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La mia libreria su Anobii

Carlo Rosselli, Per l’unificazione politica del proletariato italiano

Dopo Veltroni anche Carlo Calenda cerca di appropriarsi di Carlo Rosselli presentandolo come riferimento del suo Azione, “partito” confindustriale e neoliberista. L’ennesima appropriazione indebita di un socialista assai radicale. Quel che colpisce del decaffeinamento dell’eredità di Giustizia e Libertà è il fatto che vada avanti da anni pur in palese in contrasto con il percorso di Rosselli. Al massimo questi signori hanno letto Socialismo liberale e lì si sono fermati. Per Rosselli vale quello che Chomsky ha scritto su Bertrand Russell e Dewey: “I principi fondamentali del liberalismo classico trovano la loro naturale espressione moderna non nel dogma neoliberista, ma nei movimenti indipendenti dei lavoratori, nonché nelle idee e nell’azione di quel socialismo libertario espresso talvolta anche da grandi esponenti del pensiero del Novecento, come Bertrand Russel e John Dewey”. Vi ripropongo un brano a me molto caro che andrebbe citato in un manifesto di una futura soggettività unitaria e plurale della sinistra radicale italiana. 

“Giustizia e Libertà” è un movimento politico nuovo senza riscontro nella geografia politica tradizionale. È l’unico tra i movimenti  antifascisti sorti nel corso della lotta contro il fascismo che sia riuscito ad affermarsi stabilmente. [….]
Essenzialmente quel che essa porta di nuovo è una coscienza più chiara di ciò che sia il fascismo, di ciò che il fascismo significhi nella vita contemporanea non solo sul piano dei valori politici, ma dei valori umani; assieme ai modi più efficaci per combatterlo e sradicarlo. “Giustizia e Libertà” si potrebbe definire come il primo movimento europeo integralmente antifascista, perché nel fascismo vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro tempo, e perché la sua opposizione deriva non già da una difesa di posizioni precedentemente acquisite [….] ma da una volontà di liberazione che si sprigiona dallo stesso mondo fascista e dalla concreta esperienza di lotta. Continue reading Carlo Rosselli, Per l’unificazione politica del proletariato italiano

IN RICORDO DI PAOLO HLACIA

Ho ricevuto via mail il giornale IL LAVORATORE della federazione di Rifondazione di Trieste e ho letto la notizia della scomparsa di Paolo Hlacia e gli articoli in sua memoria di Sergio Bologna e Matteo Gaddi. Paolo l’ho conosciuto dopo la rivolta di Seattle (1999). Avevo scritto una lettera a Liberazione, il quotidiano di Rifondazione, che a lui era piaciuta molto e che aveva riprodotto sulla prima pagina di un giornale che faceva a Trieste. Mi aveva rintracciato per complimentarsi ed esprimere il suo apprezzamento. Entrò in rapporto con noi di Rifondazione di Pescara nutrendo molte affinità con me e Lorenzo Calamosca in particolare l’internità ai movimenti, l’interesse per la tradizione dell’operaismo italiano (in particolare proprio i lavori di Sergio Bologna) e varie altre cose come l’inchiesta di cui si occupava nel PRC di Trieste. Lo sorprendeva che la nostra federazione fosse diretta da comunisti irregolari amici di Primo Moroni. Aderì con entusiasmo al Cantiere sociale su lavoro/non lavoro che organizzammo a Pescara nel febbraio 2001 con il giornale CARTA che all’epoca svolgeva un ruolo fondamentale di connessione tra settori di movimento e sinistra politica (in particolare Rifondazione). Fu una delle occasioni di incontro che precedettero Genova 2001 e per noi che eravamo fortemente convinti della necessità di costruire anche in Italia una coalizione simile a quella che aveva contestato WTO a Seattle ci sembrava essenziale radicarla su un terreno sociale e non solo etico. Noi pescaresi eravamo stati insieme ai veneziani i primi nel 1999 a presentare in un congresso del PRC la proposta di inserire il reddito nella piattaforma del partito. Con il cantiere ci proponevamo – con la nostra identità ibrida di partito ma anche di movimento, radio e social forum – di creare un terreno di elaborazione e azione unitaria superando contrapposizione tra la rivendicazione di reddito e quelle per/sul lavoro. Paolo Hlacia fu tra i primi a aderire e uno dei circa duecento compagni che vennero da tutta Italia molto contento dell’iniziativa a cui parteciparono Fumagalli, Revelli, Ferrero, Rieser, Gianni, Perini, Cacciari, Sullo, Caruso, Caccia e tantissimi altri. Ne sopravvive in rete solo questo resoconto uscito sul Manifesto. Negli ultimi anni non avevo avuto più notizie di Paolo. Lo saluto a pugno chiuso.  Continue reading IN RICORDO DI PAOLO HLACIA

Katyn

Nell’ottantesimo del massacro di Katyn leggo cosa ne scrive J. Arch.Getty, uno storico americano accusato di essere un “revisionista” perchè ha smentito molti luoghi comuni e cifre della storiografia anticomunista della guerra fredda. E’ uno che ha recensito negativamente il famoso Libro nero del comunismo e forse per questo nessuno dei suoi libri è stato tradotto in Italia.

In una presentazione dell’archivio delle carte di Stalin, ora finalmente disponibile per gli storici Getty scrive:

“Quando nel 1940 Stalin e il Politburo decisero di fucilare a Katyn più di 20.000 ufficiali polacchi catturati, registrarono le loro decisioni in memo e risoluzioni, complete di giustificazioni”.

Insomma negli archivi sono oggi disponibili le prove. Sono probabilmente quelle che esaminarono Gorbaciov e i suoi collaboratori quando nel 1990 ammisero la responsabilità del NKDV:

“Beria, Merkulov e i loro aiutanti hanno la responsabilità diretta dei crimini nella foresta di Katyn. La parte sovietica, esprimendo profondo rammarico in relazione alla tragedia di Katyn, dichiara che essa ha costituito uno dei crimini più gravi dello stalinismo” – Dichiarazione sull’agenzia TASS del 13 aprile 1990.

Il fatto che oggi la destra nazionalista polacca faccia un uso politico del massacro di Katyn non dovrebbe indurre a negare le evidenze storiche. Francamente ho cercato in rete scritti di noti negazionisti e non mi pare che contengano argomenti in grado di smentire quanto emerso nel corso degli anni.

La verità è sempre rivoluzionaria, insegnava Gramsci.

Se il nazionalismo polacco e quello russo si confrontano con opposti negazionismi penso che i comunisti e i socialisti del XXI secolo debbano rifiutare qualsiasi approccio di questo genere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un inedito di Rosa Luxemburg

In Italia non ci ha pensato nessuna casa editrice finora ma in lingua inglese stanno pubblicando le Opere Complete di Rosa Luxemburg curate da Peter Hudis. Speriamo che poi ne arrivi un’edizione italiana. Lenin in persona consigliò che fossero pubblicate e lette dalle generazioni successive di militanti. Pubblico la traduzione di questo articolo che lo stesso Hudis ha anticipato sul sito della casa editrice Verso Books e che sarà contenuto nel quarto volume delle Opere (1905-1909).  Si tratta di un inedito, “Critica nel movimento operaio”, originariamente pubblicato in polacco in Czerwony Sztandar, n. 39. 9 gennaio 1906, pagg. 1-2.

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«Batti il tuo tempo». Il rap dà la linea

Pubblico da Alias, l’inserto del manifesto, questo estratto da un libro di Militant A di Assalti Frontali. Tra quelli della mia generazione è uno dei compagni che stimo di più. Quel giorno che Onda Rossa Posse fece irruzione sul palco della pantera a Piazza del Popolo fu una figata per me che da anni mixavo militanza e consolle, movimento e dancehall popolari. Fa piacere incrociare Luca praticamente in ogni manifestazione e vedere come ha sviluppato il suo progetto musicale e poetico. E mi associo al suo ricordo di Lapassade che fu nostro ospite a Pescara al Base con Sensibili alle Foglie e che mi fa tornare in mente gli amici fraterni del Sud Sound System originale Antonio D War e Militant P oltre che Renato e Marita, persone stupende. 

«Tu vai in trance quando rappi» mi diceva George Lapassade il giorno che arrivò alla Sapienza occupata dalla Pantera e mi vide cantare all’interno della facoltà di Lettere. Lui era un professore emerito di etnologia e scienze dell’educazione all’università di Parigi, uno dei più grandi esperti di stati modificati di coscienza e primi linguaggi hip hop ed era venuto a Roma a vedere che succedeva nel movimento, quali espressioni culturali e linguaggi usavamo, e noi, da irruenti e anche arroganti (come lo sono tutti i giovani ribelli) lo tenevamo un po’ a distanza, sperando che se ne andasse il prima possibile e ci lasciasse liberi di muoverci senza sentirci analizzati, non capivamo se fosse davvero dei nostri: era un professore, aveva i capelli bianchi, che ne sapeva di rap? Che voleva? Noi stavamo già volando con l’Onda Rossa Posse. Con Batti il tuo tempo. Il primo rap con il testo in italiano. Quando la cantavamo tutti impazzivano. La Pantera era al top, il corridoio pieno, centinaia di studenti andavano e venivano mentre lui mi parlava, io con la mente pensavo anche a dove avessi lasciato il sacco a pelo, inseguivo con gli occhi il mio amore che entrava in un’aula dove suonava musica reggae e tutti sembravano felici. Avevamo trasformato quella facoltà in un centro sociale.
Io in realtà ero iscritto a Economia e Commercio ma era troppo moscia quella facoltà e anche mezza nera, per cui facevo base a Lettere o Scienze Politiche. All’inizio non si potevano fare nemmeno le scritte sui muri, era stato votato in assemblea come gesto di responsabilità, ma la nostra banda aveva delle ragazze che facevano i graffiti come nessuno prima e davanti a quei capolavori d’arte a cielo aperto anche i più rigidi si erano arresi.

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