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La mia libreria su Anobii

«Batti il tuo tempo». Il rap dà la linea

Pubblico da Alias, l’inserto del manifesto, questo estratto da un libro di Militant A di Assalti Frontali. Tra quelli della mia generazione è uno dei compagni che stimo di più. Quel giorno che Onda Rossa Posse fece irruzione sul palco della pantera a Piazza del Popolo fu una figata per me che da anni mixavo militanza e consolle, movimento e dancehall popolari. Fa piacere incrociare Luca praticamente in ogni manifestazione e vedere come ha sviluppato il suo progetto musicale e poetico. E mi associo al suo ricordo di Lapassade che fu nostro ospite a Pescara al Base con Sensibili alle Foglie e che mi fa tornare in mente gli amici fraterni del Sud Sound System originale Antonio D War e Militant P oltre che Renato e Marita, persone stupende. 

«Tu vai in trance quando rappi» mi diceva George Lapassade il giorno che arrivò alla Sapienza occupata dalla Pantera e mi vide cantare all’interno della facoltà di Lettere. Lui era un professore emerito di etnologia e scienze dell’educazione all’università di Parigi, uno dei più grandi esperti di stati modificati di coscienza e primi linguaggi hip hop ed era venuto a Roma a vedere che succedeva nel movimento, quali espressioni culturali e linguaggi usavamo, e noi, da irruenti e anche arroganti (come lo sono tutti i giovani ribelli) lo tenevamo un po’ a distanza, sperando che se ne andasse il prima possibile e ci lasciasse liberi di muoverci senza sentirci analizzati, non capivamo se fosse davvero dei nostri: era un professore, aveva i capelli bianchi, che ne sapeva di rap? Che voleva? Noi stavamo già volando con l’Onda Rossa Posse. Con Batti il tuo tempo. Il primo rap con il testo in italiano. Quando la cantavamo tutti impazzivano. La Pantera era al top, il corridoio pieno, centinaia di studenti andavano e venivano mentre lui mi parlava, io con la mente pensavo anche a dove avessi lasciato il sacco a pelo, inseguivo con gli occhi il mio amore che entrava in un’aula dove suonava musica reggae e tutti sembravano felici. Avevamo trasformato quella facoltà in un centro sociale.
Io in realtà ero iscritto a Economia e Commercio ma era troppo moscia quella facoltà e anche mezza nera, per cui facevo base a Lettere o Scienze Politiche. All’inizio non si potevano fare nemmeno le scritte sui muri, era stato votato in assemblea come gesto di responsabilità, ma la nostra banda aveva delle ragazze che facevano i graffiti come nessuno prima e davanti a quei capolavori d’arte a cielo aperto anche i più rigidi si erano arresi.


IL CORTEO CIRCENSE

Piano piano ci stavamo allargando. Affermavamo nuove forme di vita e di lotta. Il mondo se ne accorse il giorno del corteo circense dentro La Sapienza, io aspettavo il fiume di persone in cima alla scalinata di Geologia, la mia banda aveva preparato tutto, le casse, l’amplificazione, i fumogeni, partì la base e il rap invase l’aria. Batti il tuo tempo. Batti il tuo tempo per fottere il potere. Migliaia di persone rimasero a bocca aperta, elettrizzate. Che gioia lottare! E cantare! Tutti i movimenti avevano avuto la loro musica, ma a noi ancora ci dicevano di ascoltare De Gregori e i King Crimson, a noi piacevano De Gregori e i King Crimson, ma avevano bisogno di un altro ritmo. Il rap ci rappresentava. Questo è il nostro tempo/ti stai fermando perché non è esaltante?/Ma io lo voglio battere per farlo grande/non posso perderlo per aspettarti Sucker/dicono state calmi/ma intanto io li vedo in armi che ci stanno cercando guarda al Leoncavallo gli assassini al soldo/maiali/qual è la ricompensa per il Leonka morto?…
A ripensarci adesso George Lapassade aveva ragione, io mi sentivo come in ipnosi quando prendevo il microfono, mi arrivava questa carica che mi esplodeva dentro e diceva: «Buttati! Fallo! Esponiti! Trasforma la fame di vita in poesia! Se non lo fai tu nessuno lo farà come te!». E io mi buttavo. Mi esponevo. Era come una trance. Il rap mi chiamava, volevo farlo. Non lo avrei mai immaginato quando ero più giovane e già amavo quel ritmo che arrivava dai ghetti di New York, quando risentivo la mia voce registrata non mi piaceva mica, mi sembrava strana, in studio facevo impazzire i fonici: «Mettila più bassa. No, alzala. Metti l’eco. No, toglila». Ma dal vivo era diverso, non mi importava niente, quando partiva il beat si creava un’energia incredibile, comunitaria, allegra, e io con l’immaginazione amplificavo i sorrisi e non pensavo ad altro che a dire a chi mi circondava: «Io sono come te, sento queste cose, possiamo costruire qualcosa insieme» e chi ascoltava mi rispondeva: «Tu sei come me, anch’io sento queste cose, costruiremo qualcosa insieme». E non volevo che la gente pensasse: «Guarda quello come rappa!», volevo che dicesse: «Guarda quello che storie mi racconta con il rap!».
Registrai un provino di Batti il tuo tempo poco prima dell’inizio della Pantera a casa di un mio amico che aveva un quattro tracce e uscii da lì dicendo: «Abbiamo una hit». Poco dopo lo divenne. Bastava pensarla una cosa e ci riusciva. Avevamo scelto una stella e una pantera come simbolo della Posse, per unire due culture, quella dei ribelli e quella dell’hip hop, le nostre due culture, la stella dei movimenti di liberazione e la pantera del Black Panther Party. Dopo pochi mesi la pantera venne avvistata nelle campagne vicino Roma e fu adottata come simbolo dal movimento che si opponeva alla riforma Ruberti. Era tutto perfetto in quello che facevamo.

LE BASI DA NEW YORK

Per la base musicale avevo dato centomila lire a Ivanone, un amico che andava a New York per un viaggio, e gli avevo detto: «Vai in questo negozio di dischi e comprami i primi dieci singoli della classifica hip hop». Tra quei dieci dischi c’era I Go Work di Kool Moe Dee. La canzone in sé non era niente di che, la base invece sì, era pazzesca, un campionamento di James Brown che ti veniva voglia di muoverti e ballare appena partiva, sembrava fatta apposta per Batti il tuo tempo. Il testo lo avevo scritto poco prima, nell’agosto dell’89, un po’ a Roma, un po’ sul letto di vecchie pensioni di Bilbao e San Sebastian, quando prendevo sonno con le prime luci dell’alba e fuori dalle finestre la festa durava ancora perché quelle erano le semane grandi basche, gli indipendentisti si attardavano in baldorie e io mi cantavo in testa le rime. Ero andato lì a passare l’estate e in quei giorni a Milano la polizia aveva provato a sgomberare il Leoncavallo, la sede storica che stava proprio a Via Leoncavallo 22, e i compagni per difendersi avevano lanciato bottiglie molotov dal tetto, avevo visto sul giornale delle foto bellissime, di ragazzi in canotta e con il viso coperto che si difendevano esprimendo la bellezza di un momento di autodifesa. Girava un manifesto con quella foto e la scritta: «Quando ci vuole, ci vuole!». Noi eravamo esaltati, non ci sentivamo un’area indefinita dei centri sociali ma proprio il corpo, il sangue, l’anima che occupava spazi abbandonati facendo vivere una nuova cultura che esplodeva dopo tutti gli anni Ottanta. Io a Roma avevo occupato e difeso non uno ma tutti i centri sociali nati in quegli anni: Hai visto Quinto? a Val Padana, Blitz a Colli Aniene, Forte Prenestino a Centocelle, Break Out a Primavalle, Faro al Trullo. Eravamo felici, fieri, venivamo da dieci anni in cui tutti ci dicevano che era il tempo del disincanto, del liberismo, dell’individualismo, dell’egoismo, noi rappavamo: Questo è il nostro tempo! Il tuo tempo! Batti il tuo tempo! Non quello di qualcun altro! Ripigliati la vita! Stai al tuo ritmo! Io scrivo e interpreto recito la rima/come nessuno prima/ma ho lo spirito per farlo/come i miei fratelli giù nel fondo qualcuno sta rubando/da quando è nato o fai la guardia o fai il ladro/ladro! Ma chi è il legale e l’illegale?/il bandito e il criminale?/il giusto e l’ingiustizia?/terribile bellezza dentro le celle nei ghetti che contrasto con i morti viventi/odiosi uomini fottuti bastardi/senza dignità ma con migliaia di miliardi… Parlavamo di occupazioni, di azione diretta, di abuso di potere della polizia, di cultura.
Batti il tuo tempo non nominava esplicitamente il movimento dell’Università ma ne interpretava lo spirito e per questo bucò. Senza andare in televisione, con nessuna etichetta alle spalle né uffici stampa, ne divenne la colonna sonora, ci consacrò la strada e questo ci dette una credibilità di ferro. È l’azzardo di chi osa. È capire i tempi e starci dentro. Che poi, a dirla tutta, discutevamo, ragionavamo di continuo, ma ci muovevamo in una grande confusione, d’istinto. Ancora oggi quando vedo qualcosa di scritto sulla Pantera penso: «Ma poi che diceva la riforma Ruberti esattamente?», però ricordo bene quella mattina fredda del corteo circense, io avevo un vecchio giubbotto militare, il cappuccio della felpa calato e il cappellino nero per non farmi vedere troppo, c’erano duemila persone sulla scalinata di Geologia e stavano tutti a bocca aperta e non vedevano l’ora di risentirla e la cantammo a Piazza del Popolo assaltando letteralmente il palco della manifestazione nazionale, prendendoci lo spazio, vincendo sul piano del coinvolgimento e del consenso e annunciando con quella canzone che si poteva far politica e comunicazione in un altro modo da quanto finora conosciuto in Italia.

*tratto dal libro di Militant A «Batti il tuo tempo – Da Onda Rossa Posse ad Assalti Frontali, trent’anni di poesia della strada» (Goodfellas, con cd allegato)

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