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La mia libreria su Anobii

L’anticomunismo e centinaia di milioni di vittime del capitalismo

Questa potrebbe essere tua figlia. Propaganda anticomunista a sfondo razzista (USA anni ’50 -’60)

di Salvatore Engel -Di Mauro, State University of New York SUNY New Platz

Articolo pubblicato sulla rivista Capitalism Nature Socialism, n. 32, 2021

La produzione capitalistica, se si considera in particolare e se si astrae dal processo della circolazione e dagli eccessi della concorrenza, è estremamente parsimoniosa di lavoro materializzato, oggettivato in merci. Essa è invece, molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità in quest’epoca storica che immediatamente precede la cosciente ricostituzione dell’umana società.

Karl Marx

Una petulante impennata dell’anticomunismo sta permeando gli Stati Uniti (USA) e il Canada, così come i paesi dell’Unione Europea (UE). Il suo principale manganello è l’affermazione allo stesso tempo fittizia e calunniosa che il comunismo ha causato 100 milioni di vittime, uno slogan di sicuro effetto reso sensazionale attraverso un volume di propaganda del 1997 intitolato Il libro nero del Comunismo (Black Book of Communism d’ora in poi BBC). Si adatta a una più recente campagna contro la Cina, in cui il Partito Comunista Cinese è volutamente confuso con il comunismo. Questa recente reazione istintiva può in parte riflettere le apprensioni della classe dominante per la crescente popolarità delle idee genuinamente socialiste. In questo potrebbe esserci un segnale positivo.  Purtroppo, anche alcuni che si autoidentificano come socialisti cascano nella solita persecuzione per simpatie comuniste (red baiting nel testo) negando strenuamente ogni somiglianza di famiglia con il comunismo. O, peggio, abbracciano e diffondono essi stessi la retorica anticomunista.

Questi attacchi di destra e di sinistra al comunismo alimentano un ritorno all’anticomunismo nelle strutture legali delle democrazie liberali e minacciano le prospettive politiche e la sicurezza personale dei socialisti di ogni tipo. L’anticomunismo dovrebbe essere inaccettabile e contestato con la stessa forza dell’ignorante equazione tra anarchismo, caos e terrorismo.

Per evitare fraintendimenti, la posizione assunta qui è che il socialismo di stato deve essere rigorosamente criticato. Potrebbe anche essere rifiutato del tutto, a condizione che vengano messe in atto alternative pratiche e non solo se ne parli. L’anticomunismo invece non fa altro che rafforzare l’ideologia capitalista e ostacola il progresso di qualsiasi progetto o politica socialista. In secondo luogo, non è in questione la democrazia, ma la democrazia liberale, una delle manifestazioni politiche del capitalismo. Continue reading L’anticomunismo e centinaia di milioni di vittime del capitalismo

Stephen F. Cohen. Perché l’Unione Sovietica è finita?

Nel trentesimo anniversario della fine dell’URSS vi ripropongo la traduzione del discorso che lo storico Stephen F. Cohen tenne alla conferenza Internazionale “The USSR 1989 – 1991: Historical Experience and Lessons for the Future” alla fondazione Gorbachev il 10-11 November 2011. Cohen, scomparso l’anno scorso, è stato uno dei più importanti storici dell’Unione Sovietica ma solo la sua ormai classica biografia di Bucharin è stata pubblicata in Italia nel lontano 1978. Non è il solo storico anglosassone ignorato dalla nostra editoria che pare preferire gli anticomunisti più truculenti.  Cohen negli Stati Uniti era un’autorità riconosciuta e un protagonista del dibattito politico (si schierò contro la nuova guerra fredda e più in generale è stato una voce controcorrente su Ucraina e in generale politica di USA e NATO) e in Russia godeva di enorme stima.  

È stato chiamato il “Vopros Veka”. E certamente sarà discusso da politici, studiosi e altri intellettuali per almeno altri 100 anni.

Ma è importante cercare di trovare una spiegazione razionale ora perché spiegazioni false e mitiche del motivo per cui l’Unione Sovietica è finita vengono utilizzate per cattivi scopi politici in molti paesi, tra cui Russia e America.

Per rispondere alla domanda da solo, oltre alla mia ricerca, ho letto ogni spiegazione che ho trovato in inglese e in russo, in dozzine di libri e articoli.

Avendo pubblicato le mie ricerche e le mie analisi nel mio libro VOPROS VOPROSOV, le riassumerò solo molto brevemente oggi.

Devo iniziare con due problemi che ho trovato nella letteratura esplicativa:

— Primo, la domanda è spesso formulata male. Ad esempio, molti autori si chiedono perché l’Unione Sovietica sia “crollata”, sottintendendo che le cause erano inerenti al sistema. Ma l’Unione Sovietica non è “crollata” nel dicembre 1991. Altri autori affermano che il sistema sovietico era “irriformabile”, ma in realtà è stato riformato almeno tre volte nella sua storia. Negli anni ’20, sotto la NEP. Negli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60 sotto Krusciov. E ancora, fondamentalmente, sotto Gorbaciov dal 1985 al 1991,

— Il secondo problema è che mentre quasi tutti gli autori sono completamente certi della propria spiegazione della fine dell’Unione Sovietica, non c’è accordo tra questi autori. Invece, ci sono non meno di nove o dieci diverse spiegazioni.

— Alcune di queste spiegazioni sono semplicemente incoerenti o sciocche/ quindi mi concentrerò solo su sette, tutte diffuse e influenti. Continue reading Stephen F. Cohen. Perché l’Unione Sovietica è finita?

Le balene salveranno il clima del mondo, a meno che l’esercito non le distrugga

L’esercito degli Stati Uniti è famoso per essere il più grande consumatore di prodotti petroliferi al mondo e il più grande emettitore di gas serra. Le sue emissioni di carbonio superano quelle rilasciate da “più di 100 paesi messi insieme”. Ora, con il mandato dell’amministrazione Biden di ridurre le emissioni di carbonio “almeno della metà entro la fine del decennio”, il Pentagono si è impegnato a utilizzare veicoli completamente elettrici e a passare ai biocarburanti per tutti i suoi camion, navi e aerei. Ma affrontare solo le emissioni è sufficiente per mitigare l’attuale crisi climatica? Ciò che non figura nel calcolo climatico del nuovo piano di dimezzamento delle emissioni è che il Pentagono può ancora continuare a distruggere i sistemi naturali della Terra che aiutano a sequestrare il carbonio e a generare ossigeno. Ad esempio, il piano ignora il ruolo continuo del Pentagono nell’annientamento delle balene, nonostante il ruolo miracoloso che i grandi cetacei hanno svolto nel ritardare la catastrofe climatica e nel “mantenere sani gli ecosistemi marini”, secondo un rapporto di Whale and Dolphin Conservation. Questo fatto è passato inosservato fino a poco tempo fa. Ci sono innumerevoli modi in cui il Pentagono ostacola le capacità intrinseche della Terra di rigenerarsi. Eppure, è stata la decimazione delle popolazioni di balene e delfini nell’ultimo decennio, a causa delle pratiche militari a spettro completo svolte durante tutto l’anno negli oceani, che ci ha portato rapidamente verso un punto di svolta ambientale catastrofico. L’altro pericolo imminente che devono affrontare balene e delfini deriva dall’installazione di infrastrutture per la guerra spaziale, che è attualmente in corso. Questa nuova infrastruttura comprende lo sviluppo del cosiddetto “oceano intelligente”, piattaforme di lancio di razzi, stazioni di rilevamento missilistici e altri componenti della battaglia satellitare. Se i miliardi di dollari investiti nel budget della difesa del 2022 per la tecnologia della guerra spaziale sono un’indicazione di ciò che è in serbo, la distruzione della vita marina causata dall’uso di queste tecnologie accelererà solo in futuro, portando le creature della Terra a un livello uniforme di morte più rapida di quanto già previsto. Continue reading Le balene salveranno il clima del mondo, a meno che l’esercito non le distrugga

Alyssa Battistoni sul fallimento della COP26 di Glasgow

Da Sidecar, il blog della New Left Review, il bilancio della Cop26 di Glasgow tracciato da Alyssa Battistoni, co-autrice di A Planet To Win, il manifesto ecosocialista per un Green New Deal radicale che è stato di recente pubblicato anche in Italia da Momo edizioni con mia postfazione. 

La Conferenza annuale delle Parti dell’UNFCCC, che riunisce i 197 stati e territori che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, è uno degli eventi di ancoraggio del discorso sulla politica climatica, insieme alla pubblicazione dei rapporti dell’IPCC e al verificarsi sempre più regolare di disastri naturali causati dal clima. Dal primo che si è tenuto a Berlino nel 1995, quando i livelli di carbonio atmosferico erano di circa 358 particelle per milione (oggi si aggirano intorno alle 414), una processione costante di COP ha prodotto una grande quantità di drammi geopolitici, ma non è ancora riuscita a ridurre le emissioni di carbonio. Continue reading Alyssa Battistoni sul fallimento della COP26 di Glasgow

Cornel West su Frantz Fanon, uno dei grandi intellettuali rivoluzionari del XX secolo

Il 6 dicembre ricorreva il sessantesimo anniversario della morte di Franz Fanon, negli anni ’60 punto di riferimento per tutti i movimenti antimperialisti e anticolonialisti.  Vi propongo l’omaggio di Cornel West, uno dei più importanti intellettuali militanti afroamericani viventi uscito in questi giorni sulla rivista Lithium. Su Jacobin trovate un articolo di Peter Hudis su “Fanon, il filosofo delle barricate”.
Frantz Fanon è il più grande intellettuale rivoluzionario della metà del XX secolo. È anche il più rilevante per il 21° secolo. Il suo genio teorico, l’arte letteraria e il coraggio politico sono innegabili. E la sua integrità personale, onestà totale e tenacia autocritica sono indiscutibili. Come la rivoluzione bebop di Charlie Parker nella musica moderna, le opere e le testimonianze di Frantz Fanon hanno sconvolto e frantumato i paradigmi prevalenti nella filosofia, nella cultura e nella politica moderne. Simile all’intelletto sonoro sovversivo di Nina Simone, Frantz Fanon ha reso inevitabile il confronto con le realtà storiche della decolonizzazione. In breve, è una figura imponente nel nostro tempo neoliberista e neocoloniale perché ha gettato una luce sul lato nascosto terrificante e terroristico dell’imperialismo europeo suprematista bianco, una luce che ci consente di tenere traccia di come ha raccolto ciò che ha seminato.

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