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Abbie Hoffman: come fu manipolato il film Woodstock

woodstock(2)posterfilmNella ricorrenza del 45 anniversario di Woodstock è buona cosa rivedersi il film documentario e ovviamente consigliarne la visione a chi non lo ha mai visto. Come scrive Ernesto Assante su Repubblica: “chi non ha visto Woodstock non può amare davvero il rock, non lo conosce, non lo capisce, non sa cos’è. E si perde uno dei buoni motivi per vivere su questo pianeta”.  E’ bene però tener presente che il meraviglioso documentario che rese immortale l’evento non raccontò tutto il festival. Lo riferiva Abbie Hoffman nella sua autobiografia pubblicata nel 1980 (un libro da leggere ASSOLUTAMENTE!):

Fred Weintraub, il dirigente della Warner Brothers, responsabile del film su Woodstock, mi ha confessato che hanno deciso di “purgare” dalla versione di celluloide tutto quanto sapesse di politica. (…) E così mentre il mio libro dipingeva Woodstock come un grande grido di battaglia per legalizzare l’erba, fermare la guerra e combattere una cultura decadente, il film decantava il potere del rock e la bontà del capitalismo. Soltanto gli ex radicals come Fred Weintraub, Jann Wenner, che s’è fatto le ossa a “Ramparts”, e Bill Graham, che ha iniziato con la San Francisco Mime Troupe, sono stati abbastanza furbi da capire sin da subito che il rock poteva svolgere un importante ruolo politico. Degni avversari nella battaglia per i cuori e le menti dei giovani, costoro hanno vinto a mani basse la guerra d’immagine di Woodstock.

woodstock nationAbbie si riferiva in particolare alla presenza e al ruolo svolto dai militanti del movement in quelle giornate. Mentre Hoover scatenava la sua FBI contro i movimenti di opposizione il mondo del business lavorava sull’immaginario. In aprile Abbie Hoffman e altri sette esponenti del movimento contro la guerra erano stati rinviati a giudizio per la contestazione a Chicago nell’agosto dell’anno precedente della convenzione nazionale del partito democratico. Raccontare nel film che erano stati proprio loro a salvare un festival la cui organizzazione era andata in tilt e a trasformarlo in “un modello di condivisione comunitaria” era probabilmente troppo!

Con la sua leggendaria euforia sei settimane dopo il festival Abbie Hoffman aveva già pubblicato il libro Woodstock nation che fu un bestseller alternativo ma che comunque non poteva che soccombere di fronte alla potenza comunicativa del film che uscì nel 1970. Già nel 1971 Abbie denunciava che “Woodstock senza politica, senza un impegno di auto-difesa della nazione è una mistificazione”.

Fu impossibile cancellare ovviamente la politicità implicita ed esplicita nelle esibizioni sul palco (basti pensare a Country Joe & The Fish, Joan Baez, Jimi Hendrix) o nei comportamenti del pubblico.

Una sorta di storia orale della Woodstock nation con intervista allo stesso Abbie Hoffman è il bel documentario che la Rai mandò in onda in una notte dei primi anni ottanta e che già segnalai cinque anni fa su questo blog.

P.S.: Possibile che a nessuno sia venuto in mente di montare un maxi schermo su una spiaggia o in un parco con un adeguato impianto audio per una visione comunitaria del film?

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