle grandi catastrofi della Prima e della Seconda guerra mondiale e prima del colpo di Stato di Hitler. Ogni rifugiato, inoltre, aveva sperato che il dominio fascista finisse il più presto possibile. Non vi è dubbio che molte speranze dei rivoluzionari non si siano realizzate. Ma l’essere umano non può vivere senza speranza, e il rivoluzionario non può lottare senza sperare in un mondo migliore e più umano.
Esiste inoltre un legame particolare tra analisi e azione. È questo il problema del rivoluzionario combattente: come conciliare un’analisi lucida e imparziale con l’appello alla lotta, persino nelle condizioni più difficili? Questa tensione permanente tra la freddezza dell’analisi e la determinazione della volontà di combattere non deve essere ignorata. La vittoria di Hitler in Germania, il 30 gennaio 1933, ci ha insegnato che non vi è nulla di peggiore di una sconfitta senza resistenza. Se una classe perde una battaglia, può imparare dalla propria sconfitta. La resa senza resistenza, al contrario, può produrre soltanto demoralizzazione.

Note
1. R Luxemburg, Gesammelte Werke, Volume 5, p 523.
2. R Luxemburg, Gesammelte Werke, Volume 4, p 365.
3. Letter to Mathilde Wurm, 16 February 1917, R Luxemburg, Gesammelte Briefe, Volume 5, p 177.
4. Cited in Ludger Syré, Isaac Deutscher – Marxist, Publizist, Historiker. Sein Leben und Werk 1907-1967 (Hamburg, 1984), p 393.
5. T Deutscher, ‘Isaac Deutscher 1907-1967’, in I Deutscher, The Non-Jewish Jew and Other Essays (London, 1981), p viii.
6. Deutscher, ‘Isaac Deutscher 1907-1967’, p viii.
7. I Deutscher, Stalin (Harmondsworth), 1966, p 437.
8. I Deutscher, Marxism, Wars and Revolutions: Essays From Four Decades (London, 1984), p 23.
9. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 110.
10. I Deutscher, Ironies of History (Oxford, 1966), p 148.
11. Deutscher, Stalin, p 11.
12. Cited in D Horowitz (ed), Isaac Deutscher: The Man and His Work (London, 1971), p 67.
13. I Deutscher, The Prophet Armed (Oxford, 1979), pp v-vi.
14. I Deutscher, Russia, China and the West 1953-1966 (Harmondsworth, 1970), p 38.
15. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 252.
16. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 258.
17. Deutscher, Marxism, Wars and Revolutions, p 274.
18. I Deutscher, The Unfinished Revolution: Russia 1917-1967 (Oxford, 1967), pp 114-15.
19. Deutscher, The Unfinished Revolution, p 104.
20. I Deutscher, Reportagen aus Nachkriegsdeutschland (Hamburg, 1980), p 228.
21. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 61.
22. Deutscher, Marxism, Wars and Revolutions, p 53.
23. Deutscher, Marxism, Wars and Revolutions, p 57.
24. Tribune, 14 July 1961.
25. Tribune, 14 July 1961.
26. Deutscher, Ironies of History, p 119.
27. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 265.
28. Letter to Mathilde Wurm, 16 February 1917, Gesammelte Briefe, Volume 5, p 177.
29. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 174.
30. Cited in Syré, Isaac Deutscher, p 370.
31. I Deutscher, Die ungelöste Judenfrage. Zur Dialektik von Antisemitismus und Zionismus (Berlin, 1977), p 73.
32. Deutscher, The Non-Jewish Jew, pp 35-37.
33. Hermann Weber (ed), Unabhängige Kommunisten. Der Briefwechsel zwischen Heinrich Brandler und Isaac Deutscher 1949-1967 (Berlin, 1981).








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