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La mia libreria su Anobii

L’ultimo Natale dei fratelli Cervi

alcide cervi(…) e venne il Natale. Alla vigilia entrò Don Stefano per la confessione.

– Noi non abbiamo peccati da pentirci – ho detto io e i figli.

– E allora perché siete qui dentro?

– Perché abbiamo fatto le opere di misericordia – rispondo io.

– E quali sono queste opere di misericordia? – fa il prete.

– Se non lo sa lei che è canonico, chi lo deve sapere? Abbiamo dato asilo ai perseguitati, da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, abbiamo conservato i figli alle madri, gli uomini alle spose. Abbiamo predicato la giustizia contro i prepotenti fascisti e ladri, contro i ricchi carnivori di fatica e sangue.

– Ma a parte la politica, tutto il resto sono cose dette dal Vangelo, non sono reato.

– Sono reato, e chi le fa ci muore. Gesù le ha dette e le ha fatte così è diventato crocifisso. Noi pure le abbiamo fatte e apposta siamo qui dentro. E poi per la politica, se quello che volete dire è quello che intendo io, non abbiamo paura e siamo comunisti, ma io vi dico che oggi comunista, socialista e cristiano sono una persona sola, sono l’uomo secondo giustizia!

Don Stefano si impermalì e andò via alla svelta. Dopo un certo silenzio, Ovidio si mise a cantare le litanie, e intercalava dicendo che se lo fucilavano le funzioni se le sarebbe cantate lui.

(…) se fosse vero che cattolici, comunisti e socialisti non possono andare d’accordo, allora è distrutta la storia della mia famiglia, che se ha fatto qualcosa di buona, l’ha fatto perché aveva questa forza delle due fedi. Se voi dite che non si può andare d’accordo, allora la madre, che è rimasta cattolica fino alla morte, non andava d’accordo con i figli suoi, e io stesso gli ero contro, e rinnegate tutta la fede di gioventù dei figli miei, che era cristiana, e di questa presero il seme migliore e lo unirono alla grande idea comunista. Se voi dividete queste cose, allora sì i figli miei sono morti davvero e il sacrificio della mia famiglia non è mai esistito.

Questo è un estratto dal libro di Alcide Cervi I MIEI SETTE FIGLI curato da Renato Nicolai che negli anni ’50 divenne un bestseller (superò un milione di copie) grazie all’attiva promozione da parte del PCI e della sinistra.  Tra i protagonisti del lavoro culturale con cui si valorizzò la memoria dei sette fratelli fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 ci furono Italo Calvino e Sandro Curzi. Su questa vicenda c’è stata anche una polemica in anni recenti a partire da un articolo”Italo, Alcide e il mito” dello storico Sergio Luzzato sulla fabbricazione del “mito”  da parte dei comunisti e degli antifascisti. Mi sembra che all’articolo siano state fatte critiche non peregrine ma comunque lo stesso Luzzato ha poi mi sembra collocato il suo intervento in un quadro distante dalla sempre più egemone pubblicistica intrisa di revisionismo storico (e aggiungerei di anticomunismo): consiglio a tal proposito le dichiarazioni in un articolo di Simonetta Fiori che ben riassume la discussione. Non ho letto invece il “giallo” di Dario Fertilio anche perché mi ha fatto passare la voglia la recensione su Il Giornale.

Consiglio vivamente di leggere il libro di Alcide Cervi perché non solo ricostruisce una vicenda che meritava di diventar “mito” e “leggenda” e alla quale non tolgono nulla “rivelazioni” che al limite possono rendere più umano e meno agiografico il racconto, ma aiuta anche a comprendere molte altre cose. Per esempio; come l’antifascismo e la Resistenza si radicarono nel mondo contadino e nella sua storia precedente di lotte socialiste; il rapporto con la religione cattolica che – come mostra il brano citato – non fu solo problema di Togliatti e del PCI ma elemento presente nella concreta esperienza di milioni di persone; le tante ragioni che spingevano uomini e donne che si battevano con coraggio per la libertà e la giustizia sociale a nutrire un’ammirazione smisurata per l’Unione Sovietica di Stalin e cosa rappresentava per dei contadini che subivano la dittatura fascista. Hobsbawm ha ben sintetizzato questo nodo della storia comunista del Novecento, ma papà Cervi ce lo racconta da un punto di vista dal basso, ci dà l’idea di come vivesse e circolasse autonomamente quel riferimento nel mondo popolare. Il fatto che il libro sia stato oggetto di ampia diffusione da parte del PCI negli anni ’50 e che i Cervi rappresentassero un’icona per la sinistra rende a mio parere ancor più preziosa quella testimonianza perché dà conto di sentimenti e opinioni largamente diffusi in quelle masse popolari e tra quei militanti che hanno costruito la democrazia e un po’ di welfare in Italia. 

Chi vuole il file del libro basta che mi mandi una mail a maurizioacerbo@gmail.com

 

 

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