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Frédéric Lordon: Ecologia e comunismo. Per un neo-leninismo

Ho tradotto la trascrizione di un intervento del filosofo francese Frédéric Lordon in un dibattito su “ecologia e comunismo” con Andreas Malm. Interessante che il dibattito fosse organizzato tra gli altri da Extinction Rebellion lo scorso 6 giugno. Lordon è noto per il ruolo avuto nei movimenti di lotta contro la legge sul lavoro e la riforma delle pensioni. Il suo ultimo libro si intitola Figures du communisme ma non è stato tradotto in italiano. In questo intervento l’uso del concetto di leninismo è piuttosto provocatorio contro il senso comune orizzontalista e localista e anche contro le varie teorie dell’esodo assai presenti nei movimenti e nell’ecologismo. In realtà la posizione che definisce “leninismo” è propria di gran parte della tradizione socialista/comunista a partire dal Manifesto di Marx e Engels. Non c’è bisogno dirsi leninisti per sentire quella che Lordon definisce “l’urgenza vitale di una linea anticapitalista, il senso di una linea anticapitalista come emergenza planetaria”. Convengono su questo i Democratic Socialist Of America (basta leggere A Planet To Win) e tante/i che non si dicono e non sono leninisti in senso storico e teorico. Lordon usa un riferimento forte come quello al leninismo per polemizzare contro certi orientamenti dominanti nella sinistra radicale e nei movimenti come ha già fatto David Harvey. Va detto che purtroppo in Italia nella rarefazione delle lotte e della sinistra anticapitalista c’è un problema speculare: l’uso – che Lordon definisce “sciocco” – di Lenin come santino o fonte di citazioni destoricizzate e di un simbolismo del comunismo novecentesco persino staliniano come forma di autodifesa identitaria. Il discorso di Lordon è su un altro livello. Molto interessante per chi lavora per una rifondazione comunista.

Essendo molto meno informato di Andreas di ecologia, parlerò d’altro, ritenendo che i nostri due interventi saranno più complementari che contraddittori. In ogni caso, è improbabile che siano contraddittori. Penso che in realtà abbiamo una grande convergenza di opinioni su almeno tre cose – e anche importanti! La prima è da dove cominciare; la seconda è dove andare; e la terza (per quanto possiamo rispondere a questo) è come arrivarci.

Da dove cominciare, se non dal fatto dell’emergenza planetaria, che incrimina senza appello il capitalismo e pone l’unico obiettivo politico coerente di uscirne, di rovesciarlo? Qui si raggiunge facilmente un accordo tra ‘noi’ – il ‘noi’ della sinistra radicale, o la sinistra emancipatrice, insomma la sinistra anticapitalista. Poi sorgono le difficoltà: dove andare, come arrivarci? È qui che iniziano le differenze. Permettetemi di dire subito che né Andreas né io siamo in grado di dare risposte chiare e dettagliate a queste domande, il che probabilmente è positivo. Mi sembra che entrambi abbiamo un’idea sufficiente del problema per essere in grado di concordare sull’essenziale, vale a dire un certo approccio ad esso, un approccio, come ho detto, che suscita disaccordo a sinistra, un disaccordo vecchio ma costantemente aggiornato e investito di nuovi contenuti. Se dobbiamo dare un nome a questo approccio, lo chiamerei neo-leninismo. Poiché non posso parlare di ecologia, vorrei cercare di chiarire cosa intendiamo oggi per neo-leninismo

Andreas parla di ‘comunismo di guerra’ in uno dei suoi libri. Speriamo che nessun lettore sia così sciocco da prendere l’espressione alla lettera: immagini di fucili con baionette e berretti con stelle rosse. Quale significato per il nostro tempo possiamo dare all’idea di comunismo di guerra? Semplicemente, il senso dell’urgenza vitale di una linea anticapitalista, il senso di una linea anticapitalista come emergenza planetaria. Il neo-leninismo è quindi la posizione che si costruisce a partire dall’idea di un comunismo di guerra così ridefinito.

Ma come contrastare il riflesso che fa scattare grida di orrore non appena viene pronunciata la parola “leninismo”? E non solo su France Inter, Arte o Télérama; anche nella nostra sinistra. Il centenario del 1917 ha visto una fioritura di libri che ci spiegavano che il leninismo è la Ceka, Kronstadt, i processi di Mosca e il gulag. Che l’URSS fosse quella, lo sanno tutti. Dal trotskismo degli anni ’50, tutte queste cose sono state meditate a lungo e profondamente. Cosa può significare abbattere porte così spalancate? Nessuno vuole che accada di nuovo, nessuno vuole provarci di nuovo. Come per il “comunismo di guerra”, dobbiamo quindi fare il minimo sforzo per staccarci dalle immagini ricevute, e cercare vie di aggiornamento storico per l’uso del nostro tempo – non c’è quasi altro che quello di definizione o concettualizzazione se si vuole che il leninismo sia inteso oggi in modo diverso da ciò che fu fatto in Russia nel 1917 su iniziativa di Lenin e sotto il suo nome.

Una possibile definizione di neo-leninismo, staccata dalle condizioni storiche del suo apparire per trarne la generalità, potrebbe essere la seguente: il leninismo consiste in 1) uno scopo, 2) uno scopo macroscopico, 3) un imperativo esplicito di coordinamento strategico in un forma adeguata. 

Non ho bisogno di sottolineare l’enormità dei problemi che contiene questa ‘forma adeguata’. Il punto importante qui è che un imperativo tira l’altro. L’imperativo del coordinamento strategico porta all’imperativo di pensare alla sua forma propria. Mi affretto a dire che non ho idea di questo. Il mio tempo è limitato, meno male: mi permetterà di evitare di parlarne…

Ma c’è già da fare con i primi due punti. Primo, il leninismo consiste in uno scopo. È difficile credere che ci sentiamo obbligati a dire qualcosa di così banale. Eppure è necessario. Eppure dobbiamo. Perché viviamo in un’epoca politica piuttosto strana a sinistra, dove l’affermazione di un fine non è più affatto scontata, anzi percepita come qualcosa di cui diffidare.  C’è tutta una corrente intellettuale e politica in Francia, molto dinamica, anche molto interessante, ma il cui fine è il nemico, e che non concepisce più la politica se non sotto la figura dell’intransitività. Vale a dire, movimento per amore del movimento. E soprattutto che nessuno osi venire a dargli una direzione.

Da dove viene questa sfiducia? Deriva dal fatto che una direzione può nasconderne un’altra. Dalla direzione intesa come indicazione di una politica desiderabile, può sempre emergere la direzione come comando, presa in mano delle operazioni, momento davvero pericoloso. Il significante ‘leninismo’ è rimasto attaccato a questo secondo significato di direzione, la direzione dei dirigenti, ma abbiamo dimenticato che nel leninismo c’era anche il primo significato, direzione nel senso del desiderabile, direzione che dice ciò che vogliamo fare e dove vogliamo andare.

Qui citerò due autori. Il primo è Daniel Bensaïd che parlò della necessità di “un’ipotesi strategica attinta da esperienze passate, e che serva da filo a piombo senza la quale l’azione si disperde senza meta”. Il secondo autore è un certo Andreas Malm: “la vecchia formula trotskista che ‘la crisi dell’umanità è la crisi della leadership rivoluzionaria’, questa vecchia formula trotskista ha bisogno di essere aggiornata. La crisi è l’assenza, la totale, spalancata assenza di direzione” .

Tanto per dirlo senza mezzi termini: aderisco profondamente a queste due affermazioni. Penso che non ci sia lotta possibile contro il capitalismo senza una proposta politica potente, cioè generale e articolata, capace di di contrastare la proposta capitalista. E penso che le scuse per l’intransitività siano un passaporto per l’impotenza politica. Quindi ecco la prima linea di frattura a sinistra. Si passa tra da un lato la posizione neo-leninista che mantiene l’imperativo di una direzione, cioè di una proposta, come costitutiva di una politica anticapitalista, e, dall’altro, un’idea di intransitività che io ho paura sia destinata a finire nell’antipolitica.

Se vogliamo fare qualcosa di diverso dal contemplare tristemente questa frattura, penso che dobbiamo recuperare un gesto intellettuale che è andato perduto. Il gesto dialettico. Qui non intendo la dialettica nella sua versione hegeliano-marxista, come un grandioso processo di autotrascendenza e sintesi. Penso alla dialettica come una tensione obiettiva antagonista tra opposti, una tensione irrisolvibile in una sintesi, e che quindi richiede la necessità del suo accomodamento in una forma.  Un altro esempio: senza una linea strategica, senza un’organizzazione minima al servizio di questa, non ci sarà processo rivoluzionario. Ci saranno solo focolai insurrezionali, e saranno sconfitti. Tuttavia, la direzione come linea strategica coordinata in una forma organizzativa minima può sempre dar luogo alla direzione come comando, cioè come separazione, e infine come confisca. Questo è vero. E quando dico “questo”, intendo entrambe le cose. Entrambe sono vere. Quindi devi affrontare entrambe. Devi tenerle insieme entrambe, e tenerle in una forma che è per sempre imperfetta e sempre soggetta a revisione.

Questa è la versione non hegeliano-marxista della dialettica, una versione spogliata di ogni promessa di sintesi riconciliatrice, e che lascia nelle costruzioni istituzionali solo le possibilità imperfette dell’accomodamento degli opposti, la regolazione della loro compresenza. Dal fatto che le antinomie da regolare sono irriducibili, non superabili in qualche “trascendenza”, ne consegue che le istituzioni che le accolgono sono essenzialmente imperfette, motivo per cui richiedono un indefinito processo di revisione, cioè un permanente interrogazione e rielaborazione. Lo faccio notare di sfuggita, ma questa non è altro che la concezione della democrazia di Castoriadis. La democrazia non è l’insalata elettorale con l’aggiunta della “stampa libera” che ci viene regolarmente venduta. La democrazia è la capacità di un corpo politico di costituire le proprie istituzioni e di tenerle a portata di mano per poterle costantemente rielaborare. Ecco perché, non appena vediamo uno stravagante “democratico” che ci spiega che “dobbiamo difendere le istituzioni”, sappiamo con chi abbiamo a che fare: un truffatore.  La “difesa delle istituzioni” non è un’idea democratica, è un’idea per il capo della polizia, per il capo di Lallement o per quello di Macron, è l’idea con cui abbiamo stipato i vertici del CRS nel momento di mandarli a rompere i Gilet Gialli: “voi siete l’ultimo baluardo delle istituzioni”, “bisogna difendere le istituzioni”, formule per eccellenza dell’antidemocrazia.

In primo luogo dunque: ripristinare i diritti del fine come costitutivi della politica. Ma il neo-leninismo va ancora ben oltre questo requisito minimo. Se afferma uno scopo, afferma anche il suo carattere macroscopico. Questo significa che il comunismo può essere concepito solo sulla scala di una formazione sociale, cioè di un grande gruppo umano. Il neo-leninismo non è certo disinteressato alle esperienze locali, ma ne rifiuta l’esclusività come principio organizzativo. È indubbiamente qui che il prefisso “neo” afferma meglio la sua utilità. Sarà difficile non ammettere che il leninismo “vintage” si prendeva gioco delle autonomie locali, quando, in realtà, non cercava semplicemente di schiacciarle. Tra i dolorosi insegnamenti del leninismo storico, l’annientamento di ogni vita locale autonoma è stato uno dei disastrosi correlati dell’accentramento statale totalitario – una sorta di modello di ciò che non deve essere replicato. Un neo-leninismo avrà quindi il dovere di interessarsi alle esperienze locali, non per educato rispetto delle curiosità ma come fonte della sua stessa vitalità. Allora riconoscerà il suo dovere razionale di farle prosperare il più possibile. Tuttavia, ritiene che una formazione sociale è qualcosa di diverso da un arcipelago di comuni. Come mai? Perché solo un insieme di dimensioni e integrazione sufficienti è in grado di sostenere un livello di divisione del lavoro al di sotto del quale non scenderemo. Certo, sarà un grado considerevolmente inferiore alla divisione del lavoro capitalista – l’emergenza planetaria lo impone – ma comunque molto più alto di quello che una divisione del lavoro comunitarista potrebbe sostenere. Uscire dal capitalismo non significa quindi in alcun modo eliminare la categoria di modo di produzione. Il comunismo dovrà essere un modo di produzione, semplicemente perché gli uomini dovranno sempre produrre collettivamente i mezzi della loro vita materiale, e produrre i mezzi di questa produzione. Ed è in questo che consiste un modo di produzione. Le comuni, le esperienze locali, si inseriscono perfettamente in questo modo di produzione e nella sua divisione del lavoro. Ma non possono esaurirlo.

Ed ecco la seconda linea di demarcazione all’interno della sinistra: dopo quella tra l’affermazione di un obiettivo e l’antipolitica dell’intransitività, o, per dirla in altro modo, tra il postulare la necessità di direzione e il rifiuto totale della direzione. Questa seconda linea di demarcazione separa, da un lato, la proposta alternativa macroscopica globale e, dall’altro, l’autosufficienza del principio localista di autonomia. E come l’intransitività si trasforma in impotenza, così l’esclusività del localismo si trasforma in «escapismo». L’escapismo è una tentazione molto forte per la sinistra di oggi: disertiamo, lasciamoci alle spalle il capitalismo, sottraiamoci. Ma appunto, e a parte ogni tautologia: se ci lasciamo alle spalle il capitalismo, il capitalismo resta dietro di noi.

Sono arrivato a pensare che l’evasione ha avuto successo solo come soluzione di default, una soluzione di rassegnazione di fronte all’enormità dell’ostacolo. Vale a dire l’unica soluzione che rimane quando l’idea di rovesciare il capitalismo si è affermata nella mente delle persone come un impossibile radicale – tutti hanno in mente la frase di Jameson* – e quando, di fatto, abbandoniamo il progetto. Tuttavia, sappiamo che la situazione terrestre è tale che aggirare la diserzione non è più un’opzione. E sappiamo anche che il fascino della vita nelle capanne, o della vita sugli alberi – perché si sente molta poesia su tutte queste cose – questo fascino, quindi, non costituisce un modo di produzione. Per dirla in modo molto più prosaico: se cadi dall’albero e la frattura è brutta, non te la caverai con un impiastro di muschio o un decotto di radici. Finiremo all’ospedale locale, in un apparecchio per la radiografia che probabilmente avrà il marchio General Electric.

Clima corona capitalismo – Andreas Malm – Casa editrice Ponte alle Grazie

La domanda è se lasciamo l’apparecchio radiografico alla General Electric oppure no. L’escapismo non fa la scelta. Il comunismo dice no. E questo è lo scopo macroscopico di un modo di produzione. Ma di un modo di produzione che introduce la questione delle forze produttive in un regime storico del tutto nuovo. Il neoleninismo non è certo disinteressato alla questione delle forze produttive. Sa che dovrà mantenerle ad un certo livello, che avrà bisogno non solo di amici dell’albero ma anche di ingegneri, tecnici e scienziati. Ma sa anche cosa ha fatto la produzione materiale al pianeta finora, fino a che punto l’ha portato. Il neo-leninismo si vede dunque senza contraddizione come un comunismo delle forze produttive radicalmente nemico del produttivismo. Il produttivismo è la produzione che è entrata in un regime di intransitività – produrre per produrre – e in un regime di assolutismo – la produzione materiale che assorbe la totalità dell’attività umana. Ecco perché, se è un modo di produzione, il neo-leninismo non perde di vista i nuovi vincoli e i nuovi scopi attorno ai quali si organizza: i vincoli della situazione planetaria, e le finalità dello sviluppo dei poteri non-materiali della vita umana.

* Si riferisce alla frase citata dallo scomparso Mark Fisher nel suo Realismo capitalista che era dubbioso sulla paternità: “Guardando [il film del 2006 di Alfonso Cuarón] I figli degli uomini ho inevitabilmente pensato alla frase di volta in volta attribuita a Fredric Jameson o Slavoj Žižek, quella secondo la quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. È uno slogan che racchiude alla perfezione quello che intendo per «realismo capitalista»: la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente”. (ndt)

Frédéric Lordon : Pour un néo-léninisme

 

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