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Pietro Ingrao: Il miracolo dei 7 fratelli

Il 25 aprile in tv Massimo Gramellini ha tenuto a farci sapere che “i fratelli Cervi non erano comunisti” senza essere smentito da una precisazione del suo ospite Veltroni. Pensare che in un editoriale domenicale sulla prima pagina dell’Unità nell’ottobre 1958 Pietro Ingrao consigliava a Fanfani di leggere il libro di papà Cervi per capire il radicamento del partito comunista in Italia. E’ noto che il PCI moltò si impegnò nel far conoscere la storia della famiglia Cervi. Si trattava di un lavoro politico culturale fondamentale perchè negli anni ’50 la memoria e il valore della Resistenza andavano difesi. Di recente sono state aperte anche polemiche storiche rispetto a una  presunta strumentalizzazione da parte del PCI (a tal proposito condivido il giudizio di Gianni Barbacetto) che era partita nel 1954 con un articolo di Italo Calvino sul quotidiano comunista che colpì profondamente Piero Calamandrei che dedicò ai sette fratelli un discorso bellissimo pubblicato nel suo libro “Uomini e città della Resistenza”. Ci sono stati anche tentativo di riscriverla la storia ribaltandola – i Cervi presentati come quelli che non volevano combattere mentre in realtà Aldo aveva criticato la prudenza organizzativa dei dirigenti emiliani. A Gramellini consiglierei anche il libro più recente di Adelmo, figlio del comunista Aldo Cervi, “Io che conosco il tuo cuore” scritto con Giovanni Zucca. Adelmo era stato invitato alla trasmissione di Gramellini ma poi all’ultimo momento gli hanno comunicato non c’era spazio. Gramellini dovrebbe chiedere due volte scusa e farsi raccontare la storia da chi la conosce. 

Ecco un libro da consigliare all’on. Fanfani. Non lo diciamo per malizia. Si tratta del racconto che il vecchio Cervi ha fatto della storia dei suoi figli. Molti fra i lettori dell Unità ricorderanno ancora la celebrazione che della vita e della morte dei Cervi fece Piero Calamandrei, in un discorso tenuto a Roma anni or sono. Non credo si tolga nulla a quella splendida rievocazione, se si dice che questo racconto di papà Cervi precisa ciò che in quel discorso veniva assunto nella luce lontana e misteriosa della leggenda. Ancora in questi giorni Gaetano Salvemini, nella prefazione ad un altro libro di ricordi sugli anni della Resistenza, ha parlato dei «miracoli» e delle sorprese di cui sarebbe capace il popolo italiano. Il libro di papà Cervi toglie il velo al «miracolo» dei sette fratelli. La fucilazione dei Cervi, la lotta epica dalla casa assediata dai fascisti nella notte fatale del 25 novembre, quell’intreccio straordinario di affetti umani e di laboriosità contadina, di solidarietà internazionale e di amor di patria sono entrati ormai nella coscienza popolare. Qui, dalla cronaca di Alcide Cervi, apprendiamo come quel prodigio fu possibile: non soltanto lampo eroico sgorgato da una situazione eccezionale della Patria, ma punto d’approdo, conclusione di una storia civile e politica, cominciata con l’intima ribellione allo avvento del fascismo, e maturata attraverso le prime congiure, il carcere, la resistenza sotterranea ai bandi fascisti, fino a che la tragedia della guerra prima e della occupazione poi la portarono a sfociare nella cospirazione organizzata del ’40, nella lotta con le armi in pugno. Ed è un’altra rettifica recata al mito, attraente forse, ma ingannevole. della «spontaneità» della Resistenza. Un esempio: non so, non credo che la tenace opera di aiuto ai prigionieri alleati e ai giovani braccati dai bandi militari tedeschi fosse solo obbedienza a «una antica tradizione di ospitalità» e a «sentimenti nuovi che si destavano di solidarietà internazionale» — come dice Calamandrei. Certo la testimonianza che dà papà Cervi su questo punto porta a un orizzonte più ampio: quell’azione di soccorso si nutriva sì di carità e di solidarietà, ma era di più: era consapevole organizzazione di una lotta, per cui quei prigionieri o quei giovani venivano difesi e salvati non solo in quanto fratelli perseguitati, ma come combattenti e partecipi di una battaglia comune che ancora era da vincere. E infatti nella casa dei Cervi l’opera di asilo ai fuggiaschi si intreccia subito e strettamente all’azione partigiana. La stessa esperienza di Aldo nella galera di Gaeta, quella «università del carcere» che doveva trasformarlo in militante, è possibile e fermenta in un orientamento ideale che già il padre aveva seminato, assorbendolo dai pionieri del socialismo in Emilia e dalle lunghe, aspre lotte politiche sviluppatesi in quelle terre. Lo dice il vecchio Cervi: «Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo».

E il racconto di Cervi permette di vedere il punto di sutura,l’innesto che si realizza tra la vecchia predicazione socialista, prampoliniana e la nuova predicazione comunista. Aldo va in carcere, avendo respirato in famiglia e nel suo paese un concetto della dignità del lavoratore, un anelito all’emancipazione. Nell’Italia è il deserto fatto dal fascismo: la vecchia generazione socialista è stata sconfitta: il Partito popolare — cui papà Cervi aveva aderito al suo sorgere — è stato ucciso dai compromesso tra Vaticano e regime. Ma tra le mura del carcere quell’anelito giovanile, figlio di tanto passato, incontra una forza politica e una dottrina che sono in grado di spiegargli il fascismo, la sua natura di classe, e tante esperienze, amarezze, passioni, che egli il padre, la madre, i fratelli hanno vissuto. Sotto gli occhi ignari e impotenti degli sbirri fascisti si compie il vero «miracolo»: una eredità del passato viene raccolta e portata innanzi. «L’università del carcere» insegna ad Aldo a combattere in modo nuovo e ad organizzare la lotta. Quando torna a casa, egli spiega al padre e ai fratelli, alla madre che scruta inquieta quella sua passione di sapere, di divorare i libri. E comincia la riscossa: l’opera di proselitismo, i libri, le riviste. la biblioteca popolare, la propaganda tra i contadini o infine il contatto organizzato con il Partito. Lo sforzo dei Cervi per trasformare la terra, per conoscere ed applicare i nuovi metodi di coltivazione, va insieme con il maturare di questa coscienza politica: il trattore e il mappamondo che Aldo porta trionfalmente, da Reggio, nel podere di Campegine sono due aspetti di questa unica sete di libertà. Così i Cervi, «contadini di scienza» in tutta la ricchezza del termine, poterono andare alla morte il 28 dicembre con quella incrollabile, stupenda chiarezza, di cui un prete che assistè alla fucilazione doveva dare una definizione lapidaria chiamandola «cinismo». E lui Alcide Cervi, il «patriarca della Bibbia», emerge dalla vicenda non più solo come il padre venerando di sette eroi e personaggio patetico di una grande tragedia, ma uomo moderno, immagine di questo mondo contadino in moto, che si solleva a consapevolezza del proprio avvenire. Circola largamente in Italia una interpretazione del movimento comunista come una risultante infantile e meccanica del pauperismo, una sorta di mito disperato che sorgerebbe nelle zone più misere, deluse e diseredate della nazione. Questa interpretazione del comunismo naturalmente non è mai stata capace di spiegare l’affermarsi del movimento comunista per esempio nelle regioni dell’Italia centrale, in cui esiste una tradizione sviluppatissima di vita associata, un progresso tecnico e civile, che ne fanno fra le zone più avanzate d’Italia. E quindi, anche qui, una serie di e «misteri»: perchè i mezzadri, i contadini avanzati delle regioni emiliane danno una massa così imponente di iscritti al Partito comunista? Perchè l’artigiano, l’uomo del ceto medio in tante città toscane vota comunista? In fondo, in tale rozza problematica anticomunista, accanto alla ignoranza delle condizioni reali in cui vivono le masse dei mezzadri, dei contadini poveri, del ceto medio, si rivela soprattutto una refrattarietà a riconoscere alle masse lavoratrici il diritto e la capacità di conquistarsi una concezione autonoma del mondo, una visione liberatrice del proprio avvenire. Perciò il Partito comunista viene concepito come un’organizzazione esterna, imposta ai lavoratori, la dottrina marxista come un’astuzia di sobillatori che «sfruttano» la miseria, il dilagare del movimento comunista come una anomalia, che si può, si deve distruggere attraverso l’organizzazione, brutale o sapiente a seconda dei casi, di un apparato repressivo. Del resto non abbiamo visto in questi giorni il giornale dell’Azione Cattolica — stupito dinanzi all’umanità che trabocca dalle note autobiografiche della comunista Marina Sereni — affannarsi a sostenere la inconciliabilità fra quella ricchezza di vita morale e la fede comunista, e concludere che vi deve essere uno sbaglio, una incongruenza, un caso? Il racconto di papà Cervi è un contributo a chiarire come tali «incongruenze» e «anomalie»  sono invece momenti di un cammino ideale che investe nel profondo masse di milioni di uomini, organicamente scaturito dalla storia del nostro Paese. A questo titolo, noi volevamo consigliarne la lettura all’on. Fanfani. lui che ha formulato la teoria dei comunisti come « paracadutati> dall’Unione sovietica. Poiché ci sembra che questa umanissima cronaca della vita dei Cervi possa interessare non solo gli italiani che vogliono tuffarsi in una pagina immortale della Resistenza, ma anche i politici, e chiunque ha sete di capire la nuova realtà che ci sta dinanzi.

DOMENICA 9 OTTOBRE 1955

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