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Cesare Luporini su Berlinguer

Vi ripropongo l’articolo che il filosofo Cesare Luporini, uno dei più autorevoli intellettuali del PCI, scrisse in memoria di Enrico Berlinguer nelle ore che seguirono la morte del segretario. Luporini nel 1989 si schiererà nettamente per il NO alla liquidazione del PCI.

Berlinguer, le sue idee ci hanno cambiato

di Cesare Luporini

Sappiamo tutti ciò che dobbiamo fare, subito: vincere il senso di quasi annichilimento e di costernazione, che ci soffoca e minaccerebbe di intorpidirci: vincerli con il coraggio e la lucidità che erano suoi. Si tratta di andare avanti nella lotta in cui siamo impegnati, per la salvezza della democrazia, della repubblica, dell’avvenire del paese, delle nuove generazioni.

Questa è l’indicazione che ci ha lasciato per l’immediato, con le parole dei suoi ultimi comizi e con l’esempio del suo sacrificio estremo. Il suo fisico è crollato sotto la fatica e lo sforzo di cui si era caricato, la sua persona non è crollata, ha combattuto fino all’ultimo.

Al di là di questa immediatezza, altro è il discorso, da approfondire, sulla sua eredità politica e morale e l’inscindibilità di questi due aspetti già lo caratterizza, come del resto tutti — e il primo a testimoniarlo è stato Sandro Pertini — hanno riconosciuto, al momento della tragedia, caduti di colpo i veli delle distorsioni da cui la sua figura politica veniva sistematicamente investita, specie negli ultimi tempi.

(…)Quali sono i contributi principali forniti da Enrico Berlinguer? Egli è stato un comunista, qualcuno ha detto, «dalla testa ai piedi», e un rivoluzionario. E’ vero. Nello stesso tempo è stato un grande democratico, direi per moralità personale oltre che per scelta politica e intellettuale. Questo significa una cosa molto semplice: democrazia e comunismo egli non intendeva semplicemente sovrammetterli, per opportunità dettate dalle circostanze storiche. Egli intendeva coniugarli organicamente; a questa possibilità e necessità credeva nel profondo. Il suo contributo, la sua personale sfida politica, e in certo modo storica (non solo sul piano nazionale) erano legati intimamente a questa convinzione, quale convinzione razionale, pensata, maturata sull’esperienza storica nostra. Vi è una affermazione di Berlinguer che prima di tutto dobbiamo ricordare, il valore universale della democrazia (democrazia politica, pur in varie forme possibili, ma  politicamente istituzionalizzate). Forse a qualcuno, chiuso in un’ottica casalinga, o «occidentale», potrà sembrare cosa da poco. È invece un’affermazione coraggiosissima, anche intellettualmente, perché Berlinguer la proiettava su scala planetaria.

La sua visione delle cose era, appunto, prima di tutto planetaria, in modo insistito (e da principio ciò aveva fatto sorridere qualcuno, anche a sinistra). Era nutrita da un senso altamente drammatico dell’unità ormai raggiunta del destino del genere umano, dei problemi stessi della sua sopravvivenza, e di quelli della civiltà e dell’incivilimento, o della decadenza (pace e guerra, sviluppo e sottosviluppo, occidente, secondo, terzo e quarto mondo, intreccio indissolubile dei problemi «est-ovest» con quelli «nord-sud» del mondo). Da ciò faceva discendere ogni altra sua considerazione politica, anche la più concreta, minuta, ravvicinata. In questo contesto egli innestava i problemi dell’Europa, non di una Europa qualunque, ma di un’Europa del lavoro in cui sviluppare le potenzialità socialiste, grandi ma ancora oggi in gravi difficoltà, e divise su problemi essenziali. In questa problematica si era inserito (e ci aveva inserito, noi comunisti italiani) molto autorevolmente, prospettandola come unico fondamento possibile per un’Europa politicamente autonoma, con funzione di pace e di progresso appunto planetario, non solo tra i due blocchi (per avviarne lo scioglimento), ma rispetto ai popoli già oppressi e sfruttati, da riportare e mantenere sul teatro del mondo quali anch’essi protagonisti (ha detto), fuori dalla subalternità, nella cooperazione. Un programma salvifico? perchè no? o ci si rifiuta di guardare nel futuro del mondo, carico altrimenti di cupe minacce, come molti fanno, o che altri, se può ne presenti uno migliore.

 Berlinguer tenacemente cercava le basi reali e operative, su cui muoversi gradualmente ma anche acceleratamente. In questo ereditava (e lo sapeva) in modo diretto il messaggio più profondo di Marx, aggiornato alle condizioni attuali. Credo che la commozione mondiale suscitata dalla scomparsa di Berlinguer sia strettamente legata a queste sue posizioni, sostenute e argomentate anche in sedi internazionali.

Tutto ciò ci concerne intimamente come partito comunista italiano, come partito della classe operaia italiana, ma non solo di essa. Berlinguer ci ha portato, sotto tale riguardo, a un determinato approdo, recedere dal quale (anche di poco) credo sarebbe suicida. Mi riferisco alla affermazione piena della nostra autonomia, rispetto alla Unione Sovietica, al cosiddetto «socialismo reale», alla sua ideologia, portando fino in fondo, in determinate occasioni, un processo storico del nostro partito che ha radici lontane (in Togliatti e Longo, in Gramsci stesso), e che ci ha fatto forti e radicati nella nostra società.

Gli ha dato una dimensione internazionale, e un respiro che forse sono divenuti vitali per tutta la sinistra europea e occidentale. Berlinguer non ha mai sottovalutato l’importanza storico-mondiale della Rivoluzione d’Ottobre, ma nel prendere atto dell’esaurimento della sua «spinta propulsiva» ha teso a rovesciare il negativo in positivo, il che significa prima di tutto superare la lacerazione non ancora sanata del movimento operaio in occidente, dopo le sconfitte dei tentativi rivoluzionari in una parte di Europa del principio degli anni venti, e proseguita per tutte le fasi successive. Di qui la sua (e nostra) attenzione alle socialdemocrazie europee, e anche ai loro travagli. Ma non è solo «attenzione»: questo intento racchiude un nucleo programmatico e operativo formidabile.

Guai se perdessimo il senso di ciò, e la pazienza e tenacia per andare avanti su questa strada. Rispetto alla quale la stessa dizione di «eurocomunismo» (di cui molti oggi dichiarano il fallimento) si presenta come limitata e transitoria. Personalmente sono convinto che Berlinguer spingendoci lucidamente in questa direzione ha sottratto il nostro partito da un destino, altrimenti, di fatale decadenza (come accade ad altri partiti comunisti), anche per ciò che riguarda il suo radicamento sociale e allargamento nella nostra società. Mantenersi a questo livello è dunque una condizione necessaria (ritengo), ma certo, in pari tempo, non sufficiente. Qui sono in gioco le capacità soggettive del partito e del suo gruppo dirigente nell’affrontare i gravi problemi che abbiamo davanti nel sistema politico italiano, da riformare, nella società italiana, nella vita stessa del partito, problemi che una prospettiva strategica deve poter collegare, in questo «passaggio di epoca», di cui Berlinguer ebbe nettamente la percezione.

Egli è stato uomo di grandi intuizioni politiche, forse non sempre sorrette da corrispondente forza argomentativa e persuasiva, e insieme analitica. Quando assunse la segreteria generale del partito egli disse, modestamente, nel Comitato Centrale, che pur nella continuità storica sarebbe stata la sua una segreteria diversa da quelle di Togliatti e di Longo; e chiese sinceramente aiuto, anche nella elaborazione. Lo abbiamo fatto abbastanza?

Tra quelle intuizioni tutti oggi evocano il compromesso storico, ancora sub judice. Personalmente penso che quella intuizione, che ha lontane radici, vada tenuta accuratamente distinta, nella valutazione, dal modo in cui fu gestita la politica detta della «solidarietà nazionale», che ebbe breve vita in un travagliatissimo momento della vita del paese.

Vi è poi il lato morale della figura di Berlinguer, ancora da scrutare. Certo è che egli esercitò su se stesso una «morale eroica» (per dirla con Leopardi) — e lo conferma la sua morte —, ma giorno per giorno, in una specie di ascesi che gli era connaturata, e che non era per nulla triste. La cosa straordinaria è che ciò non lo ha isolato dalle masse, e dalla classe operaia, ma che anzi il suo atteggiamento riservato e schivo — un vero orrore dell’esibizionismo (malattia nazionale) — è stato, quasi misteriosamente, un elemento potentissimo della sua comunicazione con le masse, del suo dialogo con esse, da cui traeva forza e alimento, e segni di verifica. Non a caso è stato tanto amato.

La mia impressione è che in siffatto esercizio quotidiano, Berlinguer alla luce dei processi reali, ha via via modificato anche una parte di se stesso, aprendosi sempre più a nuovi maturati bisogni di liberazione della società (come nel caso delle battaglie per il diritto familiare, il divorzio, l’aborto, ecc.), e in specie alle questioni moderne della donna.

Tutti riconoscono oggi che Berlinguer ha avuto una concezione altissima della vita politica (non certo come spettacolo, o scenario, o semplice scambio), attento ai meccanismi che la condizionano anche nascostamente. Ciò che soprattutto ha temuto e combattuto è stato l’imbarbarimento della vita politica, gettando per primo l’allarme su questo fenomeno (e le sue cause) che oggi ci assilla e ci sovrasta, in Italia. Proseguiamo, con tenacia e fiducia nel Paese, la sua battaglia.

L’Unità, 13 giugno 1984

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