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Lidia Menapace: tradimento e traduzione

284964_10150247628998264_3654914_nIl quotidiano Il Centro ricorda la mia battaglia per l’introduzione della doppia preferenza nella legge elettorale regionale. Allora praticamente tutti i partiti presenti in consiglio regionale si opposero apertamente o meno: Quote rosa inesistenti: “Regione Abruzzo maschilista” titola il giornale. Non è corretto parlare di “quote rosa” nel caso della proposta della doppia preferenza di genere ma nonostante l’imprecisione si evince chiaramente che la mancata approvazione della nostra proposta ha comportato l’elezione di un Consiglio monosessuato (2 donne e 29 maschietti). Rifondazione Comunista è stato il primo partito ad avanzare la proposta alla‪ Regione Abruzzo‬. Quando presentammo per la prima volta la proposta eravamo tra le prime regioni in Italia, non avendola approvata ora come scrive il Centro siamo fanalino di coda: “L’Abruzzo risulta essere il fanalino di coda in Italia – insieme alla Calabria – sul recepimento della direttiva nazionale sulla doppia preferenza di genere alle elezioni regionali”. Da due anni non siamo presenti in Consiglio a causa di una legge pensata per farci fuori innalzando lo sbarramento dal 3 al 4% per le liste non apparentate. Continuamente però si torna a discutere delle tante proposte che avevamo presentato. Poi dicono che siamo “il partito del NO”. 
Ritornando al tema delle “quote rosa” – che non c’entrano direttamente con la doppia preferenza – mi è tornata in mente una cosa che ripete sempre la compagna Lidia Menapace e che ripropongo all’attenzione. 
Cito spesso le “quote rosa” come segno di tradimento al posto di traduzione.

La questione è la seguente. Le donne norvegesi furono le prime in Europa ad aver ottenuto il riconoscimento del diritto di voto, un po’ più di cento anni fa . Non si montarono la testa e pensarono che, se avessero lasciato fare passivamente al tempo, verso il 3003 sarebbero state forse il 12% del parlamento. Si chiesero quale forma di promozione della presenza delle donne nelle istituzioni potessero proporre: e proposero dunque un argomento detto “clausola di non sopraffazione di genere”, che consisteva (e consiste, essendo tuttora in uso) nel fatto che qualsiasi lista elettorale é valida solo se nessun genere ha più del 60% di candidature, nessuno meno del 40%. Questa clausola ha agito con tanto successo che recentemente l’uso ne è stato richiesto a favore dei candidati maschi, perchè le donne minacciavano di essere più del 60% in lista. E’ dunque una clausola molto ben studiata e applicata con esiti favorevoli, insomma equilibrata ed efficace.

 
Da noi essa è stata “tradotta/tradita” in “quote rosa” trasformando una clausola giuridicamente precisa e storicamente efficace in una specie di risibile omaggio di corte a favore di una specie in estinzione. Ecco tutto.
Già che ci sono aggiungo un estratto da un più lungo intervento di Lidia che mi è arrivato ieri via mail “contro il monoteismo culturale”.
  (…) essere arrivata ad affermare che le donne sono la maggioranza stabile della specie umana sul pianeta e in ogni paese che lo compone, e sono socialmente collocate in stragrande maggioranza negli strati più modesti socialmente, obbliga a concludere che noi donne siamo dunque il proletariato mondiale contemporaneo. Questa è la questione politica massima al mondo e in questo tempo, senza possibile smentita . Obbligo perciò di qualsiasi  persona, maschio o femmina che sia è di favorire la presa di coscienza di sè del nuovo proletariato mondiale,  pena favorirne la trasfomazione nel più grande sottoproletariato che mai si sia formato  nella  storia del pianeta.
 Chi invece di seguire questa graduatoria di problemi politici, afferma di essere favorevole alla “questione” o “condizione” femminile, e non ammette che la gestione democratica della politica di genere  è l’unica risposta democratica alla crisi capitalistica in corso, diventa un patriarca (oppure una matriarca) che offre al capitalismo in crisi il suo appoggio, utllissimo per far prosegire il sistema, non per uscire dalla crisi. E favorisce la collocazione  delle donne in un enorme sottoproletariato (anche magari essendo ministre, sottoproletarie di lusso).
  Dopo aver riflettuto molto. sono arrivata alla conclusione che sostegno di tali forme di coscienza è una cultura tipica di ciò che chiamiamo Occidente, cioè la cultura monoteista.(…)
Sono orgoglioso di essere iscritto allo stesso partito di Lidia, Una piccola pattuglia che continua a andare in direzione ostinata e contraria e che non essendo “monoteista” continua a proporre unità dal basso a una sinistra sociale e politica dispersa. 

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