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RÉGIS DEBRAY: IL SOCIALISMO PERDUTO NELLA VIDEOSFERA

comuneVi propongo un bel saggio apparso sulla New Left Review, estate 2007. 

Una cavalcata attraverso una storia secolare. Davvero illuminante!

Socialismo: un ciclo di vita di Régis Debray*

Impossibile cogliere la natura della coscienza collettiva di un’epoca

senza comprendere le forme e i processi materiali impiegati nella

trasmissione delle idee: quelle reti della comunicazione che

consentono al pensiero di avere un’esistenza sociale. In realtà, i successivi stadi di sviluppo di tali mezzi e rapporti di trasmissione (che nel loro insieme potremmo definire mediosfera) suggerisce una nuova periodizzazione della storia delle idee.1 Per prima cosa incontriamo quella che possiamo chiamare logosfera: un lungo periodo che va dall’invenzione della scrittura (e delle tavolette di argilla, dei papiri, dei rotoli di pergamena) sino all’avvento dei caratteri a stampa. È l’età del logos, ma anche della teologia, nella quale la scrittura è, prima di ogni altra cosa, trascrizione della parola di Dio, l’«intaglio sacro» del geroglifico. Dio ordina, l’uomo trascrive – nella Bibbia o nel Corano – e ordina a sua volta. Si legge ad alta voce, insieme agli altri. Compito dell’uomo non è inventare, bensì trasmettere le verità ricevute.

Un secondo periodo, quello della grafosfera, va dal 1448 al 1968 circa: dalla Rivoluzione Gutenberg alla diffusione della TV. È l’età della ragione, del libro, dei quotidiani e dei partiti politici. Il poeta o l’artista emerge come garante della verità, l’invenzione fiorisce in un’abbondanza di testi scritti; l’immagine è subordinata al testo.

Il terzo periodo, che va espandendosi ancora oggi, è l’era della videosfera: l’età dell’immagine, che ha tolto il libro dal suo piedistallo e nella quale il visibile trionfa sul grande invisibile delle epoche precedenti: Dio, la Storia, il Progresso.

Questa periodizzazione mediologica ci consente di inquadrare il ciclo di vita del socialismo (questa grande quercia ormai abbattuta della progettualità politica) entro gli ultimi centocinquant’anni della grafosfera e di esplorarne l’ecosistema, per così dire, attraverso i suoi processi di propagazione. Non tratteremo qui il socialismo secondo l’intrinseco valore di uno o dell’altro dei suoi rami. Lo scopo è cogliere piuttosto la comune base mediologica che sottostà a tutte le sue ramificazioni dottrinali (da Fourier a Marx, da Owen a Mao, da Babeuf a Léon Blum), avvicinandoci ad essa come a un insieme di uomini (militanti, leader, teorici), strumenti di trasmissione (libri, scuole, quotidiani) e istituzioni (sette, partiti, associazioni). L’ecosistema prende la forma di un particolare sociotipo, un milieu utile alla riproduzione di certi generi di vita e di pensiero.

All’interno di esso, il tipografo professionista occupa una nicchia speciale, svolgendo un ruolo chiave di collegamento fra la teoria del proletariato e le condizioni della classe lavoratrice.

Qui s’incontrano i migliori strumenti tecnici per l’intellettualizzazione del proletariato e la proletarizzazione dell’intellettuale: il duplice movimento che ha costituito i partiti dei lavoratori.

Uno stampatore difatti è un «intellettuale lavoratore o un lavoratore intellettuale», l’ideale di quel tipo umano su cui avrebbe fatto perno il socialismo: «il proletario cosciente».

Il circolo di vita di questo ecosistema inizia, almeno in Francia, subito dopo la Rivoluzione di Luglio. Il saint-simonismo organizzato nacque una sera d’inverno del 1831 in cui il falegname Gauny incontrò a Parigi il libraio Thierry. Il lavoro di propaganda a sostegno della «famiglia» saint-simoniana fu programmato per ogni arrondissement e i coordinatori locali furono incaricati di istruire i lavoratori. Di qui, una serie di incontri fra cappellai, commercianti di tessuti, ebanisti, piastrellisti, e inoltre impiegati, stampatori, incisori e fonditori di caratteri tipografici, responsabili di tenere le lezioni serali e, cosa molto più importante, di pubblicare quotidiani: «Le Globe», poi «La Ruche populaire», «L’Union», eccetera. Il ciclo si concluse con il maggio 1968, Anno Zero della videosfera. Ma la durata di vita del socialismo può essere meglio intesa all’interno di un più vasto arco di tempo: l’età della grafosfera. Iniziata all’alba dell’età moderna – con l’«avvento del libro» –, la storia della grafosfera comprende a sua volta tre capitoli successivi: la riforma, la repubblica, la rivoluzione.

 

L’elica genetica

 

Ideatore della parola «socialismo» fu Pierre Leroux, tipografo geniale ed enciclopedista, che prese parte ai moti del 1848. Nato nel 1797, figlio di un locandiere, si iscrisse all’École Polytechnique e poi fu assunto in una tipografia, dove perfezionò una nuova macchina compositrice chiamata pianotype. Nel 1824 fondò il quotidiano «Le Globe» e nel 1841, con George Sand, la «Revue Indépendante». Trasferitosi a Boussac, aprì una propria casa editrice, attraendo a sé una piccola comunità di discepoli e di lettori.

Nel 1848 fu eletto all’Assemblea Costituente e alla sua morte, nel 1871, la Comune gli rese formalmente onore. In lui si prefigura quella combinazione – libro, quotidiano e scuola – che sarebbe stata l’elica genetica del movimento dei lavoratori. Il socialismo è nato con attorno al collo l’etichetta da stampatori.

Libro, quotidiano, scuola: un promemoria di cultura pratica che precedette i programmi politici. Prima di diventare mentalità, il socialismo era formazione di un mestiere. Il suo decollo avvenne in un preciso momento storico segnato da alcune date: 1864, anno della Prima Internazionale fondata a Londra; 1866, fondazione a Parigi della Lega Educazione; 1867, invenzione della rotativa Marinoni che consentiva un incremento della stampa di dieci volte (e introduceva una particolare forma di coscienza). «Il proletariato del XIX secolo nutre tre aspirazioni», scrisse il capofficina Pierre Bruno nelle sue memorie, pubblicate alla vigilia della Comune. «La prima è combattere l’ignoranza, la seconda combattere la povertà e la terza aiutarsi gli uni con gli altri.»2 La prima e più importante era la lotta contro l’ignoranza, che raccoglieva il grido delle forze della ragione. Anche il socialismo proletario era una creatura della ragione: spirito dominante dell’età della grafosfera.

Tipografi, intellettuali e insegnanti erano i tre pilastri del movimento socialista e ciascuno di essi corrispondeva a una gamba del treppiede mediologico. Che cosa offriva allora la maison du peuple? Una biblioteca, quotidiani, lezioni serali e conferenze. Oggi programmi politici, libri e quotidiani esistono ancora. Ma l’asse centrale della trasmissione si è spostato altrove, portandosi via l’apparato della celebrazione, del prestigio e dei valori che in precedenza avevano creato una tale atmosfera attorno ai libri, agli insegnanti o ai conferenzieri itineranti nelle associazioni educative e nelle universités populaires.

Naturalmente anche una poderosa cultura orale svolse un ruolo di primo piano nel movimento dei lavoratori: arringhe alle riunioni, discorsi ai congressi, conferenze. Jaurès a Pré-Saint-Gervais, Lenin nella Piazza Rossa, Blum a Tours o nella Place de la Nation nel 1936: tutti parlavano senza l’ausilio del microfono, gridando a squarciagola fino all’esaurimento davanti a decine di migliaia di ascoltatori. Ma se i portavoce del socialismo confidavano tanto nel pulpito quanto nelle macchine da stampa, la loro retorica era tuttavia caratterizzata da una cultura libraria e dalla lunga familiarità con la parola scritta. Persino le loro improvvisazioni davano l’impressione di una persona erudita, che ha letto tanto. Molti di loro erano grandi parlamentari, oratori e tribuni, secondo la tradizione classica repubblicana.

Ma i loro discorsi si fondavano espressivamente sulla parola scritta: base reale della legge tanto ai loro occhi quanto a quelli dei militanti.

 Poteri invisibili

 «Dal 1789, le sole idee hanno costituito la forza e la salvezza del proletariato, che deve a esse ogni sua vittoria», ha scritto Blanqui (uno di quelli che hanno trasmesso le idee del 1789 alla Comune di Parigi). I concetti astratti erano l’ABC dell’apprendistato di un militante. Le nozioni di proletariato e borghesia, come quelle di forza lavoro, valore-surplus, rapporti di produzione ecc., che ne sono alla base, non possono essere apprese dai sensi. In secondo luogo, sia progetto o mito, l’idea della Rivoluzione, intesa come «ciò che dovrebbe essere», è la negazione e la trascendenza dell’immediato, il superamento del presente.

Come discorso logico o impresa morale, l’utopia socialista esigeva una profonda rottura con il «flusso della vita quotidiana», un atto di fiducia che mobilitava le forze dell’analisi concettuale per spezzare l’immaginario sociale consolidato in elementi astratti, come «sfruttamento».

Scrivere collettivizza la memoria individuale; leggere individualizza la memoria collettiva. Il continuo passaggio biunivoco fra questi due momenti promuove il senso della storia, disseppellendo le potenzialità del presente, creando i fondali e il proscenio. Questo è fondamentale per l’idea di socialismo.

Quando fuori fa freddo e la notte è lunga, la memoria ci dice che non siamo soli. Memoria alfabetica, come avrebbe detto Hegel. Confrontando «l’inestimabile valore educativo» dell’apprendere a leggere e a scrivere i caratteri alfabetici, opposti ai geroglifici, egli ha spiegato come il processo della scrittura alfabetica contribuisca a volgere l’attenzione della mente dalle idee immediate e dalle impressioni dei sensi alla «più formale struttura della parola e delle sue componenti astratte», in modo che «dà stabilità e indipendenza al regno interiore della vita mentale» .3

Tutti i rivoluzionari uomini d’azione che ho incontrato, da Che Guevara a Pham Van Dong, per mezzo di Castro (non l’autocrate ma il ribelle d’un tempo), per non dire di quelle enciclopedie ambulanti che sono i trotskisti, erano lettori compulsivi, tanto devoti ai libri quanto poco erano ricettivi alle immagini.

Un hegeliano spiegherebbe questo fenomeno dicendo che la lettura conduce al distacco critico e (dato che non esiste «nessuna scienza che non sia nascosta», né futuro senza «ripetizione» del passato) all’anticipazione utopica. L’astrazione incoraggia l’azione, come il ricordo l’innovazione. I più grandi modernizzatori iniziano la propria carriera con un salto indietro nel tempo e una rinascita procede attraverso un ritorno al passato, un riciclaggio e di qui una rivoluzione. Cristoforo Colombo ha scoperto l’America in una biblioteca, mediante l’accurato esame di testi arcani e cosmografie. L’Ancien Régime in Francia fu rovesciato non dagli entusiasti di Washington e dei fratelli Montgolfier ma da uomini che ammiravano Licurgo e Catone. Chateaubriand e Victor Hugo rivoluzionarono la letteratura guardando alle rovine gotiche, Nietzsche scavalcò Jules Verne con l’aiuto dei presocratici e Freud rivisitò Eschilo.

La sfortuna dei rivoluzionari è di aver ereditato qualcosa di più della maggior parte delle persone. La parola scritta è vitale per questi trasmettitori della memoria collettiva, dal momento che i loro strumenti di analisi sono forgiati dalle sue tradizioni.

Un’eredità di idee non si trasmette automaticamente. Esistono ambienti storici più o meno favorevoli alla trasmissione di concetti astratti, così come esistono conduttori di elettricità più o meno efficaci. L’atto rivoluzionario incomincia per eccellenza da un senso di nostalgia, dal ritorno a un testo dimenticato, a un ideale perduto. Dietro il prefisso ri di rivoluzione o riforma (e di riprovare, ricominciare, rileggere) c’è una mano che sfoglia a ritroso le pagine di un libro, dalla fine all’inizio. Viceversa, il dito che preme un bottone, che manda avanti o indietro un nastro o un disco, non rappresenterà mai un pericolo per l’ordine costituito.

 Testimoni di pergamena

 Se i notiziari sono il medium della storia come spettacolo, l’archivio è il medium della storia come pratica. La storia del comunismo – quale utopia rivoluzionaria e non dittatura burocratica – è stata un racconto di archivisti e di vecchi giornali. Il comunismo fu un’invenzione libraria di Gracco Babeuf, studioso di diritto feudale, che trasse il nucleo centrale delle sue idee da Rousseau, Gabriel Bonnot de Mably e dalle antiche pergamene. Fiorì nei grandi depositi della parola scritta. Per Michelet: «La mia storia della rivoluzione francese è nata negli archivi. Scrivo in questo deposito centrale» (l’ufficio dei registri). Gli uomini si intrecciavano fra testi, i testi fra gli uomini. I miti generano atti che generano miti e il movimento delle narrazioni sprona il movimento delle persone. Le storie di Roma ebbero effetto sui deputati del 1789, la Storia dei girondini di Lamartine e la Storia della Rivoluzione Francese di Louis Blanc sui fautori del 1848, I Miserabili di Hugo sulla Comune e il suo ultimo romanzo Novantatré sulla nascita della Terza Repubblica.

Di mano in mano il testimone passò in tutto il mondo: dalla Società degli Eguali fondata dal medievalista Babeuf, alla Società dei Nuovi Cittadini fondata dal giovane bibliotecario Mao Zedong. Filippo Buonarroti (1761-1837), più giovane di un anno di Babeuf (1760-1797), schivò la polizia del Direttorio e sopravvisse di quarant’anni all’amico. Nel 1837 raccontò la storia che avevano vissuto insieme in La congiura per l’eguaglianza, o di Babeuf, pubblicata a Bruxelles, dove Marx si sarebbe rifugiato dopo essere stato espulso da Parigi nel 1845, trovandovi il suo primo apostolo, il giovane paleografo e archivista Philippe Gigot. L’esilio a Bruxelles fece da piattaforma dopo la Restaurazione del 1815. Qui Buonarroti incontrò gli ex delegati della Convenzione, Barère e Vadier, i quali avrebbero organizzato il movimento dei carbonari, spianando la strada alle società segrete nate sotto la monarchia di Luglio. Da queste sarebbe emersa la Lega dei Giusti che, a sua volta, nel 1847, avrebbe dato origine alla Lega dei Comunisti sotto l’influenza di Marx e di Engels, oltre che dei delegati di Blanqui: «la testa e il cuore del partito proletario in Francia». Trentanove anni di galera e quattro pene capitali: è stato Blanqui (1805-81) «il prigioniero» a rendere possibile il passaggio dal giacobinismo al socialismo, dal 1793 alla Comune di Parigi. Blanqui che aveva consegnato la torcia a Vaillant, che l’avrebbe passata a Jaurès, il quale sulle colonne di «La Dépêche de Toulouse» si firmava «il Lettore», e a cui sarebbe succeduto Léon Blum, critico letterario della «Revue Blanche».

Una maratona olimpica: la luminosità di una lettera – più lucciola che fiamma – passava di corridore in corridore, come se il rivoluzionario fosse uno spedizioniere e il cuore del messaggio risiedesse nella sua stessa trasmissione: un telegrafo che guizzava di picco in picco, per mezzo di tali fari umani. Senza dimenticare il mormorio delle valli, ben duecento anni di storie furono trasmessi dalle nonne ai bimbi. «La mia infanzia rigurgita di racconti sul lungo cammino dei poveri nei secoli», ricorda il vecchio comunista francese Gérard Belloin.

Quelle storie nascevano a proposito di un pezzo di pane buttato, di un fondello malandato di brache, di un avanzo di minestra lasciato in un piatto […] Si ricordavano le storie della nonna, che a sua volta ne aveva sentito parlare da… Come quei ruscelli sotterranei di cui non si riesce a stabilire il corso perché a un certo punto le loro acque sembrano perdersi definitivamente ma riemergono più lontano, la cronaca della miseria contadina ignorava la maggior parte delle sue fonti. Ma anch’essa non aveva interrotto il suo cammino sotterraneo, trasportata da un popolo di anonimi, della cui miseria ogni generazione tramandava la storia a quella successiva. Questo interminabile rumore […] si faceva più o meno insistente, ma non si ritirava mai del tutto. Intorpidiva costantemente i rapporti passato-presente. Parlare in un certo modo delle difficoltà del passato non era anche una maniera di attrarre l’attenzione su quelle di oggi? Questo è accaduto molto tempo fa? Oh, sì, bambino mio, moltissimo tempo fa. È proprio sicuro? Che vuol dire molto tempo fa per un bambino?4

I giornali dei lavoratori e la biblioteca socialista erano crogiuoli allo stesso tempo di anarchici, proudhoniani, leninisti e riformisti. Saint-Simon era un copista, correttore di bozze e libraio; Proudhon, un tipografo. Come Pablo Iglesias (1850-1925), fondatore del Partito socialista spagnolo. Ad arruolare i sergenti del socialismo francese fu un giornalista e tipografo spagnolo, José Mesa, esiliato a Parigi e passato dall’eredità della Prima Internazionale a Jules Guesde. Anarchici e socialisti erano fratelli belligeranti di un’unica famiglia. Opuscoli, articoli, quotidiani, supplementi letterari riempivano le loro vite. Gli uni e gli altri seguivano l’ordine di Lutero: non risparmiare né forze né denaro per realizzare ovunque «buone biblioteche e librerie». I figli di Marx e di Bakunin condividevano il medesimo vangelo: leggere e fare in modo che gli altri leggessero.

Ovunque andassero, lasciavano una biblioteca. Hobsbawm ha potuto misurare in modo preciso la penetrazione del socialismo in Europa fra il 1890 e il 1905 confrontando il numero delle pubblicazioni annue.5

Il culto del libro ebbe i suoi momenti di predicazione. Hugo si rivolgeva così all’operaio analfabeta:

Hai dimenticato che il tuo liberatore

è il libro? Il libro è là sulle alture;

luccica; giacché splende e illumina,

distrugge il patibolo, la guerra e la carestia;

dice: niente più schiavi e niente più reietti. 6

Ma ebbe anche la sua versione trionfale e allegramente insurrezionale nel biglietto che Jules Vallès mandò al suo direttore per avvertirlo che le bozze sarebbe state pronte «in due settimane» e prevedeva «il “visto si stampi” fra due mesi». «Respiro profondamente, gonfio il petto. “Visto si stampi” è un così bell’ordine da dare! Sulle barricate, è una canna di fucile piantata tra le costole». E lo stesso Hugo aveva scritto: «Nulla assomiglia di più alla bocca di un cannone di una bottiglia d’inchiostro aperta».

 

Clandestinità orientale

 Dopo il 1945 questo eroismo alfabetico migrò verso il Terzo Mondo, equipaggiato di lanterna controvento, libri di esercizi e penna a sfera. L’emancipazione per mezzo dell’alfabetizzazione, le oscure ombre della superstizione gradualmente seppellite sotto milioni di pagine bianche: questo simbolismo eluardiano dell’Europa del XIX secolo trovava rifugio, a metà del Novecento, nella lotta contro l’«Occidente imperialista». Il primo atto di ogni rivoluzione anticoloniale era lanciare una campagna per l’alfabetizzazione di massa.8 Il Libretto Rosso era il talismano della Cina di Mao.

Nell’Europa dell’Est del dopoguerra il processo si congelò nell’enorme serra delle forme obsolete: un museo della parola in cui le sorgenti vive del passato giacevano fossilizzate. Eppure, studioso ed erudito, «il socialismo realmente esistente» aveva un’anima tipografica. Basta dare un’occhiata ai rilevamenti UNESCO sul numero di libri pro capite, sulla quantità di biblioteche pubbliche, sulla spesa media di una famiglia in libri ecc., per accorgersi che durante la guerra fredda i Paesi comunisti – dove l’economia arrancava e la cultura audiovisiva era arrivata a stento – detenevano tutti i record della carta stampata. Viaggiare in quelle province del vecchio mondo, dove sopravviveva lo spirito dell’Europa Occidentale del XIX secolo, voleva dire essere testimoni di un culto universale del libro e di un’idolatria degli scrittori: in Unione Sovietica era più facile che divenisse una star un romanziere o un poeta che non un attore o un cantante. L’atrofia dell’immagine andava a braccetto con l’ipertrofia del testo e l’aura di quest’ultimo era accresciuta dalla censura.

Il Partito-Stato aveva un tale rispetto del potere delle parole da tenere gli scrittori sotto perenne sorveglianza. Ma questa repressione trasformava ogni samizdat [libro edito in proprio] in una viva granata, in sintonia con le «migliori» tradizioni zariste.

Ogni cosa era ripetuta, in modo sconvolto. Nell’epoca stalinista gli intellettuali russi riesumarono i loro venerandi combattimenti tipografici, le loro fatiche da vecchia talpa. Del resto, che cos’altro raccontano i sottosuoli russi, da Kolokol di Alexander Herzen (1855) a Iskra di Lenin (1900), se non la storia di riviste clandestine, di gazzette illecite, di libri cuciti nel risvolto di pesanti cappotti? Nei Demoni di Dostoevskij Verchovensky attira Shatov in una trappola mandandolo a recuperare una pressa tipografica nascosta nel campo giochi di una scuola.

Per i vari gruppi d’opposizione, così come per i dissidenti e per lo Stato, i confini del campo di battaglia erano tracciati sulla stampa, soprattutto attraverso i giornali. I populisti russi (diretti antenati dei gruppi si studio e dei partiti marxisti) sottolinearono ancor più l’importanza delle macchine da stampa, allora fabbricate dalle società segrete e dai carbonari in Occidente. Lenin si definì un pubblicista,9 secondo il modello di Chernyshevskij o di Herzen, che si trasferì a Londra perché i caratteri cirillici non erano disponibili in Russia. Al contrario di quanto avvenne nell’epoca di Breznev – meglio organizzata e perciò meno assetata di sangue dell’autocrazia zarista –, la propaganda scritta precedeva e si alternava alla propaganda attiva. Nella Russia del 1880 la professione più prossima a quella di «editore» era quella di «terrorista». La litania della polizia zarista era: «Dov’è la pressa tipografica?». Cervello della cospirazione era inevitabilmente un libraio o uno stampatore. Il problema più spinoso era come spostare le cose (la letteratura sovversiva o le bombe), nascoste nel fondo delle valigie dei viaggiatori. 10

Perciò il crollo del comunismo nell’Est ha visto l’estinzione delle ultime società letterate europee: il trionfo dalla stravaganza dell’industria dello spettacolo sulle edizioni economiche e la progressiva diminuzione del pubblico appassionato dei classici, mentre la vecchia cultura europea della stampa scivolava nella «cultura di massa» importata dall’America. Il dirottamento totalitario dell’Illuminismo, contrapposto al nuovo immaginario globale, potrebbe anche far apparire la sconfitta di Diderot per mano di Disneyland una forma di emancipazione. Per ironia della sorte la vittoria politica dell’umanesimo ha significato la sconfitta culturale degli studi umanistici. Tempi prosperi per la televisione e la pubblicità nell’Europa Orientale, tempi bui per le librerie e gli editori.

 

Alma mater

Se la storia della scuola è sempre stata carica di significati politici, a sua volta la storia politica ha avuto implicazioni scolastiche.

La «battaglia per l’educazione» è sempre stata al centro del programma della sinistra. Il socialismo, come pedagogia di una visione del mondo, sapeva di giocarsi la propria sopravvivenza su questo terreno. Ogni militante che si iscrivesse alla scuola di pensiero socialista doveva assorbire anzitutto le abitudini dell’aula scolastica. Il codice d’onore socialista era modellato su quello del bravo scolaro: chi sopporta la noia della scuola trionferà sul nemico di classe.

I movimenti operai sorsero prima dell’avvento dell’istruzione di massa. Le insurrezioni dei lavoratori della seta, gli scioperi dei tessitori e le società di mutuo soccorso non attesero la scolarizzazione generalizzata. Ma il sindacalismo e il «potere dei lavoratori» sono limitanti nelle loro idee e da sola la filantropia non avrebbe generato altro che centri di formazione per adulti. Il progetto educativo del socialismo sollevò lo sguardo oltre l’associazionismo e le corporazioni. I suoi partiti furono creati sull’onda della convinzione che la classe è istinto ma il socialismo è elevazione della coscienza. Il lavoro della scuola perciò non consisteva nell’incubazione ma nella produzione. E ciò rende conto dell’intensa attenzione riservata ai problemi didattici. «Per ogni scuola che venga aperta, viene chiusa una prigione.» La mistica di una scuola emancipata ed emancipatrice era il tributo che i partiti operai rendevano allo Stato borghese.

Molti insegnanti (fra cui Guesde e Jaurès) facevano la spola dalla lavagna al pulpito. La Prima Internazionale (1864) e la Lega per l’Educazione dei Lavoratori (1867) avevano in comune lo staff, le premesse e i periodici. Uno dei primi atti della Comune di Parigi consistette nello scegliere una Commissione per l’Educazione, diretta da Edouard Vaillant. Louise Michel, che dopo la repressione della Comune fu deportata in Nuova Caledonia, aprì lì una scuola per i canachi (se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe senza dubbio fondato anche il primo quotidiano dell’isola). Dal suo inizio nel 1920 il Partito comunista francese ha assoldato i suoi quadri fra gli insegnanti e i docenti universitari. Fra le due guerre, il ramo meglio costituito dell’Internazionale era la sezione dell’educazione dei lavoratori, diretta da Georges Cogniot, latinista praticante.

Gli operai tessili avevano fornito i pilastri dell’immaginario comunista durante la prima rivoluzione industriale. I minatori e gli operai delle fabbriche d’acciaio li fornirono durante la seconda.

Ma è il maestro elementare, con la sua modestia spartana e sentenziosa, a mostrare quanto le radici del socialismo organizzato affondino nella cultura preindustriale dell’Illuminismo.

Nelle sue memorie, l’ex comunista Gérard Belloin, figlio dei campi e delle pagine dei libri, autodidatta illuminato dalla Resistenza, offre un singolare esempio dell’ecologia militante:

«quando in quattro o cinque passavamo la notte a far scivolare i nostri volantini sotto le porte o nelle cassette delle lettere, provavamo, al ritorno, la gioia del maestro dopo la lezione». Belloin si metteva in viaggio non per farsi bello agli occhi del partito ma per puro spirito di dedizione. A quel tempo (siamo negli anni Cinquanta, sui banchi della Loira):

gli insegnanti […] non erano di quelli di cui si poteva negare il successo sociale o contestare la qualità dello sforzo personale che tale successo aveva richiesto. Secondo la scala dei valori comunemente ammessa e considerata la spiegazione ultima dell’esistenza di classi sociali, era anzi precisamente il contrario […] Gli insegnanti erano portatori del sapere. Erano quasi i soli nel Paese ad essere riconosciuti come tali, insieme con i medici […], il parroco, l’esattore, il notaio e il farmacista […] Vivevamo all’insegna del sacro rispetto del popolo per l’istruzione, i libri e gli intellettuali. 11

La natura rituale di questo rispetto permeava il meglio (Belloin e quelli della sua razza) e il peggio, che li avrebbe attorniati e schiacciati. Il germe dello stalinismo giaceva nella schiettezza dell’enciclopedismo, quello della stupidità dentro l’intelligenza. Prevalse la distinzione fatale tra leader e militanti.

L’autorità intellettuale divenne terreno della dominazione politica. La conoscenza fu nazionalizzata, perché le dottrine, come i templi o gli Stati, necessitavano di frontiere e di ecclesiastici armati che le proteggessero. Il despota più filisteo si trovava inghirlandato con gli allori della conoscenza. L’accademismo, la museomania e il generale odore di naftalina che impregnavano la società sovietica divennero endemici quando la forma della «tradizione» fu elevata a norma del futuro: la vendetta postuma dell’archivio sull’invenzione. Il didatticismo, la tediosità e la rigidità del discorso sovietico, la sua tristezza moralistica sono il risultato di una scuola che poggia sul pensiero e lo sottomette con pugno di ferro. Il manuale diventa programma di studio e a risultarne sono la rozza semplificazione, gli stereotipi, il linguaggio bigotto.

Paradossalmente, la cultura socialista era attaccata a un programma di studi elitario, che rispecchiava i valori «borghesi», per non dire «aristocratici», che con il loro declino hanno accelerato di molto quello del socialismo. Nella prima metà del XX secolo il socialismo era caratterizzato da un universo educativo che disprezzava la conoscenza tecnica, il commercio, l’industria e persino la matematica, e insegnava il latino e il greco come lingue viventi. Se il lettore di oggi frugasse tra gli archivi del movimento dei lavoratori francese prima della sua «bolscevizzazione» da parte dei comunisti e della sua standardizzazione da parte dei socialisti, avrebbe l’impressione di spostarsi dal magazine «Hello!» a una «Rivista di metafisica ed etica». Jaurès e Blum possedevano il medesimo bagaglio culturale di Marx e di Trotsky, e dei loro avversari Barrès e Maurras. Sussistono affinità più profonde tra Jaurès e Barrès che non tra Jaurès e uno degli odierni leader socialisti.

Per questa ragione, in vacanza Jaurès si portava da leggere il De rerum natura in lingua originale. Blum amava rilassarsi con una traduzione di Lucrezio. L’elefante socialista di oggi si porterà dietro un bestseller di stagione e un quotidiano scritti in anglofrancese. Se preferisse Lucrezio agli ultimi sondaggi d’opinione, perderebbe in breve la propria leadership. Il biotopo fa l’animale, e non viceversa.

 

Il quotidiano, liturgia mattutina

huma_popLibri, scuole, quotidiani: per il militante di partito, l’accento poggiava soprattutto su questi ultimi. Le prime pubblicazioni operaie di breve vita in Francia apparvero fra il 1830 e il 1840. Fu infatti «L’Atelier», il giornale di Philippe Buchez, a coniare nel 1840 l’espressione «classe operaia». Il periodo era cruciale: fu allora che la parola d’ordine «creare una scuola» si trasformò in «creare un partito». Per la Chiesa il quotidiano è un di più; per il partito, è un dovere. «L’Humanité» era strategica per il PCF, come «La Croix» non è mai stata per le gerarchie ecclesiastiche. Le chiese sono nate e morte molto prima dell’invenzione della stampa, ma nessun partito dei lavoratori esisteva prima della comparsa dei giornali popolari intorno al 1860. L’ideologia socialista è vissuta per tutta la durata della forma chiamata partito e la forma-partito è vissuta finché sono esistiti i quotidiani di partito: un centinaio d’anni. «Le Peuple», per esempio, organo dei Socialisti belgi, spirò con dignità nel 1979, all’età di 94 anni. Aveva combattuto per il suffragio universale, l’emancipazione delle donne e i diritti dell’uomo con Jaurès, Vandervelde e Huysmans. Poi è soltanto sopravvissuto, un’entità differente sotto lo stesso nome.

«Il giornale non è solo un propagandista e agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo» (Lenin). La sua diffusione unisce, creando una rete di scambi e collegamenti.

Jaurès, Trotsky e Lenin eseguivano gli stessi compiti (scrivere, fotocomporre, stampare, spedire) di Vallès a «Le Cri du peuple», Elisée Reclus a «Le Révolté», Jean Grave a «Temps nouveaux». Se a ispirarle erano Marx, Bakunin o Fourier, le parole stampate erano seminate per mietere attivisti. Lenin fondò il suo partito con «Iskra», Guesde con «L’Egalité» e Jaurès con «La Petite République». Cabet diffuse il suo sogno icario con gli strumenti e i metodi usati da Marx e Engels.

Il notiziario politico aveva serie implicazioni, rendendo testimonianza dell’attiva mediazione di un’idea di uomo fra gli uomini: una prospettiva volta al futuro e calata nel presente. I quotidiani tradizionali, prodotti di un conglomerato di media, sono concepiti come scatole nere: gli eventi entrano, le informazioni escono. Un organo di classe o di partito ha un diverso dovere: trasformare una concezione del mondo in un piccolo cambiamento, un sistema filosofico in uno slogan quotidiano. Gli eventi sono accentrati da e sotto un’idea, le energie individuali dal gruppo dirigente. A differenza dei quotidiani specchio della società, il giornale-guida adempie al ruolo che Kant assegnava allo schema: interprete e intermediario fra il puro concetto e l’apparire delle cose. Nella tradizione della stampa socialista, l’autore della dottrina è intermediario di se stesso. Ciò è quel che lo distingue dal contemporaneo cultore delle belle lettere.

«L’altra professione che gli “intellettuali” hanno sempre praticato accanto alla propria è stata senz’altro quella di stampatore», ha scritto Charles Andler nella sua Vie de Lucien Herr. «Verrà certamente un tempo in cui gli scrittori e gli scienziati sapranno usare una linotype. Se vorranno pubblicare un libro, potranno affittare una rotativa, così come si noleggia un’automobile per spostarsi.»12

Lo stesso Herr era un pioniere al riguardo. Bibliotecario all’Ecole Normale, assistente di Jaurès e Blum, fu per molti anni l’anonimo responsabile delle pagine di politica estera dell’«Humanité» (un nome coniato da lui). Aragon, Nizan o D’Astier fecero altrettanto. Fino a poco tempo fa, una conoscenza della stampatrice e della gestione di un giornale era indispensabile per il lavoro degli intellettuali, che non delegavano mai tale routine ad altri, preferendo essere caporedattori, impaginatori, correttori di bozze, grafici e direttori di se stessi. Dirigere un giornale e dirigere un partito erano compiti che spesso si sovrapponevano.

Era impensabile un segretario di partito illetterato. Se il giornale politico serviva da organo interno per le battaglie degli intellettuali, il quotidiano era destinato ai laici e ai non professionisti della politica. Secondo l’espressione di Lenin, esso formava un ponte fra «la teoria d’avanguardia» e lo «spontaneo movimento di classe» o, come preferiva dire Jaurès, fra «metafisica» e «mondo». Il giornale riuniva il filosofo e l’operaio, assicurando al socialismo quel legame costante fra l’intellettuale e la gente che la scuola forniva ai repubblicani.

Finché la stampa rimase il principale terreno d’incontro di questo tipo di interscambio, la professione politica e quella intellettuale – dal grande scrittore al tipografo – ebbero una base comune. Nella sua assenza, la penna e il tornio si sono voltati a vicenda le spalle. La specializzazione dei politici – in quanto tecnici del consenso – è andata di pari passo con quella della stampa, del giornalismo e dell’editoria. Dal XVII secolo al Novecento, la stampa è stata un luogo di incontro, un punto di contatto fra persone di differente professione e classe sociale, dove la fecondazione incrociata era pressoché inevitabile.

Gli scrittori e i parlamentari non condividono più un comune insieme di strumenti. Un rapporto che una volta era pratico e professionale si è sfaldato nell’estraneità del partitococktail.

 

Il partito

 

Si è scritto molto sul declino dei partiti politici e, quindi, del progetto socialista. Ma un fattore che è stato in gran parte ignorato è la transizione dalla scrittura (flessibile, decentrata, accessibile) all’audiovisivo (industriale, costoso); il calo di qualità della stampa e le modifiche delle tecniche di stampa. La fotocomposizione ha distrutto le ultime basi culturali del movimento operaio. L’arte di fabbricare il libro e la sua tradizionale casta di esperti e commentatori sono diventate tecnologicamente ridondanti. La stampa ha perso il suo primato, l’intellettuale critico il suo milieu, la politica socialista il suo punto di riferimento.

Tutti e tre sono in crisi. Se è vero che «la prima libertà della stampa è di non essere un’industria», bisognerebbe aggiungere che dal 1881 al 1970 la stampa fu anche un’industria. Ora è essenzialmente un’industria. È difficile rendersi conto che, nel 1904, Herr, Blum e Lévy-Bruhl – un bibliotecario, un avvocato e un docente universitario – poterono lanciare un quotidiano come «L’Humanité», stampando la prima edizione in 138.000 copie e investendo 850.000 franchi. Le società proprietarie dei media sono cambiate nella natura oltre che nella dimensione. La concentrazione delle testate, il peso determinante dei budget pubblicitari e il volume degli investimenti hanno fatto alzare i costi di gestione di un quotidiano ben oltre il portafogli e le capacità tecniche di una manciata di intellettuali privi di mezzi economici.

La separazione del produttore dai mezzi di produzione nella sfera giornalistica coincide con la separazione della teoria dalla pratica nel dominio politico. Benché ci siano macchine elettorali – ancora chiamate, per inerzia, «partito» – che pubblicano bollettini interni per i loro indifferenti rappresentanti, l’arco che una volta collegava l’azione e il futuro, i partiti e gli intellettuali, si è spezzato. I partiti hanno cessato di essere produttori di idee alternative, mentre gli scrittori e i pensatori devono gettarsi in massa nelle reti televisive che hanno acquisito una vita industriale e commerciale loro propria, tanto estranea alla creazione intellettuale quanto all’ideologia utopica. Il cambiamento dalla grafosfera alla videosfera ha dissolto il rapporto tra la base tecnica del partito e la sua logica dottrinale. La distinzione fra sinistra e destra in politica risiedeva nella produzione dei mezzi di dissidenza: una rete professionale di quotidiani, riviste, istituti di ricerca, club del libro, conferenze, società e così via. Nessuna lotta di classe senza classi sociali. Ma nessuna lotta di fazione senza scontro di opinioni, nessuna politica senza polemiche. E nessuna battaglia delle idee, quando il denaro diviene la sola forza nella guerra delle onde radio. A farne le veci, si scatena il conflitto delle immagini e delle personalità, le battaglie a suon di scoop giornalistici. Qui non c’è bisogno di partiti.

In passato gli atti dei congressi socialisti, sei mesi dopo, venivano pubblicati per intero in un volume (quello del Congresso di Marsiglia del 1879, che unì il movimento dei lavoratori francesi, era di 800 pagine) che diveniva la bibbia fino alla seduta successiva. Il mondo politico non ha mai visto tanti forum, conferenze, congressi come oggi. Ma invano ne cercherete gli atti in libreria. I partecipanti «parlano» di idee come si parla di vestiti. Le mozioni (stampate) sono meri pretesti per alleanze tattiche di campioni telegenici. In termini mediologici, non sarebbe troppo esagerato dire che, poiché i dibattiti non sono pubblicati, non c’è nessun appello alle idee: la televisione – nuovo test delle performance – non ne ha bisogno. Di qui, la nuova ideologia «anti-ideologica» e la sostituzione con le proposte individuali dei programmi di partito, delle posizioni teoriche con quelle personali.

Dal punto di vista quantitativo, naturalmente, le cose non potrebbero andare meglio per libri, scuole e quotidiani. Non ci sono mai stati così tanti volumi, studenti, autori ed editori.

Ma la mediosfera non è una questione di statistica. In verità, può esservi una relazione inversa fra l’eclissi della forma e la proliferazione del contenuto, fra le dimensioni del prodotto e il suo status. L’istruzione di massa dapprima ha diluito, poi cancellato il simbolismo dell’università o della scuola. L’istruzione è ora un servizio pubblico, come la metropolitana o la fornitura di elettricità, che si rivolge a clienti piuttosto che a discepoli. Esistono molte più biblioteche pubbliche nella video sfera di quante ce ne fossero nella grafosfera, ma quella che era «il laboratorio dello spirito umano» (Abbé Grégoire) sta diventando un luogo di transito, di accesso alle informazioni.

Non sono mai apparsi così tanti libri – 35.000 nuovi titoli all’anno in Francia – o così tante copie. Ma il pubblico si sta restringendo e l’aura del libro, o di ciò che di esso rimane, si è trasferita al volto dell’autore, dal momento che è lui che appare in TV. Eccezionalmente, la parola stampata può ancora distruggere.

Ma può ancora dare vita a qualcosa? E, se così è, a che cosa?

 

Tempo, velocità e ambiente

 

Il primo elemento di una risposta: la temporalità. Le metafore della diffusione, legate al calore o ai liquidi, comportano tendenzialmente un processo abbastanza lento. Nel 1850, o nel 1880, un’idea che passasse inosservata non andava persa per sempre. La chimica aveva tempo di lavorare. Un messaggio poteva sopravvivere sugli scaffali di una libreria, attendendo un successivo incontro. Il migliore esempio di tale meccanismo a scoppio ritardato lo offre la diffusione dell’opera di Marx. Ci vollero venti o trent’anni prima che i suoi libri avessero effetto e lo scarto che separava la produzione dalla trasmissione si è rivelato cruciale per l’influenza definitiva della dottrina. La prima edizione francese del primo volume del Capitale andò esaurita in venticinque anni. Nella sua famosa lettera del 1872 al «cittadino Maurice Lechâtre», autore della prefazione al libro, Marx scrisse: «Approvo la vostra idea di pubblicare la traduzione di Das Kapital a fascicoli. In quella forma il lavoro sarà più accessibile al proletariato e per me questa considerazione vale più di ogni altra cosa». Era necessario un certo tempo perché il proletariato avesse «accesso» alla conoscenza del proprio sfruttamento. Fra il 1872 e il 1875 Lechâtre distribuì 44 fascicoli di 40 pagine ciascuno. Il primo fascicolo fu audacemente stampato in 10.000 copie e venduto a un prezzo di dieci centesimi. Le vendite raggiunsero il picco il primo giorno: 234 copie. Poi, fu il disastro. Non c’erano soldi per la pubblicità né il sostegno di un’organizzazione politica. Solo venticinque anni più tardi, con l’aiuto dal partito operaio di Jules Guesde, furono venduti i restanti fascicoli.13 Di fatto, Il Capitale incominciò a essere preso seriamente da in considerazione una manciata di militanti e gruppi scientifici solo nel 1890: sette anni dopo la morte di Marx. Fino ad allora era stato letto solo in forma condensata (la riduzione di Delville del 1883 contava 253 pagine) o presentato nei seminari come quelli di Lafargue.

Poco diversa fu la sorte del Manifesto del Partito comunista, pubblicato a Londra in tedesco. Al tempo della Comune, nel 1871, veniva giudicato una «curiosità bibliografica». Solo nel 1872 apparve tradotto in francese, ventiquattro anni dopo che era stato steso, per merito della figlia di Marx, Laura Lafargue. Nel 1885 incominciava appena a incontrare un modesto successo.

La miseria della Filosofia fu pubblicato in proprio a Parigi, nel giugno 1847. Sei mesi dopo erano state acquistate 96 copie. L’editore spediva degli estratti gratuiti agli amici dell’autore, chiedendo solo i quindici soldi del confezionamento e dell’affrancatura: tutti i destinatari glieli restituirono. Nelle 532 pagine della Storia del comunismo di Alfred Sudre (1848) non si fa neppure menzione di Marx o di Engels. La prima edizione del Capitale si guadagnò due recensioni in francese, entrambe su oscure riviste accademiche. Una, sul «Journal des Economistes», era firmata da Maurice Bloch; l’altra, su «Philosophie Positive», da Roberty: entrambi rimproveravano all’autore di «non far altro che criticare, senza suggerire concrete proposte per il futuro».

Era così raro incontrare un articolo sulla sua opera su un giornale inglese che, quando ne apparve uno, nell’inverno 1881, Marx lo mostrò alla moglie sul letto di morte «per rischiarare i suoi ultimi istanti», come egli stesso ebbe a scrivere. Tornando indietro con lo sguardo a un mondo in cui la vita e lo status dell’autore sostenevano le scuole di ricerca teoretica nelle scienze umane, la questione è come sia stato possibile che uno scrittore praticamente sconosciuto di libri difficili, nessuno dei quali suscitò scalpore, abbia poi «plasmato» il mondo intero per cento anni.

Un secondo elemento: l’ambiente. I mammiferi non seppero diffondersi nel pianeta nei 140 milioni d’anni dell’era mesozoica.

Soltanto la repentina estinzione dei dinosauri alla fine del Cretaceo ha consentito loro di avventurarsi fuori delle loro nicchie altamente specializzate e moltiplicarsi sulla terraferma.

Fino a quando lo sconvolgimento geofisico delle masse continentali non ebbe provocato un favorevole cambiamento climatico (e così della flora e della fauna), la competizione con i rettili volanti e i brachiosauri di cinquanta tonnellate erano impensabili, considerata la sproporzione dei mezzi per la sopravvivenza fra le specie.

I biotipi culturali si bilanciano non meno delicatamente e nella giungla delle idee sociali la sopravvivenza del più adatto presuppone una certa proporzione dei mezzi della lotta. Marx ha tratto beneficio dalle condizioni insolitamente misurate della grafosfera preindustriale: una più piccola popolazione mondiale e una limitata alfabetizzazione dell’Occidente significavano meno libri sul mercato e, quindi, una più facile battaglia per il riconoscimento, essendo tutte le armi più o meno uguali. Ai tempi di Marx, Hugo o Michelet, la tiratura di un libro «difficile» rispetto a un bestseller era in proporzione all’incirca di uno a dieci o, più spesso, di uno a cinque. Oggi è di uno a mille. Attorno al 1848 il giovane Marx pubblicava un migliaio di copie di ogni opuscolo o periodico (800 copie per La miseria della filosofia, 1.000 per «Annali franco-tedeschi» in cui apparvero La questione ebraica e Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

Ma gli scrittori di successo non superavano le 3-4.000 copie.

Oggi, malgrado l’enorme crescita del pubblico librario, quella cifra rappresenta ancora la media dei saggi di teoria politica, di storia economica o di sociologia. L’autore di un’opera di ricerca critica che vada controcorrente può dirsi fortunato se raggiunge i duemila lettori. Ma le massicce piattaforme di lancio dei media a disposizione di coloro che dominano le classifiche delle vendite finiscono anche con il polverizzare le piccole produzioni colte, più complesse e perciò più vulnerabili, che non hanno il tempo per ritagliarsi una nicchia di lettori a causa della drastica riduzione della durata media di un ciclo librario: tre mesi per un libro di successo. Gli altri possono rimanere nelle vetrine delle librerie per tre settimane. È cresciuto il numero degli editori, ma anche il loro tasso di mortalità.

La critica marxista del capitalismo non avrebbe potuto diffondersi, pare, se il capitalismo industriale avesse già annesso la sfera dei beni simbolici. Marx trasse profitto dall’arretratezza dei circuiti culturali rispetto a quelli della produzione di mercato. Un centinaio di anni dopo non avrebbe avuto la stessa possibilità. Essendo tutte le cose uguali su altri fronti, all’interno della logica dell’immagine e dei mercati (i talkshow letterari, le top-ten settimanali), Das Kapital sarebbe rimasto quel che era quando apparve la prima volta: una stravaganza accademica da bibliofili e non la fonte ispiratrice di un movimento politico di massa. Marx e Engels scrivevano allo snodo di due ere tecnologiche: quella della «macchina meccanica», che allevia lo sforzo muscolare, e quella della «macchina energetica», che sfrutta la forza naturale. Il socialismo di Stato si è sviluppato in un secondo momento: la macchina per spostarsi e la macchina dell’informazione, l’automobile e la televisione. Allo stesso modo, anche il secolo della crescita e del declino del comunismo ruotò attorno a due ere: due tipi di memoria, letterale e analogica. Il «socialismo scientifico» non sopravvivrà al cambiamento dalla trasmissione elettromeccanica (le rotative, il telegrafo) alla radiodiffusione elettronica. Il partito non si trovava a suo agio con il telefono. È sopravvissuto al wireless, ma il limite era la radio a transistor. Il tubo catodico e il chip di silicio hanno scandito la crisi generale. Le trasmissioni radio crossborder hanno spazzato via le reliquie e il live-broadcast satellitare ne ha officiato il funerale.

Una crisi della riproduzione culturale come quella del socialismo tende a gettare nella stessa luce anche le leggi che governano altre culture. Dovremmo guardarci dall’emulare i trotskisti americani che, prendendo atto dell’estinzione del trotskismo negli Stati Uniti del dopoguerra, hanno postulato la morte di tutte le ideologie del pianeta. Confondere un cultura con un’altra cultura, la fine di un’epoca con la fine del tempo è il tradizionale errore del tradizionalista. Ogni crollo è latore di una rinascita e gli dèi che sono fuggiti dalla porta principale rientreranno, presto o tardi, dalla finestra.

Prigione, esilio, telefono

 

Un’ecologia del socialismo deve considerare anche i fattori extraculturali, per non dire anticulturali, che una volta assicuravano la coesione della comunità. Come un musulmano o un cristiano, un militante non è mai davvero isolato: è sempre membro della collettività. L’impegno politico procede attraverso un trasferimento dell’immagine del gruppo sull’individuo e l’intensità del senso di appartenenza del militante è misura della sua capacità d’iniziativa. L’etologia ci ha insegnato che una società di primati si compatta in proporzione all’ostilità del suo ambiente. Sotto questo aspetto i rivoluzionari, come i credenti, sono un po’ più primati14 degli altri. Hanno una necessità viscerale della messa al bando e delle prigioni. Queste erano le condizioni storiche per la creazione dell’ambiente di un pensiero caparbiamente ribelle. Promosso a burocrazia, il «movimento dei lavoratori» è andato in pezzi, perché il suo cervello ha cessato di funzionare nel momento in cui ha barattato l’invidiabile stato di oppresso con la mortale posizione di oppressore. Di qui l’immensa superiorità spirituale dei dissidenti dell’Europa orientale rispetto ai burocrati dominanti, dal momento che i primi riguadagnavano tutte le risorse dell’antica intellighenzia secessionista, a cominciare dalla prigione e dall’esilio. Questa è la lezione che si deve trarre dall’espansione e dalla contrazione del socialismo: finché c’era repressione, c’era speranza.

Spieghiamo: il socialismo fu il tentativo di costruire un mezzo alternativo di diffusione entro un ambiente ostile. Poteva l’idea diventare un’«ideologia» se i microcircuiti della solidarietà non avessero stabilito un miniambiente per se stessi, in questo spazio informe? (Intendendo, per miniambiente, reti di informazione sostenibili e poco costose, comunità alternative e controculture, che dovevano la loro capacità di resistenza alle forze che le avevano strette d’assedio dall’esterno.) Per fare in modo che il mito scritto facesse scattare la scintilla dell’azione sociale, gli elettricisti dell’emancipazione dei lavoratori dovettero disconnettere i cavi tradizionali e allestire da soli un improvvisato cablaggio. I metodi dell’organizzazione sotterranea servivano da rivestimento protettivo, per proteggere la telegrafia proletaria dai disturbi e dalle interferenze borghesi. Il romanzo della clandestinità era essenzialmente un pragmatismo comunicativo. Percorrere i sentieri della rivoluzione lungo i due secoli passati ci porterebbe nei pressi dei muri di protezione e degli ombrosi angoli che per Rabelais erano inevitabili luoghi «del mormorio e del complotto».

Ma con gli occhi e gli orecchi occupati ogni sera dal medesimo notiziario riproposto in quattro versioni, i muri della cella o della sezione vengono dapprima perforati, poi spazzati via dalle onde radio. Finora erano riusciti più o meno a conservare una diversità di pressione o di temperatura rispetto al mondo esterno. L’omogeneizzazione dei flussi simbolici tende a dissolvere i nuclei anticonformisti in un comune gas egemonico. La televisione, oggi principale interfaccia di tutti i gruppi sociali, erode i confini fra dentro e fuori e livella l’accesso alle informazioni. Come militante di base, perché dovrei annoiarmi a partecipare alle riunioni di partito quando le notizie televisive mi daranno l’essenza di un dibattito di otto ore e i miei vicini sapranno del mio partito quanto ne so io, senza perdere tempo? Quanto al giornalista, egli sa altrettanto e spesso più del leader di partito, dato che parla con tutti e tutti parlano con lui. La presa ideologica della televisione si sovrappone alla presa del partito, perché il suo modo di organizzare la popolazione inghiotte e omogeneizza tutti i gruppi specialistici.

Per contro, le due privilegiate nicchie evolutive del socialista rivoluzionario erano la prigione e l’esilio. La prigione, per concentrarsi; l’esilio, per combattere. Leggere e scrivere sono per definizione passatempi di lusso, giacché richiedono una gran quantità di tempo libero. Dove ci si poteva ritagliare più tempo per se stessi se non nelle prigioni del XIX secolo? La prigione era la seconda università del dissidente, la panca di un’alta cultura e grande consapevolezza morale. «Quando un uomo sa che lo impiccheranno nel giro di due settimane», ha detto Samuel Johnson, «la sua mente si concentra a meraviglia». E Proudhon: «Tutto quello che sono lo devo alla disperazione». Burocrati, guardatevi dagli intellettuali che emergono dalle prigioni: sono maturati e hanno muscoli. Contro il capitalismo in Occidente e il comunismo nell’Est, i laboratori della protesta sociale erano i centri di detenzione e i campi di prigionia dei dittatori. Destra e sinistra, rivoluzionari e controrivoluzionari (Joseph de Maistre o SolÏenicyn, Dostoevskij o Maurras) hanno tratto beneficio da questi privilegi mediologici. La religione ortodossa è emersa dalle colonie penali sovietiche in forma di gran lunga migliore di quando vi era entrata.

Nella lista d’onore delle prigioni europee dal 1840 al 1930 compaiono marxisti insigni. Termina nell’Est con i campi di lavoro stalinisti (e Victor Serge). In Occidente i prigionieri del capitalismo formano gli anelli di una catena anticapitalistica, che va da Babeuf a Proudhon a Gramsci, da Blanqui a Bebel a Guesde. Fu la deportazione in Siberia a permettere a Lenin di concludere il suo primo grande libro, Lo sviluppo del capitalismoin Russia, incominciato in una prigione di San Pietroburgo. Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Trotsky, Blum (che ha scritto la sua più importante opera in prigione): quasi tutti coloro che hanno lasciato il segno nel pensiero socialista hanno trascorso del tempo dietro le sbarre. L’esilio ci ha portato «Marx-e-Engels», messi al bando nella loro gioventù. Per mezzo secolo, la maggior parte degli intellettuali russi è stata costretta alla clandestinità – e quindi a organizzarsi – dal regime zarista. Il socialismo francese è nato in Inghilterra; il comunismo italiano, cinese e vietnamita sono nati in Francia.

Scacciato da ogni luogo, il vecchio socialismo ha imparato a varcare le frontiere, imponendosi come puro prodotto della cultura europea. Il livello di una civiltà, ha detto Lucien Herr, si misura in base al grado di cosmopolitismo. Essere sradicati risveglia la ragione per mezzo del confronto: ed è sempre un buon inizio.

Stalin e Mao sono assenti all’appello degli esiliati: poche volte Stalin ha lasciato la Russia e Mao la Cina (se non per andare a Mosca, dove si è chiuso per evitare di vedere il mondo esterno). I despoti del feudalesimo sociale avevano un’anima sedentaria. Di regola i grandi paranoici parlano solo la lingua madre. Ancorati al suolo, non nutrono curiosità per l’altro, non hanno l’impulso di sfidarlo o di fondersi con lui. Gli autocrati hanno paura di viaggiare, rifuggono dal disorientamento e dagli incontri sgradevoli.

Eppure la mediosfera sembra aver spogliato la diaspora della sua precedente produttività. L’esodo favoriva la creatività intellettuale, stimolando gli scambi scritti. I corpi si incontravano meno di frequente, ma le menti erano in più stretto contatto. Si consideri il debito che la scrittura socialista ha contratto con l’arte epistolare: Marx e Engels hanno elaborato metà delle loro teorie per mezzo delle lettere, e praticamente tutta la loro attività politica ha dovuto attraversare una cassetta della posta. La Prima Internazionale è stata concepita da Marx come ufficio centrale della corrispondenza del proletariato. Oggigiorno i militanti socializzano di più e sanno meno delle idee dell’altro. Più conversazione vuol dire meno controversie. Il telefono ha distrutto l’arte epistolare e nel processo ha diminuito la statura morale dei tentativi di sistematicità razionale. La posta elettronica non l’ha ripristinata. Raramente alziamo il telefono per comunicare una complessa sequenza di principi e temi: lo utilizziamo per chiacchierare. Il discorso generale è stato indicizzato dalle bardature dell’intimità e della vita privata. Il cellulare, Internet, il computer portatile e l’aereo vanno bene per l’internazionalizzazione, ma rendono meno organica la solidarietà: letale per l’internazionalismo. Ampliano la sfera dei rapporti individuali e nel contempo li privatizzano: particolarizzano anche mentre globalizzano. Il cellulare dà origine a una permanente relazione one-to-one. Allontana l’universale dalle nostre teste.

La crisi del socialismo, allora, è che, anche se può riesumare i propri principi fondatori, non può ritornare alla sua logica culturale fondativa, ai suoi circuiti di produzione e diffusione del pensiero. Il collasso della grafosfera lo ha costretto ad abbassare le armi e a entrare nella videosfera, i cui network di pensiero sono letali per la sua cultura. Un esempio pratico:

per scoprire che cosa accade bisogna guardare la TV standosene a casa. Siamo agli arresti domiciliari borghesi, perché al di sotto dello slogan «la casa di un uomo è il suo castello» si nasconde sempre «ciascuno per conto proprio». La smobilitazione del cittadino inizia con l’immobilizzazione fisica dello spettatore.

Quali ulteriori implicazioni del pensiero sociale possiamo ricavare dai «tre corollari» della logosfera, della grafosfera e della videosfera: la parola, la stampa, lo schermo? Sarebbe possibile classificare una serie di norme e di funzioni inerenti a esse in ciascuna delle epoche successive. Così, l’autorità simbolica per la logosfera è l’invisibile; per la grafosfera la parola stampata; per la videosfera il visibile. Statuto dell’individuo: soggetto; cittadino; consumatore. Massima dell’autorità personale: «Dio mi ha detto»; «L’ho letto»; «L’ho visto in TV».

Eppure, nonostante questi tre regimi si siano succeduti nel tempo storico, ciascuno dei quali facendo valere individualmente le proprie forme e modi predominanti, dovrebbe essere chiaro che ognuno di noi contiene tutte e tre queste età allo stesso tempo. Dentro di noi giace un Est calligrafico, un’Europa della stampa, un’America degli schermi panoramici. E i continenti negoziano all’interno di noi senza perdere il loro relativo posto. Ciascuno di noi è, al contempo, Dio, Ragione ed Emozione: teocratico, ideocratico, videocratico. Santo, eroe e divo. Sogniamo di noi stessi come se fossimo fuori del tempo.

Pensiamo al nostro secolo e ci domandiamo che cosa fare questa sera.

 

* Régis Debray (Parigi, 1940) filosofo e mediologo. Dopo un periodo trascorso a Cuba, partecipa alla campagna in Bolivia di Che Guevara e viene fatto prigioniero, restando in carcere per quattro anni. Torna in Francia nel 1973. Dall’inizio degli anni Novanta si interessa in particolare al rapporto tra le tecnologie mediali e l’organizzazione collettiva; battezza «mediologia» questa nuova scienza. È autore di un’autobiografia in tre volumi e di numerosi saggi di argomento politico, filosofico e religioso, tra i quali: Un candide en Terre sainte, Gallimard, Parigi 2008; Dieu, un itinéraire, Odile Jacob, Parigi 2002, tr. it. Dio, un itinerario, Raffaello Cortina, Milano 2002; La République expliquée à ma fille, Le Seuil, Parigi 1998, tr. it. La Repubblica spiegata a mia figlia, Armando Editore, Roma 2002; L’Etat séducteur, Gallimard, Parigi 1997, tr. it. Lo stato seduttore, Editori Riuniti, Roma 1997.  

NOTE:comune

1. Vedi Régis Debray, Cours de médiologie générale, Gallimard, Parigi 1991: il saggio è ricavato dalla Neuvième leçon. Vie et mort d’un écosystème: le socialisme.

 2. Citato in Georges Duveau, La pensée ouvrière sur l’éducation pendant la Seconde République et le Second Empire, Domat Montchrestien, Parigi 1947.

 3. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 459. Passaggio analizzato in Jacques Derrida, De la grammatologie, Les editions de minuit, Parigi 1967, pp. 36-45 (trad. it., Della grammatologia, Jaca book, Milano 1998).

 4. Gérard Belloin, Nos rêves, camarades, Parigi 1979 (trad. it. I nostri sogni, compagni, Dedalo, Bari 1982, p. 82).

 5. Eric Hobsbawm, La diffusione del marxismo (1890-1905), in «Studi storici», vol. 15, n. 2 (1974), pp. 241-69.

 6. Victor Hugo, «A qui la faute?», in L’Année terrible (1872).

 7. Jules Vallès, L’Insurgé, Losanna 1968, pp. 48-49 (trad. it. L’insorto, Sonzogno, Milano 1916); Victor Hugo, OEuvres complètes, Parigi 1968, vol. VII, p. 678.

8. Partecipare, nel 1961, alla campagna nazionale cubana che portò un milione di contadini analfabeti a contatto con la scrittura era come un incontro fisico con l’immaginario progressista del libro.

 

9. «Noi teorici, o, come direi meglio, pubblicisti della socialdemocrazia»: Vladimir Ilicˇ Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1905), Editori riuniti, Roma 1978.

 

10. Ci sia permesso osservare per inciso quanto siano estranei i modi «del socialismo realmente esistente» nella Cambogia di Pol Pot, quanto remota la mistica urbana dell’alfabetizzazione e della cultura da quel culto selvaggio dell’ignoranza rurale. I Khmer Rossi hanno decretato: niente libri, niente scuola. Essi hanno saccheggiato i giornali e le biblioteche di Phnom Penh, hanno chiuso l’università, hanno serrato con lucchetti i licei. L’unico medium consentito era la radio. Un partito senza organo ufficiale di stampa! Il ritorno alla giungla di Pol Pot era coerente: la strage dei colti, un’espressione che avvolge chiunque abbia frequentato qualcosa di più delle elementari; xenofobia all’ingrosso; rifiuto della civiltà urbana e gerontofobia come assioma politico (nessuno che abbia più di 23 anni potrebbe appartenere all’organizzazione).

 

11. Gérard Belloin, Nos rêves, camarades, op. cit., p. 102.

 

12. Charles Andler, Vie de Lucien Herr, F. Maspero, Parigi 1977.

 

13. Vedi Maurice Dommanget, L’Introduction du marxisme en France, Editions Rencontre, Losanna 1969.

 

14. Primate: mammifero dotato di placenta, di dentatura completa e di mani prensili.

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