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Allen Ginsberg: The Beat Generation

La prefazione di Allen Ginsberg all’antologia The Beat Book (1996) curata da Anne Waldman.

L’espressione Beat Generation nacque durante una conversazione fra Jack Kerouac e John Clellon Holmes nel 1948. Stavano discutendo la natura delle generazioni e ricordavano il fascino della Lost Generation, e Kerouac disse: <<Ah, questa qui non è che una Beat Generation>>. Si chiesero se la si potesse dire una <<generazione trovata>> (come a volte la chiamava Kerouac), una <<generazione angelica>>, o attribuirle qualche altro epiteto. Ma Kerouac si sbarazzò d’un tratto della questione dicendo Beat Generation – non intendendo con ciò darle un nome, ma lasciarla innominata.
Il famoso articolo di John Clellon Holmes uscito sul <<New York Times Magazine>> verso la fine del 1952 recava come titolo This is the Beat Generation. Titolo che si impose all’attenzione del pubblico. Poi Kerouac pubblicò anonimo un frammento di On the road (Per strada) intitolandolo Jazz della Beat Generation, e questo rafforzò l’espressione curiosamente poetica. Così è la storia originaria del termine.
Herbert Huncke, autore di The Evening Sun Turned Crimson (Sole della sera fatto cremisi) e amico di Kerouac, Burroughs e altri di quella cerchia letteraria degli anni ’40, introdusse tutti loro a quello che allora era noto come <<linguaggio hip>>. In quel contesto, la parola beat è un termine carnevalesco, <<sotterraneo>> (sottoculturale) – un termine molto usato allora in Times Square: Man, I’m beat, voleva dire senza soldi, senza un posto dove stare. Poteva anche riferirsi a coloro <<che camminavano tutta la notte con scarpe piene di sangue sulle rive nevose dei docks aspettando che una porta nell’East River si apra su una stanza piena di vapore di caldo e di oppio>> (Urlo). Oppure si usava la parola in conversazioni come <<Ti andrebbe di andare al Bronx Zoo?>> <<Nah, man, I’m too “beat”, I was up all night.>> (No, bello, sono a pezzi, sono stato su tutta la notte). L’uso originario nel linguaggio di strada significava quindi esausto, che ha toccato il fondo del mondo, e da lì guarda fuori o in alto, insonne, con gli occhi ben aperti, percettivo, respinto dalla società, che non ha nessuno su cui contare, conoscitore della vita di strada. O, altro significato un tempo implicito, beat voleva dire finito, compiuto, nella notte buia dell’anima o nella nebbia del non sapere. Poteva voler dire aperto, nel senso whitmaniano di <<apertura>>, equivalente a umiltà. In molti ambienti, beat era quindi interpretato col senso di svuotato, esausto, e al tempo stesso aperto e ricettivo alla visione.
Un terzo significato di beat, come in beatifico, fu formulato in pubblico da Kerouac nel 1959, per contrastare l’abuso del termine nei media dove veniva interpretato come <<battuto, finito>>, un <<perdente>>, senza includere l’aspetto di umile intelligenza, o di beat come nelle frasi the beat of drums (il ritmo dei tamburi) e the beat goes on (il ritmo tiene) – tutti in qualche misura errori di interpretazione o di etimologia. Kerouac (in varie interviste e conferenze) cercò di indicare il senso corretto della parola sottolineandone il nesso con parole come <<beatitudine>> e <<beatifico>> – la necessaria beatness o oscurità che precede l’aprirsi alla luce, al superamento dell’io, al dare spazio all’illuminazione religiosa.
Un quarto significato che si è accumulato attorno alla parola si ritrova nell’espressione <<il movimento letterario della Beat Generation>>. Essa si riferiva a un gruppo di amici che avevano lavorato assieme a poesia, prosa e coscienza culturale a partire dalla metà degli anni ’40, sinché il termine, alla fine degli anni ’50, raggiunse una popolarità nazionale. Il gruppo era costituito da Kerouac, Neal Cassady (prototipo dell’eroe di Per strada di Kerouac), William Burroughs, Herbert Huncke, John Clellon Holmes (autore di Go, The Horn e altri libri), e da me. Nel 1948 incontrammo Carl Solomon e Philip Lamantia, nel 1950 ci raggiunse Gregory Corso; al 1954 risale il primo incontro con Lawrence Ferlinghetti e Peter Orlovsky.
Con la metà degli anni ’50, a questo piccolo gruppo iniziale – per naturale affinità di modi di pensiero, di stile letterario, o di prospettiva planetaria – si aggiunsero, arricchendolo in amicizia e attività letteraria, alcuni scrittori di San Francisco, Michael McClure, Gary Snyder, Philip Whalen, e nel 1958, alcuni altri poeti meno noti ma di valore come Bob Kaufman, Jack Micheline e Ray Bremser, e il poeta nero LeRoi Jones, assai più noto. Tutti noi, prima o poi, accettammo il termine <<beat>>, con ironia o seriamente, sembrandoci congeniale, e nel 1959 fummo inclusi dalla rivista <<Life>> in un servizio speciale di Paul O’Neil su costumi, morale e letteratura beat, e sul <<New York Post>> in una serie in dodici puntate intitolata The Beat Generation del giornalista Alfred Aronowitz.
Alla metà degli anni ’50 si venne a creare un sentimento di fiducia e interesse reciproci con Frank O’Hara e Kenneth Koch, e anche con Robert Creely e altri ex allievi del Black Mountain College nel North Carolina. Nella nostra cerchia letteraria, Kerouac, Whalen, Snyder, i poeti Lew Welch, Diane Di Prima, Joanne Kyger e Orlovsky, oltre a me e ad altri, si interessavano di meditazione e buddhismo. (Una discussione del rapporto tra buddhismo e Beat generation si può trovare in una rassegna storica dell’evoluzione del buddhismo in America, How the Swans Came to the Lake, di Rick Fields.)
Il quinto significato dell’espressione Beat generation si riferisce alla più ampia influenza che ebbe l’attività letteraria e artistica di poeti, cineasti, pittori, scrittori e romanzieri che lavoravano a concerti, antologie, nell’editoria, nel cinema indipendente e in altri media. Questi gruppi diedero nuova freschezza alla già antica tradizione culturale <<bohemian>> in America. Tra le principali figure interattive c’erano: nel cinema e nella fotografia, Robert Frank e Alfred Leslie; nella musica, David Amram; nella pittura, Larry Rivers; nella poesia e nell’editoria, Cid Corman, Jonathan Williams, Don Allen, Barney Rosset, Lawrence Ferlinghetti. Quest’energia ricadde sul movimento giovanile dell’epoca, che stava crescendo, e venne assorbita dalla cultura di massa e della classe media alla fine degli anni ’50 e agli inizi degli anni ’60.
Alcuni ideali essenziali del movimento artistico originario si possono ritrovare chiaramente negli scritti di questi poeti, e, decennio dopo decennio, l’interesse intergenerazionale ha continuato a concentrarsi su un certo numero di temi coerenti che potrebbero essere riassunti come segue: un interesse per l’indagine della natura della coscienza, che ha condotto alla conoscenza del pensiero orientale, alla pratica della meditazione, all’arte come manifestazione dell’esplorazione della struttura della coscienza, e, come conseguenza, alla liberazione spirituale. Da ciò ci si è mossi per arrivare alla liberazione sessuale, in particolare alla liberazione gay, che storicamente ha svolto un ruolo di catalizzatore per i movimenti di liberazione delle donne e dei neri. Dall’esplorazione della struttura della coscienza si è sviluppata una concezione tollerante non teistica, quindi un antifascismo cosmico, un atteggiamento pacifico non violento in politica, il multiculturalismo, l’assorbimento della cultura nera nella letteratura e nella musica delle tendenze più avanzate, come, per far degli esempi, la spontanea <<prosodia bop>> di Kerouac, o le bizzarre identità del gruppo di poeti che saranno poi chiamati Beat generation: Burroughs, bianco protestante; Kerouac, indiano americano e bretone; Corso, italiano cattolico; io, ebreo radicale; Orlovsky, bielorusso; Gary Snyder, scoto-tedesco; Lawrence Ferlinghetti, italiano, continentale, educato alla Sorbona; Philp Lamantia, italiano surrealista autentico; Michael McClure, americano Midwest e scozzese; Bob Kaufman, afro-americano surrealista; LeRoi Jones, Nero Potente, tra gli altri. L’arte è concepita come pratica sacra, con un atteggiamento sacramentale verso ciascuno di noi in quanto personaggi. Il tono di schiettezza emerge con buon umore e con una disinvolta franchezza spontanea, l’immediatezza non premeditata nella vita e nell’arte, la fine della segretezza e della paranoia che sottende tutta la politica sessuale maschilista e la chiacchiera demagogica su su fino a CIA-KGB e alle macchinazioni nucleari. Si è poi andata accrescendo la consapevolezza che siamo in grado di distruggere la residenza umana sul pianeta se non fidiamo nella nostra miglior natura e non la esercitiamo, e con ciò giunge a termine il mito ottocentesco marxista-capitalista del progresso con le rivalità espansioniste imperialiste che implica.
Il nostro interesse per le sostanze psichedeliche come strumenti educativi, in particolare marijuana, funghi e LSD, ha condotto a un atteggiamento più realistico verso la legislazione sulla droga, portando a riconoscere che il tabacco e l’alcol sono più distruttivi per l’organismo di tutte le altre droghe eccetto la cocaina. Il problema dell’ero dovrebbe quindi essere decriminalizzato e medicalizzato, e la canapa, per ora un problema, dovrebbe essere trasformata in una risorsa economica per l’agricoltura a base familiare, contribuendo così alla ripopolazione della campagna, e alla produzione di beni derivati da colture rinnovabili (tessuti, corde e altro) come alternativa alla coscienza plastificata.
E infine, la rivalutazione dell’Eros, l’atteggiamento sacramentale verso la gioia sessuale. Questi sono i temi principali che hanno intessuto tutta l’arte e la poesia e la prosa degli scrittori che ho menzionato, sin dagli inizi negli anni ’40, e che attraverso le letture pubbliche di poesia alla metà degli anni ’50 sono emersi alla superficie raggiungendo la coscienza comune. Molti di questi valori sono entrati nel pensiero diffuso accettato – per esempio, ecologia, fumar erba, liberazione gay, multiculturalismo – ma non hanno trovato alcuna applicazione nel comportamento del governo, per cui ora abbiamo più persone in prigione o sotto sorveglianza governativa di qualsiasi paese d’occidente o d’oriente.
Questa visione del mondo tollerante, da Beat generation o da <<anni `60>>, ha provocato in una destra intossicata una reazione di <<negazione>> (come si dice nel linguaggio di Alcolisti Anonimi) della realtà e ne ha rafforzato la codipendenza da leggi repressive, stato di polizia incipiente, uso della pena di morte a fini demagogici, demagogia sessuale, censura dell’arte, ira di televangelisti monoteisti fondamentalisti circa-fascisti, razzismo e omofobia. Questa controreazione sembra una conseguenza dell’aggravarsi del divario tra classi ricche e classi povere, della crescita di una vasta sottoclasse umiliata, dell’aumento di potere e lusso per i ricchi che controllano la politica e per i loro maggiordomi nei media. Prescrizione: più arte, meditazione, stili di vita di relativa penuria, evitare il consumo vistoso che sta portando a estinzione il pianeta.
Credo che le generazioni più giovani siano state attratte dall’esuberanza, dall’ottimismo libertario, dallo humor erotico, dalla franchezza, energia continua, invenzione e amicizia collaborativa di quei poeti e cantanti da Burroughs a Bob Dylan sino ai giovani Beck e Geoffrey Manaugh. Avevamo un gran lavoro da fare, e lo facciamo, cercando di salvare e guarire lo spirito dell’America.

Allen Ginsberg

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