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Peter Linebaugh su Calibano e la strega di Silvia Federici

Due testi dello storico dei commons Peter Linebaugh, co-autore con Marcus Rediker di I ribelli dell’Atlantico uno dei mie libri preferiti, sull’importanza dell’ormai classico della storica femminista Silvia Federici Calibano e la strega. E’ una edizione riveduta e aggiornata de Il grande Calibano: storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati e che potete scaricare dalla biblioteca on line di Rifondazione. 

«Nell’era neoliberista del postmodernismo, il proletariato è cancellato dalle pagine della storia. Silvia Federici recupera la sua sostanza storica raccontando la sua storia dall’inizio, con le doglie della sua nascita. Questo è un libro di memoria, di un trauma bruciato nel corpo delle donne, che ha lasciato una cicatrice nella memoria dell’umanità tanto profonda e dolorosa quanto quelle provocate da carestie, massacri e schiavitù.

Federici mostra che la nascita del proletariato ha richiesto una guerra contro le donne, inaugurando un nuovo patto sessuale e una nuova era patriarcale: il patriarcato del salario. Saldamente radicate nella storia della persecuzione delle streghe e della disciplina del corpo, le sue argomentazioni spiegano perché la sottomissione delle donne sia stata cruciale per la formazione del proletariato mondiale quanto le recinzioni della terra, la conquista e la colonizzazione del ‘ Nuovo Mondo’ e la tratta degli schiavi.

Documentando gli orrori del terrore di stato contro le donne, Federici ha scritto un libro veramente dei nostri tempi. Né compromettente né condiscendente, Caliban and the Witch esprime un’immancabile generosità di spirito e la dignità di una studiosa planetaria. È sia un appassionato lavoro di recupero della memoria che un martello dell’agenda dell’umanità.” – Peter Linebaugh su Autonomedia.

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Ira, Linea e Sostanza.

[dal blog della casa editrice Verso Books]

Caliban and the Witch è diventato un meme del movimento. Ha colmato le divisioni tra le generazioni. Penso che sia stato concepito nei primi anni settanta: Attica (1971) —Wounded Knee (1973)— Roe V. Wade (1973)—Soweto (1976). Deve molto al movimento femminista (referendum sul divorzio italiano del 1974) e alla lotta mondiale per i diritti riproduttivi e la libertà.

Proveniente dall’Italia, Silvia Federici era intrisa di rotture teoriche dal marxismo tradizionale. Non era schiava delle interpretazioni positiviste di Marx né delle riduzioni empiriche della storia. Il dibattito della metà degli anni ’70 riguardava la mancanza di salario: persone al di fuori della matrice della contrattazione collettiva che tuttavia contribuivano al plusvalore, ma la cui valorizzazione era vicina allo zero. I senza salario, lei e altri sostenevano, erano agenti radicali della storia mondiale. Questa era una definizione del soggetto rivoluzionario che era destinata a far incazzare il marxismo standard così come la storia ortodossa del lavoro.

Caliban and the Witch è stato concepito come un intervento attivo nel principale dibattito accademico del dopoguerra nel marxismo, “il dibattito sulla transizione” sul movimento dal feudalesimo al capitalismo. Sfidando il marxismo convenzionale Federici sosteneva che prima che ci fosse l’espropriazione della terra ci fu l’espropriazione del corpo femminile. Il controllo patriarcale sull’utero fu importante per la fondazione del capitalismo quanto la conversione della terra in proprietà immobiliare. Questo era l’altro “segreto dell’accumulazione primitiva”. Se la transizione al capitalismo è stata scritta in lettere di sangue e fuoco, allora la penna che ha scritto queste lettere è stata brandita dai patriarchi capitalisti sui beni comuni, la cui comunità è stata creata, nutrita e mantenuta dalle donne.

Le generalizzazioni di Federici andavano contro l’ortodossia del dipartimento di storia del college e contro l’interpretazione marxista. Trattava il Medioevo come avente aspetti favorevoli, in particolare tra i suoi contadini attivi. Questo contrastava con la visione che tutto nel feudalesimo fosse cattivo, arretrato o funesto, la lettura del periodo preferita dalla storiografia borghese. Federici, come Thomas Müntzer che guidò la rivolta dei contadini tedeschi del 1524, diede una scossa al mondo intero.

L’accumulazione capitalista, mostra Federici, è accumulazione del proletariato. Poiché la crescita della popolazione europea è sempre stata accompagnata da morti massicce (guerre, fame e malattie) lo stato intervenne per organizzare la riproduzione: da qui la tratta degli schiavi africani, da qui il lavoro forzato dei nativi americani, da qui la criminalizzazione dei cittadini europei, e quindi il rogo delle streghe. La disumanizzazione e svalutazione delle donne fu compiuta con il terrore violento. Questa è l’essenza di Calibano e la Strega, il suo gravame.

L’accumulazione primaria del capitale significava che l’accumulazione del proletariato e l’accumulazione del proletariato richiedevano l’accumulazione delle differenze: “schiavi”, “selvaggi”, “robusti furfanti” e “streghe”. Ruoli servili per le donne, significati subordinati di domesticità o “lavoro domestico” e ruoli gerarchici di genere erano accompagnati dalla filosofia meccanicistica e dalla “rivoluzione scientifica”, la ruota dentata e l’ingranaggio del trionfo del capitalismo. Le donne dovevano produrre proletari come carne da cannone per le guerre o produrre forza lavoro per le fattorie, le officine e gli ospizi. La demonizzazione delle donne, la tratta atlantica degli schiavi e la comparsa in Europa del vagabondaggio su larga scala erano componenti essenziali della prima storia moderna del proletariato. Eppure nessuno di loro è apparso nei resoconti standard sulla classe operaia, né dagli storici marxisti né da quelli borghesi.

Ricordate che quando Malcolm X o Franz Fanon o Mario Tronti pubblicarono a metà degli anni Sessanta non facevano parte dell’accademia globale. Né lo erano le campagne di Salario al lavoro domestico. Potere femminile e sovversione sociale (1971) di Mariarosa Dalla Costa, Sex, Race, and Class (1975) di Selma James e Witches, Midwives, and Nurses (1973) di Barbara Ehrenreich e Deirdre English non erano documenti per il mandato accademico: erano contributi alla liberazione, alla liberazione delle donne. E, come ha dimostrato Federici, la liberazione di tutti noi.

Federici ha contribuito a creare una rete globale al di fuori del mondo accademico, un progetto appropriato poiché l’etimo di “accademia” deriva dalle parole greche che significano “senza il popolo”. Tuttavia, il libro è un’opera di studio enorme e popolare. È stato tradotto in molte lingue. Ci sono almeno seicentoottantanove voci separate nella bibliografia. Ci sono centoottantatré note a piè di pagina su quarantanove pagine, piccoli saggi in sé. Inoltre, ci sono almeno settantacinque illustrazioni separate su duecentottantacinque pagine, più di una ogni quattro pagine. Forniscono il documentario e la storia visiva della svalutazione, della demonizzazione e della tortura delle donne. È difficile voltare pagina senza fare riferimento a un francese, un italiano, un inglese, uno spagnolo, uno storico sociale, un sociologo o un antropologo americano. Sono citati con gratitudine per la loro ricerca; sono citati retoricamente per argomentazione; le citazioni contribuiscono complessivamente ai beni comuni accademici del movimento. L’autorità del suo lavoro di autrice deriva da loro e dalle sue esperienze con altre donne nelle lotte collettive in Italia, in Nigeria, in Messico, a Brooklyn.

Tanto è riassunto dalla copertina. Anni fa con appassionata eccitazione Silvia Federici mi mostrò l’opera di Giotto, emblema della rabbia, che anni dopo divenne la copertina di Caliban and the Witch. L’ira mandata dal cielo pervade l’intero libro. L’affresco originale si trova a Padova, crogiolo di quello che poi sarà chiamato marxismo autonomista, e non lontano da Porto Marghera con le sue enormi strutture al servizio del progetto petrolifero capitalista. Lo stesso progetto capitalista ha avuto i suoi inizi nelle città-stato del Rinascimento italiano con le banche, la contabilità a partita doppia, l’umanesimo eroico, la realpolitik e l’arte del governo. 

Dal punto di vista artistico, l’inizio del Rinascimento iniziò con Giotto (1305), e tra gli affreschi più celebri di Giotto ci sono quelli della Cappella dell’Arena di Padova. Sul livello inferiore della parete nord della cappella Giotto personifica sette vizi tra cui “l’ira” ma non “l’avarizia”. L’affresco mostra una donna con la testa gettata all’indietro, i lunghi capelli che cadono per metà a terra, lacerandosi il vestito per scoprire il seno. Lo spogliarsi è una rivelazione del corpo dell’umanità. Il teorico dell’arte rinascimentale, Alberti, disse: “Prima disegna la figura nuda; poi mostrala vestita.” Qui è il contrario.

Roger Fry, il critico d’arte inglese del ventesimo secolo, ha fatto riferimento alla “follia bestiale” dell’immagine, al suo “diabolico astratto di rabbia”. 1  Questo non potrebbe essere più direttamente contrario alla tesi di Federici; piuttosto, erano bestie e demoni che fornivano la demonologia per il patriarcato imperialista capitalista suprematista bianco (per bell hooks) e le sue giustificazioni per i roghi delle streghe. Così ho chiesto a un’altra critica, Janie Paul, artista e curatrice del Michigan Prisoners Art Project, cosa fosse tecnicamente importante in Giotto. Ha risposto “linea e volume” o “sostanza”.

Come Giotto, la sostanza di Calibano e della Strega è delineata da linee chiare; le sue sono disegnate per collegare punti di riferimento nel femminismo, nel marxismo e in Foucault. La chiarezza sociologica e la lucidità cronologica forniscono la “linea”, mentre le appassionate scoperte empiriche forniscono la “sostanza”. Il concreto background pratico nella lotta femminista, in particolare le campagne salariali per i lavori domestici, le ha permesso di cercare e trovare il peso empirico che fornisce al libro il suo volume giottesco. È una storia nascosta che ha bisogno di essere resa visibile per avere il peso che per secoli ha nascosto la sua invisibilità. Lo stesso regno della riproduzione era nascosto in Marx e allo stesso modo nella storia borghese convenzionale.

La figura dell’ira di Giotto è anche una potente icona della verità. “To bear the breast” significa “ripulirsi” o confessare la conoscenza repressa. “Togliersi qualcosa dal petto” significa diventare vulnerabili. Qui alla nascita della modernità europea c’è l’artista che non riesce a nascondere la rabbia che accompagna il crimine colossale della prossima era, il rogo delle streghe a migliaia, a decine di migliaia, a centinaia di migliaia. O è quell’ira o, in quarta di copertina, un’altra delle tavole di Giotto da Padova, la figura della disperazione , una donna impiccata per il collo. Giotto e Federici ci stanno dicendo che se non siamo disposti ad accettare la responsabilità politica della rabbia che la verità richiede, ciò che ci aspetta è la morte e la disperazione. Quale scegliamo?

1. Roger Fry, “Giotto II”, Monthly Review (marzo 1901), p. 116.

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