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La mia libreria su Anobii

RIP Bob Fass, pioniere della radio undergound

Bob Fass in diretta con Abbie Hoffman. Foto del regista Robert Altman

E’ morto a 87 anni Bob Fass, un altro eroe della controcultura planetaria. Anche se molti non lo sanno il modo di fare radio alternative che si diffuse sul pianeta negli anni ’60 e ’70 deve a lui moltissimo. Il notturno radiofonico fu una sua invenzione e a fargli compagnia c’era il meglio della scena underground da Bob Dylan a Phil Ochs, da Allen Ginsberg a Timothy Leary. E soprattutto la sua trasmissione era una delle basi liberate da cui parlavano e chiamavano alla lotta Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Paul Krassner e gli Yippies. Uno sconosciuto Dylan esordì alla radio in veste di comico con lui. Nel 1963 andò a Washington alla celebre Marcia e registrò il discorso di Martin Luther King, al ritornò lo mandò in onda. Nel 1967 mandò in onda per ore la prima versione di Alice’s Restaurant di Arlo Guthrie. E lo stesso partito Yippie fu fondato in diretta telefonica da casa di Abbie e Anita Hoffman. Insomma il movement contro la guerra in Vietnam e molto altro. Radio Alice + Radio Popolare a New York con molti anni di anticipo, comprese le dirette delle manifestazioni. Al contrario degli ego dilatati che spadroneggiano sui media Bob Fass diceva “Voglio essere un neurone – non voglio essere il cervello. Siamo tutti il ​​cervello”. Vedeva la radio come il luogo in cui il general intellect della nuova generazione ribelle si potesse connettere. Trasmetteva la gioia e la rivoluzione comunitaria in corso. Dal 1962 agli anni settanta lo show da mezzanotte all’alba di Bob Fass ha fatto la storia. così lo racconta il libro di Mark Fisher “Something in the Air: Radio, Rock, and the Revolution that Shaped a Generation”: “Dall’inizio il programma non aveva formato. Era un’opera d’arte, creata di nuovo ogni notte. un missaggio di suono-musica dal vivo, discorsi registrati, casuali chiamate telefoniche, report di testimoni da zone di guerra o conflitti urbani, recitazioni di poesia e prosa, sollecitazioni per cause politiche eterne e evanescenti, annunci per droghe illegali, sperimentazioni con il rumore, la bellezza e il silenzio”. Nella sua autobiografia del 1980 così Abbie Hoffman lo raccontava tra i suoi compagni di lotta: “Bob Fass, pioniere della comunicazione, ha inventato il freestyle radiofonico, le trincee verbali da cui partivamo all’attacco della cultura di plastica. New York è una capitale dei media, il posto in cui infili tutte le spine, e Bob Fass era la nostra arma segreta. oggi FM significa radio commerciale registrata, ma Big Bob ha sempre preferito i suoi principi alle mode. Attualmente è in bacino di carenaggio”. Con gli anni Bob Fass è diventato un mito della radiofonia e alla sua storia è stato dedicato anche un film documentario che credo non sia mai stato distribuito in Italia. Il necrologio sul New York Times contiene tanti aneddoti ma soprattutto la sua fedeltà ai principi dei sixties: “Non avendo mai guadagnato più di 175 dollari a settimana, è stato costretto a vivere di assegni di disoccupazione e dei proventi della raccolta fondi. La sua ostinazione allontanava gli amici (…) ‘Nessuno di noi era abbastanza puro per lui'”. Su Counterpunch ho trovato il ricordo che gli ha dedicato Jonah Raskin, autore a me caro perchè ha curato una biografia di Abbie Hoffman e soprattutto una monografia molto bella su Allen Ginsberg che acquistai per caso a Parigi nella leggendaria libreria Shakespeare & co. del vecchio amico di Lawrence Ferlinghetti.  Continue reading RIP Bob Fass, pioniere della radio undergound

Leo Panitch: Rinnovamento del socialismo: democrazia, strategia e immaginazione (2001)

Ho tradotto questo saggio di Leo Panitch del 2001 ripubblicato dalla Montly Review dopo la sua scomparsa lo scorso 19 dicembre. 

“Suonate le campane che possono ancora suonare

Dimenticate la vostra offerta perfetta

C’è una crepa in ogni

cosa

Ecco come entra la luce”.

—Leonard Cohen, “Anthem”

Quello che è successo è successo. L’acqua che

hai versato una volta nel vino non si può più

scolare, ma

tutto cambia. Puoi

ricominciare da capo con il tuo ultimo respiro.

—Bertolt Brecht, “Tutto cambia”

Per far restituire al ladro il suo bottino,

Per liberare lo spirito dalla sua galera.

Dobbiamo decidere noi stessi il nostro dovere,

dobbiamo decidere e farlo bene.

—Eugene Pottier, “L’Internationale”

Ha senso parlare in termini di rinnovamento socialista all’inizio del ventunesimo secolo? Le massicce proteste anticapitaliste da Seattle a Praga al Quebec che hanno catturato l’attenzione del mondo all’inizio del nuovo millennio attestano il fatto che lo spirito della rivoluzione, uno degli aspetti centrali della vita politica nei secoli precedenti, non è certo  acqua passata. Se “lo spirito rivoluzionario degli ultimi secoli, cioè l’entusiasmo di liberare e costruire una nuova casa dove possa dimorare la libertà, [che] è inedito e senza eguali in tutta la storia precedente”1 inizia correttamente con le rivoluzioni borghesi della fine del diciottesimo secolo, pochi contesterebbero che questo desiderio di trasformazione sociale fondamentale sia stato in gran parte portato nel mondo del ventesimo secolo dalle aspirazioni rivoluzionarie del socialismo di trascendere lo stesso ordine capitalista. È stato il socialismo a esprimere la lotta del secolo scorso per la liberazione dalla paradossale libertà della rivoluzione borghese, cioè dalla concorrenza e dallo sfruttamento su cui si fondano le relazioni sociali capitaliste; ed è stato il socialismo a incarnare l’aspirazione a costruire una società pienamente democratica, cooperativa e senza classi in cui la libertà e l’uguaglianza potessero realizzare piuttosto che negare la socievolezza dell’umanità. Continue reading Leo Panitch: Rinnovamento del socialismo: democrazia, strategia e immaginazione (2001)

Il ritorno della censura dopo il 18 aprile. Quando la Dc tagliò Totò

Nel 1999 l’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro fece una dichiarazione alquanto discutibile sui risultati delle elezioni del 18 aprile 1948 vinte dalla DC contro il Fronte Popolare che riuniva comunisti e socialisti, i due principali partiti della Resistenza e dell’antifascismo militante. Scalfaro dichiarò che “aveva vinto la libertà”. Quel 18 aprile in realtà segnò la sconfitta dello spirito della Resistenza e un arretramento rispetto alle speranze di rinnovamento che avevano animato il paese dopo la Liberazione dal fascismo. Cominciava un periodo segnato dalla repressione di Scelba, dal ritorno al dispotismo padronale nelle fabbriche con la fine dei Consigli di Gestione e il dilagare dei licenziamenti politici e i reparti confino alla Fiat, un clima di restaurazione clericofascista e il riciclaggio dei fascisti negli apparati dello stato. I partiti di sinistra non proponevano nel 1948 l’adesione al Patto di Varsavia ma una linea di neutralismo – che tra l’altro fu perseguita da paesi della Scandinavia – e un programma di riforme che avesse come obiettivo l’attuazione della Costituzione. Si uscì da quegli anni duri solo con la rivolta del luglio ’60 e la ripresa delle lotte operaie che spostarono a sinistra il paese e gli stessi equilibri politici. Sull’Unità il critico AGGEO SAVIOLI ricordò cosa significò la vittoria DC in termini di “libertà” per il cinema italiano. Un modo per ironizzare sull’affermazione un po’ troppo unilaterale di Scalfaro. Buona lettura!

Dunque, la vittoria della Dc e dei suoi alleati, nelle elezioni del 18aprile 1948, avrebbe garantito la libertà di tutti, frenando i cavalli cosacchi ansiosi di abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro (non stiamo inventando nulla, anche di questa pasta, appigliandosi magari alla maldestra profezia di un Venerabile Uomo, fu la propaganda anticomunista e antisocialista di quel periodo). Ma, certo, per le nostre arti dello spettacolo, cinema e teatro, si trattò di lottare fino allo stremo contro l’ondata di oscurantismo e di cieca repressione scatenatasi con particolare virulenza nei primissimi Anni Cinquanta. Dei casi, a volte grotteschi e risibili, comunque drammatici, che si verificarono allora, sono stati riempiti interi libri (citiamo, almeno, «La censura nel cinema italiano» di Mino Argentieri, Editori Riuniti, e «La censura teatrale in Italia» di Carlo Di Stefano, Cappelli editore). Qualche esempio appena vorremmo citare, perché specialmente clamoroso ed emblematico. Continue reading Il ritorno della censura dopo il 18 aprile. Quando la Dc tagliò Totò

Tariq Ali: Il principe killer

L’altro giorno ho ricevuto la newsletter della New Left Review con questo articolo di Tariq Ali su Bin Salman, il principe saudita “amico” di Renzi. L’ho tradotto perchè mi sembra che ricostruisca molto bene i rapporti tra potenze occidentali e monarchia saudita. Non ne posso più della banalizzazione di tutti i temi da parte dell’informazione mainstream e nel dibattito politico. Il comportamento di Renzi è gravissimo ma non è un’eccezione. Ce ne sono molti di politicanti occidentali che si fanno pagare da questi principi e sceicchi le cui fortune sono state create dall’imperialismo. Renzi non è l’unico a esaltare il principe “riformista”. Per anni è andata avanti la guerra in Yemen e da sempre la violazione dei diritti umani più elementari da parte della monarchia fondamentalista saudita. Renzi va da Bin Salman perchè sa che l’Arabia Saudita è il bastione anglo-americano in Medio Oriente. Stati Uniti e Unione Europea mettono le sanzioni al Venezuela mentre sono alleati dei sauditi. Buona lettura!

L’offerta saudita di un cessate il fuoco nello Yemen il 22 marzo è stata un riconoscimento da parte di Riyadh e dei suoi sostenitori a Washington di aver perso la guerra. Biden ha segnalato la resa riluttante a febbraio, quando ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero posto fine al loro sostegno alle “operazioni offensive”. Dopo sei anni di bombardamenti e blocchi, le forze Houthi sono pronte a conquistare la strategica città centrale di Marib. Hanno chiesto che gli aggressori – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti, Regno Unito e Francia – rimuovessero la morsa sul porto di Hodeidah sul Mar Rosso, causa di una catastrofe umanitaria di carestie ed epidemie nel paese, prima di sedersi a parlare.

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Michael Löwy: La Comune di Parigi del 1871

Il 18 marzo 1871, a Parigi assediata dalle truppe prussiane, il popolo prese il controllo della propria città e per 72 giorni condusse il primo esperimento di vita sotto il controllo popolare.
 
1. La tradizione degli oppressi
 
C’è un muro al cimitero di Père Lachaise a Parigi, noto come “Le Mur des Fédérés”. Fu lì che gli ultimi combattenti della Comune di Parigi furono uccisi nel maggio 1871 dalle truppe di Versailles. Ogni anno migliaia – e talvolta, come nel 1971, decine di migliaia – di francesi, ma anche di tutto il mondo, visitano questo luogo esaltato della memoria del movimento operaio. Vengono da soli o in manifestazione, con bandiere rosse o fiori, e talvolta cantano una vecchia canzone d’amore, che è diventata la canzone dei Comunardi: “Le Temps des Cerises”. Non rendiamo omaggio a un uomo, un eroe o un grande pensatore, ma a una folla di persone anonime che ci rifiutiamo di dimenticare.

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