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	<title>Sandwiches di realtà. il blog di Maurizio Acerbo</title>
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	<description>"il messaggio è: allargate l'area della coscienza" Allen Ginsberg</description>
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		<title>Un frammento di Franco Basaglia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 23:39:55 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[letture]]></category>
		<category><![CDATA[movimento]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;E&#8217; quello che ho già detto mille 
volte: nella nostra debolezza, in 
questa minoranza che siamo, noi 
non possiamo vincere perchè è il 
potere che vince sempre. 
Noi possiamo al massimo 
convincere.  
Nel momento in cui convinciamo, 
noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione 
difficile da recuperare&#8221;  
Franco Basaglia 1979
 
 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;"><img class="alignright size-full wp-image-801" title="basaglia3" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/basaglia3.jpg" alt="basaglia3" width="380" height="285" />&#8220;E&#8217; quello che ho già detto mille </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">volte: nella nostra debolezza, in </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">questa </span><span style="font-size: large;">minoranza che siamo</span><a href="http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/crimini_di_pace.pdf"></a><span style="font-size: large;">, noi </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">non possiamo vincere perchè è il </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">potere che </span><span style="font-size: large;">vince sempre. </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">Noi </span><span style="font-size: large;">possiamo al massimo </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">convincere.  </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">Nel momento in cui </span><span style="font-size: large;">convinciamo, </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">noi vinciamo, cioè </span><span style="font-size: large;">determiniamo </span><span style="font-size: large;">una situazione di </span><span style="font-size: large;">trasformazione </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;">difficile da recuperare&#8221;  </span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: large;"><strong>Franco Basaglia</strong> 1979</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: large;"> </span></p>
<p style="text-align: left;"> </p>
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		<title>Dossier del Wwf sulle spiagge italiane</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 23:29:35 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicati]]></category>

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		<description><![CDATA[Per chi come il sottoscritto si batte da anni per la tutela del demanio marittimo è un autentico piacere leggere sul sito del Corriere della Sera un articolo  che snocciola i preoccupanti dati della situazione italiana. 
Consiglio a tutti di leggere l&#8217; accuratissimo dossier del WWF che merita la massima diffusione: http://www.corriere.it/Media/pdf/WWF_SABBIA_ORO_DI_TUTTI_VANTAGGIO_DI_POCHI.pdf?fr=correlati
 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-full wp-image-794" title="manifestazione a Pescara contro abusi" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/spiaggiaditutti.jpg" alt="manifestazione a Pescara contro abusi " width="274" height="137" />Per chi come il sottoscritto si batte da anni per la tutela del demanio marittimo è un autentico piacere leggere sul sito del Corriere della Sera un </span><a title="leggi articolo" href="http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_13/dossier-spiagge_a766cab0-a6df-11df-944e-00144f02aabe.shtml"><span style="font-size: medium;">articolo</span></a><span style="font-size: medium;">  che snocciola i preoccupanti dati della situazione italiana. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Consiglio a tutti di leggere l&#8217; accuratissimo dossier del WWF che merita la massima diffusione: <a href="http://www.corriere.it/Media/pdf/WWF_SABBIA_ORO_DI_TUTTI_VANTAGGIO_DI_POCHI.pdf?fr=correlati"><span style="font-size: xx-small;">http://www.corriere.it/Media/pdf/WWF_SABBIA_ORO_DI_TUTTI_VANTAGGIO_DI_POCHI.pdf?fr=correlati</span></a></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
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		<title>Vezio De Lucia: Le mie città, mezzo secolo di urbanistica in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 09:49:28 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[scritti da altri/e]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[La passione civile di un urbanista di Corrado Stajano
«Non si può fare degnamente l’urbanista, e nessun altro lavoro intellettuale, senza passione. Senza passione sono i pedanti». Finisce con questa frase, sigla di una vita, il libro insolito di Vezio De Lucia, Le mie città, prefazione di Alberto Asor Rosa, (Diabasis, pp. 210, € 18). Insolito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-784" title="DeLucia_scheda" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/DeLucia_scheda-185x300.jpg" alt="DeLucia_scheda" width="185" height="300" />La passione civile di un urbanista </strong></span><span style="font-size: medium;">di Corrado Stajano</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Non si può fare degnamente l’urbanista, e nessun altro lavoro intellettuale, senza passione. Senza passione sono i pedanti». Finisce con questa frase, sigla di una vita, il libro insolito di Vezio De Lucia, Le mie città, prefazione di Alberto Asor Rosa, (Diabasis, pp. 210, € 18). Insolito perché non è una seriosa analisi di mezzo secolo di urbanistica in Italia, ma una pudica autobiografia e insieme una memoria, ricca di personaggi, di fatti documentati, di speranze il più delle volte fallite, di momenti felici (gli anni Settanta) in cui, senza pretendere di cambiare il mondo, si sperò di far sì che l’Italia potesse avere, nel campo della pianificazione urbanistica, del paesaggio e della sua tutela, del rispetto del territorio (parola di cui ora si fa un gran blaterare), leggi degne di un Paese civile e culturalmente avanzato.<span id="more-783"></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ferruccio Parri era solito dire di aver fatto nella vita il proprio dovere, ma senza speranza, per «tigna», espressione piemontese che significa cocciutaggine, testardaggine. De Lucia non ha quella civetteria, di passione e di speranza ne ha avute tante, nonostante i conflitti, le ambiguità della politica, le sconfitte. La sua ultima difesa è stata sempre quella di «evitare il peggio», uno dei pochi obiettivi ai quali — ha scritto — si può ragionevolmente tendere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Architetto e urbanista di grande valore, ha lavorato per un quarto di secolo nella pubblica amministrazione fino a diventare direttore generale dell’urbanistica del ministero dei Lavori pubblici. Ha diretto l’ufficio tecnico del commissariato per la ricostruzione di Napoli dopo il terremoto del 1980, ma ha avuto anche, negli anni Novanta, incarichi politici: consigliere della Regione Lazio e assessore all’urbanistica del Comune di Napoli ai tempi del primo mandato di Bassolino sindaco. Ha progettato poi i piani territoriali delle province di Pisa, di Lucca, di altri comuni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma è stato soprattutto uno dei protagonisti del dibattito politico-culturale più aggiornato che, più nel passato che nel presente, si è tenuto in Italia sui temi urbanistici. Un suo intervento, a Eboli nel 2003, esprime con chiarezza i convincimenti che ha tentato di attuare nella pratica: «Il condono edilizio premia i disonesti ed è un insulto per le persone perbene. Mortifica gli amministratori più coraggiosi (…) favorisce gli amministratori collusi con gli interessi illegali e insensibili al disordinato sviluppo del territorio. L’abusivismo di necessità è finito da un quarto di secolo. L’abusivismo recente è un’attività criminale gestita da imprese collegate alla malavita organizzata. (…) Il condono farà incassare allo Stato una cifra inferiore a quello che occorre per finanziare il ponte sullo stretto di Messina. Possiamo rinunciare a entrambi e immaginare un’Italia diversa. Senza ponte e senza premi per i disonesti».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Propositi di un’urbanistica moderna, persino elementari nella prospettiva europea, ma difficili da realizzare in una società come la nostra punteggiata da quotidiani crolli di palazzine, dove lo «sfasciume pendulo sul mare», denunziato da Giustino Fortunato un secolo fa, non riguarda solo la Calabria, ma l’intero Paese, dove le grandi opere sono diventate indecenti occasioni di corruzione, imbrogli e affari immobiliari fuorilegge.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Le mie città è anche uno specchio del sottosuolo politico-amministrativo e dei comportamenti di una classe dirigente inadeguata. (De Lucia, nel 1990, fu licenziato sui due piedi dal ministro democristiano Giovanni Prandini perché «il suo modo di pensare non era omogeneo a quello del governo»).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dal libro escono anche i ritrattini di persone spesso dimenticate, maestri e compagni, che si sono battute per un Paese civile. I ministri Pietro Bucalossi, Giacomo Mancini, Fiorentino Sullo che operarono con moderno spirito di responsabilità, osteggiati dall’establishment più retrivo e più legato agli interessi dei proprietari dei suoli. E poi, più di tutti, Antonio Cederna, che per tutta la vita si batté per un’Italia pulita, contro i palazzinari, la cementificazione delle coste, le periferie disumane. E con lui, Luigi Scano, Edoardo Detti, Antonio Iannello, Edoardo Salzano. E ancora, Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera, Giovanni Astengo, altri.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vezio De Lucia non è un pessimista caratteriale, un realista, piuttosto, che scrive con pacatezza, alla costante ricerca delle energie positive che in questo Paese esistono, uomini e donne che seguitano a fare con la stessa «tigna» di Ferruccio Parri.<br />
Che destino hanno avuto «i ragazzi del piano», gli allora giovani appassionati architetti che a Napoli lavorarono con De Lucia ai tempi della tragedia dell’Irpinia? </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">dal Corriere della Sera, 9.08.2010</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Asor Rosa:«Vezio De Lucia ci racconta di quando gli urbanisti cambiavano il mondo»</strong>  </span><br />
di Daniele  Nalbone</p>
<p>Un’intervista ad Alberto Asor Rosa sul libro Le Mie Città: “uno squarcio nella vita civile italiana”.</p>
<p>Dalla frana di Agrigento della mattina del 19 luglio 1966, «lo stesso giorno in cui la nazionale italiana di calcio perse con la Corea del Nord», alla rovinosa ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto del 2009. Dai sogni del primo centrosinistra alle nefandezze del Piano Casa di Berlusconi. Dalla salvaguardia di Venezia all’impegno contro l’abusivismo nel Mezzogiorno. Nel suo ultimo libro, Le Mie Città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia (Diabasis, pp.210 euro 18,00) l’urbanista Vezio De Lucia ripercorre cinquanta anni di storia della condizione urbana e del paesaggio in un perfetto mix tra battaglie per il rispetto della legalità e dell’interesse pubblico, ormai sacrificato sull’altare del “dio privato”. Così, Le Mie Città per alcune pagine può sembrare un libro di inchiesta urbanistica. Ma basta un inciso, un commento personale dell’autore, il racconto di un aneddoto, che si trasforma in un’appassionata autobiografia. Sempre molto documentata. Direttore generale dell’urbanistica al Ministero dei Lavori Pubblici; consigliere della Regione Lazio nelle fila del Pci; assessore all’urbanistica nella prima Giunta Bassolino; Consigliere nazionale di Italia Nostra. Vezio De Lucia è molto di più di un “semplice urbanista”: è politico, è funzionario, è attivista. Ma soprattutto ha attraversato cinquanta anni della storia urbanistica italiana, dai ministri dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo, Giacomo Mancini, Pietro Bucalossi, alla deriva dell’Italia berlusconiana. Da quando, con la legge del 1962 per l’acquisizione pubblica delle aree per l’edilizia popolare, gli standard urbanistici del 1968, la legge per la casa del 1971, la legge Bucalossi del 1977, era forte la «speranza che le cose potessero cambiare», fino ad arrivare ai disastri del disegno di legge Lupi in materia di governo del territorio e al “pianificar facendo”, colpo mortale per la pianificazione urbanistica, oggi trasformata nella “deroga come regola”. Oggi pomeriggio (ore 17) Le Mie Città verrà presentato alla Camera dei Deputati, nella Sala conferenza Mercede (via della Mercede 55). Con Vezio De Lucia discuteranno di cinquant’anni di urbanistica Walter Tocci, Adriano Labbucci, Enrico Pugliese, Francesco Erbani e Alberto Asor Rosa, che del libro ha scritto la prefazione e che abbiamo intervistato.</p>
<p><strong>Professor Asor Rosa, quella raccontata da De Lucia ne Le Mie Città è una storia che parte da lontano e arriva alla “sua” Toscana e ai piani strutturali di Pisa, Lastra a Signa, Gavorrano e dei comuni della Val di Cornia, ai piani territoriali di coordinamento di Pisa e Lucca, ai piani strutturali coordinati di San Piero a Sieve e Scarperia. Che libro è quello di Vezio De Lucia?</strong></p>
<p>Più che un libro, è uno squarcio nella vita civile italiana e nell’atteggiamento della politica e del suo modo di amministrare il territorio. Vezio racconta la sua esperienza professionale e, quasi senza accorgersene, traccia il percorso di cinquanta anni della nostra Repubblica. Cinquanta anni che, attraverso grandi illusioni e cocenti disillusioni, ci hanno portato allo stato attuale, in cui il territorio non è un luogo da amministrare e da tutelare ma il piano su cui poggiare enormi speculazioni.</p>
<p><strong>Nella prefazione a Le Mie Città parla degli urbanisti come di un “segmento particolare” perché, mentre le altre categorie di intellettuali, letterati, scrittori, filosofi, «si danno da fare per persuadere altri a cambiare il mondo, loro lo cambiano perché il loro mestiere consiste nel cambiarlo»…</strong></p>
<p>Volontariamente o involontariamente, nella mia vita mi sono molto spesso occupato della categoria degli “intellettuali” alla quale, volontariamente o involontariamente, appartengo. Prima di qualche anno fa, però, la categoria degli urbanisti non mi aveva mai sfiorato, in quanto tenuta ai margini della “storia degli intellettuali” del ‘900 perché i loro mestiere porta in una direzione diversa a quella degli intellettuali umanisti: gli urbanisti non possono permettersi di porsi solo il problema di criticare il mondo e il modo di cambiarlo. Dall’esperienza che sto facendo con la Rete dei Comitati per la progettazione di una “altra Toscana”, e dalla storia raccontata da Vezio, emerge come in questi cinquant’anni la componente critica relativa all’utilizzo che una certa politica ha fatto dei nostri territori è cresciuta negli anni rispetto alla componente costruttiva, relativa al fare, perché la politica ha reso impossibile il lavoro di un urbanista che non si riconosce nelle leggi di mercato. Ma Vezio descrive, oltre alla sua vita, una possibilità. Uno spazio in cui si può trovare, insieme a un’altra politica, un’altra urbanistica. È per questo che, scherzosamente, o proposto un mutamento del titolo del libro da “Le mie città” in “Le avventure di un urbanista”. O, ancor meglio, “Le fatiche di Sisifo” o “La lotta con Proteo”. Perché il libro di Vezio emana fatica.</p>
<p><strong>Nel libro hanno molto risalto gli anni di De Lucia nella prima Giunta Bassolino come assessore “alla vivibilità” e ciò che lei ha definito nella prefazione «il racconto di quello che allora fu possibile sognare, progettare, realizzare e di quello che da un certo momento in poi non fu più possibile né sognare né progettare né realizzare».</strong></p>
<p>Quando parlo di quegli anni, mi riferisco ai rapporti di Bassolino quando rappresentò una via di azione all’interno del Pci in fase di disgregazione. Erano gli anni di un confronto aperto, dialettico, senza nessun tentativo di rifugiarsi negli ideologismi del passato. Bassolino incarnava la speranza di un diverso modo di governare. Insieme ai cittadini e insieme agli urbanisti. È in questo scenario che De Lucia ha vissuto la sua esperienza centrale, anche con molti successi relativi al riassetto urbanistico di Napoli. A un certo punto, però, il bassolinismo si è trasformato in disillusione, è rientrato nella sfera della trattativa politica più banale, fino a scomparire del tutto in quanto, di quel tentativo di innovamento, non aveva più nulla. Da quel momento in poi, il racconto di De Lucia non può che essere il racconto della decadenza e del tramonto di una grande, solare stagione di possibile rinnovamento a opera di un centro-sinistra permeato di spinte al tempo stesso intellettuali e popolari. Stagione di cui, come ho scritto nella prefazione, Bassolino rappresenta la figura più esemplare sia dal punto di vista delle promesse e delle aspettative sia dal punto di vista delle promesse fallite e delle aspettativa disilluse e tradite. Nonostante questo, però, quegli anni furono un’esperienza comunque cruciale per molti. In questi stessi giorni è uscito un libro di un altro “grande vecchio” dell’urbanistica italiana, Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista, che racconta di un’esperienza parallela a quella di De Lucia a Napoli, a Venezia. Un’esperienza fatta di speranze, illusioni e, purtroppo, disillusioni che arriva alle stesse conclusioni.</p>
<p><strong>Oggi c’è qualche nuova “illusione” in cui provare a cambiare le cose?</strong></p>
<p>Oggi non sono in atto esperienze di analoga natura. Ma una strada percorribile c’è, anche se molto ardua. Mi riferisco al nuovo assessorato all’urbanistica della Regione Toscana, guidato da Anna Marson, che qualche spiraglio lo sta aprendo soprattutto per quanto riguarda il confronto diretto con i cittadini che da anni sono in lotta per la difesa del territorio.</p>
<p><strong>Parlando proprio della “sua” Toscana, nel libro, De Lucia, si riferisce direttamente a lei e a una sua significativa frase: «il centro storico di Firenze è asservito a un uso commerciale bastardo e degradante del flusso turistico». E, in riferimento a una Grande Opera, il Corridoio Tirrenico Nord che collegherà Civitavecchia con Livorno, lei denuncia come questo «potrebbe aprire le porte a una “piena di romani” con conseguenze devastanti per il territorio: porti turistici, strade a mare, residence a schiera»…</strong></p>
<p>Sabato scorso, a Firenze, nella conferenza regionale della Rete dei comitati, abbiamo discusso per ore proprio di questo. Il punto nodale di tutto, come spiega perfettamente anche il libro di De Lucia, sono le scelte finali, la direzione che si vuole intraprendere, se quella del turismo, devastante, di massa a tutti i costi o quello della sostenibilità ambientale ma anche economica, visti i costi stratosferici di queste opere. O iniziamo un ripensamento di questo sistema, e il nuovo assessorato all’urbanistica toscano potrebbe aprire una speranza, o si assisterà a un’omologazione pesante della Toscana al modello speculativo senza limiti e senza freni del territorio “alla romana”. Per capire quali sarebbero le reali conseguenze per il territorio, basta chiedere a, o leggere i lavori di, urbanisti come Vezio De Lucia, Edoardo Salzano, Paolo Berdini…</p>
<p> da Liberazione, 10 giugno 2010</p>
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		<title>EX-CENTRALE DEL LATTE: GLI ARCHITETTI NON POSSONO AUTOASSOLVERSI</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 17:00:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[secondo me]]></category>
		<category><![CDATA[Pescara]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul quotidiano Il Tempo, che ha meritoriamente raccontato e approfondito la vicenda dell&#8217;abbattimento della ex-centrale del latte, un intervento del Presidente dell&#8217;ordine degli architetti di Pescara assai discutibile.
Finalmente scopriamo attraverso le parole di Masciarelli chi è il vero campione di comportamento civico in questa vicenda:
Uno scempio che poteva e doveva essere evitato anche secondo Gaspare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-781" title="centrale-latte-pescara" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/centrale-latte-pescara2-300x230.jpg" alt="centrale-latte-pescara" width="300" height="230" />Sul quotidiano Il Tempo, che ha meritoriamente raccontato e approfondito la vicenda dell&#8217;abbattimento della ex-centrale del latte, un <a title="leggi articolo davvero cult!" href="http://www.iltempo.it/abruzzo/2010/08/08/1188263-urbano_fatto_tutto_impedire_demolizione.shtml?refresh_ce ">intervento del Presidente dell&#8217;ordine degli architetti di Pescara </a>assai discutibile.</p>
<p>Finalmente scopriamo attraverso le parole di Masciarelli chi è il vero campione di comportamento civico in questa vicenda:</p>
<p><em>Uno scempio che poteva e doveva essere evitato anche secondo Gaspare Masciarelli, presidente dell&#8217;Ordine degli architetti della provincia di Pescara, e che qualcuno ha provato a evitare fino all&#8217;ultimo momento. Lo rivela lo stesso Masciarelli: «E&#8217; stato proprio l&#8217;architetto Mario D&#8217;Urbano, direttore dei lavori di demolizione e ristrutturazione, a cercare di salvare l&#8217;edificio. D&#8217;Urbano ha proposto più volte alla ditta Sebi di realizzare i lavori previsti senza abbattere il manufatto per poi ricostruirlo secondo i moduli previsti. D&#8217;Urbano (vice presidente vicario dell&#8217;Ordine ndr) le ha tentate tutte, ma l&#8217;impresa non ne ha voluto sapere e ha preteso il rispetto di tutte le clausole contenute nel contratto».<span id="more-780"></span></em></p>
<p>Il Presidente dell’Ordine degli architetti di Pescara Gaspare Masciarelli è una persona mite e garbata e tale è anche il suo vicepresidente Mario D’Urbano che è anche il progettista dell’intervento di demo-ricostruzione dell’ex-centrale del latte di Florestano Di Fausto.</p>
<p>Devo però dire forte e chiaro che gli argomenti con cui Masciarelli difende l’operato del suo vice sono deboli e inconsistenti.</p>
<p>In un precedente intervento ho elencato <a title="CRONACA DI UN ABBATTIMENTO ANNUNCIATO" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=748">le responsabilità di chi avrebbe dovuto garantirne la salvaguardia</a> di un edificio di sicuro valore storico.</p>
<p>Ma ritengo che l’Ordine degli architetti e chi lo rappresenta non possano giocare allo scaricabarile.</p>
<p>Mi aspetterei che questa vicenda apra un dibattito sulle responsabilità sociali connesse all’esercizio della professione.</p>
<p>Masciarelli descrive quasi come eroico lo sforzo profuso dal suo vice per convincere l’impresa a non abbattere l’edificio.</p>
<p>Non si offendano se dico che qualche volta si può anche rifiutare un incarico professionale e mobilitare l’Ordine affinchè sensibilizzi l’amministrazione comunale.</p>
<p>I fatti hanno dimostrato che, grazie alle iniziative delle associazioni e del sottoscritto, in pochissimi giorni si è ottenuto l’intervento della Sovrintendenza ai sensi del Codice dei Beni Culturali.</p>
<p>Purtroppo la cosa non è venuta in mente ad architetti pescaresi con una lunga storia professionale alle spalle.</p>
<p>I politici non sono degli esperti della materia, gli architetti sì. Possibile che gli allarmi su queste cose debbano sempre venire o da associazioni o dal solito petulante Maurizio Acerbo? Mai, che io ricordi, dall’Ordine degli architetti.</p>
<p>Per non parlare dei tecnici che fanno parte della Commissione Edilizia che hanno dato parere favorevole all’intervento senza battere ciglio.</p>
<p>Quando un progetto circola per due anni e a nessun tecnico comunale o professionista a conoscenza dei propositi dei proprietari dell’immobile viene in mente di utilizzare gli strumenti di salvaguardia previsti nel Codice dei Beni Culturali vuol dire che qualcosa non va nella mentalità condivisa da un intero ambiente professionale.</p>
<p>Io non voglio criminalizzare il direttore dei lavori che conosco come persona estremamente gentile ma invitare una categoria a riflettere sul ruolo che svolge all’interno della comunità e alle responsabilità che dovrebbe comportare.</p>
<p>Il comportamento dell’architetto D’Urbano mi pare ancor più censurabile perché trattasi del vice-presidente dell’Ordine degli Architetti all’interno del quale credo di ricordare che sia stata costituita anche una commissione sulla salvaguardia del patrimonio storico-architettonico. Non credo che il Consiglio dell’Ordine o questa commissione siano stati avvisati.</p>
<p>Farlo passare per salvatore della patria chi ha progettato la demolizione dell’edificio mi sembra aggiungere la beffa al danno!</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Maurizio Acerbo</strong></p>
<p style="text-align: left;">sempre su Il Tempo è uscito un articolo di una studiosa dell&#8217;Università di Torino sulla vicenda: <a href="http://www.iltempo.it/abruzzo/2010/08/08/1188264-fabbricatori_caserme_riscontro_dell_arte_memoria_difendersi.shtml"><span style="font-size: xx-small;">http://www.iltempo.it/abruzzo/2010/08/08/1188264-fabbricatori_caserme_riscontro_dell_arte_memoria_difendersi.shtml</span></a></p>
<p style="text-align: right;"> </p>
<p style="text-align: right;"><strong> </strong></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>WILLIAM S. BURROUGHS: IS EVERYBODY IN?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 09:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[visioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Lions in the street
Lions in the street
And roaming dogs in heat, rabid, foaming
A beast caged in the heart of a city
 
Is everybody in?
Is everybody in?
The ceremony is about to begin
 
The body of his mother
Rotting in the summer ground
He fled the town
He went down south and crossed the border
Left the chaos and disorder
Back there over his [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/KMbx1f43Y9A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/KMbx1f43Y9A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object><span id="more-776"></span></p>
<p>Lions in the street</p>
<p>Lions in the street</p>
<p>And roaming dogs in heat, rabid, foaming</p>
<p>A beast caged in the heart of a city</p>
<p> </p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>The ceremony is about to begin</p>
<p> </p>
<p>The body of his mother</p>
<p>Rotting in the summer ground</p>
<p>He fled the town</p>
<p>He went down south and crossed the border</p>
<p>Left the chaos and disorder</p>
<p>Back there over his shoulder</p>
<p> </p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>The ceremony is about to begin</p>
<p> </p>
<p>One morning he awoke in a green hotel</p>
<p>With a strange creature groaning beside him</p>
<p>Sweat oozed from its shiny skin</p>
<p> </p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>The ceremony is about to begin</p>
<p> </p>
<p>Oh how to thank history</p>
<p>Jim morrison</p>
<p>Jim morrison</p>
<p>Who drown in a bathtub in paris</p>
<p>Seems like a god damn odd thing to happen to me</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Lions in the street</p>
<p>Lions in the street</p>
<p>And roaming dogs in heat, rabid, foaming</p>
<p>A beast caged in the heart of a city</p>
<p> </p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>The ceremony is about to begin</p>
<p> </p>
<p>Jim Morrison</p>
<p>A magnificient influence and grand fellow</p>
<p>Grand fellow</p>
<p>Jim Morrison</p>
<p>A magnificient influence and grand fellow</p>
<p>Grand fellow</p>
<p> </p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
<p>Is everybody in?</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Toni Negri: video intervista sulla crisi</title>
		<link>http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=773</link>
		<comments>http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=773#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 09:42:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[planet news]]></category>
		<category><![CDATA[movimento]]></category>

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		<description><![CDATA[
WE MUST TRY from PARKAFILM.CC on Vimeo
a settembre uscirà BENE COMUNE, ultimo libro della trilogia di Toni Negri e Michael Hardt che comprende IMPERO e MOLTITUDINE.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="225" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=4516111&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=1&amp;color=&amp;fullscreen=1&amp;autoplay=0&amp;loop=0" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="400" height="225" src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=4516111&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=1&amp;color=&amp;fullscreen=1&amp;autoplay=0&amp;loop=0" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object><span id="more-773"></span></p>
<p><a href="http://vimeo.com/4516111">WE MUST TRY</a> from <a href="http://vimeo.com/user1705543">PARKAFILM.CC</a> on Vimeo</p>
<p>a settembre uscirà BENE COMUNE, ultimo libro della trilogia di Toni Negri e Michael Hardt che comprende IMPERO e MOLTITUDINE.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>REGIONE ABRUZZO: APPROVATA NORMA PER LAVORATORI CENTRI COMMERCIALI</title>
		<link>http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=770</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 14:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Acerbo]]></category>
		<category><![CDATA[Megalò]]></category>
		<category><![CDATA[Regione Abruzzo]]></category>

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		<description><![CDATA[FINALMENTE  REGOLE CHIARE PER I CENTRI COMMERCIALI:
NIENTE APERTURE DOMENICALI 
SENZA RISPETTO DELLA LEGGE !
Rifondazione Comunista si batte da sempre contro il dilagare della grande distribuzione che in Abruzzo ha raggiunto una densità che non ha pari in Italia.
Siamo convinti che tutelare il piccolo commercio sia indispensabile sia per ragioni socioeconomiche che per fermare la desertificazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: large;"><img class="alignleft size-medium wp-image-771" title="7121_1218689153550_1418520751_30612271_6874218_n" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/7121_1218689153550_1418520751_30612271_6874218_n-190x300.jpg" alt="7121_1218689153550_1418520751_30612271_6874218_n" width="190" height="300" /><span style="font-size: medium;">FINALMENTE  REGOLE CHIARE PER I CENTRI COMMERCIALI:</span></span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: large;">NIENTE APERTURE DOMENICALI </span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: large;">SENZA RISPETTO DELLA LEGGE !</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Rifondazione Comunista si batte da sempre contro il dilagare della grande distribuzione che in Abruzzo ha raggiunto una densità che non ha pari in Italia.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Siamo convinti che tutelare il piccolo commercio sia indispensabile sia per ragioni socioeconomiche che per fermare la desertificazione delle nostre città e dei nostri paesi.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Ma soprattutto riteniamo che vadano tutelati i diritti di <a title="NO ALLE POMIGLIANO DEL COMMERCIO" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=754"><strong>migliaia di lavoratori e lavoratrici della grande distribuzione che già vivono le situazioni che Marchionne vuole imporre a Pomigliano</strong></a>.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Per questo mi sono opposto fino all’ultimo all’aumento delle aperture domenicali e festive.<span id="more-770"></span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">In occasione dell’approvazione a maggio della <a title="leggi articolo" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=642"><strong>nuova legge sul commercio</strong></a> che ha portato a 40 + 4 il numero delle aperture domenicali e festive consentite abbiamo imposto all’attenzione le condizioni di sfruttamento dei lavoratori della grande distribuzione.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Con una lunga battaglia ostruzionistica abbiamo ottenuto che nella legge fossero inserite delle norme per contemperare l’aumento delle aperture con i diritti dei lavoratori e la tutela del piccolo commercio.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Purtroppo abbiamo dovuto constatare che i sindaci e i centri commerciali hanno interpretato la legge in maniera molto discutibile.</span></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">Le amministrazioni hanno consentito ai centri commerciali di aumentare il numero delle aperture domenicali e festive senza applicare le restanti norme contenute nella nuova legge sul commercio.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">La legge infatti prevede che i centri commerciali debbano osservare una giornata di chiusura infrasettimanale per ogni apertura domenicale o festiva, che i dipendenti non possano essere costretti a lavorare più del 50% delle domeniche, che i centri commerciali debbano concertare le aperture con sindacati e organizzazioni di categoria.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Invece si è verificato soltanto l’aumento delle aperture domenicali!</span></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">Per porre fine a questa vergogna, insieme al consigliere Antonio Saia del PdCI, abbiamo presentato nella seduta del Consiglio Regionale di martedì scorso una norma di INTERPRETAZIONE AUTENTICA della legge regionale sul commercio.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">Dal momento dell’entrata in vigore non sarà più possibile equivocare o interpretare come hanno fatto in queste settimane sindaci e centri commerciali.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Come noto una legge di interpretazione autentica viene approvata dal legislatore, in questo caso il Consiglio Regionale, per scegliere quale, fra le possibili interpretazioni di una o più disposizioni, sia da considerare espressione della <em>voluntas legislatoris</em>.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Come ha ben chiarito da decenni la Corte Costituzionale l’interpretazione autentica è retroattiva, dispiega i suoi effetti <em>ex tunc</em>, dal momento in cui la legge oggetto di interpretazione è entrata in vigore e soprattutto soddisfa un’esigenza di certezza del diritto rendendo impossibile interpretare una norma in maniera diversa.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">La norma di interpretazione autentica approvata martedì è inequivocabile:</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">“Il comma 2 dell’articolo 34 è interpretato nel senso che <strong>per ogni giornata di deroga dall’obbligo di chiusura domenicale deve corrispondere la concertazione di una corrispondente giornata di chiusura infrasettimanale e che non è consentita la deroga alle chiusure domenicali e festive in caso di mancato adempimento di questo obbligo. </strong>Non è consentita la deroga di cui al comma2 così come interpretato dal presente articolo nel caso di mancato rispetto del comma 3 dell’articolo 34”.</span></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">In sintesi non si apre la domenica senza prima aver concordato la chiusura di una corrispondente giornata infrasettimanale e senza aver garantito la turnazione dei dipendenti che non possono lavorare più del 50% delle domeniche e dei giorni festivi.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: medium;">Questo significa che quasi tutte le ordinanze sindacali emanate in queste settimane sono illegittime e vanno ritirate.</span></strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Questa mattina ho illustrato il contenuto della norma interpretativa ai rappresentanti di Cgil, Confcommercio e Confesercenti che ringrazio per aver accolto il mio invito.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Nell’occasione ho invitato le organizzazioni sindacali e di  categoria ad attivarsi per far rispettare la legge.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">Se i centri commerciali e i sindaci non rispetteranno le regole si potrà facilmente adire le vie legali. E non mancheremo di farlo.        </span></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="font-size: medium;"> </span></strong><span style="font-size: medium;"><strong>Maurizio Acerbo</strong>, consigliere regionale PRC Abruzzo</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/BC7qRQ979ik&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xd0d0d0&amp;hl=en_US&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/BC7qRQ979ik&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xd0d0d0&amp;hl=en_US&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<item>
		<title>Amiri Baraka: The Last Revolutionary (For Abbie Hoffman)</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 10:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[letture]]></category>

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		<description><![CDATA[

from &#8220;New Music &#8211; New Poetry&#8221;&#8230;.
&#8220;Yeah! He come out yesterday. Give himself up to the Feds. A lot of lights and cameras. All the newspapers and I seen him come in! Good news for the tabloids, good news for the professional cooler-outers, good news for the state. It&#8217;s a TV story, he came in from [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/5cVZXouO994&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/5cVZXouO994&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p><span id="more-768"></span></p>
<p><span style="font-size: small;">from &#8220;New Music &#8211; New Poetry&#8221;&#8230;.</p>
<p>&#8220;Yeah! He come out yesterday. Give himself up to the Feds. A lot of lights and cameras. All the newspapers and I seen him come in! Good news for the tabloids, good news for the professional cooler-outers, good news for the state. It&#8217;s a TV story, he came in from the wars, from out in the hills. He&#8217;d fought the good fight, underground, so long, dodging a cocaine bust, in the name of the people. He&#8217;d come out now&#8230; for forgivness. He&#8217;d come out with a changed nose. Did he know now that the whole of the Chicago Seven had come out? Even Bobby Seale ungagged shouted a defiant cookbook. Inverts and Buddhists and Social Democrats, it all goes along so well. He had to come out. Like the Weather people when they found that the war was over. Had to, had to come out like Susan and Jane and Dick and Spot had to come out now that the war is over. And he was smiling, so kind and expansive in a moment of triumph. From North, in the bush, conquering the wild seed, he returns with media hype ticker-tape and the slobberings of prostitute reporters. Revolution for the hell of it! Steal This Book&#8230;.soon to be a major motion picture! Coming wherever. The Yippies, in line, all the time. Come in, with a Wall Street jury and movie senator Tom and non-violent Dave and three card Molly Eldridge. Come in, come in all, come in. A Black playright we know says &#8220;I ain&#8217;t never been ideological&#8221;. Another one screams &#8220;Uphold the Middle Class!&#8221; with his head inside the ass of a whore named Hollywood. And we laugh&#8230;and we laugh&#8230;and we&#8230;laugh.. laugh. It&#8217;s a funny time but is it not better that all illusions suffer? That the clowns in our midst be exposed? Don&#8217;t tell me I told you so when the hero appears released right away on the news of the day. The TV tells us clearly &#8220;Come out with your hands up and all will be forgiven. Naughty children. Naughty children! Uncle Sam spank!&#8221; Be thankful you&#8217;re the wayward child of imperialism. He had to do it, he had to! And you too, the monitor beings, give it up! Jimmy Carter will give you a job. You can get a picture on your wall, grinning with his hand holding yours, selling papers about his papers. The bourgeoisie thinks will buy, Hero thinks. But most of us knew way back when that Abby and his boys will soon get in the wind. Not a &#8220;I told you so&#8221; but a class analysis. The last analysis. Which is the one the workers will make. Not jetset bohemian glamour or media shoutout fake militant clamour will change things. But those of us under the heel, missing a meal, whose pain is for real are not honorary because we cannot come out. There&#8217;s nowhere to go. No reward for surrender but vicious, unfufilled, stupid death. There is no &#8220;last revolutionary&#8221;, state media bastards, until the planet itself disappears. And who can speak on that? The real fighters are still fighters and the actual strugglers are actually struggling. Let the bullshit rides be blown away. No television magic or all purpose gibberish. No Hollywood squares or militant roach advertisements can change or estrange us from ourselves or each other. There are still, and will be till, revolutionaries in the landscape. In factories, community centers, workshops, and bowling alleys. In theaters, coal mines, hospitals, and tobacco fields. Real revolutionaries, hidden among the wakening mass. There is no last revolutionary till the planet itself explodes! So long live the death of bourgeois clowns! Long live the death of any illusion that they are revolutionaries! He had to come out, he had to! We know. And in the factories, and across the broad black belt, and Tierra De La Rasa in the Southwest, we let loose our joy cries and laughter. Goodbye Motherfucker! Goodbye! Welcome to Disneyland, we say. Smiling, we know you never really left&#8230;.&#8221;</span></p>
<p><span style="font-size: small;">su Abbie Hoffman: <a href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=274">http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=274</a></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/rEBmk6-Gh-8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/rEBmk6-Gh-8&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		</item>
		<item>
		<title>RÉGIS DEBRAY: IL SOCIALISMO PERDUTO NELLA VIDEOSFERA</title>
		<link>http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=757</link>
		<comments>http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=757#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 00:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[letture]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi propongo un bel saggio apparso sulla New Left Review, estate 2007.  
Una cavalcata attraverso una storia secolare. Davvero illuminante! 
Socialismo: un ciclo di vita di Régis Debray*
Impossibile cogliere la natura della coscienza collettiva di un’epoca 
senza comprendere le forme e i processi materiali impiegati nella 
trasmissione delle idee: quelle reti della comunicazione che 
consentono al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-764" title="comune" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/comune.jpg" alt="comune" width="200" height="287" />Vi propongo un bel saggio apparso sulla New Left Review, estate 2007.  </em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>Una cavalcata attraverso una storia secolare. Davvero illuminante! </em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-size: large;"><span style="color: #ff0000;">Socialismo: un ciclo di vita</span> <span style="font-size: small;">d</span></span></strong></span><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-size: small;">i Régis Debray*</span></strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">Impossibile cogliere la natura della coscienza collettiva di un’epoca </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">senza comprendere </span></span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">le forme e i processi materiali impiegati nella </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">trasmissione delle idee: quelle reti della </span></span><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">comunicazione che </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: large;">consentono al pensiero di avere un’esistenza sociale.</span><span id="more-757"></span> </span><span style="font-size: medium;">In realtà, i successivi stadi di sviluppo di tali mezzi e rapporti di trasmissione (che nel loro insieme potremmo definire mediosfera) suggerisce una nuova periodizzazione della storia delle idee.1 Per prima cosa incontriamo quella che possiamo chiamare logosfera: un lungo periodo che va dall’invenzione della scrittura (e delle tavolette di argilla, dei papiri, dei rotoli di pergamena) sino all’avvento dei caratteri a stampa. È l’età del <em>logos</em>, ma anche della teologia, nella quale la scrittura è, prima di ogni altra cosa, trascrizione della parola di Dio, l’«intaglio sacro» del geroglifico. Dio ordina, l’uomo trascrive – nella Bibbia o nel Corano – e ordina a sua volta. Si legge ad alta voce, insieme agli altri. Compito dell’uomo non è inventare, bensì trasmettere le verità ricevute.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un secondo periodo, quello della grafosfera, va dal 1448 al 1968 circa: dalla Rivoluzione Gutenberg alla diffusione della TV. È l’età della ragione, del libro, dei quotidiani e dei partiti politici. Il poeta o l’artista emerge come garante della verità, l’invenzione fiorisce in un’abbondanza di testi scritti; l’immagine è subordinata al testo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il terzo periodo, che va espandendosi ancora oggi, è l’era della videosfera: l’età dell’immagine, che ha tolto il libro dal suo piedistallo e nella quale il visibile trionfa sul grande invisibile delle epoche precedenti: Dio, la Storia, il Progresso.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Questa periodizzazione mediologica ci consente di inquadrare il ciclo di vita del socialismo (questa grande quercia ormai abbattuta della progettualità politica) entro gli ultimi centocinquant’anni della grafosfera e di esplorarne l’ecosistema, per così dire, attraverso i suoi processi di propagazione. Non tratteremo qui il socialismo secondo l’intrinseco valore di uno o dell’altro dei suoi rami. Lo scopo è cogliere piuttosto la comune </span><span style="font-size: medium;">base mediologica che sottostà a tutte le sue ramificazioni dottrinali (da Fourier a Marx, da Owen a Mao, da Babeuf a Léon Blum), avvicinandoci ad essa come a un insieme di uomini (militanti, leader, teorici), strumenti di trasmissione (libri, scuole, quotidiani) e istituzioni (sette, partiti, associazioni). L’ecosistema prende la forma di un particolare sociotipo, un <em>milieu </em>utile alla riproduzione di certi generi di vita e di pensiero.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">All’interno di esso, il tipografo professionista occupa una nicchia speciale, svolgendo un ruolo chiave di collegamento fra la teoria del proletariato e le condizioni della classe lavoratrice.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Qui s’incontrano i migliori strumenti tecnici per l’intellettualizzazione del proletariato e la proletarizzazione dell’intellettuale: il duplice movimento che ha costituito i partiti dei lavoratori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Uno stampatore difatti è un «intellettuale lavoratore o un lavoratore intellettuale», l’ideale di quel tipo umano su cui avrebbe fatto perno il socialismo: «il proletario cosciente».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il circolo di vita di questo ecosistema inizia, almeno in Francia, subito dopo la Rivoluzione di Luglio. Il saint-simonismo organizzato nacque una sera d’inverno del 1831 in cui il falegname Gauny incontrò a Parigi il libraio Thierry. Il lavoro di propaganda a sostegno della «famiglia» saint-simoniana fu programmato per ogni <em>arrondissement </em>e i coordinatori locali furono incaricati di istruire i lavoratori. Di qui, una serie di incontri fra cappellai, commercianti di tessuti, ebanisti, piastrellisti, e inoltre impiegati, stampatori, incisori e fonditori di caratteri tipografici, responsabili di tenere le lezioni serali e, cosa molto più importante, di pubblicare quotidiani: «Le Globe», poi «La Ruche populaire», «L’Union», eccetera. Il ciclo si concluse con il maggio 1968, Anno Zero della videosfera. Ma la durata di vita del socialismo può essere meglio intesa all’interno di un più </span><span style="font-size: medium;">vasto arco di tempo: l’età della grafosfera. Iniziata all’alba dell’età moderna – con l’«avvento del libro» –, la storia della grafosfera comprende a sua volta tre capitoli successivi: la riforma, la repubblica, la rivoluzione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>L’elica genetica</strong></span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"> </span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ideatore della parola «socialismo» fu Pierre Leroux, tipografo geniale ed enciclopedista, che prese parte ai moti del 1848. Nato nel 1797, figlio di un locandiere, si iscrisse all’École Polytechnique e poi fu assunto in una tipografia, dove perfezionò una nuova macchina compositrice chiamata <em>pianotype</em>. Nel 1824 fondò il quotidiano «Le Globe» e nel 1841, con George Sand, la «Revue Indépendante». Trasferitosi a Boussac, aprì una propria casa editrice, attraendo a sé una piccola comunità di discepoli e di lettori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel 1848 fu eletto all’Assemblea Costituente e alla sua morte, nel 1871, la Comune gli rese formalmente onore. In lui si prefigura quella combinazione – libro, quotidiano e scuola – che sarebbe stata l’elica genetica del movimento dei lavoratori. Il socialismo è nato con attorno al collo l’etichetta da stampatori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Libro, quotidiano, scuola: un promemoria di cultura pratica che precedette i programmi politici. Prima di diventare mentalità, il socialismo era formazione di un mestiere. Il suo decollo avvenne in un preciso momento storico segnato da alcune date: 1864, anno della Prima Internazionale fondata a Londra; 1866, fondazione a Parigi della Lega Educazione; 1867, invenzione della rotativa Marinoni che consentiva un incremento della stampa di dieci volte (e introduceva una particolare forma di coscienza). «Il proletariato del XIX secolo nutre tre aspirazioni», scrisse il capofficina Pierre Bruno nelle sue memorie, pubblicate alla vigilia della Comune. «La prima è combattere l’ignoranza, la seconda combattere la povertà e la terza aiutarsi gli uni con gli altri.»2 La prima e più importante era la lotta contro l’ignoranza, che raccoglieva il grido delle forze della ragione. Anche il socialismo proletario era una creatura della ragione: spirito dominante dell’età della grafosfera.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tipografi, intellettuali e insegnanti erano i tre pilastri del movimento socialista e ciascuno di essi corrispondeva a una gamba del treppiede mediologico. Che cosa offriva allora la <em>maison du peuple</em>? Una biblioteca, quotidiani, lezioni serali e conferenze. Oggi programmi politici, libri e quotidiani esistono ancora. Ma l’asse centrale della trasmissione si è spostato altrove, portandosi via l’apparato della celebrazione, del prestigio </span><span style="font-size: medium;">e dei valori che in precedenza avevano creato una tale atmosfera attorno ai libri, agli insegnanti o ai conferenzieri itineranti nelle associazioni educative e nelle <em>universités populaires</em>.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Naturalmente anche una poderosa cultura orale svolse un ruolo di primo piano nel movimento dei lavoratori: arringhe alle riunioni, discorsi ai congressi, conferenze. Jaurès a Pré-Saint-Gervais, Lenin nella Piazza Rossa, Blum a Tours o nella Place de la Nation nel 1936: tutti parlavano senza l’ausilio del microfono, gridando a squarciagola fino all’esaurimento davanti a decine di migliaia di ascoltatori. Ma se i portavoce del socialismo confidavano tanto nel pulpito quanto nelle macchine da stampa, la loro retorica era tuttavia caratterizzata da una cultura libraria e dalla lunga familiarità con la parola scritta. Persino le loro improvvisazioni davano l’impressione di una persona erudita, che ha letto tanto. Molti di loro erano grandi parlamentari, oratori e tribuni, secondo la tradizione classica repubblicana.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma i loro discorsi si fondavano espressivamente sulla parola scritta: base reale della legge tanto ai loro occhi quanto a quelli dei militanti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><em><span style="font-size: medium;"><strong>Poteri invisibili</strong></span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">«Dal 1789, le sole idee hanno costituito la forza e la salvezza del proletariato, che deve a esse ogni sua vittoria», ha scritto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Auguste_Blanqui">Blanqui</a> (uno di quelli che hanno trasmesso le idee del 1789 alla Comune di Parigi). I concetti astratti erano l’ABC dell’apprendistato di un militante. Le nozioni di proletariato e borghesia, come quelle di forza lavoro, valore-surplus, rapporti di produzione ecc., che ne sono alla base, non possono essere apprese dai sensi. In secondo luogo, sia progetto o mito, l’idea della Rivoluzione, intesa come «ciò che dovrebbe essere», è la negazione e la trascendenza dell’immediato, il superamento del presente.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Come discorso logico o impresa morale, l’utopia socialista esigeva una profonda rottura con il «flusso della vita quotidiana», un atto di fiducia che mobilitava le forze dell’analisi concettuale per spezzare l’immaginario sociale consolidato in elementi astratti, come «sfruttamento».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Scrivere collettivizza la memoria individuale; leggere individualizza la memoria collettiva. Il continuo passaggio biunivoco fra questi due momenti promuove il senso della storia, disseppellendo le potenzialità del presente, creando i fondali e il proscenio. Questo è fondamentale per l’idea di socialismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quando fuori fa freddo e la notte è lunga, la memoria ci dice che non siamo soli. Memoria alfabetica, come avrebbe detto Hegel. Confrontando «l’inestimabile valore educativo» dell’apprendere a leggere e a scrivere i caratteri alfabetici, opposti ai geroglifici, egli ha spiegato come il processo della scrittura alfabetica contribuisca a volgere l’attenzione della mente dalle idee immediate e dalle impressioni dei sensi alla «più formale struttura della parola e delle sue componenti astratte», in modo che «dà stabilità e indipendenza al regno interiore della vita mentale» .3</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tutti i rivoluzionari uomini d’azione che ho incontrato, da Che Guevara a Pham Van Dong, per mezzo di Castro (non l’autocrate ma il ribelle d’un tempo), per non dire di quelle enciclopedie ambulanti che sono i trotskisti, erano lettori compulsivi, tanto devoti ai libri quanto poco erano ricettivi alle immagini.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un hegeliano spiegherebbe questo fenomeno dicendo che la lettura conduce al distacco critico e (dato che non esiste «nessuna scienza che non sia nascosta», né futuro senza «ripetizione» del passato) all’anticipazione utopica. L’astrazione incoraggia l’azione, come il ricordo l’innovazione. I più grandi modernizzatori iniziano la propria carriera con un salto indietro </span><span style="font-size: medium;">nel tempo e una rinascita procede attraverso un ritorno al passato, un riciclaggio e di qui una rivoluzione. Cristoforo Colombo ha scoperto l’America in una biblioteca, mediante l’accurato esame di testi arcani e cosmografie. L’Ancien Régime in Francia fu rovesciato non dagli entusiasti di Washington e dei fratelli Montgolfier ma da uomini che ammiravano Licurgo e Catone. Chateaubriand e Victor Hugo rivoluzionarono la letteratura guardando alle rovine gotiche, Nietzsche scavalcò Jules Verne con l’aiuto dei presocratici e Freud rivisitò Eschilo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La sfortuna dei rivoluzionari è di aver ereditato qualcosa di più della maggior parte delle persone. La parola scritta è vitale per questi trasmettitori della memoria collettiva, dal momento che i loro strumenti di analisi sono forgiati dalle sue tradizioni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un’eredità di idee non si trasmette automaticamente. Esistono ambienti storici più o meno favorevoli alla trasmissione di concetti astratti, così come esistono conduttori di elettricità più o meno efficaci. L’atto rivoluzionario incomincia per eccellenza da un senso di nostalgia, dal ritorno a un testo dimenticato, a un ideale perduto. Dietro il prefisso <em>ri </em>di <em>rivoluzione </em>o <em>riforma </em>(e di <em>riprovare</em>, <em>ricominciare</em>, <em>rileggere</em>) c’è una mano che sfoglia a ritroso le pagine di un libro, dalla fine all’inizio. Viceversa, il dito che preme un bottone, che manda avanti o indietro un nastro o un disco, non rappresenterà mai un pericolo per l’ordine costituito.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><em><span style="font-size: medium;"><strong>Testimoni di pergamena</strong></span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"> </span></em><span style="font-size: medium;">Se i notiziari sono il <em>medium </em>della storia come spettacolo, l’archivio è il <em>medium </em>della storia come pratica. La storia del comunismo – quale utopia rivoluzionaria e non dittatura burocratica – è stata un racconto di archivisti e di vecchi giornali. Il comunismo fu un’invenzione libraria di Gracco Babeuf, studioso di diritto feudale, che trasse il nucleo centrale delle sue idee da Rousseau, Gabriel Bonnot de Mably e dalle antiche pergamene. Fiorì nei grandi depositi della parola scritta. Per Michelet: «La mia storia della rivoluzione francese è nata negli archivi. Scrivo in questo deposito centrale» (l’ufficio dei registri). Gli uomini si intrecciavano fra testi, i testi fra gli uomini. I miti generano atti che generano miti e il movimento delle narrazioni sprona il movimento delle persone. Le storie di Roma ebbero effetto sui deputati del 1789, la <em>Storia dei girondini </em>di Lamartine e la <em>Storia della Rivoluzione Francese </em>di Louis Blanc sui fautori del 1848, <em>I Miserabili </em>di Hugo sulla Comune e il suo ultimo romanzo <em>Novantatré </em>sulla nascita della Terza Repubblica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Di mano in mano il testimone passò in tutto il mondo: dalla Società degli Eguali fondata dal medievalista Babeuf, alla Società dei Nuovi Cittadini fondata dal giovane bibliotecario Mao Zedong. Filippo Buonarroti (1761-1837), più giovane di un anno di Babeuf (1760-1797), schivò la polizia del Direttorio e sopravvisse di quarant’anni all’amico. Nel 1837 raccontò la storia che avevano vissuto insieme in <em>La congiura per l’eguaglianza, o di Babeuf</em>, pubblicata a Bruxelles, dove Marx si sarebbe rifugiato dopo essere stato espulso da Parigi nel 1845, trovandovi il suo primo apostolo, il giovane paleografo e archivista Philippe Gigot. L’esilio a Bruxelles fece da piattaforma dopo la Restaurazione del 1815. Qui Buonarroti incontrò gli ex delegati della Convenzione, Barère e Vadier, i quali avrebbero organizzato il movimento dei carbonari, spianando la strada alle società segrete nate sotto la monarchia di Luglio. Da queste sarebbe emersa la Lega dei Giusti che, a sua volta, nel 1847, avrebbe dato origine alla Lega dei Comunisti sotto l’influenza di Marx e di Engels, oltre che dei delegati di Blanqui: «la testa e il cuore del partito proletario in Francia». Trentanove anni di galera e quattro pene capitali: è stato Blanqui (1805-81) «il prigioniero» a rendere possibile il passaggio dal giacobinismo al socialismo, dal 1793 alla Comune di Parigi. Blanqui che aveva consegnato la torcia a Vaillant, che l’avrebbe passata a Jaurès, il quale sulle colonne di «La Dépêche de Toulouse» si firmava «il Lettore», e a cui sarebbe succeduto Léon Blum, critico letterario della «Revue Blanche».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una maratona olimpica: la luminosità di una lettera – più lucciola che fiamma – passava di corridore in corridore, come se il rivoluzionario fosse uno spedizioniere e il cuore del messaggio risiedesse nella sua stessa trasmissione: un telegrafo che guizzava di picco in picco, per mezzo di tali fari umani. Senza dimenticare il mormorio delle valli, ben duecento anni di storie furono trasmessi dalle nonne ai bimbi. «La mia infanzia rigurgita di racconti sul lungo cammino dei poveri nei secoli», ricorda il vecchio comunista francese Gérard Belloin.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quelle storie nascevano a proposito di un pezzo di pane buttato, di un fondello malandato di brache, di un avanzo di minestra lasciato in un piatto […] Si ricordavano le storie della nonna, che a sua volta ne aveva sentito parlare da… Come quei ruscelli sotterranei di cui non si riesce a stabilire il corso perché a un certo punto le loro acque sembrano perdersi definitivamente ma riemergono più lontano, la cronaca della miseria contadina ignorava la maggior parte delle sue fonti. Ma anch’essa non aveva interrotto il suo cammino sotterraneo, trasportata da un popolo di anonimi, della cui miseria ogni generazione tramandava la storia a quella successiva. Questo interminabile rumore […] si faceva più o meno insistente, ma non si ritirava mai del tutto. Intorpidiva costantemente i rapporti passato-presente. Parlare in un certo modo delle difficoltà del passato non era anche una maniera di attrarre l’attenzione su quelle di oggi? Questo è accaduto molto tempo fa? Oh, sì, bambino mio, moltissimo tempo fa. È proprio sicuro? Che vuol dire molto tempo fa per un bambino?4</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I giornali dei lavoratori e la biblioteca socialista erano crogiuoli allo stesso tempo di anarchici, proudhoniani, leninisti e riformisti. Saint-Simon era un copista, correttore di bozze e libraio; Proudhon, un tipografo. Come Pablo Iglesias (1850-1925), fondatore del Partito socialista spagnolo. Ad arruolare i sergenti del socialismo francese fu un giornalista e tipografo spagnolo, José Mesa, esiliato a Parigi e passato dall’eredità della Prima Internazionale a Jules Guesde. Anarchici e socialisti erano fratelli belligeranti di un’unica famiglia. Opuscoli, articoli, quotidiani, supplementi letterari riempivano le loro vite. Gli uni e gli altri seguivano l’ordine di Lutero: non risparmiare né forze né denaro per realizzare ovunque «buone biblioteche e librerie». I figli di Marx e di Bakunin condividevano il medesimo vangelo: leggere e fare in modo che gli altri leggessero.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ovunque andassero, lasciavano una biblioteca. Hobsbawm ha potuto misurare in modo preciso la penetrazione del socialismo in Europa fra il 1890 e il 1905 confrontando il numero delle pubblicazioni annue.5</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il culto del libro ebbe i suoi momenti di predicazione. Hugo si rivolgeva così all’operaio analfabeta:</span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Hai dimenticato che il tuo liberatore</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">è il libro? Il libro è là sulle alture;</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">luccica; giacché splende e illumina,</span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">distrugge il patibolo, la guerra e la carestia;</span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>dice: niente più schiavi e niente più reietti. </em>6</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma ebbe anche la sua versione trionfale e allegramente insurrezionale nel biglietto che Jules Vallès mandò al suo direttore per avvertirlo che le bozze sarebbe state pronte «in due settimane» e prevedeva «il “visto si stampi” fra due mesi». «Respiro profondamente, gonfio il petto. “Visto si stampi” è un così bell’ordine da dare! Sulle barricate, è una canna di fucile piantata tra le costole». E lo stesso Hugo aveva scritto: «Nulla assomiglia di più alla bocca di un cannone di una bottiglia d’inchiostro aperta».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Clandestinità orientale</strong></span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">Dopo il 1945 questo eroismo alfabetico migrò verso il Terzo Mondo, equipaggiato di lanterna controvento, libri di esercizi e penna a sfera. L’emancipazione per mezzo dell’alfabetizzazione, le oscure ombre della superstizione gradualmente seppellite sotto milioni di pagine bianche: questo simbolismo eluardiano dell’Europa del XIX secolo trovava rifugio, a metà del Novecento, nella lotta contro l’«Occidente imperialista». Il primo atto di ogni rivoluzione anticoloniale era lanciare una campagna per l’alfabetizzazione di massa.8 Il Libretto Rosso era il talismano della Cina di Mao.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nell’Europa dell’Est del dopoguerra il processo si congelò nell’enorme serra delle forme obsolete: un museo della parola in cui le sorgenti vive del passato giacevano fossilizzate. Eppure, studioso ed erudito, «il socialismo realmente esistente» aveva un’anima tipografica. Basta dare un’occhiata ai rilevamenti UNESCO sul numero di libri pro capite, sulla quantità di biblioteche pubbliche, sulla spesa media di una famiglia in libri ecc., per accorgersi che durante la guerra fredda i Paesi comunisti – dove l’economia arrancava e la cultura audiovisiva era arrivata a stento – detenevano tutti i record della carta stampata. Viaggiare in quelle province del vecchio mondo, dove sopravviveva lo spirito dell’Europa Occidentale del XIX secolo, voleva dire essere testimoni di un culto universale del libro e di un’idolatria degli scrittori: in Unione Sovietica era più facile che divenisse una star un romanziere o un poeta che non un attore o un cantante. L’atrofia dell’immagine andava a braccetto con l’ipertrofia del testo e l’aura di quest’ultimo era accresciuta dalla censura.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il Partito-Stato aveva un tale rispetto del potere delle parole da tenere gli scrittori sotto perenne sorveglianza. Ma questa repressione trasformava ogni <em>samizdat </em>[libro edito in proprio] in una viva granata, in sintonia con le «migliori» tradizioni zariste.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ogni cosa era ripetuta, in modo sconvolto. Nell’epoca stalinista gli intellettuali russi riesumarono i loro venerandi combattimenti tipografici, le loro fatiche da vecchia talpa. Del resto, che cos’altro raccontano i <em>sottosuoli </em>russi, da <em>Kolokol </em>di Alexander Herzen (1855) a <em>Iskra </em>di Lenin (1900), se non la storia di riviste clandestine, di gazzette illecite, di libri cuciti nel risvolto di pesanti cappotti? Nei <em>Demoni </em>di Dostoevskij Verchovensky attira Shatov in una trappola mandandolo a recuperare una pressa tipografica nascosta nel campo giochi di una scuola.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per i vari gruppi d’opposizione, così come per i dissidenti e per lo Stato, i confini del campo di battaglia erano tracciati sulla stampa, soprattutto attraverso i giornali. I populisti russi (diretti antenati dei gruppi si studio e dei partiti marxisti) sottolinearono ancor più l’importanza delle macchine da stampa, allora fabbricate dalle società segrete e dai carbonari in Occidente. Lenin si definì un pubblicista,9 secondo il modello di Chernyshevskij o di Herzen, che si trasferì a Londra perché i caratteri cirillici non erano disponibili in Russia. Al contrario di quanto avvenne nell’epoca di Breznev – meglio organizzata e perciò meno assetata di sangue dell’autocrazia zarista –, la propaganda scritta precedeva e si alternava alla propaganda attiva. Nella Russia del 1880 la professione più prossima a quella di «editore» era quella di «terrorista». La litania della polizia zarista era: «Dov’è la pressa tipografica?». Cervello della cospirazione era inevitabilmente un libraio o uno stampatore. Il problema più spinoso era come spostare le cose (la letteratura sovversiva o le bombe), nascoste nel fondo delle valigie dei viaggiatori. 10</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Perciò il crollo del comunismo nell’Est ha visto l’estinzione delle ultime società letterate europee: il trionfo dalla stravaganza dell’industria dello spettacolo sulle edizioni economiche e la progressiva diminuzione del pubblico appassionato dei classici, mentre la vecchia cultura europea della stampa scivolava nella «cultura di massa» importata dall’America. Il dirottamento totalitario dell’Illuminismo, contrapposto al nuovo immaginario globale, potrebbe anche far apparire la sconfitta di Diderot per mano di Disneyland una forma di emancipazione. Per ironia della sorte la vittoria politica dell’umanesimo ha significato la sconfitta culturale degli studi umanistici. Tempi prosperi per la televisione e la pubblicità nell’Europa Orientale, tempi bui per le librerie e gli editori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Alma mater</strong></span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se la storia della scuola è sempre stata carica di significati politici, a sua volta la storia politica ha avuto implicazioni scolastiche.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La «battaglia per l’educazione» è sempre stata al centro del programma della sinistra. Il socialismo, come pedagogia di una visione del mondo, sapeva di giocarsi la propria sopravvivenza su questo terreno. Ogni militante che si iscrivesse alla scuola di pensiero socialista doveva assorbire anzitutto le abitudini dell’aula scolastica. Il codice d’onore socialista era modellato su quello del bravo scolaro: chi sopporta la noia della scuola trionferà sul nemico di classe.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I movimenti operai sorsero prima dell’avvento dell’istruzione di massa. Le insurrezioni dei lavoratori della seta, gli scioperi dei tessitori e le società di mutuo soccorso non attesero la scolarizzazione generalizzata. Ma il sindacalismo e il «potere dei lavoratori» sono limitanti nelle loro idee e da sola la filantropia non avrebbe generato altro che centri di formazione per adulti. Il progetto educativo del socialismo sollevò lo sguardo oltre l’associazionismo e le corporazioni. I suoi partiti furono creati sull’onda della convinzione che la classe è istinto ma il socialismo è elevazione della coscienza. Il lavoro della scuola perciò non consisteva nell’incubazione ma nella produzione. E ciò rende conto dell’intensa attenzione riservata ai problemi didattici. «Per ogni scuola che venga aperta, viene chiusa una prigione.» La mistica di una scuola emancipata ed emancipatrice era il tributo che i partiti operai rendevano allo Stato borghese.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Molti insegnanti (fra cui Guesde e Jaurès) facevano la spola dalla lavagna al pulpito. La Prima Internazionale (1864) e la Lega per l’Educazione dei Lavoratori (1867) avevano in comune lo staff, le premesse e i periodici. Uno dei primi atti della Comune di Parigi consistette nello scegliere una Commissione per l’Educazione, diretta da Edouard Vaillant. Louise Michel, che dopo la repressione della Comune fu deportata in Nuova Caledonia, aprì lì una scuola per i canachi (se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe senza dubbio fondato anche il primo quotidiano dell’isola). Dal suo inizio nel 1920 il Partito comunista francese ha assoldato i suoi quadri fra gli insegnanti e i docenti universitari. Fra le due guerre, il ramo meglio costituito dell’Internazionale era la sezione dell’educazione dei lavoratori, diretta da Georges Cogniot, latinista praticante.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gli operai tessili avevano fornito i pilastri dell’immaginario comunista durante la prima rivoluzione industriale. I minatori e gli operai delle fabbriche d’acciaio li fornirono durante la seconda.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma è il maestro elementare, con la sua modestia spartana e sentenziosa, a mostrare quanto le radici del socialismo organizzato affondino nella cultura preindustriale dell’Illuminismo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nelle sue memorie, l’ex comunista Gérard Belloin, figlio dei campi e delle pagine dei libri, autodidatta illuminato dalla Resistenza, offre un singolare esempio dell’ecologia militante:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«quando in quattro o cinque passavamo la notte a far scivolare i nostri volantini sotto le porte o nelle cassette delle lettere, provavamo, al ritorno, la gioia del maestro dopo la lezione». Belloin si metteva in viaggio non per farsi bello agli occhi del partito ma per puro spirito di dedizione. A quel tempo (siamo negli anni Cinquanta, sui banchi della Loira):</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">gli insegnanti […] non erano di quelli di cui si poteva negare il successo sociale o contestare la qualità dello sforzo personale che tale successo aveva richiesto. Secondo la scala dei valori comunemente ammessa e considerata la spiegazione ultima dell’esistenza di classi sociali, era anzi precisamente il contrario […] Gli insegnanti erano portatori del sapere. Erano quasi i soli nel Paese ad essere riconosciuti come tali, insieme con i medici […], il parroco, l’esattore, il notaio e il farmacista […] Vivevamo all’insegna del sacro rispetto del popolo per l’istruzione, i libri e gli intellettuali. 11</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La natura rituale di questo rispetto permeava il meglio (Belloin e quelli della sua razza) e il peggio, che li avrebbe attorniati e schiacciati. Il germe dello stalinismo giaceva nella schiettezza dell’enciclopedismo, quello della stupidità dentro l’intelligenza. Prevalse la distinzione fatale tra leader e militanti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’autorità intellettuale divenne terreno della dominazione politica. La conoscenza fu nazionalizzata, perché le dottrine, come i templi o gli Stati, necessitavano di frontiere e di ecclesiastici armati che le proteggessero. Il despota più filisteo si trovava inghirlandato con gli allori della conoscenza. L’accademismo, la museomania e il generale odore di naftalina che impregnavano la società sovietica divennero endemici quando la forma della «tradizione» fu elevata a norma del futuro: la vendetta postuma dell’archivio sull’invenzione. Il didatticismo, la tediosità e la rigidità del discorso sovietico, la sua tristezza moralistica sono il risultato di una scuola che poggia sul pensiero e lo sottomette con pugno di ferro. Il manuale diventa programma di studio e a risultarne sono la rozza semplificazione, gli stereotipi, il linguaggio bigotto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Paradossalmente, la cultura socialista era attaccata a un programma di studi elitario, che rispecchiava i valori «borghesi», per non dire «aristocratici», che con il loro declino hanno accelerato di molto quello del socialismo. Nella prima metà del XX secolo il socialismo era caratterizzato da un universo educativo che disprezzava la conoscenza tecnica, il commercio, l’industria e persino la matematica, e insegnava il latino e il greco come lingue viventi. Se il lettore di oggi frugasse tra gli archivi del movimento dei lavoratori francese prima della sua «bolscevizzazione» da parte dei comunisti e della sua standardizzazione da parte dei socialisti, avrebbe l’impressione di spostarsi dal magazine «Hello!» a una «Rivista di metafisica ed etica». Jaurès e Blum possedevano il medesimo bagaglio culturale di Marx e di Trotsky, e dei loro avversari Barrès e Maurras. Sussistono affinità più profonde tra Jaurès e Barrès che non tra Jaurès e uno degli odierni leader socialisti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questa ragione, in vacanza Jaurès si portava da leggere il <em>De rerum natura </em>in lingua originale. Blum amava rilassarsi con una traduzione di Lucrezio. L’elefante socialista di oggi si porterà dietro un bestseller di stagione e un quotidiano scritti in anglofrancese. Se preferisse Lucrezio agli ultimi sondaggi d’opinione, perderebbe in breve la propria leadership. Il biotopo fa l’animale, e non viceversa.</span></p>
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<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Il quotidiano, liturgia mattutina</strong></span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;"><img class="alignright size-medium wp-image-778" title="huma_pop" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/huma_pop-212x300.jpg" alt="huma_pop" width="212" height="300" />Libri, scuole, quotidiani: per il militante di partito, l’accento poggiava soprattutto su questi ultimi. Le prime pubblicazioni operaie di breve vita in Francia apparvero fra il 1830 e il 1840. Fu infatti «L’Atelier», il giornale di Philippe Buchez, a coniare nel 1840 l’espressione «classe operaia». Il periodo era cruciale: fu allora che la parola d’ordine «creare una scuola» si trasformò in «creare un partito». Per la Chiesa il quotidiano è un di più; per il partito, è un dovere. «L’Humanité» era strategica per il PCF, come «La Croix» non è mai stata per le gerarchie ecclesiastiche. Le chiese sono nate e morte molto prima dell’invenzione della stampa, ma nessun partito dei lavoratori esisteva prima della comparsa dei giornali popolari intorno al 1860. L’ideologia socialista è vissuta per tutta la durata della forma chiamata partito e la forma-partito è vissuta finché sono esistiti i quotidiani di partito: un centinaio d’anni. «Le Peuple», per esempio, organo dei Socialisti belgi, spirò con dignità nel 1979, all’età di 94 anni. Aveva combattuto per il suffragio universale, l’emancipazione delle donne e i diritti dell’uomo con Jaurès, Vandervelde e Huysmans. Poi è soltanto sopravvissuto, un’entità differente sotto lo stesso nome.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«Il giornale non è solo un propagandista e agitatore collettivo, ma anche un organizzatore collettivo» (Lenin). La sua diffusione unisce, creando una rete di scambi e collegamenti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Jaurès, Trotsky e Lenin eseguivano gli stessi compiti (scrivere, fotocomporre, stampare, spedire) di Vallès a «Le Cri du peuple», Elisée Reclus a «Le Révolté», Jean Grave a «Temps nouveaux». Se a ispirarle erano Marx, Bakunin o Fourier, le parole stampate erano seminate per mietere attivisti. Lenin fondò il suo partito con «Iskra», Guesde con «L’Egalité» e Jaurès con «La Petite République». Cabet diffuse il suo sogno icario con gli strumenti e i metodi usati da Marx e Engels.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Il notiziario politico aveva serie implicazioni, rendendo testimonianza dell’attiva mediazione di un’idea di uomo fra gli uomini: una prospettiva volta al futuro e calata nel presente. I quotidiani tradizionali, prodotti di un conglomerato di media, sono concepiti come scatole nere: gli eventi entrano, le informazioni escono. Un organo di classe o di partito ha un diverso dovere: trasformare una concezione del mondo in un piccolo cambiamento, un sistema filosofico in uno slogan quotidiano. Gli eventi sono accentrati da e sotto un’idea, le energie individuali dal gruppo dirigente. A differenza dei quotidiani specchio della società, il giornale-guida adempie al ruolo che Kant assegnava allo schema: interprete e intermediario fra il puro concetto e l’apparire delle cose. Nella tradizione della stampa socialista, l’autore della dottrina è intermediario di se stesso. Ciò è quel che lo distingue dal contemporaneo cultore delle belle lettere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">«L’altra professione che gli “intellettuali” hanno sempre praticato accanto alla propria è stata senz’altro quella di stampatore», ha scritto Charles Andler nella sua <em>Vie de Lucien Herr</em>. «Verrà certamente un tempo in cui gli scrittori e gli scienziati sapranno usare una linotype. Se vorranno pubblicare un libro, potranno affittare una rotativa, così come si noleggia un’automobile per spostarsi.»12</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Lo stesso Herr era un pioniere al riguardo. Bibliotecario all’Ecole Normale, assistente di Jaurès e Blum, fu per molti anni l’anonimo responsabile delle pagine di politica estera dell’«Humanité» (un nome coniato da lui). Aragon, Nizan o D’Astier fecero altrettanto. Fino a poco tempo fa, una conoscenza della stampatrice e della gestione di un giornale era indispensabile per il lavoro degli intellettuali, che non delegavano mai tale routine ad altri, preferendo essere caporedattori, impaginatori, correttori di bozze, grafici e direttori di se stessi. Dirigere un giornale e dirigere un partito erano compiti che spesso si sovrapponevano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era impensabile un segretario di partito illetterato. Se il giornale politico serviva da organo interno per le battaglie degli intellettuali, il quotidiano era destinato ai laici e ai non professionisti della politica. Secondo l’espressione di Lenin, esso formava un ponte fra «la teoria d’avanguardia» e lo «spontaneo movimento di classe» o, come preferiva dire Jaurès, fra «metafisica» e «mondo». Il giornale riuniva il filosofo e l’operaio, assicurando al socialismo quel legame costante fra l’intellettuale e la gente che la scuola forniva ai repubblicani.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Finché la stampa rimase il principale terreno d’incontro di questo tipo di interscambio, la professione politica e quella intellettuale – dal grande scrittore al tipografo – ebbero una base comune. Nella sua assenza, la penna e il tornio si sono voltati a vicenda le spalle. La specializzazione dei politici – in quanto tecnici del consenso – è andata di pari passo con quella della stampa, del giornalismo e dell’editoria. Dal XVII secolo al Novecento, la stampa è stata un luogo di incontro, un punto di contatto fra persone di differente professione e classe sociale, dove la fecondazione incrociata era pressoché inevitabile.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Gli scrittori e i parlamentari non condividono più un comune insieme di strumenti. Un rapporto che una volta era pratico e professionale si è sfaldato nell’estraneità del partitococktail.</span></p>
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<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Il partito</strong></span></em></p>
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<p><span style="font-size: medium;">Si è scritto molto sul declino dei partiti politici e, quindi, del progetto socialista. Ma un fattore che è stato in gran parte ignorato è la transizione dalla scrittura (flessibile, decentrata, accessibile) all’audiovisivo (industriale, costoso); il calo di qualità della stampa e le modifiche delle tecniche di stampa. La fotocomposizione ha distrutto le ultime basi culturali del movimento operaio. L’arte di fabbricare il libro e la sua tradizionale casta di esperti e commentatori sono diventate tecnologicamente ridondanti. La stampa ha perso il suo primato, l’intellettuale critico il suo <em>milieu</em>, la politica socialista il suo punto di riferimento.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Tutti e tre sono in crisi. Se è vero che «la prima libertà della stampa è di non essere un’industria», bisognerebbe aggiungere che dal 1881 al 1970 la stampa fu <em>anche </em>un’industria. Ora è <em>essenzialmente </em>un’industria. È difficile rendersi conto che, nel 1904, Herr, Blum e Lévy-Bruhl – un bibliotecario, un avvocato e un docente universitario – poterono lanciare un quotidiano come «L’Humanité», stampando la prima edizione in 138.000 copie e investendo 850.000 franchi. Le società proprietarie dei media sono cambiate nella natura oltre che nella dimensione. La concentrazione delle testate, il peso determinante dei budget pubblicitari e il volume degli investimenti hanno fatto alzare i costi di gestione di un quotidiano ben oltre il portafogli e le capacità tecniche di una manciata di intellettuali privi di mezzi economici.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La separazione del produttore dai mezzi di produzione nella sfera giornalistica coincide con la separazione della teoria dalla pratica nel dominio politico. Benché ci siano macchine elettorali – ancora chiamate, per inerzia, «partito» – che pubblicano bollettini interni per i loro indifferenti rappresentanti, l’arco che una volta collegava l’azione e il futuro, i partiti e gli intellettuali, si è spezzato. I partiti hanno cessato di essere produttori di idee alternative, mentre gli scrittori e i pensatori devono gettarsi in massa nelle reti televisive che hanno acquisito una vita industriale e commerciale loro propria, tanto estranea alla creazione intellettuale quanto all’ideologia utopica. Il cambiamento dalla grafosfera alla videosfera ha dissolto il rapporto tra la base tecnica del partito e la sua logica dottrinale. La distinzione fra sinistra e destra in politica risiedeva nella produzione dei mezzi di dissidenza: una rete professionale di quotidiani, riviste, istituti di ricerca, club del libro, conferenze, società e così via. Nessuna lotta di classe senza classi sociali. Ma nessuna lotta di fazione senza scontro di opinioni, nessuna politica senza polemiche. E nessuna battaglia delle idee, quando il denaro diviene la sola forza nella guerra delle onde radio. A farne le veci, si scatena il conflitto delle immagini e delle personalità, le battaglie a suon di scoop giornalistici. Qui non c’è bisogno di partiti.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In passato gli atti dei congressi socialisti, sei mesi dopo, venivano pubblicati per intero in un volume (quello del Congresso di Marsiglia del 1879, che unì il movimento dei lavoratori francesi, era di 800 pagine) che diveniva la bibbia fino alla seduta successiva. Il mondo politico non ha mai visto tanti forum, conferenze, congressi come oggi. Ma invano ne cercherete gli atti in libreria. I partecipanti «parlano» di idee come si parla di vestiti. Le mozioni (stampate) sono meri pretesti per alleanze tattiche di campioni telegenici. In termini mediologici, non sarebbe troppo esagerato dire che, poiché i dibattiti non sono pubblicati, non c’è nessun appello alle idee: la televisione – nuovo test delle performance – non ne ha bisogno. Di qui, la nuova ideologia «anti-ideologica» e la sostituzione con le proposte individuali dei programmi di partito, delle posizioni teoriche con quelle personali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista quantitativo, naturalmente, le cose non potrebbero andare meglio per libri, scuole e quotidiani. Non ci sono mai stati così tanti volumi, studenti, autori ed editori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma la mediosfera non è una questione di statistica. In verità, può esservi una relazione inversa fra l’eclissi della forma e la proliferazione del contenuto, fra le dimensioni del prodotto e il suo status. L’istruzione di massa dapprima ha diluito, poi cancellato il simbolismo dell’università o della scuola. L’istruzione è ora un servizio pubblico, come la metropolitana o la fornitura di elettricità, che si rivolge a clienti piuttosto che a discepoli. Esistono molte più biblioteche pubbliche nella video sfera di quante ce ne fossero nella grafosfera, ma quella che era «il laboratorio dello spirito umano» (Abbé Grégoire) sta diventando un luogo di transito, di accesso alle informazioni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non sono mai apparsi così tanti libri – 35.000 nuovi titoli all’anno in Francia – o così tante copie. Ma il pubblico si sta restringendo e l’aura del libro, o di ciò che di esso rimane, si è trasferita al volto dell’autore, dal momento che è lui che appare in TV. Eccezionalmente, la parola stampata può ancora distruggere.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma può ancora dare vita a qualcosa? E, se così è, a che cosa?</span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Tempo, velocità e ambiente</strong></span></em></p>
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<p><span style="font-size: medium;">Il primo elemento di una risposta: la temporalità. Le metafore della diffusione, legate al calore o ai liquidi, comportano tendenzialmente un processo abbastanza lento. Nel 1850, o nel 1880, un’idea che passasse inosservata non andava persa per sempre. La chimica aveva tempo di lavorare. Un messaggio poteva sopravvivere sugli scaffali di una libreria, attendendo un successivo incontro. Il migliore esempio di tale meccanismo </span><span style="font-size: medium;">a scoppio ritardato lo offre la diffusione dell’opera di Marx. Ci vollero venti o trent’anni prima che i suoi libri avessero effetto e lo scarto che separava la produzione dalla trasmissione si è rivelato cruciale per l’influenza definitiva della dottrina. La prima edizione francese del primo volume del <em>Capitale </em>andò esaurita in venticinque anni. Nella sua famosa lettera del 1872 al «cittadino Maurice Lechâtre», autore della prefazione al libro, Marx scrisse: «Approvo la vostra idea di pubblicare la traduzione di <em>Das Kapital </em>a fascicoli. In quella forma il lavoro sarà più accessibile al proletariato e per me questa considerazione vale più di ogni altra cosa». Era necessario un certo tempo perché il proletariato avesse «accesso» alla conoscenza del proprio sfruttamento. Fra il 1872 e il 1875 Lechâtre distribuì 44 fascicoli di 40 pagine ciascuno. Il primo fascicolo fu audacemente stampato in 10.000 copie e venduto a un prezzo di dieci centesimi. Le vendite raggiunsero il picco il primo giorno: 234 copie. Poi, fu il disastro. Non c’erano soldi per la pubblicità né il sostegno di un’organizzazione politica. </span><span style="font-size: medium;">Solo venticinque anni più tardi, con l’aiuto dal partito operaio di Jules Guesde, furono venduti i restanti fascicoli.13 </span><span style="font-size: medium;">Di fatto, <em>Il Capitale </em>incominciò a essere preso seriamente da in considerazione una manciata di militanti e gruppi scientifici solo nel 1890: sette anni dopo la morte di Marx. Fino ad allora era stato letto solo in forma condensata (la riduzione di Delville del 1883 contava 253 pagine) o presentato nei seminari come quelli di Lafargue.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Poco diversa fu la sorte del <em>Manifesto del Partito comunista</em>, pubblicato a Londra in tedesco. Al tempo della Comune, nel 1871, veniva giudicato una «curiosità bibliografica». Solo nel 1872 apparve tradotto in francese, ventiquattro anni dopo che era stato steso, per merito della figlia di Marx, Laura Lafargue. Nel 1885 incominciava appena a incontrare un modesto successo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em>La miseria della Filosofia </em>fu pubblicato in proprio a Parigi, nel giugno 1847. Sei mesi dopo erano state acquistate 96 copie. L’editore spediva degli estratti gratuiti agli amici dell’autore, chiedendo solo i quindici soldi del confezionamento e dell’affrancatura: tutti i destinatari glieli restituirono. Nelle 532 pagine della <em>Storia del comunismo </em>di Alfred Sudre (1848) non si fa neppure menzione di Marx o di Engels. La prima edizione del <em>Capitale </em>si guadagnò due recensioni in francese, entrambe su oscure riviste accademiche. Una, sul «Journal des Economistes», era firmata da Maurice Bloch; l’altra, su «Philosophie Positive», da Roberty: entrambi rimproveravano all’autore di «non far altro che criticare, senza suggerire concrete proposte per il futuro».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Era così raro incontrare un articolo sulla sua opera su un giornale inglese che, quando ne apparve uno, nell’inverno 1881, Marx lo mostrò alla moglie sul letto di morte «per rischiarare i suoi ultimi istanti», come egli stesso ebbe a scrivere. Tornando indietro con lo sguardo a un mondo in cui la vita e lo status dell’autore sostenevano le scuole di ricerca teoretica nelle scienze umane, la questione è come sia stato possibile che uno scrittore praticamente sconosciuto di libri difficili, nessuno dei quali suscitò scalpore, abbia poi «plasmato» il mondo intero per cento anni.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un secondo elemento: l’ambiente. I mammiferi non seppero diffondersi nel pianeta nei 140 milioni d’anni dell’era mesozoica.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Soltanto la repentina estinzione dei dinosauri alla fine del Cretaceo ha consentito loro di avventurarsi fuori delle loro nicchie altamente specializzate e moltiplicarsi sulla terraferma.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fino a quando lo sconvolgimento geofisico delle masse continentali non ebbe provocato un favorevole cambiamento climatico (e così della flora e della fauna), la competizione con i rettili volanti e i brachiosauri di cinquanta tonnellate erano impensabili, considerata la sproporzione dei mezzi per la sopravvivenza fra le specie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I biotipi culturali si bilanciano non meno delicatamente e nella giungla delle idee sociali la sopravvivenza del più adatto presuppone una certa proporzione dei mezzi della lotta. Marx ha tratto beneficio dalle condizioni insolitamente misurate della grafosfera preindustriale: una più piccola popolazione mondiale e una limitata alfabetizzazione dell’Occidente significavano meno libri sul mercato e, quindi, una più facile battaglia per il riconoscimento, essendo tutte le armi più o meno uguali. Ai tempi di Marx, Hugo o Michelet, la tiratura di un libro «difficile» rispetto a un bestseller era in proporzione all’incirca di uno a dieci o, più spesso, di uno a cinque. Oggi è di uno a mille. Attorno al 1848 il giovane Marx pubblicava un migliaio di copie di ogni opuscolo o periodico (800 copie per <em>La miseria della filosofia</em>, 1.000 per «Annali franco-tedeschi» in cui apparvero <em>La questione ebraica </em>e <em>Per la critica della filosofia del diritto di Hegel</em>).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma gli scrittori di successo non superavano le 3-4.000 copie.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Oggi, malgrado l’enorme crescita del pubblico librario, quella cifra rappresenta ancora la media dei saggi di teoria politica, di storia economica o di sociologia. L’autore di un’opera di ricerca critica che vada controcorrente può dirsi fortunato se raggiunge i duemila lettori. Ma le massicce piattaforme di lancio dei media a disposizione di coloro che dominano le classifiche delle vendite finiscono anche con il polverizzare le piccole produzioni colte, più complesse e perciò più vulnerabili, che non hanno il tempo per ritagliarsi una nicchia di lettori a causa della drastica riduzione della durata media di un ciclo librario: tre mesi per un libro di successo. Gli altri possono rimanere nelle vetrine delle librerie per tre settimane. È cresciuto il numero degli editori, ma anche il loro tasso di mortalità.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La critica marxista del capitalismo non avrebbe potuto diffondersi, pare, se il capitalismo industriale avesse già annesso la sfera dei beni simbolici. Marx trasse profitto dall’arretratezza dei circuiti culturali rispetto a quelli della produzione di mercato. Un centinaio di anni dopo non avrebbe avuto la stessa possibilità. Essendo tutte le cose uguali su altri fronti, all’interno della logica dell’immagine e dei mercati (i <em>talkshow </em>letterari, le <em>top-ten </em>settimanali), <em>Das Kapital </em>sarebbe rimasto quel che era quando apparve la prima volta: una stravaganza accademica da bibliofili e non la fonte ispiratrice di un movimento politico di massa. Marx e Engels scrivevano allo snodo di due ere tecnologiche: quella della «macchina meccanica», che allevia lo sforzo muscolare, e quella della «macchina energetica», che sfrutta la forza naturale. Il socialismo di Stato si è sviluppato in un secondo momento: la macchina per spostarsi e la macchina dell’informazione, l’automobile e la televisione. Allo stesso modo, anche il secolo della crescita e del declino del comunismo ruotò attorno a due ere: due tipi di memoria, letterale e analogica. Il «socialismo scientifico» non sopravvivrà al cambiamento dalla trasmissione elettromeccanica (le rotative, il telegrafo) alla radiodiffusione elettronica. Il partito non si trovava a suo agio con il telefono. È sopravvissuto al <em>wireless</em>, ma il limite era la radio a transistor. Il tubo catodico e il <em>chip </em>di silicio hanno scandito la crisi generale. Le trasmissioni radio <em>crossborder </em>hanno spazzato via le reliquie e il <em>live-broadcast </em>satellitare ne ha officiato il funerale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Una crisi della riproduzione culturale come quella del socialismo tende a gettare nella stessa luce anche le leggi che governano altre culture. Dovremmo guardarci dall’emulare i trotskisti americani che, prendendo atto dell’estinzione del trotskismo negli Stati Uniti del dopoguerra, hanno postulato la morte di tutte le ideologie del pianeta. Confondere un cultura con un’altra cultura, la fine di un’epoca con la fine del tempo è il tradizionale errore del tradizionalista. Ogni crollo è latore di una rinascita e gli dèi che sono fuggiti dalla porta principale rientreranno, presto o tardi, dalla finestra.</span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"><strong>Prigione, esilio, telefono</strong></span></em></p>
<p><em><span style="font-size: medium;"> </span></em></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un’ecologia del socialismo deve considerare anche i fattori extraculturali, per non dire anticulturali, che una volta assicuravano la coesione della comunità. Come un musulmano o un cristiano, un militante non è mai davvero isolato: è sempre membro della collettività. L’impegno politico procede attraverso un trasferimento dell’immagine del gruppo sull’individuo e l’intensità del senso di appartenenza del militante è misura della sua capacità d’iniziativa. L’etologia ci ha insegnato che una società di primati si compatta in proporzione all’ostilità del suo ambiente. Sotto questo aspetto i rivoluzionari, come i credenti, sono un po’ più primati14 degli altri. Hanno una necessità viscerale della messa al bando e delle prigioni. Queste erano le condizioni storiche per la creazione dell’ambiente di un pensiero caparbiamente ribelle. Promosso a burocrazia, il «movimento dei lavoratori» è andato in pezzi, perché il suo cervello ha cessato di funzionare nel momento in cui ha barattato l’invidiabile stato di oppresso con la mortale posizione di oppressore. Di qui l’immensa superiorità spirituale dei dissidenti dell’Europa orientale rispetto ai burocrati dominanti, dal momento che i primi riguadagnavano tutte le risorse dell’antica intellighenzia secessionista, a cominciare dalla prigione e dall’esilio. Questa è la lezione che si deve trarre dall’espansione e dalla contrazione del socialismo: finché c’era repressione, c’era speranza.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Spieghiamo: il socialismo fu il tentativo di costruire un mezzo alternativo di diffusione entro un ambiente ostile. Poteva l’idea diventare un’«ideologia» se i microcircuiti della solidarietà non avessero stabilito un miniambiente per se stessi, in questo spazio informe? (Intendendo, per miniambiente, reti di informazione sostenibili e poco costose, comunità alternative e controculture, che dovevano la loro capacità di resistenza alle forze che le avevano strette d’assedio dall’esterno.) Per fare in modo che il mito scritto facesse scattare la scintilla dell’azione sociale, gli elettricisti dell’emancipazione dei lavoratori dovettero disconnettere i cavi tradizionali e allestire da soli un improvvisato cablaggio. I metodi dell’organizzazione sotterranea servivano da rivestimento protettivo, per proteggere la telegrafia proletaria dai disturbi e dalle interferenze borghesi. Il romanzo della clandestinità era essenzialmente un pragmatismo comunicativo. Percorrere i sentieri della rivoluzione lungo i due secoli passati ci porterebbe nei pressi dei muri di protezione e degli ombrosi angoli che per Rabelais erano inevitabili luoghi «del mormorio e del complotto».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ma con gli occhi e gli orecchi occupati ogni sera dal medesimo notiziario riproposto in quattro versioni, i muri della cella o della sezione vengono dapprima perforati, poi spazzati via dalle onde radio. Finora erano riusciti più o meno a conservare una diversità di pressione o di temperatura rispetto al mondo esterno. L’omogeneizzazione dei flussi simbolici tende a dissolvere i nuclei anticonformisti in un comune gas egemonico. La televisione, oggi principale interfaccia di tutti i gruppi sociali, erode i confini fra dentro e fuori e livella l’accesso alle informazioni. Come militante di base, perché dovrei annoiarmi a partecipare alle riunioni di partito quando le notizie televisive mi daranno l’essenza di un dibattito di otto ore e i miei vicini sapranno del mio partito quanto ne so io, senza perdere tempo? Quanto al giornalista, egli sa altrettanto e spesso più del leader di partito, dato che parla con tutti e tutti parlano con lui. La presa ideologica della televisione si sovrappone alla presa del partito, perché il suo modo di organizzare la popolazione inghiotte e omogeneizza tutti i gruppi specialistici.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per contro, le due privilegiate nicchie evolutive del socialista rivoluzionario erano la prigione e l’esilio. La prigione, per concentrarsi; l’esilio, per combattere. Leggere e scrivere sono per definizione passatempi di lusso, giacché richiedono una gran quantità di tempo libero. Dove ci si poteva ritagliare più tempo per se stessi se non nelle prigioni del XIX secolo? La prigione era la seconda università del dissidente, la panca di un’alta cultura e grande consapevolezza morale. «Quando un uomo sa che lo impiccheranno nel giro di due settimane», ha detto Samuel Johnson, «la sua mente si concentra a meraviglia». E Proudhon: «Tutto quello che sono lo devo alla disperazione». Burocrati, guardatevi dagli intellettuali che emergono dalle prigioni: sono maturati e hanno muscoli. Contro il capitalismo in Occidente e il comunismo nell’Est, i laboratori della protesta sociale erano i centri di detenzione e i campi di prigionia dei dittatori. Destra e sinistra, rivoluzionari e controrivoluzionari (Joseph de Maistre o SolÏenicyn, Dostoevskij o Maurras) hanno tratto beneficio da questi privilegi mediologici. La religione ortodossa è emersa dalle colonie penali sovietiche in forma di gran lunga migliore di quando vi era entrata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nella lista d’onore delle prigioni europee dal 1840 al 1930 compaiono marxisti insigni. Termina nell’Est con i campi di lavoro stalinisti (e Victor Serge). In Occidente i prigionieri del capitalismo formano gli anelli di una catena anticapitalistica, che va da Babeuf a Proudhon a Gramsci, da Blanqui a Bebel a Guesde. Fu la deportazione in Siberia a permettere a Lenin di concludere il suo primo grande libro, <em>Lo sviluppo del capitalismoin Russia</em>, incominciato in una prigione di San Pietroburgo. Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Trotsky, Blum (che ha scritto la sua più importante opera in prigione): quasi tutti coloro che hanno lasciato il segno nel pensiero socialista hanno trascorso del tempo dietro le sbarre. L’esilio ci ha portato «Marx-e-Engels», messi al bando nella loro gioventù. Per mezzo secolo, la maggior parte degli intellettuali russi è stata costretta alla clandestinità – e quindi a organizzarsi – dal regime zarista. Il socialismo francese è nato in Inghilterra; il comunismo italiano, cinese e vietnamita sono nati in Francia.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Scacciato da ogni luogo, il vecchio socialismo ha imparato a varcare le frontiere, imponendosi come puro prodotto della cultura europea. Il livello di una civiltà, ha detto Lucien Herr, si misura in base al grado di cosmopolitismo. Essere sradicati risveglia la ragione per mezzo del confronto: ed è sempre un buon inizio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Stalin e Mao sono assenti all’appello degli esiliati: poche volte Stalin ha lasciato la Russia e Mao la Cina (se non per andare a Mosca, dove si è chiuso per evitare di vedere il mondo esterno). I despoti del feudalesimo sociale avevano un’anima sedentaria. Di regola i grandi paranoici parlano solo la lingua madre. Ancorati al suolo, non nutrono curiosità per l’altro, non hanno l’impulso di sfidarlo o di fondersi con lui. Gli autocrati hanno paura di viaggiare, rifuggono dal disorientamento e dagli incontri sgradevoli.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Eppure la mediosfera sembra aver spogliato la diaspora della sua precedente produttività. L’esodo favoriva la creatività intellettuale, stimolando gli scambi scritti. I corpi si incontravano meno di frequente, ma le menti erano in più stretto contatto. Si consideri il debito che la scrittura socialista ha contratto con l’arte epistolare: Marx e Engels hanno elaborato metà delle loro teorie per mezzo delle lettere, e praticamente tutta la loro attività politica ha dovuto attraversare una cassetta della posta. La Prima Internazionale è stata concepita da Marx come ufficio centrale della corrispondenza del proletariato. Oggigiorno i militanti socializzano di più e sanno meno delle idee dell’altro. Più conversazione vuol dire meno controversie. Il telefono ha distrutto l’arte epistolare e nel processo ha diminuito la statura morale dei tentativi di sistematicità razionale. La posta elettronica non l’ha ripristinata. Raramente alziamo il telefono per comunicare una complessa sequenza di principi e temi: lo utilizziamo per chiacchierare. Il discorso generale è stato indicizzato dalle bardature dell’intimità e della vita privata. Il cellulare, Internet, il computer portatile e l’aereo vanno bene per l’internazionalizzazione, ma rendono meno organica la solidarietà: letale per l’internazionalismo. Ampliano la sfera dei rapporti individuali e nel contempo li privatizzano: particolarizzano anche mentre globalizzano. Il cellulare dà origine a una permanente relazione <em>one-to-one</em>. Allontana l’universale dalle nostre teste.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La crisi del socialismo, allora, è che, anche se può riesumare i propri principi fondatori, non può ritornare alla sua logica culturale fondativa, ai suoi circuiti di produzione e diffusione del pensiero. Il collasso della grafosfera lo ha costretto ad abbassare le armi e a entrare nella videosfera, i cui <em>network </em>di pensiero sono letali per la sua cultura. Un esempio pratico:</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">per scoprire che cosa accade bisogna guardare la TV standosene a casa. Siamo agli arresti domiciliari borghesi, perché al di sotto dello slogan «la casa di un uomo è il suo castello» si nasconde sempre «ciascuno per conto proprio». La smobilitazione del cittadino inizia con l’immobilizzazione fisica dello spettatore.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quali ulteriori implicazioni del pensiero sociale possiamo ricavare dai «tre corollari» della logosfera, della grafosfera e della videosfera: la parola, la stampa, lo schermo? Sarebbe possibile classificare una serie di norme e di funzioni inerenti a esse in ciascuna delle epoche successive. Così, l’autorità simbolica per la logosfera è l’invisibile; per la grafosfera la parola stampata; per la videosfera il visibile. Statuto dell’individuo: soggetto; cittadino; consumatore. Massima dell’autorità personale: «Dio mi ha detto»; «L’ho letto»; «L’ho visto in TV».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Eppure, nonostante questi tre regimi si siano succeduti nel tempo storico, ciascuno dei quali facendo valere individualmente le proprie forme e modi predominanti, dovrebbe essere chiaro che ognuno di noi contiene tutte e tre queste età allo stesso tempo. Dentro di noi giace un Est calligrafico, un’Europa della stampa, un’America degli schermi panoramici. E i continenti negoziano all’interno di noi senza perdere il loro relativo posto. Ciascuno di noi è, al contempo, Dio, Ragione ed Emozione: teocratico, ideocratico, videocratico. Santo, eroe e divo. Sogniamo di noi stessi come se fossimo fuori del tempo.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Pensiamo al nostro secolo e ci domandiamo che cosa fare questa sera.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">* Régis Debray (Parigi, 1940) filosofo e mediologo. Dopo un periodo trascorso a Cuba, partecipa alla campagna in Bolivia di Che Guevara e viene fatto prigioniero, restando in carcere per quattro anni. Torna in Francia nel 1973. Dall’inizio degli anni Novanta si interessa in particolare al rapporto tra le tecnologie mediali e l’organizzazione collettiva; battezza «mediologia» questa nuova scienza. È autore di un’autobiografia in tre volumi e di numerosi saggi di argomento politico, filosofico e religioso, tra i quali: <em>Un candide en Terre sainte</em>, Gallimard, Parigi 2008<em>; Dieu, un itinéraire</em>, Odile Jacob, Parigi 2002, tr. it. <em>Dio, un itinerario</em>, Raffaello Cortina, Milano 2002; <em>La République expliquée à ma fille</em>, Le Seuil, Parigi 1998, tr. it. <em>La Repubblica spiegata a mia figlia</em>, Armando Editore, Roma 2002; <em>L’Etat séducteur</em>, Gallimard, Parigi 1997, tr. it. <em>Lo stato seduttore, </em>Editori Riuniti, Roma 1997. </span><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">NOTE:<img class="alignleft size-full wp-image-764" title="comune" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/comune.jpg" alt="comune" width="200" height="287" /></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">1. Vedi Régis Debray, <em>Cours de médiologie générale</em>, Gallimard, Parigi 1991: il saggio è ricavato dalla <em>Neuvième leçon. Vie et mort d’un écosystème: le socialisme</em>.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">2. Citato in Georges Duveau, <em>La pensée ouvrière sur l’éducation pendant la Seconde République et le Second Empire</em>, Domat Montchrestien, Parigi 1947.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 3. </span><span style="font-size: medium;">G.W.F. Hegel, <em>Enciclopedia delle scienze filosofiche</em>, § 459. Passaggio analizzato in Jacques Derrida, <em>De la grammatologie</em>, Les editions de minuit, Parigi 1967, pp. 36-45 (trad. it., <em>Della grammatologia</em>, Jaca book, Milano 1998).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 4. </span><span style="font-size: medium;">Gérard Belloin, <em>Nos rêves, camarades</em>, Parigi 1979 (trad. it. <em>I nostri sogni, compagni</em>, Dedalo, Bari 1982, p. 82).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 5. </span><span style="font-size: medium;">Eric Hobsbawm, <em>La diffusione del marxismo (1890-1905)</em>, in «Studi storici», vol. 15, n. 2 (1974), pp. 241-69.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> 6. </span><span style="font-size: medium;">Victor Hugo, «A qui la faute?», in <em>L’Année terrible </em>(1872).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">7. Jules Vallès, <em>L’Insurgé</em>, Losanna 1968, pp. 48-49 (trad. it. <em>L’insorto</em>, Sonzogno, Milano 1916); Victor Hugo, <em>OEuvres complètes</em>, Parigi 1968, vol. VII, p. 678.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">8. Partecipare, nel 1961, alla campagna nazionale cubana che portò un milione di contadini analfabeti a contatto con la scrittura era come un incontro fisico con l’immaginario progressista del libro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">9. «Noi teorici, o, come direi meglio, <em>pubblicisti </em>della socialdemocrazia»: Vladimir Ilicˇ Lenin, <em>Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica </em>(1905), Editori riuniti, Roma 1978.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">10. Ci sia permesso osservare per inciso quanto siano estranei i modi «del socialismo realmente esistente» nella Cambogia di Pol Pot, quanto remota la mistica urbana dell’alfabetizzazione e della cultura da quel culto selvaggio dell’ignoranza rurale. I Khmer Rossi hanno decretato: niente libri, niente scuola. Essi hanno saccheggiato i giornali e le biblioteche di Phnom Penh, hanno chiuso l’università, hanno serrato con lucchetti i licei. L’unico <em>medium </em>consentito era la radio. Un partito senza organo ufficiale di stampa! Il ritorno alla giungla di Pol Pot era coerente: la strage dei colti, un’espressione che avvolge chiunque abbia frequentato qualcosa di più delle elementari; xenofobia all’ingrosso; rifiuto della civiltà urbana e gerontofobia come assioma politico (nessuno che abbia più di 23 anni potrebbe appartenere all’organizzazione).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">11. Gérard Belloin, <em>Nos rêves, camarades</em>, op. cit., p. 102.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">12. Charles Andler, <em>Vie de Lucien Herr</em>, F. Maspero, Parigi 1977.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">13. Vedi Maurice Dommanget, <em>L’Introduction du marxisme en France</em>, Editions Rencontre, Losanna 1969.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"> </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">14. Primate: mammifero dotato di placenta, di dentatura completa e di mani prensili.</span></p>
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		<title>NO ALLE POMIGLIANO DEL COMMERCIO!</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 16:06:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Acerbo]]></category>
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		<description><![CDATA[Dalle notizie in mio possesso, assunte da lavoratori della grande distribuzione, i centri commerciali aumentano il numero delle aperture domenicali senza applicare le restanti norme contenute nella nuova legge sul commercio.
E’ noto che Rifondazione ha contrastato fino all’ultimo, anche ricorrendo all’ostruzionismo, l’aumento delle aperture domenicali e festive per la grande distribuzione.
Soprattutto abbiamo posto l’accento sui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><img class="alignleft size-medium wp-image-755" title="sordi" src="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/wp-content/uploads/sordi-300x232.jpg" alt="sordi" width="300" height="232" />Dalle notizie in mio possesso, assunte da lavoratori della grande distribuzione, i centri commerciali aumentano il numero delle aperture domenicali senza applicare le restanti norme contenute nella nuova legge sul commercio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">E’ noto che <a title="legge sulcommercio: un bilancio della battaglia in Consiglio" href="http://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=642">Rifondazione ha contrastato fino all’ultimo</a>, anche ricorrendo all’ostruzionismo, l’aumento delle aperture domenicali e festive per la grande distribuzione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Soprattutto abbiamo posto l’accento sui livelli di sfruttamento schiavistico di lavoratori privi di potere contrattuale e fortemente ricattabili.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">L’aumento delle aperture domenicali significa intensificare livelli di sfruttamento e privare una categoria di lavoratori della possibilità di “santificare le feste”, cioè di stare in famiglia o di godere del diritto al riposo, al tempo libero, allo svago, alle relazioni.<span id="more-754"></span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dopo un lungo e duro confronto la maggioranza accettò di inserire delle norme che dovevano contemperare l’aumento delle aperture con i diritti dei lavoratori e la tutela del piccolo commercio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La legge infatti prevede che i centri commerciali debbano osservare una chiusura infrasettimanale per ogni apertura domenicale o festiva, che i dipendenti non possano essere costretti a lavorare più del 50% delle domeniche, che i centri commerciali debbano concertare le aperture con sindacati e organizzazioni di categoria.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Da quel che mi risulta il Megalò (Chieti) approfittando della nuova legge ha comunicato ai dipendenti l&#8217;aumento del numero delle aperture  domenicali  mentre non è stata  prevista nessuna chiusura infrasettimanale.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Quando si approva una legge bisogna vigilare sulla sua applicazione e, soprattutto, monitorarne le conseguenze anche al fine di modificarla se si dimostra inadeguata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non è accettabile che la grande distribuzione incassi l’aumento delle aperture senza adeguarsi alle altre norme (se è impossibile farle applicare la maggioranza dovrà convenire che è indispensabile ridurre il numero delle aperture).</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ritengo indispensabile che nel corso del prossimo Consiglio Regionale di martedì, l&#8217;ultimo prima della pausa estiva, si approvi una interpretazione autentica della legge che eviti i giochetti della grande distribuzione sulla pelle dei lavoratori.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non è accettabile che il Consiglio regionale vada in vacanza mentre chi lavora nei centri commerciali viene ridotto alla schiavitù.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: medium;"> </span><span style="font-size: medium;">Maurizio Acerbo, consigliere regionale PRC</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"> </span></p>
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