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A. Dirk Moses: Di bolscevichi ed ebrei. Un’altra storia dell’Olocausto
“I nazisti, inizialmente, non perseguitarono, espropriarono, sfruttarono e assassinarono gli ebrei in quanto ebrei, ma in quanto comunisti, aspiranti comunisti o potenziali sostenitori dei comunisti.” Illuminante questo saggio dello storico Anthony Dirk Moses tradotto da The ideas letter.
Negli ultimi anni, pochi paesi occidentali sono stati risparmiati dalle controversie sull’antisemitismo. Ben prima del 7 ottobre 2023, i dibattiti su Israele, gli ebrei e la questione razziale avevano periodicamente scosso università, politica e mondo dello spettacolo. Si pensi alla decisione della ABC di sospendere l’attrice Whoopi Goldberg nel febbraio 2022 per alcune sue dichiarazioni su razza, antisemitismo e Olocausto rilasciate durante la trasmissione “The View”. O, nel 2017, al conflitto sull’opportunità di accogliere gruppi di donne sioniste agli eventi femministi progressisti negli Stati Uniti. Tali esclusioni spinsero lo scrittore britannico David Baddiel a sostenere, nel 2021, nel suo libro “Gli ebrei non contano“, che gli ambienti di sinistra stavano emarginando gli ebrei e ignorando l’antisemitismo. A quel tempo, l’accademico palestinese Steven Salaita aveva perso la sua cattedra per aver criticato i bombardamenti israeliani su Gaza nel 2014. Da allora, la repressione del “postcolonialismo” ha preso slancio in Germania.
La questione, allora come ora, è se il sionismo sia parte integrante dell’identità ebraica e se debba essere tutelato dalle leggi antidiscriminazione. In tal caso, l’apparato coercitivo di uno Stato potrebbe essere utilizzato contro coloro che difendono il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi o denunciano la distruzione di Gaza da parte delle forze armate israeliane. Descrivere la campagna israeliana contro i palestinesi come un genocidio, sostengono alcuni, equivale a una “accusa di omicidio rituale” e a un implicito incitamento alla violenza contro gli ebrei, come l’attacco avvenuto durante una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach, a Sydney, in Australia, all’inizio del 2026. Le diverse definizioni di antisemitismo – che vanno da quelle proposte nella Dichiarazione di Gerusalemme del 2021 all’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto, fino alle posizioni apertamente antisioniste – divergono su questi punti. Il dibattito appare tanto irrisolvibile quanto angosciante, poiché tocca il cuore dell’identità collettiva e solleva interrogativi esistenziali sia per gli ebrei che per i palestinesi.
Molti analisti conoscono bene i contorni di questo dibattito. Meno si sono soffermati sul fatto se, o meglio come, razionalità e capacità di agire influenzino la violenza. Qual è la causa degli attacchi contro gli ebrei e dell’emarginazione degli studenti con convinzioni sioniste? È la loro identità o le loro scelte politiche? Noto che molti commentatori ebrei sostengono che gli ebrei vengono attaccati unicamente per il fatto di essere ebrei – per ciò che sono – e non per qualcosa che hanno fatto o per le loro convinzioni politiche. L’antisemitismo irrazionale – “l’odio più antico”, per citare lo storico Robert S. Wistrich – è responsabile dell’ostilità verso gli ebrei, secondo questa tesi, e chiunque non riesca a comprendere che il sionismo è un elemento fondamentale dell’identità ebraica è ostile agli ebrei in quanto tali.
Un’interpretazione alternativa sostiene che il sionismo sia un’ideologia politica moderna in cui possono credere sia gli ebrei che i non ebrei. Gli antisionisti si oppongono solo a questo progetto e non sono ostili agli ebrei in quanto tali; pertanto, non sono antisemiti. Sostenere il contrario porterebbe all’assurda affermazione che gli ebrei antisionisti siano antisemiti. Se agli ebrei, o ad altri, viene chiesto di difendere il loro sostegno a uno stato che commette crimini di massa, affermano gli antisionisti, la questione riguarda la ricerca di responsabilità politica piuttosto che l’assunzione di un’irrazionale intolleranza. A giudicare da ciò che leggo spesso sulla stampa e sui social media, non è così che molti ebrei vivono tali interrogativi.
Alla base di queste discussioni irrisolvibili c’è la cultura collettiva della memoria che si è radicata in Occidente, strutturata attorno all’Olocausto e a chi viene considerato vittima. Man mano che la memoria dell’Olocausto si è sviluppata, a singhiozzo – dagli anni ’60 attraverso la letteratura, il cinema e i musei; fino alla Dichiarazione di Stoccolma del 2000 – si è affermato che il crimine della Germania nazista fu lo sterminio degli ebrei in quanto ebrei, piuttosto che per qualcosa che avessero fatto. Anna Frank, la ragazza ebrea di Francoforte che si nascose dai nazisti in una soffitta di Amsterdam solo per essere tradita e morire nel campo di sterminio di Bergen-Belsen, è ciò che i criminologi definiscono una “vittima esemplare”.
Una conclusione logica di questa posizione è che i crimini d’odio e il razzismo, in particolare l’antisemitismo, siano il peggiore di tutti i mali e che il genocidio sia “il crimine dei crimini”. Questa visione, ampiamente condivisa dai liberali, un tempo era in grado di reclutare attivisti antirazzisti di sinistra in un progetto comune per contrastare l’etno-nazionalismo, finché la questione di Israele e del sionismo non ha spaccato la coalizione progressista. Le dichiarazioni sul contrasto al razzismo sono state abbandonate a favore della lotta contro l’antisemitismo. La definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, di fatto, qualifica la stessa difesa della causa palestinese come una forma di antisemitismo. Ed eccoci qui oggi.
In questo contesto carico di tensione, il nuovo libro dello storico Jochen Hellbeck sulla guerra nazi-sovietica e l’Olocausto, “World Enemy No. 1. Nazi Germany, Soviet Russia, and the Fate of the Jews“, offre una fondamentale riconsiderazione della cultura della memoria in Occidente e dell’immagine della vittima esemplare. Hellbeck propone di ripensare l’Olocausto, o “giudeocidio”, come preferisce chiamare il genocidio nazista degli ebrei. Invece del crimine d’odio antisemita e razziale di sterminare un popolo unicamente sulla base della sua identità – di distruggere “un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”, secondo la definizione di genocidio della Convenzione sul genocidio – il vero male dei nazisti era, soprattutto, politicamente motivato. Si trattava della distruzione paranoica di un nemico politico immaginato come una minaccia genocida. Il progetto nazista era quello di eliminare, come atto di autodifesa preventiva, le persone che percepivano come future minacce, al fine di raggiungere la “sicurezza permanente” della Germania – per usare un’espressione di Otto Ohlendorf, capo dello squadrone della morte Einsatzgruppe D, durante il suo processo a Norimberga nel 1947. Secondo Hellbeck, incentrare l’analisi sull’antisemitismo per comprendere l’Olocausto “ignora il fatto che le forme più letali di violenza nazista prendevano di mira un presunto nemico politico”. Nel sostenere questa tesi, Hellbeck concorda con alcuni studi recenti – ad esempio, il mio e quello di Alex J. Kay, Empire of Destruction: A History of Nazi Mass Killing (2021) – che analogamente evidenziano le logiche politiche delle politiche di sterminio naziste.
La tesi principale di Hellbeck è che i nazisti, inizialmente, non perseguitarono, espropriarono, sfruttarono e assassinarono gli ebrei in quanto ebrei, ma in quanto comunisti, aspiranti comunisti o potenziali sostenitori dei comunisti. Il genocidio degli ebrei europei richiese non solo la razzializzazione e la marginalizzazione degli ebrei, ma anche la loro securitizzazione. (La politologa Rhiannon Nielsen definisce questo processo fatale “tossificazione“). Presentarli come una minaccia esistenziale giustificava la loro distruzione, e con urgenza. Per Hellbeck, l’antisemitismo nazista non era un odio eterno e apolitico, ma una forma di razzismo antiebraico con connotazioni politiche. Per questo motivo preferisce riferirsi all’Olocausto come “giudeocidio”.
Hellbeck approfondisce un punto sollevato dallo storico israeliano Saul Friedländer nel suo celebre libro del 2007, “The Years of Extermination Nazi Germany and the Jews, 1939-1945“: i nazisti consideravano gli ebrei “una minaccia attiva, per tutta l’umanità ariana a lungo termine e, nell’immediato futuro, per un Reich impegnato in una guerra mondiale. Pertanto, gli ebrei dovevano essere sterminati prima che potessero danneggiare la ‘Fortezza Europa’ dall’interno o unirsi alla coalizione nemica che essi stessi avevano schierato contro il Reich”. Ma l’analisi di Friedländer si fermava qui, mentre Hellbeck insiste sul fatto che l’Olocausto non può essere spiegato esclusivamente come la persecuzione radicalizzata degli ebrei in quanto “stranieri razziali”. Piuttosto, fu la “presunta ideologia comunista” degli ebrei sovietici a “renderli ulteriormente una formidabile minaccia alla sicurezza nazionale”. Hellbeck sostiene che l’invasione nazista dell’Unione Sovietica a metà del 1941, nota anche come Operazione Barbarossa, abbia segnato una rottura qualitativa nella politica, piuttosto che un’ulteriore tappa nel graduale ma inevitabile sviluppo di un’ideologia stabile.
Per Hellbeck, il “giudeocidio” può essere compreso correttamente solo come espressione dell’ossessione nazista per l’Unione Sovietica, che a loro dire era guidata da ebrei e animata da una pericolosa ideologia “giudeo-bolscevica”. Questa convinzione costituiva il nucleo ideologico del nazionalsocialismo, sostiene, perché l’universalismo di classe del comunismo era incompatibile con la logica della lotta razziale che Hitler e i suoi sostenitori credevano guidasse la storia del mondo. L’Olocausto, implica, non può essere compreso analiticamente distinto dalla guerra. Fu reso possibile dall’anticomunismo e dalla crociata nazista contro l’URSS nella forma del loro “Piano generale per l’Est” (Generalplan Ost) e della loro ricerca di maggiore “spazio vitale” (Lebensraum).
Per i nazisti, l’URSS era l’incarnazione politica dello spirito ebraico; era quello spirito fatto carne e forza. Hellbeck sostiene che l’antisemitismo poté diventare genocida – o “redentivo“, per usare la memorabile formulazione di Friedländer – solo dopo che i nazisti ebbero postulato che l’internazionalismo antirazzista dell’Unione Sovietica rappresentasse una minaccia esistenziale e ne avessero invocato la distruzione come missione di importanza storico-mondiale. Eliminare il regime sovietico avrebbe significato anche eliminare il potere ebraico, dato che i due concetti erano strettamente interconnessi, e avrebbe salvato l’umanità dalla barbarie e dai principi antinazionalisti del “giudeo-bolscevismo”.
I nazisti non solo vedevano il comunismo personificato nella figura dell'”ebreo”, ma ampliarono tale categoria. Il loro bersaglio non erano solo i gruppi nazionali di ebrei, come sostengono molte ricostruzioni dell’Olocausto, ma un nemico amorfo con gli attributi minacciosi attribuiti al comunismo: persone che i nazisti consideravano devianti dal punto di vista politico, sessuale o razziale, come gli omosessuali, i Sinti e i Rom, i disabili e i “fannulloni“. I nazisti, quindi, possedevano una concezione razzializzata di una minaccia universalistica al loro regime razzista. “Dobbiamo considerare il bolscevismo russo come il tentativo degli ebrei di raggiungere il dominio mondiale nel ventesimo secolo”, scrisse Hitler nel Mein Kampf.
A tal fine, i nazisti si impegnarono in un’intensa propaganda culturale – tra cui il libro “Il bolscevismo mondiale” del 1936 e la popolarissima Grande Mostra Antibolscevica del 1937 – per convincere i tedeschi che il bolscevismo rappresentava il loro nemico più pericoloso. Dopo essere salito al potere nel 1933, il regime inondò la Germania di avvertimenti su una minaccia comunista esistenziale. L’Unione Sovietica stava massacrando milioni di suoi cittadini; i tedeschi sarebbero stati i prossimi; e gli ebrei sovietici, la base demografica più fedele dell’URSS, rappresentavano una potenziale fonte di resistenza partigiana. Attingendo a quelli che gli storici chiamano “documenti personali” – diari, lettere, interviste – che aveva precedentemente scoperto e curato in diverse raccolte, Hellbeck cita tedeschi comuni che avevano interiorizzato il messaggio del regime: era necessario “salvare la Germania dal sanguinoso terrore delle orde incontrollate” e dalla “mortale peste rossa”.
Hellbeck fa risalire l’immaginario nazista sugli ebrei alla propaganda antibolscevica bianca della guerra civile russa del 1917-22, in particolare alla propaganda dei Freikorps, truppe proto-fasciste che combatterono contro l’Armata Rossa negli Stati baltici. Che i Freikorps fossero un’importante fonte sia di ideologia che di personale nazista è risaputo, ma Hellbeck ricava nuove informazioni dalle sue fonti. I Freikorps non solo consideravano i “leader sovietici come assassini di massa ebrei” da cui la Germania doveva essere protetta, ma descrivevano i sovietici come “asiatici”. Già nel 1919 avevano prodotto manifesti che segnalavano la minacciosa presenza di truppe cinesi e tartare sul fronte opposto. Persino i socialdemocratici si riferivano al bolscevismo come socialismo asiatico. In un libro pubblicato nel 1920, il generale a capo dei Freikorps affermò che la sua missione era impedire la “caduta dell’Occidente” contrastando la “visione del mondo bolscevica della schiavitù asiatica”. Heinrich Himmler lo sentì parlare un anno dopo e annotò nel suo diario: “Dobbiamo combattere e stabilirci in Oriente”.
Hellbeck non è l’unico storico ad aver sottolineato come il fronte orientale sia stato il teatro di scontri più violento della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, la sua interpretazione si discosta da quelle del confronto nazista-sovietico, diffuse e persino egemoniche in Occidente. Nelle oltre 80 pagine di note a piè di pagina, Hellbeck si impegna in un confronto storiografico, respingendo in particolare l’impostazione del libro di Timothy Snyder del 2010, “Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin“, il cui sottotitolo stesso postula un’equivalenza tra le due potenze totalitarie. Per Snyder, le nazioni più piccole, strette tra Germania e Russia e ripetutamente occupate da entrambe, furono le principali vittime della Seconda Guerra Mondiale: un’impostazione che ancora oggi anima l’energico impegno di Snyder a favore dell’Ucraina.
Allo stesso tempo, Hellbeck infrange un tabù nella storiografia tedesca che si rifiuta di tracciare qualsiasi relazione tra nazismo e bolscevismo. A metà degli anni Ottanta, lo storico conservatore Ernst Nolte sostenne, in modo alquanto ottuso, che il nazismo possedeva un “nucleo razionale” e che i nazisti avevano ragione a temere la minaccia bolscevica. Nolte insinuava che l’Unione Sovietica fosse indirettamente responsabile dell’Olocausto perché terrorizzava la classe media tedesca con le sue ambizioni rivoluzionarie e lo sterminio di massa dei suoi nemici di classe. Altri storici, come Norbert Frei, hanno reagito in modo altrettanto ottuso, negando completamente qualsiasi parallelismo tra nazismo e bolscevismo. Attingendo a una vasta mole di prove, Hellbeck rompe questo dibattito ormai superato osservando che i nazisti adottarono consapevolmente la spietatezza del loro nemico, comprese le sue tecniche di sterminio, come ad esempio sparare alle vittime alla nuca. Egli respinge inoltre la stravagante attribuzione da parte di Nolte di un ruolo militare agli ebrei, poiché “l’ebraismo mondiale” promosse il boicottaggio della Germania nazista.
Hellbeck non è il primo storico a sostenere che l’impegno dei nazisti a sradicare il “giudeo-bolscevismo” e l’URSS sia stato il fulcro dell’Olocausto. Lo storico conservatore tedesco Andreas Hillgruber iniziò a farlo a metà degli anni ’60, così come fece lo storico marxista Arno Mayer, seppur in modo leggermente diverso, circa venticinque anni dopo, in “Why Did the Heavens Not Darken?” (1988). Ma, ancora una volta, l’analisi di Hellbeck va oltre.
Il controverso libro di Hillgruber del 1986, Zweierlei Untergang, che tratta delle fasi finali della guerra, descrive le motivazioni della Wehrmacht come nobili: il desiderio di proteggere i civili tedeschi dalle incursioni dei soldati sovietici, anche a rischio di prolungare la guerra, aumentando così le sofferenze dei tedeschi. Per Hillgruber, questi soldati temevano anche che la sconfitta della Germania avrebbe portato alla divisione della nazione, all’espulsione delle famiglie tedesche – come quella di Hillgruber – dalle loro terre d’origine e all’imposizione del dominio sovietico su gran parte dell’Europa.
Al contrario, l’analisi di Hellbeck mette in primo piano le vittime e gli oppositori della Germania nazista: le voci sovietiche. Si basa in particolare sui numerosi scritti del corrispondente di guerra sovietico-ebraico Ilya Ehrenburg. Uno degli effetti di questo approccio è quello di dimostrare che non vi fu alcuna “tetra interconnessione” (In ihrer düsteren Verflechtung) tra lo “sterminio degli ebrei” (Judenvernichtung) e il “collasso della Germania a est”, come ipotizzato da Hillgruber nel suo libro. La posta in gioco morale della guerra era chiara, sostiene Hellbeck, e va ricordata. Anche questo distingue World Enemy No. 1 dagli studi precedenti. Il libro non solo mette in discussione la definizione convenzionale del male assoluto, ma considera anche la sintesi “giudeo-bolscevica” come una seria motivazione ideologica per i nazisti. Il libro presenta inoltre il punto di vista sovietico della vicenda in tutta la sua complessità, da molteplici prospettive, citando anche diverse figure ebraico-sovietiche, e lo fa con una competenza analitica, una maestria linguistica e una capacità immaginativa che la maggior parte degli storici non possiede.
Passiamo ora a Mayer. Sebbene parte della sua analisi sia molto più vicina a quella di Hellbeck – i nazisti si accanirono prima contro i bolscevichi e poi contro gli ebrei – i loro approcci, e le conclusioni che ne derivano, differiscono considerevolmente. Mentre Mayer difendeva il regime sovietico in sé, Hellbeck esalta l’azione del popolo sovietico e il suo eroismo. Descrive come si identificassero con i valori comunisti universalisti e poi, in misura crescente, con lo Stato sovietico, che si mobilitò per affrontare l’invasore nazista. E pur sostenendo che il “giudeocidio” fu in parte una conseguenza vendicativa del fallito attacco nazista all’Unione Sovietica, Hellbeck afferma anche che la spinta nazista a sterminare gli ebrei sovietici era da tempo una priorità ideologica, coincidente con la loro crociata antibolscevica.
Hellbeck analizza il trattamento riservato dai nazisti agli ebrei sovietici rispetto a quelli non sovietici. Gli ebrei tedeschi deportati a est generalmente non venivano fucilati immediatamente; dovevano essere deportati ulteriormente o impiegati nei lavori forzati. I nazisti si rendevano conto che ucciderli avrebbe sconvolto l’opinione pubblica mondiale, mentre credevano che pochi stranieri si sarebbero preoccupati del destino degli ebrei sovietici. Nel sottolineare questo punto, Hellbeck sfida contemporaneamente le interpretazioni standard della causalità storica e ricorda ai lettori occidentali i sacrifici dei sovietici. Inoltre, rimuove la Polonia dall’epicentro della storiografia dell’Olocausto. Né i ghetti ebraici nelle città polacche né Auschwitz e gli altri campi di sterminio in Polonia furono i luoghi “in cui l’idea di uccidere tutti gli ebrei fu concepita e attuata per la prima volta”; che accadde nei campi di sterminio della Bielorussia e dell’Ucraina sovietiche durante la seconda metà del 1941. (Padre Patrick Desbois fece un’affermazione simile nel suo libro del 2008 “The Holocaust by Bullets: A Priest’s Journey to Uncover the Truth Behind the Murder of 1.5 Million Jews“; così ha fatto anche Snyder).
Il punto di Hellbeck, ancora una volta, è che la persecuzione degli ebrei avvenuta in precedenza, come in Polonia dopo l’occupazione nazista del 1939, assunse toni genocidi solo dopo l’Operazione Barbarossa nel giugno del 1941. I pianificatori nazisti erano in disaccordo su cosa fare con gli ebrei polacchi nei ghetti: se sfruttarli (come auspicavano i cosiddetti “produttivisti”) o sterminarli (come sostenevano gli “atrofisti”). Hellbeck scrive: “La violenza tedesca contro gli ebrei tra il 1939 e il 1941 rimase di portata minore rispetto allo sterminio di massa dei polacchi di etnia polacca”. E una delle ragioni di ciò era che gli occupanti nazisti non consideravano gli ebrei polacchi come dotati di “reale forza politica”.
In quest’ottica, Hellbeck sostiene inoltre che la maggior parte delle ricostruzioni dell’Olocausto che tracciano la diffusione della violenza contro gli ebrei dalla Germania verso l’esterno non riescono a “riconoscere la nuova natura della violenza che i tedeschi applicarono sul fronte orientale a partire dal giugno 1941”. Le prime vittime principali dell’invasione nazista furono i prigionieri di guerra sovietici; all’inizio del 1942, due milioni erano morti in prigionia. Il loro trattamento, afferma Hellbeck, prefigurò la campagna nazista contro gli ebrei attraverso la demonizzazione del “commissario ebreo”, figura centrale nella propaganda nazista. L’Operazione Barbarossa trasformò gli ebrei sovietici di tutte le età in bolscevichi, e quell’immaginario si ritorse contro tutti gli ebrei sotto il giogo nazista.
Il trattamento genocida degli ebrei sovietici si intensificò ulteriormente con l’ingresso degli Stati Uniti in guerra nel dicembre del 1941, trasformandosi in un vero e proprio “giudeocidio” su scala continentale. Questo drammatico evento convinse Hitler che “gli ebrei di tutto il mondo avevano imbracciato le armi contro la Germania”. Quando, poco tempo dopo, una controffensiva sovietica nei pressi di Mosca sventò i suoi piani di deportare gli ebrei nell’estremo oriente del territorio sotto controllo nazista, Himmler decise che dovevano essere “sterminati come partigiani“. Come osserva Hellbeck, questa retorica estese a tutti gli ebrei la precedente giustificazione per l’uccisione degli ebrei sovietici. Le rivolte nel ghetto di Varsavia e nei campi di Treblinka e Sobibor nel 1943 non fecero altro che confermare i peggiori timori dei nazisti.
Secondo la loro visione, la “sicurezza permanente” – per citare ancora Ohlendorf – giustificava un ampio ricorso alla violenza preventiva contro tutti gli ebrei (compresi i bambini, visti come futuri combattenti della resistenza), contro i bolscevichi e contro la stessa Unione Sovietica. La Germania doveva colpire l’URSS prima che questa colpisse la Germania. Alcuni storici, come Nolte e Viktor Suvorov, hanno sostenuto che la minaccia proveniente dall’Unione Sovietica fosse effettivamente imminente. Hellbeck, invece di considerare le paure dei nazisti empiricamente valide, le tratta, giustamente, come deliri con un effetto di realtà.
Hellbeck conclude con una discussione su cosa potrebbero significare per la guerra in Ucraina oggi le narrazioni prevalenti e, a suo dire, errate sui crimini nazisti. L’incapacità dell’Occidente di riconoscere la portata dei sacrifici sovietici, suggerisce, ha permesso a Vladimir Putin di trasformarli in una narrazione e in una politica di sofferenza nazionale che giustificano l’invasione e l’occupazione dell’Ucraina. (Lo storico Alexander Etkind ha definito tali manovre “lutto distorto“). Nella rappresentazione di Hellbeck, gli storici possono fungere da terapeuti culturali sottoponendo i loro pazienti, ovvero tutti noi, alla dura prova della realtà di confrontarsi con la storia e la sua memoria.
Che l’Unione Sovietica abbia avuto un ruolo così centrale nei micidiali piani della Germania è una scomoda verità nel mondo odierno. Si scontra con il desiderio dei leader occidentali di presentare i propri paesi come i principali vincitori; sfida i principi della storiografia dell’Olocausto, legata all’invocazione dei valori liberaldemocratici e che quindi sminuisce il ruolo centrale dei comunisti, insieme agli ebrei, come principali vittime del nazismo; e sembra fare il gioco del presidente russo, che invoca il contributo sovietico alla vittoria sul nazismo come giustificazione per la sua attuale guerra contro l’Ucraina. Ma nessuna di queste obiezioni è valida.
Hellbeck non spiega in che modo un riconoscimento più completo delle perdite sovietiche durante la Seconda Guerra Mondiale potrebbe contribuire a superare l’attuale situazione di stallo in Ucraina. Se intende suggerire che una corretta comprensione della storia di quell’epoca potrebbe neutralizzare la sua attuale strumentalizzazione politica – perché riconoscere che le sofferenze di russi e ucraini all’epoca erano intrecciate renderebbe più difficile contrapporre i due popoli oggi – avrebbe potuto utilmente esplicitarlo in modo più dettagliato.
Il suo messaggio avrebbe potuto trovare un pubblico più ampio se avesse dedicato più spazio ai crimini stalinisti, alla loro portata e alla loro ferocia. Sicuramente ormai nessuno dovrebbe sentire il bisogno di minimizzarli in nome della lotta al fascismo. Sì, i nazisti ridussero in schiavitù gli slavi (insieme a molti altri gruppi), ma il più grande sistema di lavoro forzato durante la Seconda Guerra Mondiale fu il gulag sovietico. I suoi battaglioni penali vennero usati come carne da cannone e, come Wilson Bell descrive dettagliatamente in Stalin’s Gulag at War: Forced Labour, Mass Death, and Soviet Victory in the Second World War (2020), l’economia del lavoro forzato produsse materiale fondamentale per la vittoria dei sovietici. Nel suo pluripremiato Crucibles of Power: Smolensk under Stalinist and Nazi Rule, pubblicato all’incirca nello stesso periodo di World Enemy No. 1, Michael David-Fox svela un’altra storia di intrecci storici, ma questa volta presenta i comuni cittadini sovietici come vittime sia del regime nazista che di quello stalinista.
E ora, quella traumatica esperienza sovietica viene nuovamente invocata in nome della “sicurezza permanente” della Russia e per giustificare la necessità di un cordone sanitario di stati clienti per proteggere la madrepatria da qualsiasi futura aggressione occidentale. Tali affermazioni si basano spesso su rancori storici: Putin è ossessionato dalla presunta illegittima etnogenesi dell’Ucraina avvenuta centinaia di anni fa, e sostiene che Lenin abbia tracciato i confini dell’Unione Sovietica a vantaggio dell’Ucraina. Naturalmente, Putin potrebbe comunque strumentalizzare le sofferenze sovietiche anche se queste fossero riconosciute in Occidente. Il suo problema sembra essere l’esistenza stessa dell’Ucraina.
Eppure, una volta che l’aspirazione alla sicurezza assoluta contagia la politica, le azioni che ne derivano possono sembrare razionali. Almeno questo è ciò che Hellbeck sosteneva a proposito degli attacchi sovietici contro i contadini ucraini (“dekulakizzazione”) nella sua recensione del libro di David-Fox: “I timori sovietici nei confronti dei nemici di classe erano radicati nella realtà, poiché molti ex contadini dekulakizzati nutrivano rancori e venivano prontamente insediati dai tedeschi come anziani del villaggio o poliziotti. Il nemico ebreo, al contrario, era un fantasma dell’immaginazione cospirazionista nazista”. Hellbeck afferma che David-Fox “sottovaluta gli obiettivi divergenti dei due regimi e le distinte forme di impegno individuale che essi promuovevano, nonostante le loro caratteristiche dittatoriali e l’estrema violenza”. Quindi: i nazisti erano assassini paranoici, ma i sovietici erano assassini razionali? Come negli attuali dibattiti su Israele, quelli sui crimini dei nazisti e dei sovietici si basano su divergenze di opinione sulla razionalità e, implicitamente, sulla legittimità.
Il libro “World Enemy No. 1” evidenzia inquietanti analogie nelle invocazioni di una “Fortezza Europa” assediata da migranti “asiatici” che, a loro dire, mirano alla caduta dell’Occidente. Negli anni ’30 e ’40, i nazisti demonizzarono gli ebrei di sinistra, considerandoli una minaccia genocida da eliminare. Oggi sentiamo avvertimenti apocalittici sull’influenza nefasta dell’ideologia “woke”, degli antisionisti, dei musulmani e di coloro che difendono i valori universali contro la propaganda politica nazionalista e militarista. Il libro di Hellbeck contiene insegnamenti che vanno ben oltre la guerra tra Russia e Ucraina.
* Anthony Dirk Moses è George Soros Distinguished Fellow presso la Central European University e professore di relazioni internazionali presso il City College di New York, titolare della cattedra Spitzer.
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